Faqat Litresda o'qing

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Kitobni o'qish: «Una burla riuscita»

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I

Mario Samigli era un letterato quasi sessantenne. Un romanzo ch’egli aveva pubblicato quarant’anni prima, si sarebbe potuto considerare morto se a questo mondo sapessero morire anche le cose che non furono mai vive. Scolorito e un po’ indebolito, Mario, invece, continuò a vivere per tanti anni di certa vita lemme lemme com’era consentita da un impieguccio che gli dava non molti fastidi e un piccolissimo reddito. Una tale vita è igienica e si fa ancora più sana se, come avveniva da Mario, è condita da qualche bel sogno. Alla sua età egli continuava a considerarsi destinato alla gloria, non per quello che aveva fatto né per quello che sperava di poter fare, ma così, perché un’inerzia grande, quella stessa che gl’impediva ogni ribellione alla sua sorte, lo tratteneva dal faticoso lavoro di distruggere la convinzione che s’era formata nell’animo suo tanti anni prima. Ma così finiva coll’essere dimostrato che anche la potenza del destino ha un limite. La vita aveva rotto a Mario qualche osso, ma gli aveva lasciati intatti gli organi più importanti, la stima di se stesso, e anche un po’ quella degli altri, dai quali certo la gloria dipende. Egli attraversava la sua triste vita accompagnato sempre da un sentimento di soddisfazione.

Pochi potevano sospettare in lui tanta presunzione, perché Mario la celava con quell’astuzia, quasi inconscia nel sognatore, che gli permette di proteggere il sogno dal cozzo con le cose più dure di questo mondo. Tuttavia il suo sogno talvolta trapelava, e allora chi gli voleva bene tutelava quella innocua presunzione, mentre gli altri, quando sentivano Mario giudicare autori vivi e morti con parola decisa, e magari citare se stesso quale un precursore, ridevano, ma mitemente, vedendolo arrossire come anche un sessantenne sa, quand’è un letterato e in quelle condizioni. E il riso anch’esso è una cosa sana e non cattiva. Così stavano tutti benissimo: Mario, i suoi amici ed anche i suoi nemici.

Mario scriveva pochissimo ed anzi, per lungo tempo, dello scrittore non ebbe che la penna e la carta sempre bianca, pronte sul tavolo di lavoro. E furon quelli gli anni suoi più felici, così pieni di sogni e privi di qualsiasi faticosa esperienza, una seconda accesa infanzia preferibile persino alla maturità dello scrittore più fortunato che sa vuotarsi sulla carta, più aiutato che impedito dalla parola, e resta poi come una buccia vuota che si crede tuttavia frutto saporito.

Poteva restare felice quell’epoca solo finché durava lo sforzo per uscirne. E da parte di Mario questo sforzo, non troppo violento, ci fu sempre. Per fortuna egli non trovava l’uscio per cui potesse allontanarsi da tanta felicità. Fare un altro romanzo come il suo antico, che era nato dall’ammirazione di persone superiori per censo e per rango, conosciuta da lui con l’ausilio del telescopio, era un’impresa impossibile. Egli continuava ad amare quel suo romanzo perché poteva amarlo senza grande fatica, e gli appariva vitale come tutte le cose che simulano d’avere un capo e una coda. Ma quando voleva accingersi a lavorare di nuovo su quelle ombre di uomini, per proiettarle a forza di parole sulla carta, provava un salutare ribrezzo. La completa, benché inconsapevole maturità dei sessant’anni gl’impediva un’opera simile. E non ci pensò a descrivere la vita più umile, la propria p. es., esemplare per virtù, e tanto forte per quella rassegnazione che la reggeva, non vantata e neppure detta, tanto ormai aveva improntato il suo io. Per poter fare ciò gli mancava lo strumento e anche l’affetto, ciò ch’era una vera inferiorità, ma frequente da coloro cui fu conteso di conoscere la vita più alta. E finì ch’egli abbandonò l’uomo e la sua vita, l’alta e la bassa o almeno credette di abbandonarla, e si dedicò, o credette di farlo, agli animali, scrivendo delle favole. Così, brevi, brevi, rigide, delle mummiette e non dei cadaveri perché neppure putivano, gli venivano fatte nei ritagli di tempo. Infantile com’era (non per vecchiaia, perché lo era stato sempre) le giudicò un esordio, un buon esercizio, un perfezionamento, e si sentì giovine e più felice che mai.

Dapprima, ripetendo l’errore commesso in gioventù, scrisse di animali che conosceva poco, e le sue favole risonarono di ruggiti e barriti. Poi si fece più umano, se così si può dire, scrivendo degli animali che credeva di conoscere. Così la mosca gli regalò una gran quantità di favole dimostrandosi un animale più utile di quanto si creda. In una di quelle favole ammirava la velocità del dittero, velocità sprecata perché non gli serviva né a raggiungere la preda né a garantire la sua incolumità. Qui faceva la morale una testuggine. Un’altra favola esaltava la mosca che distruggeva le cose sozze da essa tanto amate. Una terza si meravigliava che la mosca, l’animale più ricco d’occhi, veda tanto imperfettamente. Infine una raccontava di un uomo che, dopo di aver schiacciato una mosca noiosa, le gridò: «Ti ho beneficata; ecco che non sei più una mosca». Con tale sistema era facile di avere ogni giorno la favola pronta col caffè del mattino. Doveva venire la guerra ad insegnargli che la favola poteva divenire un’espressione del proprio animo, il quale così inseriva la mummietta nella macchina della vita, quale un suo organo. Ed ecco come avvenne.

Allo scoppio della guerra italiana, Mario temette che il primo atto di persecuzione che l’I. e R. Polizia avrebbe esercitato a Trieste, sarebbe venuto a colpire lui – uno dei pochi letterati italiani restati in città – con un bel processo che forse l’avrebbe mandato a penzolare dalla forca. Fu un terrore e nello stesso tempo una speranza che lo agitò, facendolo ora esultare ed ora sbiancare dal terrore. Egli si figurava che i suoi giudici, tutto un consiglio di guerra composto dei rappresentanti di tutte le gerarchie militari, dal generale in giù, avrebbe dovuto leggere il suo romanzo, e – se ci doveva essere giustizia – studiarlo. Poi certamente sarebbe giunto un momento un po’ doloroso. Ma se il consiglio di guerra non era composto di barbari, si poteva sperare che, dopo letto il romanzo, per premio, la vita gli sarebbe stata risparmiata. Perciò egli scrisse molto durante la guerra, rabbrividendo di speranza e di terrore ancora più di un autore che sa che c’è un pubblico che aspetta la sua parola per giudicarla. Ma, per prudenza, scrisse solo delle favole dal senso dubbio, e, nella speranza e nella paura, le piccole mummie gli si vivificarono. Il consiglio di guerra non avrebbe mica potuto condannarlo facilmente per la favola che trattava di quel gigante grosso e forte che combatteva su una palude contro degli animali più leggeri di lui, e che periva, sempre vittorioso, nel fango che non sapeva sostenerlo. Chi avrebbe potuto provare che si trattava della Germania? E perché pensare alla stessa Germania a proposito di quel leone, che vinceva sempre, perché non s’allontanava di troppo dalla propria grande, bella tana, finché non si scopriva che la grande, bella tana si prestava ad un affumicamento d’esito sicuro?

Ma così Mario s’abituò a moversi nella vita sempre accompagnato dalle favole, come se fossero state le tasche del suo vestito. Progresso letterario ch’egli doveva alla polizia, la quale però si dimostrò del tutto ignorante della letteratura paesana, e lasciò in pace, per il corso di tutta la guerra, il povero Mario disilluso e rassicurato.

Poi ci fu un altro piccolo progresso nella sua opera con la scelta di protagonisti più adatti. Non più gli elefanti, tanto lontani, né le mosche dagli occhi privi di ogni espressione, ma i cari, piccoli passeri ch’egli si prendeva il lusso (grande lusso, a Trieste, di quei giorni) di nutrire nel suo cortile con briciole di pane. Ogni giorno egli spendeva qualche tempo a guardarli moversi, ed era quella la parte più brillante della giornata, perché la più letteraria, forse più letteraria delle stesse favole che ne risultavano. Se desiderava addirittura di baciare le cose di cui scriveva! Di sera, sui tetti vicini e su un alberello intristito nel cortile, sentiva cinguettare i passeri, e pensava che prima di piegare sulla schiena al sonno la testina, si dicessero le avventure della giornata. Al mattino era lo stesso cicaleccio vivo e sonoro. Si dicevano certamente i sogni della notte. Come lui stesso vivevano fra le due esperienze, quella della vita reale e quella dei sogni. Erano infine degli animali che avevano una testa in cui potevano annidarsi dei pensieri, e avevano dei colori, degli atteggiamenti eppoi anche una debolezza da far compassione, e delle ali da destare l’invidia, perciò la vera e propria vita. La favola restò tuttavia la piccola mummia irrigidita da assiomi e teoremi, ma almeno la si poté scriver sorridendo.

E la vita di Mario s’arricchì di sorrisi. Un giorno scrisse:

«Il mio cortile è piccolo, ma, con l’esercizio, vi si potrebbero spendere dieci chilogrammi di pane al giorno». Un vero sogno di poeta cotesto. Dove trovare in quell’epoca dieci chilogrammi di pane per gli uccellini privi di tessera? Un altro giorno: «Vorrei saper abolire la guerra sul piccolo ippocastano nel mio cortile, la sera, quando i passeri cercano il miglior posto per la notte, perché sarebbe un buon segno per l’avvenire dell’umanità».

Mario coperse di tante idee i poveri passeri da celarne le esili membra. Il fratello Giulio che abitava con lui, e pretendeva di amare la sua letteratura, non sapeva amarla abbastanza per includervi anche gli uccelletti. Pretendeva che mancassero d’espressione. Ma Mario spiegava ch’erano essi stessi un’espressione della natura, un complemento delle cose che giacciono o camminano, al disopra di esse, come l’accento sulla parola, un vero segno musicale.

L’espressione più lieta della natura: negli uccellini neppure la paura è verde e abietta come nell’uomo, e non mica perché celata dalle pene, ché appare anzi evidente, ma non altera in alcun modo il loro elegante organismo. Si deve anzi credere che il loro cervellino non la sappia mai. L’allarme viene dalla vista o dall’udito, e nella fretta passa direttamente alle ali. Gran bella cosa un cervellino privo di paura in un organismo in fuga! Uno degli animalucci ha trasalito? Tutti fuggono, ma in modo che pare dicano: Ecco una buona occasione per aver paura. Non conoscono le esitazioni. Costa tanto poco fuggire quando si hanno le ali. E il volo loro è sicuro. Evitano gli ostacoli rasentandoli, ed attraversano il più fitto groviglio di rami d’alberi senza mai esserne arrestati o lesi. Pensano soltanto quando son lontani, e cercano allora d’intendere la ragione della fuga, studiando i luoghi e le cose. Inclinano con grazia la testina a destra e a sinistra, e aspettano con pazienza di poter tornare al luogo donde son fuggiti. Se ci fosse della paura ad ogni loro fuga, sarebbero morti tutti. E Mario sospettava che si procurassero ad arte tante agitazioni. Infatti potrebbero mangiare in piena calma il pane che viene loro donato, e invece essi chiudono gli occhietti maliziosi ed hanno la convinzione che ogni loro boccone è un furto. Proprio così condiscono il pane asciutto. Da veri ladri non mangiano mai sul posto ove il pane è stato gettato, e là non c’è mai lite fra di loro perché sarebbe pericoloso. La contesa per le briciole scoppia al posto ove son giunti dopo la fuga.

Grazie a tanta scoperta, stese con facilità la favola: «Un uomo generoso, regolarmente, per lunghi anni, aveva regalato ogni giorno del pane agli uccelletti, e viveva sicuro che l’animo loro fosse pieno di riconoscenza per lui. Non sapeva guardare costui: altrimenti si sarebbe accorto che gli uccelletti lo consideravano un imbecille cui, per tanti anni, avevano saputo rubare il pane senza che a lui fosse riuscito di catturare neppur uno di loro».

Pare impossibile che un uomo sempre lieto com’era Mario, abbia commesso un’azione simile scrivendo questa favola. Era dunque lieto solo a fior di pelle? Ficcare tanta malizia e tanta ingiustizia nell’espressione più lieta della natura! Equivaleva a distruggerla. Io credo anche che immaginare quell’orrenda sconoscenza dagli alati, fosse una grave offesa all’umanità, perché se gli uccellini che non sanno parlare parlano così, come si esprimerebbero i beneficati dalla lingua lunga?

E intimamente tristi erano tutte le sue piccole mummie: durante la guerra diminuì sulle vie di Trieste il transito dei cavalli i quali poi erano nutriti di solo fieno. Mancavano perciò sulla via quei semi saporiti lasciati intatti dalla digestione. E Mario si figurava di domandare ai suoi piccoli amici: «Siete alla disperazione?». E gli uccellini rispondevano: «No, ma siamo in meno».

Voleva forse Mario abituarsi a considerare anche il proprio insuccesso nella vita come una conseguenza di circostanze che non dipendevano da lui, per sottomettersi senza dolore? La favola resta sorridente solo perché chi legge ride. Ride di quella bestia d’uccellino che non ricorda la disperazione, vicino alla quale è vissuto alcuni certi giorni, perché egli stesso non ne fu toccato. Ma dopo di aver riso si pensa all’impassibile aspetto della natura quando fa i suoi esperimenti, e si rabbrividisce.

Spesso la sua favola fu dedicata alla delusione che segue ad ogni opera umana. Pareva volesse consolarsi della propria assenza dalla vita dicendosi: Sto bene io che non faccio, perché non fallo.

Un ricco signore amava tanto gli uccellini da dedicare loro una sua vasta tenuta ove era proibito d’insidiarli o anche solo di spaventarli. Costruì per essi dei buoni ricoveri caldi per il lungo inverno, riforniti abbondantemente di nutrimento. Dopo qualche tempo nella vasta tenuta s’annidarono una quantità di uccelli rapaci, di gatti e persino di grossi roditori che aggredirono gli uccellini. Il ricco signore pianse, ma non guarì della bontà ch’è una malattia inguaribile, e lui che voleva nutriti gli uccellini, non seppe interdire il cibo ai falchetti e agli altri animali tutti.

E questa derisione della bontà umana, secca secca, fu anch’essa pensata da quel Mario roseo e sorridente. Egli gridava che la bontà umana non riesce che ad aumentare la vita su un dato posto dove subito scorre abbondante il sangue, e ne sembrava felice.

I giorni di Mario dunque erano sempre lieti. Si poteva anche pensare che tutta la sua tristezza passasse nelle sue favole amare e che perciò non arrivasse ad oscurare la sua faccia. Ma pare che tanta soddisfazione non lo accompagnasse nelle sue notti e nel sogno. Giulio, il fratello suo, dormiva in una stanza vicina alla sua. Di solito costui russava beatamente nella digestione, che nel gottoso può essere malata, ma è ben completa. Quando però non dormiva, gli provenivano dei suoni strani dalla stanza di Mario: sospiri profondi che parevano di dolore, eppoi anche dei singoli gridi altissimi di protesta. Echeggiavano alti nella notte quei suoni, e non parevano emessi dall’uomo lieto e mite che si vedeva alla luce del giorno. Mario non ricordava i propri sogni, e, soddisfatto del sonno profondo, credeva di essere stato almeno altrettanto lieto nel suo letto come lo era durante la giornata faticosa. Quando Giulio, impensierito, gli raccontò del suo strano modo di dormire, egli credette che non si trattasse d’altro che di un nuovo sistema di russare. Invece, data la costanza del fenomeno, è certo che quei suoni e quei gridi erano l’espressione sincera, nel sonno, dell’animo torturato. Si potrebbe credere che si trattasse di una manifestazione che potesse infirmare la moderna e perfetta teoria del sogno secondo la quale nel riposo ci sarebbe sempre la beatitudine del sogno contenente il desiderio soddisfatto. Ma non si potrebbe anche pensare che il vero sogno del poeta è quello ch’egli vive quand’è desto, e che perciò Mario avrebbe avuto ragione di ridere di giorno e piangere di notte? C’è poi la possibilità di un’altra spiegazione confortata dalla stessa teoria del sogno: Poteva nel caso di Mario esserci un desiderio soddisfatto nella libera manifestazione del suo dolore. Egli poteva gettare allora, nel sogno notturno, la pesante maschera che durante il giorno gli era imposta per celare la propria presunzione, e proclamare coi sospiri e i gridi: Io merito di più, io merito altro. Uno sfogo che anch’esso può tutelare il riposo.

Al mattino sorgeva il sole, e Giulio, stupito, apprendeva che Mario credeva di aver passata la notte intera, tanto ricca di singhiozzi, in compagnia di qualche nuova favola. Innocua del tutto talvolta. Si trovava in elaborazione da varii giorni: La guerra aveva portato nel cortile dei passeri la grande novità, la penuria, e il povero Mario aveva inventato un metodo per far durare più a lungo il pane scarso. Di tempo in tempo appariva nel cortile e rinnovava nei passeri la diffidenza. Sono animali lenti quando non volano, e per eliminare una diffidenza abbisognano di lungo tempo. La loro anima è come una bilancetta, su un piatto della quale pesa la diffidenza e sull’altro l’appetito. Questo cresce sempre, ma se si rinnova anche la diffidenza, essi non abboccano. Con un metodo rigido si potrebbero far morire di fame accanto al pane. Una triste esperienza se fatta a fondo. Ma Mario la spinse fino a poter riderne, ma non a far piangere. La favola (un uccellino gridava all’uomo: «Il tuo pane sarebbe saporito solo se tu non ci fossi») rimase lieta anche perché i passeri durante la guerra non dimagrarono. Sulle vie di Trieste ci furono anche in quell’epoca, abbondanti, le porcheriole di cui sanno nutrirsi.

II

La presunzione di Mario non faceva del male a nessuno, e sarebbe stato umano di lasciargliela. Giulio la tutelava tanto bene che con lui Mario non arrossiva neppure quando s’accorgeva d’averla manifestata. Anzi Giulio l’aveva intesa tanto bene da adottarla con più chiarezza che non ci fosse in Mario stesso. Anche lui, dinanzi ai terzi, si guardava dal proclamare la sua fede nel genio del fratello, ma senza sforzo, solo per conformarsi a quanto vedeva fare da Mario stesso. E Mario sorrideva dell’ammirazione del fratello, non sapendo ch’era stato lui che gliel’aveva insegnata.

Ma ne godeva, e la stanza dove l’ammalato passava il suo tempo fra letto e lettuccio, era un posto raro a questo mondo perché Mario vi trovava una pace ch’egli diceva silenzio e raccoglimento, mentre era qualche cosa che più fortunati di lui trovavano in luoghi specialmente rumorosi.

Piena di gloria, quella stanza conteneva poche altre cose. Un desco leggero che veniva spostato dal centro, ove i due fratelli prendevano la colazione, ad un cantuccio accanto al letto ove desinavano. Da poco tempo in quella stanza da pranzo era stato posto il letto di Giulio. Durante la guerra il combustibile era caro, eppoi quella era la stanza più calda della casa, per cui l’ammalato, durante l’inverno, non l’abbandonava mai. Nelle lunghe sere invernali, in quella stanza, il poeta sosteneva il gottoso ed il gottoso confortava il poeta. La somiglianza di tale rapporto con quello dello zoppo e del cieco è evidente.

Per un caso singolare i due vecchi ch’erano stati sempre poveri, non ebbero a sopportare delle grandi sofferenze durante la guerra che fu tanto dura a tutti i Triestini. I loro disagi furono diminuiti da una grande simpatia che Mario seppe ispirare ad uno slavo del contado e che si manifestò in doni di frutta, uova e pollame. Si vede da questo successo del letterato italiano che mai ne aveva avuti altri, che la nostra letteratura prospera meglio all’estero che da noi. Peccato che Mario non seppe apprezzare quel successo che altrimenti gli avrebbe fatto bene. Accettava e mangiava volentieri i doni, ma gli pareva che la generosità del contadino fosse dovuta alla sua ignoranza e che il successo con gli ignoranti spesso si chiama truffa. Si sentiva perciò pesare il cuore, e per difendere il buon umore e l’appetito ricorse alla favola: Ad un uccellino furono offerti dei pezzi di pane troppo grandi per il suo beccuccio. Con piccolo resultato l’uccellino s’accanì per vari giorni intorno alla preda. Fu ancora peggio quando il pane indurì, perché allora l’uccellino dovette rinunciare al ristoro offertogli. Volò via pensando: L’ignoranza del benefattore è la sventura del beneficato.

Solo la morale della favola s’adattava esattamente al caso del contadino. Il resto era stato alterato tanto bene dall’ispirazione, che il contadino non vi si sarebbe ravvisato, e questo era lo scopo principale della favola. C’era stato lo sfogo e non andava a colpire il contadino, proprio come non lo meritava. Perciò studiandola si scopre nella favola una manifestazione di riconoscenza, benché non forte.

I due fratelli vivevano con rigida regolarità. Non sconvolse le loro abitudini neppure la guerra che disordinò tutto il resto del mondo. Giulio lottava da anni e con buon successo contro la gotta che gli minacciava il cuore. Andando a letto di buon’ora, e contando i bocconi che si concedeva, il vecchio, di buon umore, diceva: «Vorrei sapere se, tenendomi vivo, truffo la vita o la morte». Non era un letterato costui, ma si vede che, ripetendo ogni giorno le stesse azioni, si finisce con lo spremerne tutto lo spirito che ne può scaturire. Perciò all’uomo comune non è mai raccomandata abbastanza la vita regolata.

Giulio, d’inverno, si coricava proprio col sole, e d’estate molto prima di esso. Nel letto caldo le sue sofferenze s’attenuavano ed egli lo abbandonava ogni giorno per alcune ore, unicamente per conformarsi al volere del medico. La cena era servita accanto al suo letto, e i due fratelli la prendevano insieme. Era condita da un grande affetto, l’affetto ereditato dalla loro prima giovinezza. Mario era per Giulio sempre molto giovine, e Giulio per Mario il vecchio che avrebbe saputo consigliarlo in ogni evenienza. Giulio non s’accorgeva quanto Mario gli andasse somigliando nella prudenza e nella lentezza, come se avesse avuto la gotta anche lui, e Mario non vedeva che il vecchio fratello ormai non poteva dargli consigli, non avrebbe mai detto cosa che non fosse stata spiata dal suo proprio desiderio. Era anche giusto: non si trattava di consigliare o d’ammonire; bisognava sostenere e incoraggiare. Ciò riusciva anche più facile a un gottoso, per quanto non sembri. E quando Mario concludeva l’esposizione di una sua idea, di una sua speranza o intenzione con le parole: «Ti pare?» a Giulio assolutamente pareva, e consentiva convinto. Perciò per ambedue la letteratura era una bonissima cosa, e la parca cena era migliore, condita da un mite affetto sicuro, che escludeva qualsiasi dissenso.

Un piccolo dissenso ci fu tra i due fratelli per quei benedetti uccellini che si portavano via una parte del loro pane. «Potresti salvare la vita ad un Cristiano con quel pane,» osservò Giulio. E Mario: «Ma sono più di cinquanta gli uccellini che con quel pane rendo felici». Giulio fu subito e per sempre d’accordo.

Quando la cena era finita, Giulio si copriva la testa, le orecchie e le guancie col berretto da notte, e Mario per una mezz’oretta gli leggeva qualche romanzo. Al suono della dolce voce fraterna, Giulio si quietava, il suo cuore affaticato assumeva un ritmo più regolare, e il suo polmone s’allargava. Il sonno allora non era più lontano e, infatti, presto il suo respiro si faceva più rumoroso. Allora Mario affievoliva gradatamente la voce finché arrivava senza soluzione di continuità al silenzio; poi, dopo di aver smorzata la luce, s’allontanava sulle punta dei piedi.

La letteratura era perciò una buona cosa anche per Giulio, ma una sua forma, la critica, lo danneggiava e minacciava la sua salute. Troppo spesso Mario interrompeva la lettura per mettersi a discutere violentemente il valore del romanzo che leggeva. La critica sua era la grande critica dell’autore disgraziato. Era dessa il suo grande riposo, agitato solo in apparenza, il sogno più splendido. Ma aveva lo svantaggio d’impedire il sonno altrui. Scoppii di voce, suoni di disprezzo, discussioni con interlocutori assenti, tanti strumenti musicali varii che s’alternavano, e impedivano il sonno. Eppoi Giulio anche per cortesia doveva badare di non addormentarsi, quando ad ogni tratto gli si domandava il suo parere. Doveva dire:«Anche a me pare». Era tanto abituato a tali parole che per sillabarle gli sarebbe bastato di lasciar passare il suo fiato sulle labbra. Ma chi russa non sa fare neppur questo.

Una sera il furbo malato che pareva tanto innocente in quel suo berretto abbondante, ebbe una trovata. Con voce turbata (forse perché temeva di essere indovinato) domandò a Mario di leggergli il suo romanzo. Mario si sentì affluire più caldo il sangue al cuore. «Ma tu già lo conosci,» obiettò mentre subito s’accinse ad aprire il libro che non era mai lontano da lui. L’altro rispose che da lunghi anni non l’aveva più letto e che sentiva proprio il desiderio di riudirlo.

Con voce dolce, mite, musicale, Mario iniziò la lettura del suo romanzo Una giovinezza, accompagnata dal vivo consenso di Giulio che incominciava ad abbandonarsi al riposo, mormorando: «Bello, magnifico, benissimo,» ciò che rendeva la voce di Mario vieppiù calda e commossa.

Anche per Mario fu una sorpresa. Non aveva letto mai roba propria ad alta voce. Come diventava più significativa ravvivata dal suono, dal ritmo e anche dalle pause accorte e dal saggio acceleramento. I musicisti – beati loro! – hanno degli esecutori che non fanno altro che studiare il modo di regalare loro grazia ed efficacia. Degli scrittori il lettore frettoloso non mormora neppure la parola e passa da segno a segno come un viandante in ritardo su una via piana. “Come scrissi bene!” pensò Mario ammirando. Aveva letto tutt’altrimenti la prosa degli altri e, nel confronto, la sua brillava.

Dopo poche pagine il respiro di Giulio rantolò: era il segno che il suo polmone veniva privato della guida cosciente. Mario, ritiratosi nella propria stanza, non seppe staccarsi dal romanzo che lesse ad alta voce per buona parte della notte. Era stata una vera nuova pubblicazione quella. Aveva scosso l’aria ed era andata al suo cervello ed a quello degli altri per l’orecchio, l’organo nostro più intimo. E Mario sentì che la sua idea ritornava a lui nuova, abbellita, e arrivava al suo cuore per nuove vie ch’essa creava. Quale nuova speranza!

E il giorno appresso nacque la favola dal titolo: Il successo sorprendente. Eccola: «Un ricco signore disponeva di molto pane e si divertiva a sminuzzarlo agli uccellini. Ma del dono approfittava una diecina o poco più di passeri, sempre gli stessi, e buona parte del pane ammuffiva all’aria. Il povero signore ne soffriva, perché nulla è tanto disgustoso come veder poco gradito un proprio dono. Ma ebbe allora la ventura di ammalare, e gli uccellini che non trovarono più il pane cui erano usi, cinguettarono dappertutto: “Il pane che c’era sempre non c’è più, ed è un’ingiustizia, un tradimento”. Allora una moltitudine di passeri si recò a quel posto ad ammirare la provvidenza che aveva cessato di manifestarvisi, e quando il benefattore risanò, non ebbe pane abbastanza per saziare tutti i suoi ospiti».

È difficile di conoscere le origini di una favola. Il titolo solo rivela che questa dev’essere nata nella stanza dell’ammalato ove Mario aveva trovato il suo successo. Chi conosce le vie per cui si muove l’ispirazione, non si meraviglierà che dal successo tanto semplice avuto da Mario col fratello, si sia saltati a quel successo del buon diavolo della favola, che aveva avuto bisogno di ammalare per arrivarci. Non intenderà donde sieno venuti quegli uccellini tanto maliziosi che sapevano piangere in pubblico ma, per avarizia, tenevano celata ai compagni la loro buona fortuna, a meno non si supponga, ciò ch’è un po’ difficile, che il poeta, quando scrive, sia chiaroveggente, e che nel proprio successo Mario abbia intuita la malizia di Giulio. Invece bisogna pensare che quando un uomo, nella posizione di Mario, si mette ad analizzare l’elemento successo, attribuisce della malvagità a tutti, anche agli uccellini.

La sera seguente Mario si fece pregare per riprendere la lettura. «Troppo presto ti addormentasti, – disse al fratello – ed ho paura di seccarti». Ma Giulio non intendeva di rinunziare all’unica letteratura ch’era tanto immune dalla critica. Protestò che arrivava al sonno non per la noia, la quale anzi è nemica di esso, ma per il benessere assoluto che gli derivava dal piacere di sentire certi suoni e pensieri.

Perciò le cose avviate a questo modo proseguirono inalterate sino alla fine della guerra, e la guerra durò tanto che il romanzo – contrariamente a quanto aveva asserito l’unico critico che se ne fosse occupato – fu troppo corto. Ma né per Giulio né per Mario ciò fu una grande difficoltà. Giulio dichiarò: «Mi sono tanto bene abituato alla tua prosa che mi sarebbe difficile di sopportarne un’altra, di quelle irose ed enfatiche». Mario, beato, ricominciò da capo, sicuro di non annoiarsi. La propria prosa è sempre la più adatta al proprio organo vocale. Si capisce: Una parte dell’organismo dice l’altra.

E Mario, passando di successo in successo, si esponeva più inerme alla trama che si doveva ordire a suo danno.

III

Mario aveva due vecchi amici di cui uno solo doveva rivelarsi suo acerrimo nemico.

L’amico, che doveva restar tale fino alla morte, era il suo capo ufficio, un uomo di poco più vecchio di lui, il signor Brauer. Un amico intimo perché non si comportava da suo capo, ma veramente da collega. Tale rapporto di eguaglianza non era provenuto da amicizia istintiva o da convinzioni democratiche, ma dal lavoro stesso cui i due uomini da anni attendevano insieme, e nel quale ora l’uno ora l’altro era il superiore. Si sa che anche il più scalcinato dei letterati è capace di redigere una lettera meglio di chi mai s’intinse di letteratura. Restava superiore il Brauer finché si trattava d’intendere un affare, ma cedeva il suo posto a Mario quando si doveva stendere sulla carta delle offerte o delle polemiche. Oramai la collaborazione s’era fatta tanto facile che i due impiegati sembravano gli organi della stessa macchina. Mario s’era abituato ad indovinare quello che il signor Brauer volesse quando gli chiedeva di scrivere una lettera in modo da far intendere una cosa senza dirla o dirla senz’impegnarsi. Il signor Brauer era sempre quasi, ma mai interamente soddisfatto, e rifaceva spesso tutta la lettera spostando le parole e le frasi di Mario che conservava immutate con un cieco rispetto. Correggendo, il signor Brauer si faceva più amabile che mai, e si scusava dicendo: «Voialtri letterati avete un modo troppo speciale di esprimervi. Non fa per gli uomini comuni che trafficano». E Mario era tanto poco offeso da tale critica che faceva del suo meglio per meritarla: cacciava nelle sue lettere più preziosità che non nelle sue favole. Poi s’affrettava a riconoscere che la lettera rifatta dal Bauer era più commerciale della sua, perché quello era il modo più sicuro di non sentir più parlare di quella lettera che l’annoiava.

Tanti capolavori fatti in collaborazione avevano creato fra i due una dolce intimità. Ambedue riconoscevano i meriti dell’altro. Ma c’era di più: nessuno dei due invidiava la superiorità dell’altro. Per il Brauer era una grande sventura quella di essere nato scrittore, e coloro cui era toccata senza nessuna colpa una disgrazia simile, avevano diritto ad ogni protezione da parte dei compagni più fortunati. Per Mario, poi, la capacità commerciale era proprio quella che egli non aveva mai ambita.

Soltanto Mario non era molto persuaso che il Brauer meritasse un salario tanto più alto del suo. Occorse tale invidia per far nascere la favola. Dunque anche il povero Brauer si mutò in un passerotto, ma fu accompagnato nella sua metamorfosi da Mario stesso. Ai due passeri naturalmente veniva offerto del pane perché essi esistono perché la bontà umana possa esercitarsi a buon mercato. Il Brauer volava ad esso per la via più diritta, e perciò più bassa. Mario volava in alto ed è così che arrivava in ritardo. Ma digiunava volentieri confortato dalla bellezza della vista di cui dall’alto aveva potuto godere.

Bisogna anche dire che Mario era un ottimo impiegato e che non aveva bisogno del pungolo per fare il proprio dovere. Oltre a quelle lettere che faceva in collaborazione, a lui incombevano anche molte registrazioni ed altri lavori d’ordine inferiore che in commercio spettano di diritto ai letterati che non sanno fare altro. Anche per questi lavori fatti da Mario con grande coscienziosità, il Brauer gli era riconoscente perché così aveva più tempo per dirigere gli affari com’era il suo desiderio ed il suo dovere. Diventava così sempre più accorto e doveva venire il momento in cui la sua scienza commerciale sarebbe stata più utile a Mario di quanto la letteratura di questo mai fosse stata di vantaggio a lui.

L’altro amico di Mario, quegli che presto doveva rivelarsi suo nemico, era un certo Enrico Gaia, commesso viaggiatore. In gioventù, per un breve periodo, aveva tentato di fare delle poesie, e s’era trovato allora associato a Mario, ma poi in lui il commesso viaggiatore aveva strangolato il poeta, mentre, nell’inerzia dell’impiego, Mario aveva continuato a vivere di letteratura, cioè di sogni e di favole.

Non è mestiere da dilettante quello del commesso viaggiatore. Prima di tutto egli passa la vita lontano dal tavolo, l’unico posto ove si possa fare e versi e prosa; ma poi il commesso viaggiatore corre, viaggia e parla, soprattutto parla fino all’esaurimento. Forse non era stato tanto difficile di sopprimere nel Gaia la letteratura. Egli era passato per quel periodo d’idealismo che talvolta preludia anche alla formazione dei negrieri, e di tale periodo non restava maggior traccia in lui che nell’insetto alato della larva. Si sarebbe potuto macinarlo tutto, eppoi analizzarlo, senza scoprire nel suo organismo una sola cellula foggiata per servire ad altro che a fare dei buoni affari. Mario, un po’ ingiusto, non gli perdonava una trasformazione tanto radicale, e pensava: Quando si vede un passero in gabbia fa compassione, ma anche ira. Se si è lasciato prendere vuol dire che un poco già apparteneva alla gabbia, e se poi l’ha sopportata, è prova certa che non meritava altro destino.

Però il Gaia era apprezzatissimo quale commesso viaggiatore, e non bisogna disprezzarlo, perché un buon commesso viaggiatore è la fortuna della propria famiglia, della ditta che lo assunse e persino della nazione in cui nacque. Tutta la sua vita aveva fatte le piccole città dell’Istria e della Dalmazia, e poteva vantarsi che quand’egli arrivava in una di quelle città, per una parte della popolazione (i suoi clienti) il ritmo monotono della vita di provincia si accelerava. Egli viaggiava accompagnato da una chiacchiera inesauribile, dall’appetito e dalla sete, insomma le tre qualità sociali per eccellenza. Adorava la burla come gli antichi toscani, ma pretendeva che la sua fosse una burla più amabile. Non v’era cittadella per cui fosse passato, dove non avesse designato lui la persona da burlare. Così i suoi clienti lo ricordavano anche quand’era partito, perché continuavano a divertirsi sulla traccia da lui segnata.

Forse quest’amore alla burla era il residuo delle sue tendenze artistiche soppresse. È infatti un artista il burlone, una specie di caricaturista il cui lavoro non è agevolato dal fatto ch’egli non ha da lavorare, ma da inventare e mentire in modo che il burlato si faccia la caricatura da sé. Un lavoro delicato precede e accompagna la burla, e si capisce che una burla riuscita resti immortale. Vero è che se ne parla di più se la raccontò un uomo come Shakespeare, ma dicesi che anche prima di lui si parlasse molto di quella fatta da Jago.

Può anche essere che le altre burle del Gaia fossero più innocue di questa di cui qui si tratta. In Istria e in Dalmazia le burle dovevano promuovere i buoni affari. Quella ch’egli fece a Mario fu invece intinta di vero odio. Sì. Egli odiava ferocemente il suo grande amico. Non ne era forse del tutto consapevole, perché egli era anzi convinto di non sentire altro che una viva compassione per Mario, quel disgraziato che era tanto presuntuoso, e non aveva nulla a questo mondo, cacciato com’era in un impieguccio nel quale mai avrebbe potuto progredire. Quando parlava di Mario, egli sapeva atteggiare la faccia a compassione, ma torcendo le labbra in modo da significare anche una minaccia.

Lo invidiava. Il Gaia apparteneva alla gozzoviglia come Mario apparteneva alla favola. Mario sorrideva sempre e lui rideva molto, ma con interruzioni. La favola accompagna sempre come un’ombra luminosa accanto a quella oscura gettata dal corpo, mentre la gozzoviglia, se si accompagna all’ombra, è atroce. Perché essa è un delitto contro il proprio organismo, che è seguito immediatamente (specie ad una certa età) dal più forte dei rimorsi in confronto al quale quello di Oreste che ammazzò la propria madre, fu lievissimo. Al rimorso va sempre unito lo sforzo di mitigarlo, spiegando e scusando il delitto, magari asserendo ch’è il destino umano di commetterlo. Ma come avrebbe potuto il Gaia proclamare in buona fede che si dedicano alla gozzoviglia tutti quelli che possono, avendo sempre presente Mario?

Poi c’era quella benedetta letteratura che lavorava anch’essa ad intorbidare l’anima del Gaia, che pur ne sembrava nettato. Non si passa impunemente, e sia pure per il più breve spazio di tempo, per un sogno di gloria, senza poi rimpiangerlo per sempre, e invidiare colui che lo conserva, anche se non raggiungerà giammai la gloria. A Mario quel sogno trapelava da ogni poro della sua pelle tanto facile al rossore. Il posto che non gli era concesso nella repubblica delle lettere, egli lo pretendeva e lo occupava, quasi segretamente, ma non perciò con meno diritto o con restrizioni. Egli diceva bensì a tutti che da anni non scriveva nulla (esagerando perché c’erano le storie degli uccelletti) ma nessuno gli credeva, e bastava questo per attribuirgli per consenso generale una vita più alta, più alta di tutto quanto lo contornava.

Meritava perciò l’invidia e l’odio. Enrico Gaia non gli risparmiava i sarcasmi e sapeva talvolta anche sopraffarlo parlandogli di affari e di posizione economica. Ma ciò non gli bastava, perché Mario stesso amava di ridere del proprio stato. Il Gaia avrebbe voluto strappargli il sogno felice dagli occhi a costo di acciecarlo. Quando lo vedeva entrare in caffè con quella sua aria di chi guarda le cose e le persone con l’eterna, viva, serena curiosità dello scrittore, egli diceva torvo: «Ecco il grande scrittore». E infatti Mario aveva l’aspetto e la felicità del grande scrittore.

Nelle favole il Gaia non apparve. Però un giorno Mario apprese che i piccoli uccelli sono voracissimi: in un giorno ingoiano tanta di quella roba sminuzzata che il suo complesso peserebbe quanto tutto il loro corpo. Perciò era stato tanto difficile di trovare fra i passeri uno che somigliasse al Gaia. Se tutti almeno per una loro qualità lo ricordavano. E Mario scoperse subito in tale somiglianza la contraddizione che sarebbe potuta in avvenire assurgere a favola: «Mangia come un passero ma non vola». E più tardi: «Non vola e la sua paura è proprio verde». Alludeva certo al Gaia che una sera, dopo di aver ferito un amico con una maldicenza, era dovuto fuggire dal caffè a gambe levate.

IV

Il 3 Novembre 1918, la giornata storica di Trieste, sarebbe stato veramente poco adatto alla burla.

Alle otto di sera, pregato dal fratello che dal letto anelava ad altre notizie dopo di aver avuto la relazione dello sbarco degl’italiani, Mario si recò al caffè a prendere quell’intruglio raddolcito dalla saccarina che i Triestini s’erano abituati a considerare caffè.

Dei suoi conoscenti trovò il solo Gaia, che su un sofà riposava stanco d’essere stato in piedi un paio d’ore. Mi dispiace per lui, ma bisogna confessare che il Gaia aveva realmente l’aspetto dello spirito del male. Perciò non era mica brutto. A cinquantacinqu’anni i suoi capelli bianchi avevano un candore che rifletteva la luce come se fosse stato metallico, mentre i suoi mustacchi che coprivano le sue labbra sottili erano tuttavia bruni. Era magro, non grande, e si sarebbe potuto credere agile se non si fosse tenuto un po’ curvo, e se il suo corpicciuolo non fosse stato gravato dalla prominenza di una pancetta pur sproporzionata e sporgente più giù di quelle solite degli uomini che la devono all’inerzia o al solo appetito, una di quelle pancie che i tedeschi, che se ne intendono, attribuiscono all’effetto della birra. I suoi piccoli occhi neri ardevano di una malizia allegra e di presunzione. Aveva la voce roca del beone, e talvolta la urlava perché aveva per massima che bisognava parlare un po’ più forte del proprio interlocutore. Zoppicava come Mefistotele, ma, a differenza di costui, non sempre della stessa gamba, perché il reuma lo afferrava ora a destra ed ora a sinistra.

Più vecchio di lui, Mario era tuttavia, ad onta di una canizie estesa a tutto il suo pelo, come usano a quell’età le persone serie, evidentemente biondo su tutta la faccia rosea, serena, riposata.

Il Gaia si eccitava parlando dei varii episodi cui aveva assistito nel pomeriggio. Faceva della retorica, perché era venuto il momento di gonfiare il suo patriottismo che non era stato grande prima dell’arrivo degl’italiani. Sapeva gonfiare tutto, lui, essendo sempre pronto ad accalorarsi per qualunque cosa piacesse a coloro ch’eran o potevano divenire suoi clienti.

Echeggianti da lontano, anche le parole che disse Mario potrebbero ora essere tacciate di retorica. Ma bisogna ricordare che quel giorno era dovere della parola, specie in bocca di chi per destino non aveva agito, di essere anch’essa forte ed eroica. Mario tentò di affinarsi per essere all’altezza della situazione e, com’è naturale, ricordò di essere un letterato. La parte più fine della sua natura si destò per protendersi alla storia. Disse letteralmente: «Vorrei saper descrivere quello che oggi sento. – E, dopo una lieve esitazione: – Bisognerebbe avere una penna d’oro con cui vergare le parole su una pergamena alluminata».

Era una rinunzia, perché fra altre molte cose, a Trieste mancavano allora penne d’oro e pergamene alluminate. Ma al Gaia parve tutt’altro, e s’arrabbiò come sanno arrabbiarsi i beoni.

Gli parve cosa enorme che il Samigli osasse anche solo menzionare la propria penna al cospetto di un avvenimento d’importanza storica. Strinse le labbra come per nascondere nella bocca un grosso insulto che vi si formava per genesi spontanea, poi riaperse il pugno, che s’era stretto da sé, mentr’egli guardava il naso roseo del letterato, ma non seppe trattenere la reazione più efficace della parola e anche del pugno, ch’era stata pensata da lungo tempo, ma che mancava ancora della maturità che le può venire dall’accurata preparazione: La burla si scaricò sul capo del povero Mario come se si fosse trattato di un esplosivo che per caso avesse trovato il contatto col fuoco. Così il Gaia imparò che anche la burla come tutte le altre opere d’arte può essere improvvisata. Egli non credeva al suo successo e si preparava ad annullarla dopo di essersene servito a manifestare il suo disprezzo a quel presuntuoso. Poi, invece, Mario abboccò tanto bene che liberarnelo sarebbe costato uno sforzo grande. E il Gaia lasciò vivere la burla, ricordando come a Trieste vi fossero pochi divertimenti. Bisognava rifarsi di un’epoca troppo lunga di serietà.

La iniziò con veemenza: «Dimenticavo di dirtelo. Tutto si dimentica in una giornata simile. Sai chi ho visto nella folla plaudente? Il rappresentante dell’editore Westermann di Vienna. M’avvicinai a lui per seccarlo. Applaudiva anche lui che non sa una parola di italiano. E invece che risentirsi, mi parlò subito di te. Mi domandò quali impegni tu avessi col tuo editore per quel tuo vecchio romanzo Una Giovinezza. Se non erro, tu l’hai venduto quel libro?».

«Nient’affatto, – disse Mario con grande calore. – È mio, del tutto mio. Pagai le spese dell’edizione fino all’ultimo centesimo, a dall’editore non ebbi mai niente».

Parve che il commesso viaggiatore desse grande importanza a quanto apprendeva. Egli ben sapeva quale aspetto dovesse assumere un uomo quando improvvisamente vede affacciarsi la possibilità di un buon affare, perché egli aveva almeno una volta al giorno quell’aspetto. Si raccolse e s’inarcò come se avesse voluto prendere uno slancio:

«C’è allora la possibilità di vendere quel romanzo – esclamò – Peccato ch’io non lo avessi saputo. E se ora buttano subito fuori di Trieste quel tedescone? Addio affare! Pensa ch’egli è venuto a Trieste proprio per trattare con te».

Mario era indignato, e bisogna constatare con un po’ di sorpresa che l’indignazione fu il primo suo sentimento all’annunzio dell’inaspettato successo, mentre non aveva mai conosciuto l’indignazione nei lunghi anni di vana attesa. Come aveva potuto credere il Gaia che il romanzo non fosse più suo? Chi mai in quegli anni aveva domandato di acquistarlo? E fu oppresso da un’ira ch’era insopportabile, perché subito intese che non doveva rivelarla. Egli era ora tutto nelle mani del Gaia e vedeva che non doveva offenderlo. Ma con dolore pensò che si trovava nelle mani di persona che con la sua leggerezza minacciava di rovinarlo.

Bisognava ricordare come il mondo apparisse sconvolto e disordinato in quei giorni. Se il rappresentante dell’editore era sparito nella folla, e non ci pensava lui stesso a riapparire, convinto com’era che l’affare di cui era incaricato fosse già stato fatto da altri, sarebbe stato impossibile rintracciarlo. Non c’era mai stata a questo mondo una folla simile a quella che si muoveva allora fra Triste e Vienna, attaccata agli scarsi treni ferroviari, o in forma d’ininterrotta fiumana, a piedi, sulle vie maestre, composta dall’esercito in fuga e da borghesi emigranti o rimpatrianti, tutti anonimi, ignoti come schiere di bestie cacciate dall’incendio o dalla fame.

Non dubitò un istante della perfetta verità delle comunicazioni del Gaia. Doveva essere più disposto alla credulità in seguito a quel successo di ogni sera del suo romanzo nella stanza del fratello. E quando, molto tempo dopo, seppe della trama ordita ai suoi danni, per scusare verso se stesso la propria dabbenaggine, propose la favola in cui si racconta che molti uccelli perirono perché sullo stesso posto s’annidarono due uomini di cui uno buono e generoso, e l’altro malvagio. Su quel posto, per lungo tempo, ci fu il pane del primo, in ultimo la pania dell’altro. Proprio com’è insegnato in un libercolo in cui s’insegna scientificamente l’insidia agli alati e che qui naturalmente non si nomina.

Il Gaia sfruttò meravigliosamente lo stato d’animo di Mario, che gli si rivelò intero. Ebbe il solo torto di credersi molto astuto. Non lo era più di un cacciatore comunissimo che conosca le abitudini della propria preda. Forse esagerò l’astuzia. Prima di mettersi a correre in cerca della persona tanto importante, che forse stava allontanandosi da Trieste, egli esigette da Mario una dichiarazione scritta con la quale gli veniva assicurata una provvigione del cinque per cento. Mario trovò la proposta equa, ma visto che bisognava attendere che il lento cameriere procurasse la penna e la carta, propose che il Gaia, per non perdere tempo, se ne andasse subito, mentre lui avrebbe stesa la dichiarazione e gliel’avrebbe consegnata il giorno dopo. Ma il Gaia non volle. Per andare sicuri gli affari non si potevano trattare che in un modo solo. E con tutta cura fu redatta la dichiarazione con cui Mario impegnava sé e gli eredi a versare al Gaia la provvigione su qualunque importo che ora od in avvenire gli fosse pagato dall’editore Westermann. Alla dichiarazione, Mario, di propria iniziativa, aggiunse un’espressione di gratitudine che non era altro che una falsità, perché gli era stata suggerita dal suo desiderio di celare due suoi rancori, di cui il primo, fortissimo, per la leggerezza con cui il Gaia aveva compromesso i suoi interessi, ed il secondo – molto meno forte – per la sfiducia che gli aveva dimostrata esigendo prontamente quella dichiarazione.

Poi il Gaia ebbe anche lui fretta, e corse via non vedendo l’ora di poter ridere liberamente. Mario sarebbe corso volentieri con lui per abbreviare la propria ansietà, ma il Gaia non volle. Prima doveva ripassare nel proprio ufficio, poi correre da un cliente dal quale forse avrebbe potuto sapere l’indirizzo del tedesco, e infine si sarebbe recato in un certo luogo ove sicuramente il casto Mario non avrebbe accettato di seguirlo, e dove sicuramente si trovava il tedesco, se era ancora a Trieste.

Prima di abbandonarlo, volle rasserenare Mario e provargli che il proprio errore non aveva una grande importanza. Ora che ci pensava – dichiarò – ricordava che il rappresentante di Westermann era nato bensì di famiglia tedesca, ma in Istria. Perciò sarebbe divenuto cittadino italiano per nascita, e non si poteva espellere.

Questo fu l’unico atto suo che provasse la sua qualità di burlone accorto. Non gli era sfuggito il grande rancore di Mario, e trovava che non era quella l’ora di provocarlo.

Perciò quando Mario uscì dal caffè, si trovò nella notte oscura in pieno e sicuro successo. Non sarebbe stato così se ancora avesse potuto temere che il tedesco fosse stato costretto ad abbandonare Trieste. Egli respirò profondamente, e gli sembrò che mai in vita sua avesse avuto di quell’aria. Tentò di sedare la grande agitazione che lo affannava e si sforzò di considerare quell’avventura come cosa nient’affatto straordinaria. Semplicemente la meritava e gli accadeva, ciò ch’era la cosa più naturale di questo mondo. Era straordinario non gli fosse accaduta prima. Tutta la storia della letteratura era zeppa di uomini celebri, e non già dalla nascita. A un dato momento era capitato da loro il critico veramente importante (barba bianca, fronte alta, occhi penetranti) oppure l’uomo d’affari accorto, un Gaia reso più importante da qualche tratto del Brauer ch’era troppo pesante per l’abitudine alla dipendenza, e non poteva perciò impersonare un creatore d’affari, ed essi subito assurgevano alla fama. Perché la fama arrivi, infatti, non basta che lo scrittore la meriti. Occorre il concorso di uno o più altri voleri che influiscano sugl’inerti, quelli che poi leggono le cose che i primi hanno scelto. Una cosa un po’ ridicola, ma che non si può mutare. E succede anche che il critico non capisca nulla del mestiere altrui, e l’editore (l’uomo d’affari) nulla del proprio, e l’esito resti il medesimo. Quando i due s’associano, l’autore anche se non lo merita, è fatto per un tempo più o meno lungo.

Era fine assai Mario a vedere le cose a quel modo, in quel momento. Meno fine quando aggiunse con tranquillità: «Meno male che il caso mio è diverso».

Perché non era venuto da lui il critico invece dell’uomo d’affari? Si consolò pensando che certo il Westermann era stato indotto a quell’affare dal critico. E finché durò la burla, egli sognò di tale critico, ne costruì l’aspetto e l’indole, attribuendogli tante di quelle virtù e tanti di quei difetti da farne una persona più grossa delle solite viventi. Sicuramente era un critico cui non importava affatto della propria persona, e non era affatto come gli altri critici che quando leggono gettano su ogni pagina l’ombra del proprio naso torbido. Egli non cianciava, ma agiva, ciò ch’era molto strano per un uomo la cui sola azione consisteva in un giudizio sulla forza della parola altrui. Era più sicuro dei soliti critici, perché non era soggetto che ad un errore solo (piuttosto grosso) e non a tanti da riempirne varie colonnine di giornale. Una potenza! L’anima estetica del Westermann, il suo occhio che mai si chiudeva, perché altrimenti all’editore poteva toccar di pagare per vere delle pietre false, come Mario, che non se ne intendeva, supponeva potesse succedere ai gioiellieri. E freddo, freddo: come una macchina che non conosce che un solo movimento. In mano sua l’opera acquistava tutto il suo valore e non di più, e diveniva inerte come una merce che passa per le mani di un intermediario, e non vi lascia altro che un beneficio in denaro. Non conquideva, ma era afferrata, pesata e misurata, consegnata ad altri e dimenticata, perché non intralciasse l’opera della macchina subito rimessa in moto. Dopo letto il romanzo del Samigli, il critico era andato dal Westermann e gli aveva detto: «Ecco l’opera che fa per voi. Vi consiglio di telegrafare subito al vostro rappresentante di Trieste d’acquistarla a qualunque prezzo». Così il suo compito era esaurito. Che cosa gli sarebbe costato d’inviare al Samigli una cartolina postale per dirgli la parola intelligente ch’egli solo era capace di formulare? Così, proprio così era fatto il miglior critico del mondo. E pensare che valeva la pena di scrivere, solo perché a questo mondo esisteva un mostro simile!

Si può dire perciò che la burla del Gaia minacciava di farsi importantissima, perché subito all’inizio falsava l’aspetto del mondo. E quando Mario dovette ricredersi, se la prese in una favola proprio col critico ch’egli aveva creato, e l’unico critico ch’egli avesse amato. Ad un passerotto famelico avvenne di trovare un giorno molte briciole di pane. Credette di doverle alla generosità del più grosso animale che avesse mai visto, un pesante bove che pascolava su un campo vicino. Poi il bove fu macellato, il pane sparì, e il passerotto pianse il suo benefattore.

Vero esempio d’odio tale favola. Far di se stesso una bestia cieca e sciocca come quel passerotto pur di poter fare una grossissima bestia anche del critico.

Tanto grande riteneva Mario il suo successo che prese una decisione che pur doveva attenuare l’effetto della burla. Per il momento non bisognava dire a nessuno della buona fortuna toccatagli. Quando il suo libro fosse stato pubblicato in tedesco, la meraviglia in città e in tutta la nazione sarebbe stata maggiore se inaspettata. A lui che aveva atteso il successo per tanti anni, non doveva essere grave di restarne privo qualche tempo ancora.

Il fratello, già coricato, cominciò con l’enunciare un dubbio sulla verità della comunicazione del Gaia, ma così, quasi macchinalmente, quel dubbio da cui si è colti ad ogni notizia sorprendente. Però subito, volonteroso, lo eliminò persino dall’intimo dell’animo suo, visto che poteva diminuire la gioia del fratello. Non conosceva il Gaia e perciò quel dubbio mancava di ogni base. Di sotto al berretto da notte, i suoi occhi vividi partecipavano a tanta gioia. Le cose nuove lo turbavano e non pensava gli dessero salute, ma la gioia di Mario doveva essere anche la sua. Intera, quantunque, quando Mario parlò della loro futura ricchezza, egli non ne vide l’importanza. Più caldo di così il suo letto non sarebbe stato, e sarebbero aumentate le tentazioni dei cibi più ricchi che minacciavano la sua salute.

Per lui già la prima serata fu molto meno gradevole delle solite. Ecco che rifattosi vivo, il romanzo provocava la critica inquietante di Mario. Ad ogni tratto il lettore s’interrompeva per domandare: «Non sarebbe meglio dire altrimenti?». E proponeva nuove parole, esigendo che il povero Giulio l’aiutasse a decidere. Niente di violento ma abbastanza per togliere alla lettura il suo carattere di ninna nanna. Per rispondere alle domande di Mario, Giulio due o tre volte spalancò gli occhioni spaventati quasi volesse dimostrare di ascoltar le parole che gli erano rivolte. poi ebbe una trovata che per quella sera protesse il suo sonno: «A me sembra, – mormorò – che non si debba mutare nulla a una cosa che come sta raggiunse il successo. Se la muti, forse il Westermann non la vorrà più».

Questa trovata valeva quell’altra che aveva protetto il suo sonno per tanti anni. Per quella sera servì perfettamente. Mario abbandonò la stanza, ma fu meno attento del solito, e sbatté la porta in modo che il povero malato diede un balzo.

A Mario pareva che Giulio non lo assistesse come avrebbe dovuto. Ecco che lo lasciava solo con quel successo campato in aria, inquietante più che una minaccia. Andò a letto, ma l’intontimento che precede il sonno fu quella sera terribile. Vedeva il suo successo impersonato dal rappresentante di Westermann, trascinato lontano, lontano, verso il settentrione, e ucciso dalla folla armata e imbestialita. Che ansia! Egli dovette riaccendere il lume per ricordare che morto il rappresentante suo, restava il Westermann che non era altri che una società per azioni non esposta a morte fisica.

Fatta la luce, Mario cercò la favola. Credette di trovarla nel rimprovero ch’egli si faceva di non saper godere tranquillamente della promessa di tanta buona fortuna. Diceva ai passeri: «Voi che non provvedete affatto per l’avvenire, dell’avvenire certo nulla sapete. E come fate ad essere lieti se nulla aspettate?». Infatti egli credeva di non saper dormire dalla troppa gioia. Ma gli uccelletti erano meglio informati: «Noi siamo il presente, – dissero – e tu che vivi per l’avvenire, sei tu forse più lieto?». Mario confessò di aver sbagliata la domanda, e si propose di rifare in tempi migliori una favola che dimostrasse la sua superiorità sugli uccellini. Con una favola si può arrivare dove si vuole quando si sa volere.

Il Brauer, cui Mario il giorno dopo raccontò la sua avventura, fu sorpreso, ma non eccessivamente: sapeva anche di altre merci che acquistavano da un momento all’altro del valore dopo di essere state spregiate non per soli quarant’anni, ma per varî secoli. Di letteratura se ne intendeva poco, ma sapeva che talvolta, benché raramente, veniva retribuita. Ebbe una paura: «Se tu fai fortuna con le belle lettere, finirai con l’abbandonare quest’ufficio».

Mario, modestamente, osservò che non credeva che il suo romanzo avrebbe potuto assicurargli la vita. «Tuttavia – aggiunse con un po’ di alterigia – domanderò mi sia fatta una posizione più conforme al mio valore». Egli, in verità, non pensava ad un mutamento di posizione in quell’ufficio dal lavoro tanto facile, ma gli uomini intinti di lettere amano di poter dire certe parole. È il premio più pregiato al loro valore.

In quel momento gli fu portato un biglietto del Gaia, col quale veniva invitato a trovarsi in punto alle undici al caffè Tommaso. Il rappresentante del Westermann era stato trovato. Mario corse via non senza aver pregato prima il Brauer di non propalare ancora la notizia.

V

Il Gaia, Mario e il rappresentante di Westermann furono tanto puntuali che si trovarono insieme alla porta del caffè. Vi si trattennero parecchio perché vi costituirono una piccola torre di Babele. Mario seppe dire in tedesco due parole con cui esprimeva il piacere di fare la conoscenza del rappresentante di una ditta tanto importante. L’altro, in tedesco, disse di più, molto di più, e non tutto andò perduto perché il Gaia assiduamente tradusse: «L’onore di conoscere… l’onore di trattare… l’opera insigne che il suo principale a tutti i costi voleva possedere».

Anche il Gaia, con fare più villano che deciso, disse qualche parola che subito tradusse: Aveva dichiarato che il Westermann avrebbe potuto avere il romanzo quando l’avesse pagato. Si trattava qui di un affare e non di letteratura. Dicendo quest’ultima parola ebbe una smorfia di disprezzo, ciò ch’era imprudente. Perché maltrattare la letteratura se era vero che qui si trasformava in buon affare? Ma il Gaia dava dei colpi alla letteratura per poter colpire il letterato, dimenticando che per burla avrebbe dovuto tenerlo in piena gloria. E nel corso del discorso, una volta seppe dire a Mario: «Tu stai zitto perché non capisci niente». Mario non protestò: certo il Gaia voleva attribuirgli dell’ignoranza solo in affari.

Poi il Gaia si seccò di stare lì all’aria aperta. Era calata una leggera nebbiolina umida, destinata ad essere spazzata dalla bora che doveva funestare quelle celebri giornate. Il Gaia spinse la porta del caffè e, senza complimenti, concedendosi lo sfogo di ridere clamorosamente, entrò per primo, zoppicando.

Gli altri due s’attardarono ancora in complimenti prima di varcare la soglia, e Mario ebbe il tempo di studiare la persona tanto importante che vedeva per la prima volta. Non l’avrebbe rivista più, ma mai più la dimenticò. Dapprima la ricordò come una persona molto buffa, resa anche più ridicola dall’importanza del messaggio di cui era incaricata. Poi il ricordo non si alterò di molto: La persona rimase ridicola, ma l’inferiorità di essa riverberò dolorosamente su lui stesso, perché egli le aveva permesso di calpestarlo e di fargli del male. Le sue ferite si facevano più dolorose perché inferte da una mano simile. Si può dire che Mario non era un cattivo osservatore, ma che era, purtroppo, un osservatore letterario, di quelli che possono essere truffati col minimo sforzo, perché sanno fare l’osservazione esatta per deformarla subito a forza di concetti. Ora i concetti non mancano mai a chi ha un po’ d’esperienza di questa vita, dove le stesse linee e gli stessi colori s’adattano alle più varie cose, che solo il letterato ricorda tutte.

Il rappresentante dell’editore Westermann era una personcina dinoccolata priva dell’autorevolezza che conferisce una certa proporzionata abbondanza di carne e di grasso, e resa sgraziata da uno sviluppo addominale eccessivo che trapelava persino oltre alla pelliccia. Fin qui somigliava al Gaia. La sua pelliccia dal collare ricco, di pelo di foca, era la cosa più importante di tutto l’individuo, e molto più importante della giacca e dei calzoni sdruciti che s’intravvedevano. Non fu mai deposta, anzi riabbottonata subito dopo che s’era dovuta schiudere per dar l’accesso ad una tasca interna. L’alto collare coronò sempre la faccina fornita di una barbetta e di mustacchi radi e fulvi sotto ad una testa radicalmente calva. Ed un’altra cosa Mario osservò: il tedesco si teneva tanto rigido nella pelliccia in cui era sepolto, che ogni suo movimento appariva angoloso.

Era più brutto del Gaia, ma al letterato parve naturale gli somigliasse. Perché chi commercia i libri non deve somigliare a colui che s’occupa di vino? Anche per il vino c’era stato qualche cosa di supremamente fine che aveva preceduto e creato il suo commercio: la vigna e il sole. Quanto al sussiego con cui veniva portata a passeggio quella pelliccia, visto ch’esso legava un individuo della specie del Gaia, non era difficile d’intendere perché esso fosse stato adottato. Mario non pensò che quello di tenersi rigidi era un modo di soffocare un imperioso bisogno di ridere, ma ricordò invece che la rigidezza era propria di codesta categoria di persone, gli agenti di commercio, che vogliono apparire qualche cosa che non sono e che se non sorvegliassero tradirebbero il loro vero essere. Tutto questo fu pensato da Mario con un certo sforzo. Pareva lavorasse per facilitare il buon esito della burla. E pensò ancora che il critico di casa Westermann era rimasto a casa, ma era rimasto a casa anche il grande uomo d’affari. Non era facile il viaggiare allora, e si vede che per portare a termine un tale affare bastava incaricarne un coso simile, un amico del Gaia.

Attorno al tavolo, nel caffè a quell’ora deserto, ci fu ancora un po’ di torre di Babele. L’agente di Westermann tentò di spiegare qualche cosa in italiano, e non vi riuscì. Il Gaia intervenne: «Costui vuole una tua espressa conferma che io ho la facoltà di trattare per te. Io potrei offendermi della sua diffidenza, ma capisco che gli affari sono affari. Del resto ci sei anche tu, ma egli dice di non intenderti». Mario protestò in italiano che quello che il Gaia aveva stabilito era impegnativo per lui. Lo disse scandendo le sillabe, e il tedesco asserì di aver capito e di accontentarsi.

Il Gaia offerse il caffè, e subito il rappresentante di Westermann trasse dalla tasca di petto delle carte di formato grande, il contratto già pronto in duplice copia. Lo stese sul tavolo e vi si chinò con tutto il petto. Mario pensò: “Che soffra anche di lombaggine?”.

Aveva fretta il Gaia. Strappò le carte all’altro e si mise a tradurre a Mario il contratto. Trascurò molte clausole che erano adottate per tutti i suoi contratti dalla grande ditta editrice, e parlò di tutti i vantaggi ch’egli con quel contratto aveva procurato a Mario. Egli diceva proprio le parole che avrebbe impiegate se non si fosse trattato di un affare per burla: «Capirai che mi sono meritata la mia provvigione. Ho passata tutta la notte a discutere con costui. – E si permise di schizzare un po’ di quel veleno di cui era pieno: – Tu, se io non t’aiutavo, non avresti saputo far nulla».

In forza di quel contratto il Westermann avrebbe pagato a Mario duecentomila corone, e acquistava così il diritto di traduzione del romanzo in tutto il mondo. «Per l’Italia rimani tu il proprietario. Ho pensato di riservare a te questa proprietà, perché chissà che valore potrà acquistare il romanzo in Italia quando si saprà ch’è stato tradotto in tutte le lingue. – Per essere più chiaro ripeté:– L’Italia resta a te, intera». E non rise, il volto addirittura ghiacciato nell’espressione dell’uomo che aspetta consenso e plauso.

Mario ringraziò con effusione. Gli pareva di vivere in un sogno. Avrebbe abbracciato il Gaia, e non perché gli aveva regalato l’Italia, ma perché prevedeva che anche in Italia, presto, il romanzo si sarebbe conquistato il suo posto al sole. Si rimproverava l’istintiva antipatia che per lui aveva sempre sentita, e s’andava persuadendo all’affetto: “È più che buono, è utile. Ci guadagno io, ed è tanto bello da parte sua di dimostrarsene soddisfatto”.

Ricordava però l’angoscia sofferta la notte e, attaccandosi affettuosamente al braccio del Gaia, propose che nel contratto fosse inserita una clausola che obbligasse il Westermann alla pubblicazione del romanzo almeno in tedesco prima della fine del diciannove. Aveva fretta il povero Mario, e avrebbe voluto anche sacrificare una parte delle duecentomila corone, se con ciò avesse potuto affrettare l’avvento del grande successo. «Io non sono più tanto giovine – disse per scusarsi – e vorrei veder tradotto il mio romanzo prima della mia morte».

Il Gaia era indignato, e il suo disprezzo per Mario cresceva nella proporzione in cui aumentava l’affetto di questo per lui. Ci voleva una bella presunzione a discutere la proposta che gli veniva fatta per quello straccio di romanzo privo di valore.

Come aveva saputo celare il riso, così soppresse – e con la stessa fatica – ogni manifestazione di disdegno, e per poter ridere meglio più tardi, avrebbe anche voluto trovare il modo d’inserire nel contratto la clausola desiderata da Mario. Ma non c’era posto in quelle pagine (veramente dedicate ad un contratto per il trasporto di vino in vagoni cisterna) eppoi non c’era la possibilità di lavorare in presenza di Mario o anche di fingere di lavorare con quella voglia di schiattare dal ridere in corpo. Il Gaia, dopo un momento di esitazione riempito da tanta malizia che si sentì costretto a coprirsi la faccia con la mano per grattarsi prima il naso, poi la fronte e infine il mento (sapeva forse ridere con una parte del viso alla volta) si mise gravemente a discutere la domanda di Mario. Dapprima emise il dubbio che forse il Westermann si sarebbe potuto seccare di tante pretese, eppoi, vedendo che Mario appariva dolente di vedersi negata una domanda che non danneggiava in niente il Westermann, e dava tanta quiete a lui, ebbe un’alzata d’ingegno: «Ma non credi che chi pagò duecentomila corone avrà ogni ragione d’affrettarsi a far fruttare il suo denaro?».

Mario riconobbe la bontà dell’argomento, ma il suo desiderio era tanto forte che qualunque argomento non sarebbe bastato ad annullarlo. Attendere ancora? Che cosa avrebbe fatto tutto quel tempo? Le favole non si fanno che in giornate ricche di sorprese. Aspettare è un’avventura, anzi una sventura sola, e può dare una favola sola, ch’egli aveva già fatta: la storia di quel passero che moriva di fame aspettando del pane là ove, per caso, una volta sola ne era stato sparso (esempio d’ingordigia e d’inerzia associate, che si ritrova talvolta nelle favole): Mario era esitante. Cercò e non trovò qualche altra parola (non troppo forte) per insistere nella propria preghiera. E ci fu perciò un’altra pausa nelle trattative. Il Gaia centellinava il suo caffè e aspettava il consenso di Mario, che, evidentemente, non poteva mancare. Mario guardava la calvizie del rappresentante di Westermann, il quale rileggeva attentamente il contratto ficcandoci il naso lungo, affilato, sul quale tremavano gli occhiali. Perché tremavano quegli occhiali? Forse perché quel naso passava sul contratto da parola a parola, per vedere se il desiderio di Mario vi fosse già appagato. La calvizie del tedesco, che gli era rivolta come una faccia muta, cieca e priva di naso, era molto seria, perché le mancavano gli organi per ridere. Anzi – pelle rossa sporcata da qualche pelo fulvo – era tragica. “Infine – pensò Mario – avrò pazienza e non appena avuti i denari potrò render pubblico il mio successo. Sarà come se il libro fosse stato già tradotto”. E, rassegnato, s’accinse a firmare il contratto con la penna a serbatoio prestatagli dal Gaia.

Il Gaia lo fermò: «Prima i denari, poi la firma!». Parlò concitatamente col rappresentante di Westermann il quale subito trasse dalla sua capace tasca di petto il portafogli, e vi ficcò il naso per trarne un foglietto di carta che aveva la forma di un assegno bancario. Lo diede al Gaia ch’ebbe il torto di guardare in faccia porgendoglielo. Bisogna evitare dall’associarsi quando si è in due minacciati dall’esser afferrati da un assalto d’ilarità. Le due debolezze si sommano e lo spasimo del riso trionfa. Poi la rigidezza era una buona politica, mentre il Gaia, imbaldanzito dalla padronanza di sé di cui fino ad allora aveva dato prova, s’era creduto capace anche di un’altra finzione, quella dell’ira che dimostrò parlando al tedesco del necessario, immediato pagamento. L’organismo umano è capace di tutte le finzioni, ma non di più d’una alla volta. L’indebolimento che gliene derivò fu tale ch’egli dovette abbandonarsi tutto ad uno scoppio di riso che quasi lo ribaltò dalla sedia, e, subito, per contagio, il rappresentante di Westermann si mise a dibattersi nella pelliccia. Ridevano e si urlavano nello stesso tempo delle insolenze in tedesco. Mario guardava, invano cercando di sorridere per accompagnarsi a loro. Poi si sentì offeso che un affare simile fosse trattato in tale guisa. La nobiltà del vino e del libro era profanata da cotesti affaristi.

Finalmente il Gaia poté riaversi e correre ai ripari. Trasse dal portafogli del tedesco un’altra carta, simile invero a quell’assegno, e balbettò, sempre interrotto dal riso, che ora gli giovava dandogli il tempo di escogitare una trovata che lo spiegasse, che il tedesco per poco non gli aveva dato, invece dell’assegno, quel cedolino, proveniente dal luogo menzionato la sera prima, e dove quel maiale si recava tutti i giorni. Eppure cedolini simili in quei luoghi non si trovano. Ma il Gaia aveva detto la prima parola che gli era venuta alle labbra, e con sua grande sorpresa, al Samigli essa bastò: “La punizione della castità” pensò poi il Gaia.

Mario si accontentò solo perché era ansioso di veder ritornare la serietà a quel tavolo, e anche di dimenticare l’increscioso incidente. L’abitudine del letterato di cancellare una frase di cui si è pentito, lo induce ad accettare con facilità tali cancellazioni fatte da altri. Racconta la realtà, lui, ma sa eliminare tutto quello che alla sua realtà non si conformi. Anche qui egli eliminò. Finse, per cortesia, di guardare il cedolino che il Gaia sempre ancora teneva in alto. Così si guarda uno sconosciuto che, per caso, su un marciapiede, ci impedì per un istante di procedere.

Fu così che Mario firmò le due copie del contratto. Egli, alcuni giorni dopo, doveva riaverne una munita della firma dell’editore. Intanto però gli consegnavano l’assegno ch’equivaleva ai denari (come il Gaia spiegò): una tratta a vista della ditta Westermann all’ordine di Mario su una Banca di Vienna.

Quando uscirono dal caffè, prima di lasciare il tedesco, Mario avrebbe voluto ringraziarlo, e tentò di ripetere in tedesco una parola di ringraziamento che si era fatta suggerire dal Gaia. Ma poi il Gaia stesso lo interruppe: «Va là che anche lui ci ha il suo tornaconto». Voleva restar solo con Mario, e congedò l’altro che parve di aver anche lui premura di correre via.

«Adesso – propose il Gaia – andiamo insieme alla Banca a consegnare quest’assegno all’incasso».

Mario non aveva nulla in contrario, ma in quel momento l’orologio della piazza suonò il mezzodì. Al Gaia dolse di aver fatto tardi, e di non poter perciò accompagnare subito Mario alla Banca che a quell’ora si chiudeva. «Vuoi che ci diamo appuntamento per le quindici?». Era esitante. Nel pomeriggio egli aveva un altro impegno e gli doleva di mancarvi. Sarebbe stato penoso di sacrificare alla burla un proprio interesse. Sarebbe stato un burlato anche lui.

Mario protestò che sapeva andare alla Banca da solo. Non era anche lui disgraziatamente da tanti anni negli affari? Sospettò che il Gaia temesse per la sua provvigione, e lo rassicurò. «Non appena ricevo il denaro ti porto le tue diecimila corone».

«Non si tratta di questo» disse il Gaia tuttavia esitante. Poi, deciso, spiegò: «Non devi vendere subito quest’assegno. Me ne pregò il rappresentante di Westermann. È firmato da lui, e con le comunicazioni postali di adesso, non è sicuro che il suo avviso giunga in tempo». Gli parve che la faccia di Mario si oscurasse e aggiunse: «Ma tu non devi temere. Se guardi l’assegno, vedrai ch’è firmato dal procuratore di Westermann. Tu devi consegnarlo alla Banca impartendole l’istruzione di non levare protesto in caso di rifiuto». Infine parve che il Gaia si pentisse delle proprie parole. «Io ti dico tutto questo principalmente per evitarti una seccatura. Anche se tu lo volessi, ai tempi che corrono, la Banca non pagherebbe quest’assegno, benché munito di tanta firma. Vale perciò meglio di consegnarlo alla Banca perché lo incassi. Io non ho alcuna premura di avere la mia provvigione. Ne sono tanto sicuro come se l’avessi già in tasca».

Mario promise di conformarsi strettamente alle sue istruzioni. Del resto aveva già pensato di fare così. Con quell’assegno in tasca, s’ergeva anche lui ad uomo d’affari. E il Gaia poté sentirsi tranquillo che la burla non avrebbe implicato né per lui né per Mario uno scontro con l’autorità giudiziaria. V’erano anche delle ragioni più alte che lo tranquillavano. Credeva, cioè, che in tutti i paesi civili, i diritti della burla fossero riconosciuti.

E Mario continuò ad essere cieco. L’inquietudine del Gaia s’era rivelata evidente, ma egli non se ne accorse perché in quel momento era tormentato da un rimorso. Il rimorso è la specialità dell’uomo di lettere. Gli pesava molto di aver sempre spregiato il Gaia e di trarne ora tanto vantaggio. Fino ad allora ne aveva sopportato l’amicizia solo per riguardo ai ricordi di giovinezza, che uomini fatti come lui sentono tanto fortemente. Non avrebbe dovuto fargli sentire che con quel giorno le loro relazioni cambiavano di natura? D’altronde non gli parve di poterlo far subito perché sarebbe stato come dirgli che voleva pagare il suo aiuto oltre che con la provvigione anche con la sua amicizia.

Ma il Gaia, che ormai s’era liberato da ogni inquietudine, corse via senz’attendere le tarde decisioni del letterato abituato alla lenta lima. E, per nettare il lieto animo da ogni nube, Mario pensò: “Quando gli darò la provvigione, l’accompagnerò con un bel bacio. Sarà uno sforzo, ma io debbo essere giusto”.

Non tutto il Gaia aveva previsto. Intanto fu il Brauer che andò alla Banca pregatone da Mario che era dovuto restare in ufficio. Il Brauer s’attenne coscienziosamente alle istruzioni avute: consegnò l’assegno per l’incasso, e prescrisse la restituzione senza protesto per il caso di rifiuto. Ma l’impiegato ch’era un amico del Brauer lo consigliò di garantirsi il cambio della giornata, e al Brauer che sapeva dei salti sorprendenti dei cambii di quei giorni, la bontà del consiglio parve tanto evidente che lo seguì senza sentire il bisogno di domandare l’autorizzazione di Mario. Il quale, perciò, assieme alla ricevuta dell’assegno, ebbe un cedolino in cui la Banca gli dichiarava di aver comperato da lui duecentomila corone al prezzo di settantacinque lire per cento corone da consegnarsi entro il Dicembre. Mario piegò insieme i due documenti e li ripose accuratamente nel suo cassetto. Né Mario né il Brauer s’accorsero di aver venduto una cosa che forse poteva anche non esistere. Il Brauer si rammaricò che il Westermann non se la fosse pensata una quindicina di giorni prima, perché in confronto ad allora Mario perdeva cinquantamila lire. Mario si strinse sorridendo nelle spalle: Una falcidia del denaro non aveva importanza visto che poi il successo non si trovava falcidiato.

Un’altra cosa il Gaia non aveva preveduto. Alcuni giorni dopo il Brauer apprese di certe difficoltà finanziarie dei due fratelli, e indusse Mario ad accettare un prestito di tremila corone, poiché non era giusto che penasse quando tanti denari stavano già viaggiando al suo indirizzo. Quel denaro fu prezioso per Mario. Comperò un mondo di cose ed ognuna di esse era un segno tangibile del suo successo.

Per qualche sera i due fratelli rinunziarono alla lettura, per ammirare i nuovi mobili acquistati, che brillavano fra quei mobili dalle stoffe stinte, che li avevano visti nascere. Fecero anche una lista degli oggetti che avrebbero acquistato quando il denaro dovuto a Mario sarebbe stato incassato. Tutto era allora molto caro, ma a Mario pareva che il suo denaro fosse stato molto a buon mercato. Certo, nel frattempo, oltre che il successo, anche il denaro aveva acquistato per lui una grande importanza.

VI

Era vero che l’attesa non produceva delle favole, ma nei lunghi giorni che seguirono vuoti di qualsiasi avvenimento, Mario dovette riconoscere ch’essa non era monotona, perché non uno di quei giorni somigliava a quello che l’aveva preceduto o seguito. Di alcuni si avrà qui la storia.

Il Brauer andò varie volte alla Banca e, non trovandoci la notizia attesa, voleva indurre Mario a telegrafare per saper presto la sorte avuta dall’assegno. Ma Mario non seguì il consiglio dell’uomo d’affari, perché pensava che qui la pratica della letteratura fosse dirimente. Sapeva per dura esperienza come fosse pericoloso in letteratura di turbare con sollecitatorie i proprii patroni. Talvolta egli si lasciava convincere a correre lui alla Banca per inviare quel dispaccio, ma poi era trattenuto dall’immagine terribile di un Westermann irato che potesse decidere di fare senza del romanzo. In quanto merce, un romanzo è sempre differente da altre merci. Mario pensava che se avesse perduto quell’acquirente, avrebbe dovuto aspettare altri quarant’anni per trovarne un altro.

Del resto, risolvendosi ad inviare quel messaggio scortese (la cortesia per dispaccio costa troppo) sarebbe stato necessario di averne il consenso del Gaia. Ma costui era introvabile. Ora che c’era la possibilità di moversi, egli aveva ripreso le visite ai suoi clienti dell’Istria vicina. Mario apprendeva dall’uno o dall’altro ch’era stato visto a Trieste, ma non seppe incontrarlo mai né a casa sua né nel suo ufficio.

Un periodo ben duro. Vienna non mandava i denari e non si facevano vivi né il Westermann né il suo adorato ed obbrobrioso critico. Sta bene che il contratto e l’assegno erano firmati, ma chissà se il brutto uomo impellicciato aveva interpretato esattamente il volere del Westermann. In fondo quell’individuo che non sapeva che il tedesco non era altro che la traduzione del Gaia italiano. Poteva perciò avere sbagliato.

Mario aveva una certa esperienza degli affari e, bisogna riconoscerlo, aveva anche una certa esperienza di belle lettere. Quello che assolutamente ignorava, erano gli affari nel campo dei prodotti letterari. Solo perciò non arrivava a scoprire la burla. Se non si fosse trattato di letteratura, egli mai più avrebbe ammesso che un uomo pratico d’affari come doveva essere il Westermann, avesse offerto tanti denari per una cosa che avrebbe potuto ottenere tanto più a buon mercato, per esempio per la piccola somma prestata dal Brauer. Poiché quella somma Mario la doveva, e non ammetteva più che egli avrebbe concesso il romanzo magari per niente. Ma forse negli affari letterari si usava così, e nell’editore c’era anche l’umanità del mecenate.

E Giulio, dal suo letto innocente, aiutava a dissipare i dubbii di Mario. Diceva che il Westermann, come lui se l’immaginava, doveva essere un uomo al quale duecentomila corone di più o di meno non potevano importare. Eppoi che senso c’era di verificare se c’era stato errore da parte dell’editore? Se il furbo Gaia gliel’aveva fatta, tanto meglio.

Le acute riflessioni di Giulio bastavano a rendere più lieta qualche ora di Mario. Poi ricadeva nell’eccitazione dell’attesa. Si trovava in uno stato che ricordava l’epoca seguita alla pubblicazione del suo romanzo. Anche allora l’attesa del successo – che dapprima gli era sembrato sicuro quanto adesso il contratto col Westermann – aveva imperversato sulla sua vita facendone una tortura insopportabile persino nel ricordo. Ma allora, data la forza della gioventù, l’attesa non aveva insidiato il suo sonno e il suo appetito. E benché dovesse credersi in pieno successo, il povero Mario stava facendo l’esperienza che dopo i sessant’anni non bisognava occuparsi più di letteratura, perché poteva divenire una pratica molto dannosa alla salute.

Mai sospettò di essere stato burlato, ma è certo che la parte più fine del suo cervello, quella dedicata all’ispirazione, inconscia e incapace d’intervenire nelle cose di questo mondo per altro scopo che di riderne o di piangerne, l’ammise. La favola seguente può essere considerata in certo senso quale una profezia: In una via suburbana di Trieste vivevano molti passeri, che lietamente si nutrivano con le tante porcheriole che vi trovavano. Vi si stabilì poi un ricco signore, il cui piacere maggiore era di offrire loro del pane in grande quantità. E le porcheriole giacquero inutili sulla via. Dopo alcuni mesi (in pieno inverno) il ricco signore morì, e ai passeri, dai ricchi eredi, non fu concesso più una sola briciola di pane. Perciò quasi tutti i derelitti uccellini perirono non sapendo essi ritornare al loro costume antico. E nel sobborgo il defunto benefattore fu molto biasimato.

Per qualche tempo, a forza di trovate astute, Giulio aveva saputo tutelare il suo sonno. Ma una sera Mario interruppe improvvisamente la lettura e corse al vocabolario per vedervi l’uso di una parola. Giulio, richiamato violentemente da quella dolce via che mena al sonno sulla quale stava scivolando, ritornò tanto bene in sé da riuscire a difendersi con la solita astuzia. Mormorò: «Per la traduzione tedesca ciò non ha importanza». Ma Mario nell’anima del quale il successo stava evolvendosi, credeva di doversi preparare anche alla seconda edizione italiana, e rimase attaccato al vocabolario. Anzi, con la riverenza che per quel libro ha ogni buono scrittore italiano, una volta presolo in mano, ne lesse una pagina intera. Ora la lettura del vocabolario somiglia alla corsa di un’automobile su una brughiera. E avvenne anche di peggio: in quella pagina, Mario trovò un’indicazione che provava che in altro punto del romanzo egli aveva sbagliato nell’uso di un ausiliare. Un errore ch’era consegnato alla posterità. Che dolore! Mario, agitato, non arrivava a trovare quel punto, e invocava l’aiuto di Giulio.

Giulio comprese ch’era passato il tempo in cui le trovate furbe potevano proteggerlo da quella letteratura che si era fatta veramente insopportabile. Ma credeva di sapere per lunga esperienza che Mario avrebbe fatto qualunque cosa di cui fosse richiesto a vantaggio della sua salute. Perciò fu commoventemente sincero, ma un po’ brusco com’è sempre chi dai sogni è stato richiamato alla realtà del dolore e della noia.

Disse a Mario ch’era giunta per lui l’ora di dormire. Alla mattina lo aspettava certo medicinale dopo il quale doveva riposare per due ore prima di prendere il caffè. Se non si adagiava subito al riposo, che aspetto avrebbe avuto la giornata seguente con tutti i pasti spostati?

Mario provò un sentimento di sdegno, diverso assai dalla semplicità bonaria con cui una settimana prima avrebbe accolto una parola sgradevole di Giulio. Credette suo dovere fingersi indifferente e celare d’essere stato ferito. Si caricò del libro e del vocabolario, e uscì senza ricordarsi di chiudere la porta. L’aspetto dell’indifferenza è conquistato a prezzo di un aumento di rancore. Andandosene, pensò: Anche costui ha bisogno del mio successo per rispettarmi meglio.

E Giulio, accanto a quella porta rimasta aperta, passò una cattiva notte. Causa la bora, ai rumori delle imposte nella stanza, s’associavano i cigolii nei cardini delle porte sul corridoio. E al malato parve di aver passata la notte in un vocabolario sonoro dalle parole che simulavano l’ordine con l’iniziale identica, preludiante a un grido sorprendente, inaspettato.

La sera appresso, dopo cena, Mario rimase col fratello e, sparecchiata la tavola, s’allontanò senz’aver accennato con una sola parola al proprio risentimento. Aveva anche aiutato il fratello a servirsi. Gli pareva di aver fatto tutto il proprio dovere e concesso al fratello tutto quello che gli doveva. Ma era ben deciso a non fare altro. Giulio non voleva il vocabolario, che a lui occorreva urgentemente? Se voleva la lettura doveva dunque farsela da solo. Aveva appreso senza rimorso di aver guastato con la propria negligenza la notte al fratello. Che importava? Dormiva forse meglio lui con quei fantasmi di Westermann e dei suoi rappresentanti?

Ma Giulio sentiva urgente il bisogno di fare la pace. Mario, fattosi taciturno, non gli dava più neppure le notizie della città, che Giulio attendeva come una delle più valide ragioni per vivere. Era lui il maggiore, ma visto che l’altro era l’offeso, con la debolezza ch’è la compagna della malattia, decise di fare lui i primi passi. Nella sua solitudine ci pensò su tutto un giorno, e forse sbagliò tanto, perché aveva riflettuto troppo. O piuttosto è da credere che in una simile lunga riflessione si finisce col chiarire troppo il proprio diritto o la propria sventura, ciò che di certo non serve a rendere più accorti.

Si rivolse a Mario da vero fratello, confidandogli le necessità della propria vita, cioè della propria cura. Fra l’altro egli aveva bisogno di una lettura piana, ch’evocasse delle immagini dolci e che accarezzasse il suo organismo torturato. – Perché non si sarebbe potuto ritornare ai loro autori antichi, De Amicis e Fogazzaro?

Strana tanta ingenuità in un debole malato che di furberia aveva tanto bisogno. Aveva dunque dimenticato l’esito sì felice della sua trovata di anni prima, quando aveva proposto di abbandonare per sempre De Amicis e Fogazzaro per surrogarli con l’opera del fratello? Già, a differenza dei passeri, quand’è stretto da un bisogno, l’uomo si espone a qualunque rischio per soddisfarlo.

Mario dovette trattenersi dal dare un balzo al sentire che i due fortunati scrittori venivano a soppiantarlo anche in quell’unico cantuccio della terra ch’era fino ad allora tutto suo. Ecco che nel momento stesso in cui il mondo intero si stava aprendo al suo successo, riceveva un ultimo calcio da coloro che sempre l’avevano respinto. Si servivano per ciò del piede anchilosato di quell’imbecille di suo fratello, il quale così si metteva proprio dalla parte dei suoi nemici.

Gli fu difficile di simulare indifferenza, e la sua voce tremò dall’indignazione nel dichiarare al fratello che da tempo la lettura ad alta voce gli costava fatica, e che per riguardo alla sua gola non doveva farla più.

Giulio si spaventò, perché subito s’accorse dell’errore commesso, e indovinò Mario intero. Era una spaventevole prospettiva per lui di veder prolungata la sua solitudine anche a quelle ore serali in cui abbisognava dell’affetto più che della lettura perché l’adducesse al sonno. Volle, senz’indugio, correggere il proprio errore: «Se tu lo vuoi, ritorniamo al tuo romanzo. Io sono pienamente d’accordo. Volevo solo risparmiarmi il vocabolario, di cui è tanto difficile di sopportare la lettura».

Il povero Giulio non sapeva che v’è un solo mezzo per attenuare un’offesa involontaria: fingere di non accorgersene e credere che l’altro non l’abbia intesa. Ogni altra spiegazione equivale a ribadirla, rinnovarla.

E Mario, ferito a sangue, urlò: «Ma non ti dissi che si tratta della mia gola? Per questa la prosa del Fogazzaro, del De Amicis o la mia fanno lo stesso».

Era una bella e buona bugia, ma non era accorto Giulio a rilevarla. Disse mitemente: «Tu sai ch’io amo la tua prosa più di quella di tutti gli altri. Non sto a sentirla ogni sera da tanti anni, benché la sappia quasi a memoria? Solo mi seccano le correzioni. Noi che non siamo letterati, amiamo le cose definitive. Se in nostra presenza si cambia una parola, non crediamo vera tutta la pagina».

L’ammalato aveva dato segno di un certo talento critico ma nello stesso tempo di un’ingenuità sconfinata. Aveva dunque fatto leggere a Mario delle cose ch’egli già sapeva a memoria? Non era un rimprovero atroce cotesto? L’ira di Mario traboccò e una volta che la lasciò erompere ne fu più pervaso lui stesso come accade sempre ai letterati per i quali la parola non è uno sfogo ma un eccitamento. Esclamò mettendo anche nella voce tutto il disprezzo che seppe: «Ecco, tu accetti la letteratura con la stessa smorfia con cui inghiotti il tuo acido salicilico. È addirittura offensivo. Si può anche dedicarsi alle cure, ma non oltre ad un certo segno. La propria vita non può essere tanto importante che per prolungarla valga la pena di trasformare in clisteri tutte le cose più nobili di questa terra».

La letteratura, attaccata, aveva reagito offendendo la malattia. Profondamente, Giulio cercò la parola ma non trovò neppure il fiato. Mario andandosene aveva rinchiuso la porta, ma la notte dell’ammalato fu tutta insonne, perché egli la passò dapprima cercando di convincersi che non era colpa sua se era ammalato, ciò ch’era difficile, visto che il suo medico continuava ad asserire che la malattia era stata provocata da errori di vita e di dieta; eppoi ad indignarsi contro Mario che disprezzando le cure cui egli era costretto, dava segno di voler la sua morte. Ma non tutta la notte egli passò in discussioni col fratello assente. Vide meglio che mai l’inutilità della sua vita. Ora capiva con piena chiarezza che, vivendo, egli non truffava la morte, ma la vita che non voleva saperne di ruderi come lui che non servivano a nulla. E ne fu profondamente accorato.

Mario sentì qualche esitazione ed anche già qualche rimorso, prima di aver finito la sua diatriba. Ma la finì tutta, arrotondandola anche con quella sputacchiatura sprezzante sulle cure, con la quale attribuiva loro quale emblema il clistero. La finì sebbene s’accorgesse che l’occhio di Giulio s’era fatto supplice, nella debolezza che sentiva, vedendosi aggredito nell’essenza della propria vita. Ma Mario componeva. Scoperto quel clistero immaginoso, ebbe la stessa soddisfazione come se avesse composto una favola.

Poco dopo, nella solitudine della sua stanza, la soddisfazione di Mario diminuì. Tutte le composizioni avvizziscono e già quel clistero non gli parve più una gran cosa. Era però tuttavia irato come un Napoleone offeso: anche la letteratura ha i suoi Napoleoni. Non sarebbe stato il dovere di Giulio di assisterlo nel suo lavoro? E per allora Mario finì col compiangere se stesso. Doveva sopportare tutto, lui: oltre al resto anche la bestialità di Giulio e il rimorso di averlo offeso.

Però ad onta di tanta ira, sentendosi superiore di molto all’ammalato, e senza un’intera convinzione del proprio torto, sarebbe volentieri andato da Giulio a domandargli scusa. Ma sentiva che non avrebbero riparato a nulla le parole sole, le quali non avrebbero potuto non contenere qualche rimprovero a tutela della propria dignità. Occorre ben altro che parole per guarire le ferite prodotte dalle parole. Perché era vero che la vita di Giulio non meritava di essere vissuta, e chi glielo aveva detto, aveva rivelato una verità che ora non si poteva più negare o dimenticare. Le cose non dette hanno una vita meno evidente di quelle che sono state rilevate dalle parole, ma una volta che questa vita l’hanno acquistata, non se la lasciano sminuire da altre parole soltanto. E Mario si chetò col proposito di ripristinare gli antichi affettuosi rapporti col fratello, quando il suo grande successo sarebbe stato noto a tutti. Certo allora la sua parola sarebbe bastata a conseguire qualunque effetto.

Questo il proposito cui si attenne rigidamente, e non si accorse che per la pace dell’ammalato sarebbe stato meglio di non attendere l’arrivo del lento Westermann.

Infatti Giulio soffriva. Anche quando Mario si rifece affabile e discorsivo, egli non seppe dimenticare le offese che gli erano state fatte. Prima di tutto non c’erano state quelle spiegazioni dalle quali proprio le persone deboli (che le parole amano tanto) s’attendono la regolazione di ogni divergenza, eppoi non s’era più ritornati alla loro antica, cara abitudine della lettura serale. Paventava però le spiegazioni solo perché in quelle già avute s’era dimostrato tanto debole. E per averle senza dover parlare, pensò di sostituire le parole con un atto energico: ostentativamente cessò di curarsi e sperò che Mario se ne sarebbe accorto e doluto. Invece Mario non s’accorse di nulla, forse perché la dimostrazione durò troppo poco. L’ammalato s’era sentito subito peggio, e, spaventato, era ritornato ai suoi medicamenti, che però gli fecero meno bene. Come può agire beneficamente un medicinale ch’è stato tanto disprezzato?

Ed è così che Giulio, incapace d’azioni, ritornò alla parola, che dedicò però solo all’azione che aveva tentata e non compita. Una sera, con un sorriso mite e senza guardare in faccia Mario, disse interrompendo la cena per prendere certe polverette: «Contro ogni buon senso io continuo a curarmi, come vedi».

Mario, che da grand’uomo quale si sentiva, dava meno peso alla disputa avuta, di cui non restava altra traccia che la grande comodità di non far la lettura serale, si meravigliò, e ad alta voce proclamò il dovere di Giulio di curarsi per guarire, come se egli a voce anche più alta non avesse detto il contrario pochi giorni prima.

Era troppo poco per rabbonire Giulio. Mario non se ne avvide; solo si divertì a osservare che Giulio ingoiando la polveretta sciolta nell’acqua, aveva l’aspetto di un bambino ostinato. Pareva dicesse: “Io mi curo, io ho il diritto di curarmi, ed ho anche il dovere di farlo”.

A un letterato basta un solo atteggiamento per costruire tutta una persona con gli arti necessari per prendere tale atteggiamento ed anche altre membra che vi sieno utili. La costruisce, ma non ci crede, e l’ama specialmente se può crederla una propria immaginazione che sappia però moversi sulla terra reale ed essere illuminata dal sole di ogni giorno. E se tale costruzione esiste già, egli non se ne accorge neppure, perché ciò non ha alcuna importanza per il suo pensiero. E Mario per atteggiare ragionevolmente il volto del suo fantasma a tanta ostinazione, sostituì a Giulio, ch’egli credeva non ricordasse nemmeno le sue parole, una persona più forte benché non meno malata, e che gridava il suo diritto di vivere proprio quella vita nel suo letto caldo, e di essere aiutato dalle medicine e anche dalla lettura, come la voleva lui. E Mario amò la propria creatura: quella debolezza e quell’ostinazione e tanta rassegnazione. Quello scorcio di figura era un’illustrazione della vita povera, sofferente, ma ancora capace di difendere tanta povertà e tanto dolore.

Una bella fatica cotesta di costruire invece di guardare le cose già esistenti. Ma bastò a rischiarare i suoi rapporti col fratello. Perché subito dopo creata quella figura Mario si guardò d’intorno, come sogliono i letterati, per darle un contorno di persone che le dessero rilievo e in mezzo alle quali vivesse. Naturalmente in primo luogo cacciò accanto al fratello, ch’egli credeva di aver rifatto correggendolo, se stesso. Ma quando si tratta di se stesso non ci si sbaglia tanto facilmente, e si incide subito la carne viva. S’accorse ch’era la sua fortuna che Giulio non fosse all’altezza di giudicarlo, perché egli, l’uomo del successo, s’era comportato in modo da doversi vergognare. Una vera bassezza. Aveva voluto ferire e offendere il povero ammalato, a lui affidato dal destino, perché innocentemente e per una volta sola aveva respinto l’opera sua. Egli era oramai l’uomo dal successo. Una persona in cui l’ambizione si deformava in una ridicola vanità, e che credeva che le comuni leggi della giustizia e dell’umanità non valessero per lui. Guardò dietro di sé nel suo non lontano passato la sua vita intemerata, mite, dedicata con pieno disinteresse ad un pensiero, e l’invidiò e rimpianse.

Fu un istante, ma a tratti il pensiero che lo elevava, gli si riaffacciava. Del resto l’estensione di un pensiero alto nel tempo non ha importanza, perché se esso fu, resta, né si dimentica più. Mario, in avvenire, vi avrebbe trovato conforto e vanto. Sempre più intraveduto che accolto, quel pensiero si evolse, quando non era respinto subito e negato dall’appassionato desiderio della felicità che dà il successo. Un giorno Mario si sentì contrarre il cuore avvedendosi che il successo aveva annientato in lui l’amore alla favola. Da giorni egli non ne produceva e neppure ne sognava alcuna. Il successo aveva legato il suo pensiero all’antico romanzo, ch’egli studiava per rifarlo, addobbarlo, gonfiandolo a forza di nuovi colori, di nuove parole. Il successo era una gabbia d’oro. Il Westermann gli aveva detto quello che da lui si voleva ed egli s’apprestava a dare quanto gli si domandava e nient’altro. E più tardi, quando la burla fu scoperta, egli iniziò il suo ritorno alla vita antica con la favola in cui raccontava di un uccello canoro in gabbia, che si vantava di cantare la natura e non sapeva dire che del vasetto dell’acqua e di quello del miglio fra i quali viveva. E fu suo grande conforto trovarsi preparato a respingere, come poi dovette, la ridicola concezione di meritare plauso ed ammirazione, e ad accettare il destino che gli era imposto, come umano e non spregevole.

Ma prima, e neppure durante quei brevi istanti di luce vivida, egli mai pensò di potersi ergere fino a respingere il successo che gli si offriva. Invano la voce di Epicuro, resa fioca dalla lontananza nel tempo, predicava: «Vivi celato!». Egli anelava alla notorietà come tutti coloro che credono di poterla raggiungere, ed era ammalato per la lunga, vana attesa.

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