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Kitobni o'qish: «La tigre della Malesia»

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CAPITOLO I

La mezzanotte del 20 aprile 1847, un acquazzone diluviale, accompagnato da scrosci di folgore e da impetuosi soffi di vento subissava la solitaria e selvaggia Mompracem, isola situata sulle coste occidentali di Borneo, e il cui nome bastava in quei tempi a spargere il terrore a cento leghe all’intorno. L’abitazione della Tigre della Malesia, posta come aquila su di una gran rupe tagliata a picco sul mare, a cinquecento passi dalle ultime capanne del villaggio di Gjehawem, quella notte, contro il solito, era illuminata. Dai vetri colorati di una stanza a pianterreno, uscivano getti di luce rossigna, che rischiaravano fantasticamente le asperità delle roccie e le trincee e le gabbionate sparse all’esterno.

Diamo un’occhiata a questa stanza, luogo favorito del terribile capo dei pirati di Mompracem. Era questo un salotto alquanto vasto, colle pareti sepolte sotto pesanti tessuti di broccatello, di velluto cremisi e di sete di Francia, qua e là sgualciti, macchiati e rattoppati, e col terreno coperto da morbidi tappeti di Persia, sfolgoranti d’oro e di colori.

Nel mezzo faceva bella mostra un tavolo intarsiato d’ebano e fregiato d’argento, destinato forse un tempo, a qualche sfondolato riccone delle Filippine, e tutto ingombro di bottiglie e di calici del più puro cristallo di Venezia. Addossati agli angoli, grandi scaffali, coi vetri infranti, chi sa per qual capriccio del pirata, riboccanti di anelli d’oro, di arredi sacri contorti o schiacciati, di vasi di metallo prezioso, di perle e di cumuli di diamanti e di brillanti mescolati assieme, scintillanti come tanti soli, sotto i riflessi della gran lampada dorata sospesa al soffitto.

In un canto un divano turco, non meno ricco per dorature e sculture, colle frange strappate e le stoffe infangate e spesso insanguinate; in un altro un armonium incrostato d’oro, colla tastiera di avorio, che portava qua e là certi segni, da credere che fossero stati fatti a colpi di scimitarra, avventati forse dal pirata nei suoi momenti di delirio, e per ogni dove, ammonticchiati alla rinfusa, ricchi costumi, quadri dalle tele screpolate, dovuti forse a celebri pennelli, tappeti arrotolati, lampade rovesciate, bottiglie ritte o capovolte, porcellane infrante, moschetti indiani rabescati, brunite carabine, tromboni di Spagna, e spade, scimitarre, scuri, piccozze e pugnali, bruttati di sangue e di resti di cervella!

In quella sala, così stranamente arredata, su di una poltrona, colla testa fra le mani, come di chi medita, se ne stava Sandokan, il sanguinario capo dei pirati di Mompracem.

Quest’uomo, meglio conosciuto sotto il nome di Tigre della Malesia, che da dieci anni insanguinava le coste del mar malese, poteva avere trentadue o trentaquattro anni.

Era alto di statura, ben fatto, con muscoli forti come se fili d’acciaio vi fossero stati intrecciati, dai lineamenti energici, l’anima inaccessibile a ogni paura, agile come una scimmia, feroce come la tigre delle jungla malesi, generoso e coraggioso come il leone dei deserti africani.

Aveva una faccia leggermente abbronzata e di una bellezza incomparabile, resa truce da una barba nera, con una fronte ampia, incorniciata da fuligginosi e ricciuti capelli che gli cadevano con pittoresco disordine sulle robuste spalle. Due occhi di una fulgidezza senza pari, che magnetizzavano, attiravano, che ora diventavano melanconici come quelli di una fanciulla, e che ora lampeggiavano e schizzavano fiamme. Due labbra sottili, particolari agli uomini energici, dalle quali, nei momenti di battaglia, usciva una voce squillante, metallica, che dominava il rombo dei cannoni, e che talvolta si piegavano a un melanconico sorriso, che a poco a poco diventava un sorriso beffardo fino al punto di trovare il sorriso della Tigre della Malesia, quasi assaporasse allora il sangue umano!

Da dove mai era uscito questo terribile uomo, che alla testa di duecento tigrotti, non meno intrepidi di lui, aveva saputo in poco volger d’anni farsi una fama sì funesta? Nessuno lo avrebbe potuto dire. I suoi fidi stessi lo ignoravano, come ignoravano pure chi egli si fosse.

Qualcuno, che voleva saperla più lunga di tutti, o che forse realmente sapeva qualche cosa, opinava che fosse un Sambas delle coste settentrionali del Borneo, qualche altro invece, opinava che fosse un Malese, o un Giavanese, o un Dajacho.

A ogni modo si sapeva che egli era il più terribile e il più capriccioso dei pirati della Malesia, un uomo che più di una volta era stato visto bere sangue umano, e, orribile a dirsi, succiare le cervella dei moribondi. Un uomo che amava le battaglie le più tremende, che si precipitava come un pazzo nelle mischie più ostinate dove più grande era la strage e più fischiava la mitraglia; un uomo che, nuovo Attila, sul suo passaggio non lasciava che fumanti rovine e distese di cadaveri.

Però se questa belva, se questo uomo-tigre era così sanguinario, non mancava di una certa generosità, che lo rendeva più attraente.

Quante e quante volte egli aveva rimandato, rifiutando persino il riscatto, dei prigionieri, nemici suoi personali. Quante e quante volte, dopo aver lottato ore e ore contro una nave ostinatamente difesa, con gran strage dei suoi pirati e con gran pericolo di sé stesso, vintala, la lasciava ripartire senza nulla esigere in compenso, e senza che i suoi tigrotti osassero alzare la voce.

Così, come era generoso, questo strano selvaggio, era pur cavalleresco. Il singolar uomo, quando gli veniva dato di fare prigioniere delle donne, usava verso di esse mille cortesie, improvvisando feste e banchetti, e continuando in tal modo fino a che la smania della guerra lo riprendeva. Allora, una bella notte, le faceva imbarcare a bordo dei suoi prahos, e senza chiedere uno spillo che fosse uno spillo, senza voler accettare un ringraziamento, le conduceva alla costa più vicina, e prima che potessero riaversi dalla sorpresa di quella strana generosità, le sbarcava, per ripigliare di poi la sua vita libera e avventuriera.

Erano già parecchie ore che il pirata se ne stava lì, sdraiato sulla poltrona, colla fronte stretta fra le mani, lo sguardo cupo e le labbra contratte. Il primo tocco della mezzanotte, suonato da un orologio della stanza vicina, venne a trarlo da quella immobilità più che strana.

Si levò girando all’intorno lo sguardo ancor più torvo, tracannò d’un fiato una tazza ricolma d’un liquore color ambra, e calcandosi ben in capo il verde turbante cosparso di piccoli diamanti, aprì la porta e uscì.

Egli s’inoltrò in mezzo a un labirinto di trincee sfondate che parevano aver sostenuto più di un assalto, fra terrapieni che non conservavano che l’ombra di sé stessi, d’antiche armi infrante e da rottami d’ogni sorta, in mezzo ai quali facevano lugubremente capolino scheletri umani dalle vuote occhiaie e monti d’ossami.

Nel passare, il pirata mise i piedi su di un teschio umano, che s’infranse crocchiando.

– Maledetto! – esclamò la Tigre.

S’arrestò sull’orlo della rupe. La notte era tempestosa; il vento ruggiva fra le trincee e sul tetto accuminato della capanna sfilacciando la bandiera color di sangue che ondeggiava sulla cima di una grande antenna, e il mare muggiva furiosamente ai piedi delle scogliere, e i tuoni rombavano orrendamente fra le masse vaporose.

Diede uno sguardo al villaggio di Gjehawem che stendevasi ai suoi piedi, l’asilo dei suoi cari tigrotti, poi guardò attentamente il mare aspettando che un lampo lo rischiarasse.

Stette cinque minuti immobile, sull’orlo della rupe, colle braccia incrociate aspirando voluttuosamente il vento infuocato del sud, lasciandosi flagellare dalla pioggia e collo sguardo fisso sullo sconvolto oceano, poi ritornò senza affrettarsi all’abitazione. Vuotò un’altra coppa e tornò a sdraiarsi sulla poltrona. Non vi restò che un istante, parve indeciso, ritornò alla porta tendendo l’orecchio e facendo un brusco voltafaccia si portò dinanzi l’armonium.

– Qual contrasto! – esclamò egli. – Al di fuori il ruggito del vento e del mare e qua io!

Fece scorrere le magre dita sulla tastiera traendone alcuni suoni che a poco a poco presero l’apparenza di una romanza suonata con lentezza estrema, appena appena distinta fra lo scatenarsi della tempesta. A poco a poco andò accelerandosi quasi volesse esprimere il veloce pensiero del suonatore, per poi ritornare lenta e melanconica fino a morire tra i soffi del vento. Sandokan si arrestò nel momento che riprendeva la bizzarra romanza. Il suo occhio brillante si fissò sulla porta semiaperta per la quale si introducevano sprazzi di pioggia, e parve ascoltare. Quasi nel medesimo istante un fischio acuto e prolungato risuonò al di fuori.

– È lui! – mormorò il pirata e si diresse verso l’uscita colla dritta appoggiata sull’impugnatura del kriss.

La tempesta si scatenava allora con tutta violenza, ma erano gli ultimi sforzi che faceva. Già una tinta chiara s’intravvedeva all’oriente, segno che le nubi spossate cominciavano a lasciar un varco.

Il pirata si spinse fino alla scala, accostò le dita alle labbra e, aspettando un momento in cui tutti quei fragori parevano acquetarsi, mandò un fischio prolungato, modulato, a cui vi rispose un secondo del tutto simile partendo fra le piante della pianura sottostante.

– Il mio uomo è arrivato in buon punto. Perdeva la pazienza – brontolò Sandokan.

Un’ombra si disegnò appié della tortuosa scala, che a poco a poco prese l’aspetto di un uomo avvolto in un gabbano di tela cerata. Aiutandosi colle mani e coi piedi come scimmia e lottando contro il vento che minacciava portarlo via per precipitarlo nell’abisso, giunse fino alla piattaforma.

– Sei tu, Yanez? – domandò Sandokan movendogli incontro.

– In persona – rispose quell’uomo, con l’accento straniero.

I due valentuomini entrarono assieme nell’abitazione rinchiudendo la porta. Sandokan prese posto dinanzi la tavola empiendo due bicchieri, mentre l’altro, gettando in un canto il gabbano grondante acqua e una ricca carabina indiana, faceva altrettanto.

– Alla tua salute, Sandokan! – esclamò egli tracannando in un sol fiato il liquore.

– Alla tua, Yanez – rispose il pirata, ma non lo vuotò che a metà.

Il nuovo arrivato non era abbronzato come il formidabile pirata, né si bello. Era un uomo di mezzana statura, ma agile come un’anguilla, allegro come lo poteva essere un marinaio che nuota nel lusso e si avvoltola nell’oro e con un misto di fierezza e di cortesia che lo facevano apparire a prima vista un nobile cavaliero. E infatti l’occhio non poteva ingannarsi; Yanez de Gomera era un nobile portoghese delle Celebe, uno di quegli uomini che emigrando aveano centuplicato il patrimonio e con che, divoratolo in pazzie e ridotto sul lastrico, aveva avuto il coraggio di farsi marinaio, trafficando con un piccolo prahos di poco valore fra le isole della Malesia. Era giunto ancora a raccozzare un po’ di oro col quale pensava d’impiantare una nuova fattoria a Borneo, quando cadde sotto le unghie di Sandokan, che per una di quelle bizzarrie inesplicabili, gli aveva lasciato la vita e, non contento di condurselo a Mompracem, aveva finito col farsene un amico, un confidente. Yanez de Gomera, un discendente degli antichi avventurieri del Portogallo, aveva finito col diventare un pirata come il suo padrone e amico. Non vi era arrischiata spedizione che egli non vi partecipasse quando Sandokan la guidava e l’ordinava, non vi erano ostacoli che lo arrestassero quando egli ve lo mandava. Era come un anello del formidabile pirata, pronto a farsi ammazzare per lui alla prima occasione, un uomo che aveva le medesime bizzarrie e i medesimi capricci e che aveva finito col chiamarlo fratello. Tra lui e il pirata non vi erano secreti; quei due uomini parevano nati l’un per l’altro: la morte sola avrebbe potuto dividerli.

– Ebbene, Yanez, sono sei ore che ti aspetto – disse Sandokan, empiendo il bicchiere di lui.

– La tempesta mi ha sorpreso alle Romades – rispose Yanez. – Vedi, Sandokan, il cattivo genio vi aveva messo la sua coda e soffiava come un’anima dannata sollevando il mare a prodigiosa altezza, sbattendo il povero prahos fino alle nubi. Si sudava sangue per impedire che il legno affondasse.

Il formidabile pirata sorrise guardando suo fratello, il Portoghese, come lo chiamava lui.

– Ti confesso che per poco vi lasciava la pelle. Eravamo sui frangenti dell’isola tanto da credere che il povero prahos vi si sfasciasse sopra, quando il buon genio ci ha spinti alla baia.

– E la crociera? Tu, Yanez, mi promettevi dei prahos da saccheggiare, non è vero?

Il Portoghese fece scoppiettare le dita come uomo contento, e tracannando il secondo bicchiere continuò:

– Non aver fretta Sandokan; avrai la tua parte di cadaveri. Ieri mattina un Malese che pescava alle Romades, un pirata dalla faccia verde come un alligatore, è venuto a trovarmi a bordo del mio prahos con fare misterioso. Il brav’uomo, sicuro di guadagnarsi qualche bella perla, mi disse che al largo delle isole si vedevano delle vele. Non aveva terminato che già ripigliava il mare colla prua al sud; i miei uomini fremevano già come tigri, che fiutano del sangue.

Sandokan si fece più attento. Le sue labbra poco prima sorridenti si ritrassero mostrando i denti.

– Oh! Oh! – esclamò egli a mezza voce. – Tira innanzi, Yanez.

– È presto fatto. Il vento a mezzodì, cangiò girando al sud e non fu più possibile avanzare che a forza di remi. Solamente verso sera, un’ora prima che la tempesta cominciasse a ruggire, giungemmo alla vista delle Romades, malaugurate terre che paiono protette dai cattivi geni. Le tenebre calavano come uno stormo di corvi, il mare montava spumeggiando, il vento ringhiava, ma la caccia non per questo si abbandonò. Tutti volevano vedere sangue.

– E l’hanno veduto? – domandò Sandokan fattosi pensieroso.

– No, per mille milioni di diavoli. Potemmo vedere al largo uno dei prahos che, a tutte vele spiegate, cercava approdare. Ti giuro, Sandokan, che aveva ventre rigonfio e portamento rispettabile. Ma il maledetto fu perduto di vista, ancor prima che si potesse abbordarlo. Le tenebre e la tempesta andavano allora d’accordo per aiutarlo, e chi sa ora dove si è cacciato.

– Tanto meglio! Tanto meglio! – ripeté Sandokan sorridendo.

– E perché, di grazia? – chiese Yanez lasciando andare un pugno sulla tavola.

– Perché domani pure io prenderò parte alla festa. M’immagino ormai qual via tenevano quei legni e indovino quale sia il loro carico. Lo vedrai, Portoghese, almeno uno cadrà in nostre mani. I nostri tigrotti potranno bere sangue.

– Bene, e poi dove si andrà? – chiese Yanez versandosi da bere.

Il pirata parve pensasse, poi si alzò, fece due o tre volte il giro della stanza e toccò per la seconda volta la tastiera dell’armonium.

Il Portoghese si accontentò di crollare la testa, e di sorseggiare il trasparente liquore, guardando distrattamente nel fondo del bicchiere.

Accadeva spesso che la Tigre, per uno di quei capricci inesplicabili, suoi proprii, lasciasse sospesa la domanda e si racchiudesse in un ostinato silenzio, che alcuno sarebbe stato capace di rompere.

– Lasciamolo suonare – mormorò l’avventuriero e, per non annoiarsi del tutto, andò a staccare una vecchia mandola, coll’intenzione senza dubbio di accompagnarlo.

Non aveva ancor toccate le corde, che Sandokan cessò dal suonare. S’avvicinò bruscamente al tavolo, e guardando fissamente il Portoghese, gli domandò con voce alquanto sorda:

– Hai veduto alcun pirata delle coste del Borneo?

– Sì, ho veduto Akamba – rispose il Portoghese.

– Che nuove di Labuan? Quegli avvelenatori di popoli, quei rubaterre, quei cani di Inglesi, sono sempre là accampati sull’isola?

– Credi tu, Sandokan, che il capitano Rodney Mundy avesse fatto una inutile comparsa a bordo dell’Iris? Quei ladroni, dove gettano l’occhio, si fanno padroni.

– Hai ragione Yanez. Ma di’ a loro, che muovan un dito contro Mompracem!… La Tigre della Malesia, se l’osassero, saprebbe bere tutto il sangue delle loro vene!

– Lo so, Sandokan. Ascoltami ora.

– Ti ascolto.

– Sai che ho udito ancora parlare della Perla di Labuan?

– Ah! – fe’ il pirata scattando in piedi. – Ecco la seconda volta che questo nome mi giunge agli orecchi e che tocca stranamente una corda sconosciuta del mio cuore. Sai, Yanez, che questo nome mi colpisce singolarmente? – Sai almeno che cosa sia questa Perla di Labuan?

– No. Non so ancora se animale o donna. Ad ogni modo mi mette curiosità.

– In tal caso, ti dirò che è una donna.

– Una donna?… Non l’avrei mai sospettato.

– Sì, fratellino mio, una giovanetta dai capelli castani profumati, dalle carni lattee, dagli occhi incantevoli. Akamba, non so ancora in qual modo, la poté vedere una volta, e mi disse che per dimenticarla, gli occorrono fiumi di sangue, e almen cinquanta abbordaggi.

– Ah! – fe’ il pirata con voce leggermente agitata. – Akamba ha detto questo?

– Sicuro.

– Deve essere, questa Perla, una creatura celeste per toccare il cuore di quel selvaggio.

– È quello che penso pur io, Sandokan. Sai, che io darei il meglio del mio bottino della settimana scorsa per vederla?

Sandokan non rispose. Solo le sue labbra si contrassero in istrana maniera, lasciando a nudo i denti, bianchi come l’avorio e accuminati come quelli di una tigre.

– Vivaddio! – esclamò il Portoghese. – Te lo confesso sinceramente, Sandokan, che mi sento scottare dalla voglia di fare un giretto verso quella dannata isola. So, so bene che non sono che idee, ma…

– E perché non sono che idee? – chiese con tono beffardo Sandokan.

– Chi di noi, andrà a gettar l’âncora sulle coste di Labuan? Sono troppo pericolose oggi.

– Ah! – esclamò Sandokan. – Nol sai chi sarà l’audace, che spiccherà il volo per Labuan?

– In fede mia, nol saprei.

– Ebbene, fratello mio, quest’audace sarò io, la Tigre della Malesia!…

– Sandokan! – esclamò il Portoghese spaventato. – Tu ti vuoi perdere!

La fronte della Tigre s’annebbiò e lo sguardo si fece fosco.

– Guarda, Sandokan – continuò Yanez. – Tu sei valoroso fra i valorosi, che fai mordere la polvere ai più valenti campioni di Borneo. Le tue braccia accerchiano potentemente questi mari che possono chiamarsi tuoi. Tu devii le palle dirette sul tuo petto e spunti le armi, ma la forza talvolta cede al numero, e potrebbe darsi che a Labuan incontrassi un nemico potente e forte quanto te e fors’anche più, che potrebbe accerchiarti, avvilupparti, soffocarti. Che ne dici, Sandokan?

Il pirata non disse verbo; solo la sua fronte s’ottenebrò ancor più e le labbra semi-aperte lasciarono sfuggire un rauco sospiro che sembrava un lontano ruggito.

– Vedi – ripigliò Yanez, – tutti han giurato in questi mari la tua perdita. Il tuo nome suona troppo alto fra queste isole ed insolita è la tua audacia. Credi tu che l’affamata Inghilterra non abbia gettato lo sguardo sulla nostra Mompracem e non abbia teso delle reti a Labuan? Se puoi, domanda che fa quel fumante incrociatore, di cui tu me ne hai parlato. Non può essere che una spia, non può essere che un leone silenzioso nel deserto che s’aggira attorno la tenda dell’Arabo, aspettando il momento opportuno per precipitarvisi contro. Se tu vai a Labuan, ti piomberà addosso prima che tu tocchi le coste dell’isola maledetta.

– Ma incontrerà la Tigre!… – esclamò Sandokan che tramutavasi tutto.

– E sia. Il leone perirà nella lotta, ma il suo ruggito giungerà fino alle spiaggie dell’occidente. Cento nuovi leoni si slancieranno sulle traccie della Tigre, fino a che verrà un dì che la incontreranno intavolando una suprema pugna. Morranno dei leoni, ma morrà anche la Tigre!

– Io?…

Sandokan si era alzato mugolando come la Tigre della Malesia. Un sinistro sorriso sfiorava le labbra contratte pel furore, mentre gli occhi lanciavano lampi e le mani raggrinzate brandivano fremendo un’arma immaginaria. Fu un lampo. Tornò a sedere vuotando fino all’ultima goccia il contenuto del suo bicchiere.

– Hai ragione – diss’egli perfettamente calmo.

– Credi tu che abbiamo parlato bene?

– Troppo bene, fratello mio.

– E che recarsi a Labuan sia la massima delle imprudenze?

– Sì.

– Ebbene, che hai deciso?

Sandokan stette un momento sopra pensiero, poi con voce vibrante, metallica, irrevocabile:

– Andrò a Labuan a vedere la Perla, dovessi abbordare l’incrociatore e misurarmi con tutti gl’Inglesi dell’isola!…

E siccome il Portoghese stava per ribattere la parola, stizzito:

– Silenzio – disse con gesto imperioso. – Silenzio, fratello mio. Così voglio!…

CAPITOLO II. I pirati di Mompracem

All’indomani, ancor prima che le sei fossero suonate, Sandokan e il Portoghese erano in piedi, sorseggiando una tazza di the, che un garzone dalla tinta giallognola aveva loro preparato.

– Ebbene, Sandokan – disse il Portoghese, – sei ancora fermo nella tua idea?

– Fermissimo, fratello mio – rispose il pirata.

– E lasciarti tu sfuggire una sì bella occasione, d’abbordare dei prahos carichi di mercanzie preziose, pel capriccio di recarti a Labuan?

– Oibò! Non aver paura, Yanez. L’interesse innanzi tutto.

– Sicché, daremo la caccia ai due legni?

– Certamente. Dove vedo sangue, e dove c’è occasione di fiutare polvere, ci corro.

– Per poi andarti a far assassinare a Labuan? Ah! Sandokan, tu tronchi il mio sogno di andar a finire la mia vita in una città dell’oriente.

– Pueh! – fe’ il pirata alzando sdegnosamente le spalle. – Che belle idee d’avventuriero.

– Cospetto! Vorresti tu che una volta tanto ricco da sfidare la miseria, me ne restassi ancora a Mompracem, come un sorcio in trappola?

– In tal caso, non prenderai parte alla spedizione. Non vedrai questa Perla, e potrai continuare i tuoi sogni.

– Eh! Non lo pensare nemmeno, Sandokan.

– La Perla ti attira adunque?

– Niente affatto. Ma lasciarti partire senza di me, sarebbe metterti la corda al collo per appiccarti. Senza la mia prudenza a quest’ora saresti morto le cento volte.

– Lo credi? – chiese la Tigre con tono incredulo.

– Sì, perdio, che lo credo.

– Ed io niente affatto.

– Perché, di grazia?

– Perché?… Perché io sono invulnerabile!…

– Tu vuoi burlarmi, Sandokan.

– Zitto là, fratello mio. I prahos, non sono d’umore di aspettare che tu finisca i tuoi discorsi. Prendi la tua carabina e scendiamo al villaggio. I nostri tigrotti, mi pare di vederli, s’impazientano. Hanno sete e sete di sangue.

Il Portoghese cacciò fuori un sospirone, e maledicendo in cuor suo la Perla di Labuan, staccata dalla parete una pesante carabina, seguì la Tigre di già uscita.

L’uragano era del tutto cessato, lasciando solo qualche nube sull’orizzonte e le traccie del suo passaggio nelle foreste dell’isola. Il sole, sciolti gli ultimi vapori, brillava all’oriente colla solita fulgidezza, versando torrenti di fuoco nel mare ancor agitato dai soffi della notte, e sulle verdeggianti pianure, in mezzo alle quali scorrevano numerosi ruscelli e torrenti, che parevan filoni d’argento liquido, scesi da miniere inesauribili.

I due pirati scesero la tortuosa scala, e si diressero verso la spiaggia, presso la quale prahos d’ogni dimensione e in completo armamento da guerra, danzavano all’âncora.

La loro comparsa fece uscire dalle capanne del villaggio tutti i pirati che le abitavano. Essi corsero come un sol uomo a schierarsi dinanzi ai due capi presentando colle loro cento divise e le loro cento tinte, uno spettacolo bizzarro.

Vi si vedevano in mezzo dei Cinesi dalla tinta gialla come poponi col pen-sse() nazionale; Indiani dal capo rasato, cui una continua vita di pericoli aveva dato loro una certa dose di coraggio del quale mancano generalmente i loro compatrioti; dei Malesi dalla statura bassa, ma membruti e robusti, dalla faccia quadra, piatta, ossuta, a tinta fosca; dei Battiassi di una carnagione fuliggine chiara e ancor più piccoli ma forse più robusti e che al coraggio aggiungevano ferocia d’antropofagi; dei Lampunghi non molto dissimili dai Cinesi; dei Negritos d’orribile struttura e dalle teste enormi, e un miscuglio di Giavanesi dai piacevoli lineamenti, di Daiassi del Borneo sanguinarissimi, dei Bughisi, di Macassaresi e infine dei Tagali delle Filippine.

Erano più di duecento uomini, duecento tigrotti raccozzati in tutte le terre della Malesia, senza scrupoli e senza religione, ciechi istrumenti della terribile Tigre della Malesia, cui una parola sola bastava per magnetizzarli, e una sola minaccia per farli tremare, mentre che dinanzi alla mitraglia e ai moschetti non avevano mai tremato!

Sandokan gettò uno sguardo di compiacenza sui suoi tigrotti, come amava chiamarli.

– Ehi! Patau, salta innanzi – diss’egli.

Un uomo di bassa statura, ma dalle forme di una robustezza eccezionale, un Malese che fino dai primi anni aveva fiutato la polvere di cannone sui prahos pirateschi, si staccò dalla banda e si fece innanzi con un dondolamento di lupo di mare.

– Sei tu, se non m’inganno, che vorresti vedere la Perla di Labuan? – chiese la Tigre.

– Sì, capitano – rispose il Malese.

– Sei tu, che ti lagni sempre di aver sete di sangue?

– Sì, Tigre della Malesia. Il tuo tigrotto ha sempre sete.

– Sta bene. Armerai due dei più rapidi prahos. Ti voglio accontentare.

Il Malese non aveva ancora ascoltato l’ultima parola che già volava, tirandosi dietro con un fischio mezza banda. In meno che non si dica i due più rapidi legni si trovavano pronti a sciogliere le vele.

– Bene – disse la Tigre, che non faceva a meno d’ammirare con legittimo orgoglio i suoi uomini. – Tutti sono smaniosi di andare a Labuan a vedere questa Perla; per Allah! danzeranno tutti al tuonar dei cannoni! Vieni, Yanez.

Nel momento che i due capi stavano per dirigersi alle imbarcazioni amarrate sulle sabbie, un indigeno dalla tinta nera come l’inchiostro, dalle labbra grosse come quelle degli africani, il naso stiacciato, gli occhi torvi e brillanti come quelli di una civetta, sbucando dalle foreste circostanti, avvicinossi a loro.

– Oh! l’orribile mostro! – esclamò Yanez segnalandolo al suo compagno.

– Ah! sei tu, Nini Balu? – disse Sandokan arrestandosi. – Mi hai l’aria, di portarci qualche novità. Su, cattiva creatura, sciogli la tua lingua da vipera.

– Un sospiratore affannato fuma in vista dell’isola – rispose il selvaggio.

Sandokan aggrottò la fronte, e portò involontariamente una mano sull’impugnatura del kriss.

– Tu vuoi dirmi che un incrociatore bordeggia al largo?

Il selvaggio fece un cenno affermativo col capo.

– Che fa questo vascello? – chiese la Tigre con voce rauca.

– Ci spia. Non fidarti, Tigre, di quella bestia nera. Ha un malefizio nel ventre.

Sandokan non rispose. Egli mirò distrattamente e per alcuni istanti l’onda che veniva a morire quasi ai suoi piedi, poi volgendosi bruscamente verso Yanez:

– Hai udito, fratello? – domandò egli.

– A meno di non essere sordo, sicuramente – rispose il Portoghese.

– Yanez – disse gravemente il pirata, – quel fumante incrociatore non mi dà a pensare, finché io batto il mare. Ma tu sai quanto il mare sia ampio, e quanto sia facile perdere di vista il nemico; finché io lo cerco, potrebbe piombare sull’isola e dar fuoco al nostro covo. Ora occorre un uomo di ferro per impedire che si bombardi il villaggio. Tu rimarrai.

– E tu? – domandò il Portoghese.

– In quanto a me proseguo la via che mi son fissato di tenere. Andrò, se mi si offre il destro dopo la presa dei legni, non solo a veder la Perla, ma a bombardare Vittoria, la città di Labuan.

– Ti occorrono venti prahos per lo meno, Sandokan.

– Alla Tigre della Malesia basta il suo ruggito per ispaventare il leone – disse Sandokan fieramente.

Poi si volse e fece un gesto a Patau, che avvicinossi come un lampo.

– Quaranta tigrotti a bordo dei prahos – disse. – Bada che sieno tutti assetati.

– Attaccheremo l’incrociatore? – chiese imprudentemente il Malese.

– Ciò non ti riguarda, rettile. Spicciati, per Cristo!

Il Malese si allontanò senza fiatare. Scelse quaranta dei più coraggiosi uomini, la maggior parte Daiassi, Malesi e Battiassi e li fece imbarcare a bordo dei due legni assieme a due cannoni di rinforzo.

Sandokan tornò a volgersi verso il Portoghese, che sembrava pensieroso e di cattivo umore.

– Suvvia! A che tenermi il broncio? – gli disse. – Avrai la tua parte di bottino lo stesso, lo sai bene. Vorrai dei prigionieri? Te li porterò. Vorrai sangue da bere? Te ne porterò una nave carica. Che vuoi di più?

– Ah! Sandokan! Ho il presentimento che questa spedizione ti sia fatale.

– Lascia i presentimenti alle femmine, Yanez. Orsù, i prahos mercantili non mi aspettano, lo sai. Addio, fratello.

– Addio, Sandokan. Che la buona stella ti guidi.

I due pirati si abbracciarono, come solevano far sempre quando intraprendevano una spedizione, dove non erano sicuri di tornar sempre. Poi la Tigre, colla testa alta, la carabina in mano, l’occhio acceso e le labbra contratte a un feroce sorriso, s’allontanò. Salì in una ricca imbarcazione, e in pochi colpi di remo raggiunse il suo prahos.

Le âncore, in meno che nol si dica, furono strappate dal fondo e le grandi vele furono sciolte al vento da una squadra di diavoli color verde-oliva o nero fuliggine, che parevano dotati della potente agilità delle scimie.

– Rotta per le Romades! – si accontentò di dire Sandokan, poi andò sedersi a prua sulla culatta del suo cannone favorito, con lo sguardo acuto, che avrebbe sfidato quello d’un’aquila, rivolto al sud.

I due legni, coi quali la Tigre stava con la sua solita intrepidezza per intraprendere la caccia dei mercantili e di poi la spedizione sulle pericolose coste di Labuan, appartenevano a quella specie conosciuta nella Malesia sotto il nome di prahos o di pralì.

Erano due legni bassi di scafo, di forma allungata e snella, più alti a poppa che a prua, e provvisti sottovento di bilanciere per impedire che una raffica improvvisa li rovesciasse e sopravento di un largo sostegno di bambù per la zavorra.

Portavano vele della lunghezza di quaranta e più metri di forme allungate, composte di striscie di grossa tela di cotone dipinta, con pennoni tesi obliquamente, fatti di bambù strettamente legati con fibre di rotang, e alberi triangolari, grossi, un lato dei quali veniva formato dalla coperta del prahos. Avevano doppi timoni per meglio dirigerli, un casotto sul ponte chiamato attap, l’attrezzatura tutta di bambù, di rotang e di fibre di gamuti, e grossi cannoni a prua e spingarde dal lungo tiro, per poter gareggiare colle navi meglio armate.

Al comando di Sandokan, i due legni pirateschi si affrettarono a prendere il largo descrivendo curve con matematica precisione per evitare le scogliere che fanno pericolosa corona all’isola, e bruschi angoli per non urtare contro le secche e i banchi madreporici.

Una volta usciti da quel laberinto, quantunque il vento fosse un po’ debole, misero la prua al sud, guizzando e rimbalzando come palle elastiche sulle onde, filando senza darlo a vedere tre e quattro nodi all’ora, rapidità sufficiente per poter raggiungere i legni mercantili, che dovevano camminar assai meno.

Tutti i pirati, benché la distanza fosse ancora ragguardevole dalle Romades, e nessuna vela apparisse all’orizzonte, si misero in osservazione, i più agili a cavalcioni dei pennoni per abbracciare maggior spazio e gli altri in piedi sulle murate, aggrappati alle sartie e alle griselle.

Quaranta cannocchiali viventi, in pochi minuti, scrutavano i trentadue punti della bussola, spiando la preda non solo, ma anche il fumante incrociatore, verso il quale avevano qualche apprensione.

Non era nemmeno da supporsi che avessero paura di esso o che temessero un incontro, malgrado la sproporzione delle forze. Avrebbe bastato che si fosse fatto vedere e che la Tigre ordinasse l’abbordaggio per espugnarlo. Solo avevano qualche timore che si unisse a qualche altro legno, e che sbarcasse improvvisamente soldati su qualche punto mal guardato di Mompracem.

Anche la Tigre della Malesia pensava all’incrociatore, ma non si preoccupava tanto.

Pure, volendo assicurarsi di ciò che pensavano i suoi uomini sulla probabile presenza di quel legno, chiamò Patau. Il Malese fu lesto ad accorrere.

– Credi tu – chiese la Tigre, – che quel maledetto negro non ci abbia ingannati?

– E perché avrebbe voluto ingannarci? – disse il Malese. – Nini Balu è una creatura, che non sarebbe capace di trattare colle giacche rosse(). Sono sicuro, per mio conto, che il sospiratore affannato spii l’isola colla speranza di ornare le sue antenne di impiccati.

Le labbra della Tigre si piegarono a una smorfia, che voleva essere un sorriso.

– Credi tu che i nostri uomini si preoccupino della presenza di questo legno?

– Oibò – esclamò Patau con un’alzata di spalle. – Per preoccupare i tigrotti di Mompracem, guidati dalla Tigre della Malesia, occorrerebbero cento navi, e ancor queste sarebbero poche.

– Vedete, capitano. Alla sola idea che quel sospiratore affannato ci spia, tutto il mio sangue bolle e quello dei miei compagni fuma. Quando l’incontreremo, il sangue diverrà fuoco, e voi sapete ciò che vuol dire. Succederà un massacro e nella macchina getteremo a bruciare cadaveri anziché carbone.

– Lo so, Patau, che un dì o l’altro, ne ho la certezza, ci capiterà alle spalle. Ci spia, ma freme al mio nome, e trema dinanzi alla mia potenza. Guarda: forse ha gettato dei liquori fra gli indigeni di Mompracem, forse sa che io ho abbandonato il mio covo, e forse non ignora su quale terra io muova, ma non ardisce inseguirmi. Quaranta uomini, quaranta tigrotti gli fan paura e si tace!

– È roba vecchia, capitano. Quelle giacche rosse non sono forti che coi deboli. Non avete udito dire come siano sbarcati a Labuan? Tiravano cannonate per misurarsi con quei miserabili selvaggi, che non avevano mai fiutato polvere di cannone.

– Lo so – disse la Tigre sordamente. – Ma vorrei essere stato io laggiù coi miei prahos. L’Iris non sarebbe più tornato su queste coste, e il suo comandante Rodney Mundy sarebbe andato a trovare le madrepore appeso al suo ponte di comando.

– Ah! – esclamò il Malese con tono di rimpianto. – Bisognerebbe andare un dì o l’altro a Labuan. Sarebbe il mio sogno.

– E chi dice, Patau, che io non vi andrò? Uno strano capriccio mi ha preso, Malese mio: voglio andar a vedere la Perla.

Il Malese fece un salto indietro.

– Per Allah! – esclamò egli sorpreso. – Vi avrebbe toccato il cuore questa Perla?

Una nube oscurò la fronte della Tigre della Malesia.

– Ah! – ghignò Sandokan. – Credi tu che il mio cuore, inaccessibile a ogni passione, abbia perduto la sua invulnerabilità?

– No, capitano. Ma dicesi che questa Perla sia così bella!…

– Le mie bellezze, Patau, se tu nol sai, non sono che le pugne, i fiumi di sangue, e i monti di cadaveri. La Tigre della Malesia non conosce altre bellezze.

La fronte di Sandokan s’aggrottò e la sua faccia prese una truce espressione. Volse bruscamente le spalle al Malese, e si mise a guardare attentamente il mare, senza aggiungere altra parola.

I prahos continuarono la loro caccia, veleggiando sempre verso le Romades, accelerando la corsa pel vento che andava prendendo forza, guizzando come pesci, tagliando nettamente a prua le spumeggianti onde, che spruzzavano fino alla Tigre.

Man mano che la distanza scemava, tutti gli occhi dei marinai prendevano maggior potenza visiva. Le pupille si allargavano scrutando il meridionale orizzonte, e le mani si avvicinavano insensibilmente alle carabine, alle scuri e alle sciabole d’arrembaggio, quasi indovinassero prossima la presenza dei legni mercantili, mentre quelle fiere figure d’uomini parevano acquistare novella forza, novella ferocia, cento volte raddoppiata dal magnetico sguardo della Tigre.

E infatti i prahos mercantili, segnalati il giorno precedente, non dovevano essere gran fatto lontani. Se si erano arrestati alle Romades, il che poteva essere facile, dovevano apparire fra breve tempo, calcolando la loro destinazione per Labuan o Varauni.

A ogni modo, sia in pieno mare o sotto costa, fossero pure sotto quella di Borneo, non potevano sfuggire. Avrebbe bastato una parola di Sandokan per decidere i pirati ad assalirli anche in mezzo a un porto, sotto i cannoni dei forti.

– Guarda sottovento! – gridò d’un tratto un Dayasso che erasi arrampicato fino alla banderuola della maistra.

Sandokan, a quel grido, si rizzò. Gettò uno sguardo sul ponte del suo prahos e uno su quello che veniva dietro a venti soli passi lontano, e parve che fremesse. Attraversò la coperta e andò a mettersi egli stesso al timone. Non bisogna scherzare negli arrembaggi, dove il più piccolo fallo può causare un urto e una catastrofe. Egli respinse Patau.

– Il cannone di prua non domanda che di ruggire – gli disse. – Fa in modo che possa mordere.

– Bene, capitano, morderà – rispose il Malese.

A un suo fischio sei dei più risoluti pirati si misero ai lati dell’abbronzato pezzo che pareva volesse rizzar da solo la fumigante bocca verso gli orizzonti del mezzodì.

I due prahos parvero accelerassero la corsa. In due bordate si spinsero innanzi di quattrocento metri, scuotendo di dosso la spuma delle onde. I quaranta pirati balzarono in piedi come un uomo solo colle armi di già in mano, l’occhio sanguinoso fisso al sud ove scorgevasi un punto giallastro che sembrava radere l’orizzonte a tratti, ora scomparendo come se fosse colato a picco e ora rialzandosi impercettibilmente, ma tanto da poterlo scorgere nuovamente e riconoscerlo non già per la bianca spuma di un’onda ma per la vela di un prahos che veleggiava verso l’est.

– È una vela! – esclamò un Battiasso dalla statura colossale, dalla tinta color ferro.

– E chi dice di no? – domandò un Tagalo delle Filippine dalla carnagione rossastra e col viso tagliato a rombo. – Ma non vedi tu, che è sola?

– Eh! eh! – esclamò un Malese dall’incedere furbesco. – Che sieno fuggiti gli altri due adunque?

– Bisognerà crederlo, Ragno di Mare – rispose Patau volgendosi verso il suo compatriota. – Vi ha da scommettere che gli altri due hanno volto la prua al sud o che hanno naufragato durante la notte. Buon per loro, che avrei voluto veder l’equipaggio danzare sotto il ferro del mio cannone.

– Silenzio là! – esclamò Sandokan. – Ai vostri pezzi voi; alle carabine i moschettieri.

La conversazione fu tagliata nettamente. Gli artiglieri si precipitarono ai loro pezzi e tutti gli altri, eccetto quattro uomini destinati alla manovra del prahos, si affollarono a prua e alle murate, pronti ad avventarsi all’assalto al primo abbordaggio. In un minuto il più profondo silenzio regnò sui due legni pirateschi che veleggiavano l’un accanto all’altro; tutti gli occhi fissavano la bianca vela che lenta lenta ingrandiva, gareggiando nel riconoscere prima la portata, gli uomini e le armi.

Passò mezz’ora senza che la minima parola fosse pronunciata a bordo, tanta era l’autorità di Sandokan su quegli uomini di solito così turbolenti e durante questa mezz’ora la vela si accostò ai due rapidi prahos che manovravano in maniera da tagliare la ritirata dell’est e dell’ovest. Lasciato il varco al sud e al nord, sgombri per un gran tratto d’ogni terra, un inseguimento diventava su quelle due vie un nunnulla e l’abbordaggio sicuro. Con un uomo come Sandokan non vi era da sperare nella fuga; bisognava dare o accettare battaglia, pugnare finché restava sangue nelle vene e poi soccombere.

Man mano che si avvicinavano i due rapidi legni dei pirati, la vela ingigantiva lasciando vedere a poco a poco le murate del vascello, che fu in breve riconosciuto per un gran prahos mercantile, uno di quei legni che esercitano il lucroso traffico fra le isole della Malesia, e che uno dei pirati, benché fosse abbastanza distante, asserì essere uno dei tre scorti il giorno precedente.

– Yanez mi aveva parlato di tre navigli – mormorò Sandokan. – Dove si sono cacciati gli altri due?

Si morse le labbra quasi con collera, poi diresse il suo prahos sul legno mercantile, in maniera da poterlo abbordare a prua, mentre l’altro prendeva il largo tagliando la ritirata sulla via dell’ovest e abbordarlo, se occorreva, a poppa.

A due miglia di distanza il mercantile, un po’ affogato per l’eccessivo carico e cattivo camminatore, si arrestò correndo piccole bordate come indeciso sulla via da prendere.

Certamente era stato messo in sospetto dalla presenza di quei due prahos, che eseguivano una manovra non troppo rassicurante.

Bordeggiò così per tre o quattro minuti, come volesse assicurarsi delle intenzioni dei due legni da preda, poi cangiò bruscamente rotta, e virando di bordo batté prudentemente in ritirata.

– Tanto ci voleva a riconoscerci? – mormorò Sandokan, poi alzando la voce: – ehi, Patau, prepara il tuo cannone, e voi, tigrotti, prendete i moschetti. La danza non durerà molto, ma a ogni modo ci divertiremo.

Il povero legno mercantile doveva ben comprendere che la fuga sarebbe stata quasi impossibile e un combattimento, fra due fuochi, disastroso. Senza dubbio la sinistra fama della Tigre della Malesia era giunta all’orecchio dell’equipaggio per quanto da lungi venisse e la vicinanza di Mompracem doveva accertare i timori.

Sandokan, che non perdeva d’occhio il mercantile, poté assicurarsi coi propri occhi che l’equipaggio preparavasi a una disperata resistenza. Venti minuti dopo, i due prahos erano seicento metri dal fuggiasco. La rossa bandiera dei pirati, in mezzo alla quale campeggiava una tigre, salì maestosamente sull’albero di sinistra.

– Patau – disse Sandokan, – fa cantare il tuo cannone.

Patau non aspettava che questo comando, accese la miccia e si avvicinò al cannone.

Di repente una detonazione fortissima scoppiò al largo e una nube di fumo si alzò a poppa del prahos mercantile. Due tavole della murata di tribordo del legno da prenda saltarono sotto la palla.

Né Sandokan, né l’equipaggio si mossero. Patau diede fuoco al suo pezzo. L’effetto fu pronto. La palla del calibro da sei sfondò la murata poppiera del mercantile e investì il cannone ancor fumante sollevandolo dall’affusto. Le grandi vele un istante dopo vennero ammainate sul ponte, e una scialuppa venne calata in mare. Sei o sette uomini vi presero posto coll’evidente intenzione di fuggire prima che arrivassero i pirati. Il rimanente dell’equipaggio si radunò invece a poppa smascherando un secondo cannone deciso a difendersi.

– Ah! – esclamò Sandokan, saltando in piedi col volto abbuiato. – Vi sono dei vigliacchi a bordo di quel legno come vi sono dei coraggiosi. Patau, affondami quella scialuppa! I codardi non meritano la mia generosità!…

– Bene capitano – rispose il Malese con un satanico sogghigno. – Se al primo colpo non li mando all’inferno, non sono più Patau!

Il cannone era stato caricato e Patau non mancò alla parola. La scialuppa fu spaccata a metà e un nembo di mitraglia lanciato dall’altro prahos spazzando il mare istecchì i nuotatori.

– Bravo Patau! – esclamò Sandokan. – E ora, amico mio, rasa come un pontone quel legno. Andrà a farsi raddobbare di poi a Varauni a nostre spese. I coraggiosi sono degni di noi. Fa in modo che le tue palle non abbiano a mordere che del legno.

I due prahos correvano sopra al povero legno mercantile colla rapidità delle aquile, manovrando in maniera di poterlo abbordare da due lati. I cannoni ripigliarono la infernale musica fracassando gli attrezzi, alternando violente scariche di mitraglia che laceravano vele e recidevano corde. Il legno mercantile rispondeva vigorosamente col suo unico pezzo cercando, se non di vincere, almeno di vendere caramente la vita.

– Tira! Tira che sei un coraggioso! – gridava Sandokan entusiasmato. – Tu sei degno di combattere contro di me!…

I due prahos avvolti fra fitte nubi di fumo dalle quali scattavano lampi e uscivano detonazioni volteggiavano attorno al legno mercantile che virava a furia di remi, di bordo, presentando la prua sulla quale si affollavano i difensori.

– Barra sottovento! – gridò d’un tratto Sandokan che aveva impugnata la scimitarra.

Il suo prahos abbordò il mercantile sotto l’anca di tribordo ad onta della sua moschetteria e delle precipitose manovre dell’equipaggio nemico. Sandokan, benché i grappini d’arrembaggio non fossero ancora stati lanciati, si raccolse su sé stesso col kriss fra i denti, come una tigre che sta per avventarsi, quando una mano robusta lo trasse indietro. Il Ragno di Mare gli si rizzò accanto coprendolo col suo petto d’atleta, e bestemmiando tentò saltare sul prahos mercantile dove un marinaio toglieva di mira la Tigre della Malesia.

Non ebbe il tempo, ma si gettò dinanzi a Sandokan e ricevette in sua vece la fucilata in pieno volto. Il povero Ragno cadde in mare colla testa fracassata.

Sandokan gettò un muggito da toro ferito, e aggrappandosi alla bocca di un cannone, si issò in meno che se lo dica sulla coperta del legno mercantile. L’intero equipaggio annerito dal fumo e insanguinato si avventò contro di lui cercando respingerlo.

– A me, miei prodi! – urlò il pirata spaccando la testa al primo venuto. Dieci o dodici pirati risposero all’appello. Si arrampicarono come scimie lungo i bordi e aiutandosi coi paterazzi saltarono sul ponte circondando l’equipaggio. Nel medesimo tempo l’altro prahos abbordava il legno a poppa. I suoi uomini irruppero colle scuri alzate vociferando spaventosamente.

– Che nessuno li tocchi! – tuonò la voce della Tigre. – Sono degli eroi!

Fu compreso. I pirati circondarono l’equipaggio, lo disarmarono e lo legarono senza spargere goccia di sangue. La Tigre si avvicinò al capitano del prahos.

– Tu sei un brav’uomo – disse. – I tuoi uomini sono degni del loro comandante. Io ti lascio la vita!

Il capitano del prahos lo guardò come trasognato. Sandokan poggiò le mani sulle spalle di lui e guardandolo fisso:

– Dove vai? – gli chiese.

– A Labuan – rispose macchinalmente il capitano.

– Tu conosci quell’isola?

– Sì.

– Parlami della Perla di Labuan. Chi è?

– Una donna.

– Di qual razza?

– Inglese.

Le labbra di Sandokan si contrassero mostrando i denti.

– Dove ha la sua casa? – domandò egli con voce sorda.

– Nelle foreste della costa occidentale.

– Grazie, mio prode – disse Sandokan.– Olà! Gettate un barile d’oro a questi giovinotti!

Nessuno dei pirati aprì bocca, per opporsi a un sì strano comando. Del resto non era la prima volta che la Tigre della Malesia agiva in tal modo. Fu ubbidito, e il barile d’oro, con sorpresa dei marinai del prahos mercantile, che si chiedevano se sognassero o avessero da fare con qualche deità marittima, passò a bordo del legno.

Sandokan tornò ad avvicinarsi al capitano.

– Guardami in volto! – esclamò bruscamente egli.

– Chi sei? – chiesero i marinai ad una voce.

– La Tigre della Malesia!…

Prima ancora che l’equipaggio tornasse in sé dalla sorpresa e dalla paura, Sandokan era già a bordo del suo legno circondato dai pirati.

La Tigre stese la mano verso l’est, ve la tenne per qualche tratto così orizzontalmente, poi con voce metallica, stridente, collerica:

– Tigrotti, a Labuan! a Labuan!…

CAPITOLO III. L’incrociatore

Abbandonato il disalberato e sdruscito legno mercantile, i due prahos pirateschi, con due uomini di meno, ripresero la corsa verso Labuan, l’isola della Perla, che Sandokan ormai voleva ad ogni costo vedere.

Il vento dell’ovest era inoltre propizio per portarsi al nord-est e giungere all’indomani allo spuntar del sole e forse la stessa notte all’isola. Bisognava però agire con estrema prudenza poiché, per quanto fossero forti e risoluti, potevano incontrare più di un incrociatore che sbarrasse la via o almeno inceppasse la spedizione. Tutti sapevano che il regno di Borneo, la cui capitale non distava gran tratto, benché si prestasse volentieri alla pirateria e mantenesse prahos pirateschi per proprio conto, poteva, fosse solo per attirarsi le simpatie della nuova colonia, armare la sua flotta e lanciarla contro Sandokan. Tutti sapevano che quelli di Borneo erano gelosi di quelli di Mompracem che si erano fatti una sì formidabile nomea.

I due prahos presero arditamente la pericolosa via senza esitare. Sandokan, fatti ripulire i ponti, raggiustare gli attrezzi, tappare i fori delle bombe, fatto dispensare il pranzo del mezzodì, accese la pipa che somigliava a un narghilé turco e andò a sedersi sul medesimo cannone, dove il povero Ragno di Mare si era così generosamente sacrificato per lui.

Egli rimase mezz’ora senza dir parola, immobile, concentrato, assaporando la calma dopo la pugna, seguendo con occhio distratto le mosse del suo equipaggio che terminava di raggiustare le ultime gomene danneggiate dalla mitraglia. D’improvviso si scosse e piantando gli occhi su Patau, gli fe’ cenno d’avvicinarsi.

Una profonda ruga solcava l’ampia sua fronte e fumava con maggior furia di prima. Egli guardò per alcuni minuti e in silenzio il Malese, che non ardiva fiatare sospettando qualche rabbuffo.

– Dov’eri nel momento dell’abbordaggio? – chiese egli alfine con voce calma e grave ma che tradiva un lampo di collera.

– Al vostro fianco – rispose il Malese.

– Hai veduto cadere il Ragno di Mare? Pensa bene e parla meglio. Chi l’uccise?

Il Malese rabbrividì fino alla punta dei capelli e se fosse stato bianco sarebbe diventato pallido come un morto. Se si fosse trattato di precipitarsi all’abbordaggio dove la mitraglia mordeva e sibilava se ne sarebbe infischiato della paura, fosse pure stato sicuro di lasciarvi la pelle, ma dinanzi a Sandokan, cui bastava uno sguardo per inchiodare su due piedi i più ricalcitranti, egli sì, tremava.

– Ebbene? – domandò qualche istante dopo Sandokan senza abbandonare il suo posto, né la canna della gran pipa e senza nemmeno guardare in volto il Malese che tremava come avesse la febbre.

– Una palla di cannone – arrischiò Patau e dette indietro mentre l’equipaggio sogghignava contento che quel Malese del diavolo fosse stato innalzato fino a un grado così invidiato per essere precipitato chi sa dove da una sola parola del terribile padrone.

Non si amava a bordo Patau perché derubava silenziosamente i camerati valendosi della sua autorità, e senza che alcuno osasse farne parola al capitano. Si aveva paura di entrambi, ma ben differentemente.

Sandokan alla risposta del Malese aveva fatto un legger movimento, ma fu tutto. Egli continuò:

– Il tuo posto era accanto a me giacché non ti avevo affidato il timone. Quando noi giungeremo a Mompracem, ti farai fucilare! Vattene!

Non si poteva scherzare con un simile uomo, né arrischiare parola. Commettere una vigliaccheria a bordo sarebbe stato un far ruggire la Tigre. Il Malese senza batter ciglio, conservando quella fierezza in lui abituale, si allontanò come se si trattasse di un nonnulla. Sandokan lo richiamò.

– Potrebbe darsi che si avesse a incontrare l’incrociatore – diss’egli. – Mi occorre un uomo: tu puoi essere quello giacché ti ho spacciato per Mompracem; morire combattendo è un favore che io solo accordo ai coraggiosi. Alla prima cannonata, arresterai la palla col tuo petto.

– Grazie, capitano! – esclamò il Malese e contento della sentenza del suo formidabile capo, di cui nessuno avrebbe osato mettere in dubbio l’infallibilità, se ne andò al timone.

– Sabau! – gridò egli guardando sempre il mare e come parlasse a sé stesso.

Un altro Malese di bassa statura, ma di membra gagliarde, dalla faccia quadra anziché no, ossuta, dal naso schiacciato e grosso, dagli occhi piccoli ma brillanti, dalla bocca grande con le labbra grosse, la tinta fosca e vestito con un solo paio di corti calzoni rossi, si fece innanzi dondolandosi comicamente.

– Tu non sei stato il primo a saltare sul prahos dopo di me? – domandò Sandokan.

– Infatti, mi sono trovato sul ponte alle prese con uno di quei mascalzoni – rispose egli.

– Bene, quando la palla di cannone sfonderà il petto del tuo compatriota, subentrerai nel comando.

La giustizia era finita per quell’uomo singolare che si faceva chiamare la Tigre. Egli abbandonò il cannone, diede uno sguardo alle due grandi vele gonfie sotto il vento dell’ovest, un altro all’altro prahos che seguiva la via del primo rigorosamente dritta e si mise a passeggiare da prua a poppa colla fronte serena ed un sorriso bonario.

Durante la giornata i due legni pirateschi continuarono a veleggiare in quella parte di mare compresa fra Mompracem e le Romades all’ovest, la costa di Borneo all’est e nord-est, e Labuan colle Tre Isole al nord, senza trovare il minimo impaccio e senza scorgere alcuna di quelle vele che di solito si mostrano sì numerose in quei paraggi, recandosi o partendo dalla capitale del regno di Varauni.

Già da parecchi anni la fama di Sandokan si era sparsa su quei ristretti mari, e solamente i grossi vascelli con numerosi equipaggi o prahos armati da guerra arrischiavano la traversata diretta. I più si tenevano sotto la costa, sicuri di poter sbarcare e di salvare almeno le vite se non il carico o approfittando di qualche giornata burrascosa o di qualche notte oscura per prendere il largo. Sandokan non ignorava più quelle astuzie, diventate ormai tanto vecchie da essere conosciute anche sulle spiaggie di Mompracem, e sarebbe bastato passare una notte in vista della costa per essere sicuri al mattino di far ritorno con un carico completo delle più preziose merci del paese, cosa che non mancava mai però di fare a rischio di cadere in un’imboscata, quando trattavasi di spedizioni di minerale giallo.

La notte cadde con quella rapidità che è propria delle regioni equatoriali dove il sole, anziché tramontare, si tuffa. Tutti i lumi vennero spenti a bordo dopo la cena, non amando essere scoperti e di vedere a loro agio, le vele in parte terzarolate per premunirsi dagli improvvisi colpi di vento che non mancano in quei capricciosi mari, e le sentinelle scelte fra gli uomini più intrepidi e dalla vista più acuta, che sapevano scorgere, per quanto le tenebre fossero fitte, una nave due miglia lontano. Alle otto i due equipaggi si ritirarono in massa e senza far rumore guadagnando le loro amache oscillanti, senza perdere tempo a spogliarsi delle poche vesti, pronti a prendere posto ai cannoni e ai moschetti al primo all’arme, la qual cosa non di rado avveniva, sia per respingere un attacco di qualche notturno leone che spingeva la sua audacia fino a irritare la Tigre, sia per piombare su qualche inoffensivo legno e rischiararlo a colpi di cannone.

Sandokan rimase sul ponte assieme agli uomini di guardia, assiso a poppa tenendo una delle ribolle, collo sguardo che balzava dalla bussola al mare, porgendo ascolto al lieve russar degli addormentati e al frangersi dell’onda sulla prua del legno. Si avrebbe detto che quell’uomo cercasse di raccogliere qualche rumore estraneo a quello del mare. Chi sa? un lontano colpo di cannone, che poteva tuonare in direzione di Mompracem, o che cercasse colla potenza del suo occhio da tigre di attirare la preda fuggente e di scoprirla; chi sa? forse il fumante cacciatore.

Gli uomini di guardia confusi fra gli attrezzi, seduti o ritti, parevano condividere i pensieri del loro capo. Gli occhi loro, che rilucevano come carboni nella profonda oscurità, balzavano dalle vele al mare scrutandolo nei più lontani orizzonti, cercando avidamente una preda sempre sospirata o un pericolo. Poco montava che si dovesse sfidare colpi di cannone e colpi di scure, con gran pericolo della pelle; bastava loro veder della preda, menar le mani insanguinate su cento e cento vittime, tuffarle in nuovo sangue, ubbriacarsi al fumo della polvere e veder morti e morti mutilati, guazzar sui bagnati ponti.

Ma nessuna vela si mostrava nel cerchio abbracciato da quei potenti occhi, fuorché le tenebre sovrastanti ai flutti color di inchiostro che rimuggivano sordamente come uscissero da un abisso e che venivano a cozzare sulla prua del prahos frangendovisi sopra e lasciando solo allor intravveder un leggero scintillio, che si cangiava sulla scia in un gorgogliamento luminoso perfettamente visibile in quella oscurità.

Alla mezzanotte il vento, sino allora debole, sembrò svegliarsi colla comparsa della luna, che faceva capolino fra le nubi. I due prahos parvero rialzarsi sotto quella nuova spinta e accelerarono la corsa verso l’est poggiando di qualche quarto al nord, dirigendosi verso le Tre Isole, che non dovevano esser gran fatto distanti. E invero poco dopo, rischiarate dalla luna, che tornava a mostrarsi in uno squarcio dei negri vapori, furono vedute tutte e tre benché vi sia fra loro una rispettabile distanza.

Parevano uscire dal mare come improvvisamente, di un color fosco, di una struttura più bizzarra che pittoresca in quell’ora, vere sentinelle avanzate di Labuan e di Borneo, che potrebbero far solida barriera alla baia di Varauni dalla quale non distano molto.

Sandokan appena che poté vederle abbandonò la ribolla a uno de’ suoi uomini e discese nella sua piccola cabina. La vista di quelle isole faceva quasi a lui credere di esser a Labuan che voleva dire lontano dal fumante incrociatore che alla mattina navigava presso le coste meridionali di Mompracem, e quindi libero da un improvviso attacco da parte sua che avrebbe potuto riuscire disastroso.

La cabina di Sandokan era ben ristretta a bordo di quel prahos; non mancava però di una certa eleganza non dissimile da quella della sua abitazione, e che non toglieva che vi dormisse a suo agio. Era un caos di piccoli mobili gli uni più graziosi degli altri, ma gli uni più avariati degli altri, un miscuglio di sete e di tappeti che l’ingombravano, che la soffocavano addirittura sotto le pesanti pieghe e in mezzo alle quali vedevansi armi mescolate a bottiglie e tazze con bombe.

Sandokan, senza levarsi un nulla del vestito, si stese in mezzo ai tappeti e non tardò ad addormentarsi come un uomo della sua tempra, cui un cuor di ferro soffoca le urla delle vittime cadute sotto l’acciaio dell’assassino e i cui occhi non vedono né le ombre né il sangue.

Tutta la notte i due prahos veleggiarono in pieno mare, sempre in vista delle Tre Isole, correndo bordate per la lenta raffica, che a poco a poco collo spuntar del giorno girava all’est. Ma per quanto il vento divenisse contrario non impediva che i due rapidi legni guadagnassero via, aiutati di tratto in tratto dai remi manovrati da robuste braccia che li avean conosciuti fin dalla più tenera età.

Al primo raggio di sole, che invase bruscamente il mare scacciandone la cupa tenebra, sette od otto miglia lontano fu veduta Labuan. Quasi nel medesimo istante Sandokan comparve sul ponte.

– Patau! – esclamò egli con quel tono che non ammetteva replica né ritardo per quanto minimi fossero.

Il Malese abbandonando il remo in un sol salto gli fu vicino, sempre col medesimo volto fra l’ilare e il furbesco, come un uomo che ha ormai dimenticato la palla di cannone.

– Comandante! – rispose egli facendosi innanzi francamente.

– La tua palla? – domandò Sandokan con strano sogghigno.

– È sul petto – rispose il Malese, – la prima che parte sarà mia.

– Bene, conosci tu una baia dove non si possa essere molestati da quei cani dell’Australia?

– La conosco.

– Bene, dirigi i prahos.

Ad un ordine del Malese i due legni da preda virarono di bordo dirigendosi verso il sud dell’isola.

Labuan è un lembo di terra che dista appena otto leghe da Borneo e che ha una circonferenza di circa venticinque miglia.

Si eleva a 24 metri sul livello del mare; semplici alture tengono luogo di catene di monti, numerosi corsi d’acqua tengono luogo di fiumi, ma i più durante la stagione calda lasciano il letto completamente asciutto. Ha però magnifiche foreste che potrebbero somministrare eccellenti legnami da costruzione, una graziosa vallata con pascoli al nord-est dove finisce in una tranquilla baia. Vedute pittoresche rendono piacevole il soggiorno su quel lembo di terra, che ogni giorno acquista più importanza grazie le scoperte di vene di carbon fossile che si trovano in gran numero, specialmente nelle vicinanze dei fiumi.

Gl’indigeni non sono numerosi e sono tanto stupidi, che illusi dalla presenza degli stranieri e da regali di due soldi, si sottomisero al velenoso giogo inglese che lentamente ma sicuramente andrà decimandoli per isbarazzarsi di esseri che potrebbero un giorno dar noia alla giovane colonia.

Fu nel 1846, 24 dicembre, che il capitano Rodney Mundy comparve pel primo a bordo dell’Iris e che ne prese bellamente possesso, dopo di avere spaventati i nativi facendo tuonare le sue artiglierie, come volesse mostrare a quegli esseri semplici la potenza del leopardo inglese. Ed essi, dopo le danze d’onore e una festa si sottomisero senza alzar una sola arma in difesa della terra natia.

Da quel tempo gli Inglesi vi avevano fondato la cittadella di Vittoria e si affrettavano a lanciare in mare vapori di ferro per reprimere la pirateria flagello di quei disgraziati mari. Sandokan non lo ignorava, no, ed era anzi per questo che voleva prendere terra nel fondo di qualche canale, di qualche seno al sicuro da improvvisi attacchi per poter poi agire a suo bell’agio.

I due prahos, dopo di aver fiancheggiato per breve tratto la costa coperta da fitti alberi, in mezzo ai quali torreggiava qualche tek, navigando lentamente e con estrema prudenza per non dar sospetto a qualche colono che battesse i dintorni, si cacciarono silenziosamente in un piccolo fiume, che alla foce avevasi scavato poco a poco un seno semi-nascosto da piante palustri.

Le âncore furono gettate con buona riuscita su di un fondo sabbioso, le vele ammainate senza far rumore come lo dovevano due visitatori che volevano mantenersi incogniti, e i prahos spinti verso la riva destra, nascondendoli del tutto sotto l’ombra dei grandi alberi e dei canneti, che fiancheggiavano una piccola palude di due o trecento metri di estensione. Un incrociatore che avesse battuto la costa, non sarebbe riuscito a scoprire quei due legni pirateschi che si tenevano imboscati come le tigri nel delta del Gange che spiano, sotto le grandi foglie acquatiche, la preda.

Sandokan e Patau sbarcarono, mentre che il restante dell’equipaggio rimaneva a bordo rigorosamente consegnato. Bisognava agire più che prudentemente per affrettare i piani del formidabile capo, che già contava non solo di veder la Perla, ma di mettere a ferro e fuoco se non tutta almeno una parte dell’isola.

Armati entrambi di carabine indiane e di scuri, i due pirati s’internarono senza dir verbo sotto la foresta, che lasciava qua e là qualche varco, tracciato talvolta dalla mano umana ma il più dalla naturale disposizione delle piante, che si rizzavano in mille guise differenti, ora ritte, ora inclinate e talvolta contorte come giganteschi serpenti.

Sandokan guidò il Malese per un duecento passi sotto la foresta, come conoscesse di già il cammino, poi si arrestò ai piedi di un durion colossale le cui frutta pericolose per le cadute che il più delle volte riescono mortali per l’incauto che vi passa sotto, si agitavano leggermente sotto uno stormo di tucani dal becco colossale, che parevano affaccendarsi nella costruzione dei loro strani nidi.

– Ascolta, Patau – diss’egli. – La vicinanza di nemici, che godono fama di possedere potenti navi e potenti congegni di distruzione, non ti nasconderò che mi inquieta per Mompracem, la mal difesa isola che non saprebbe resistere dinanzi ai loro cannoni, e che è d’uopo ci rimanga. L’intenzione di queste giacche rosse dacché si sono stabilite su questi malaugurati mari, è evidente che mira a portare un colpo fatale alla pirateria; fuggono la nostra presenza, ma spiano e cercano di tagliarci la ritirata invadendo i nostri selvaggi covi.

– Lo so – rispose il Malese. – Mompracem è troppo vicina a Labuan, offre troppe mire per quei ladri di terre, e un dì o l’altro non mi meraviglierei che una intera flotta si presentasse dinanzi al villaggio e cominciasse una danza infernale a suon di cannone.

– È ciò che vado pensando anch’io da vario tempo. Vedi, la presenza di questo incrociatore, che fuma silenziosamente su queste onde, non mi rassicura punto riguardo alle sue intenzioni che puzzano di polvere cento miglia lontano. È d’uopo che uno di noi, Mompracem o Labuan, abbia a cedere le armi al più forte. Spenta la pirateria, la Malesia sarà morta.

– Se io rimanessi in vita – disse Patau senza commuoversi, – agirei prontamente. La colonia va crescendo di giorno in giorno, grazie alla scoperta del carbone che attira maledettamente tutte le navi da guerra dei dintorni; oggi è un pugno di uomini che l’abitano, domani saranno due, da qua un anno cento. Le difficoltà allora saranno cento volte raddoppiate, le mosse difficili sotto l’occhio degli incrociatori e poco a poco la pirateria cadrà.

Sandokan rimase colle braccia incrociate a mirare il Malese, come per commentar le sue parole che trovava più che giuste, poi ripigliò la via senza smascherare l’audace progetto che lo rodeva.

Patau lo seguì, cacciandosi come il padrone sotto cespugli spinosi dove vi era pericolo di lasciarvi mezze vesti, tendendo l’orecchio per raccoglier ogni estraneo rumore e coll’occhio in guardia sulle piante vicine, dove poteva darsi che qualche tigre se ne stesse imboscata aspettando la preda al varco o che qualche serpe si dondolasse da qualche ramo pronto ad avviluppare il primo venuto e stritolarlo tra le vischiose anella con una di quelle strette cui non resistono forze umane. Per mezz’ora quei due uomini proseguirono il difficile cammino senza scambiare una sola parola, poi Sandokan tornò ad arrestarsi facendo cenno al compagno di tacersi. Aveva udito lontano un abbaiar di cani che sembravano seguire qualche pesta di selvaggina e che andavano rapidamente avvicinandosi, ed a cui talvolta univasi uno squillo di tromba.

– Vi sono degli uomini che cacciano – disse Sandokan dopo di avere ascoltato attentamente. – Si vede che questi dannati Inglesi non perdono tempo. Sono sicuro che cacciano le ultime tigri sfuggite alle armi degli indigeni; ovunque è distruzione dove passa l’avvelenato loro soffio.

– Ma dove andiamo ? – chiese Patau che non comprendeva lo scopo della passeggiata.

– Dove vuoi che andiamo, se non si va in cerca della Perla?

– Ma questi uomini? Io credo che mostrarci sia pericoloso.

– Potrebbe darsi, Patau. Ma a noi occorrono notizie per sapere dove si trova questa Perla e come vanno le faccende della colonia. Tiriamo innanzi. I due pirati, anziché battere prudentemente in ritirata, si riposero in cammino dirigendosi verso il luogo dove udivasi squillare la tromba e abbaiare i cani.

A poco a poco gli alberi poco prima strettamente uniti, cominciarono diradarsi dando luogo a praticelli e a radure cespugliose in mezzo alle quali s’innalzavano gran numero di piante di pepe, che avviticchiandosi ai rami degli arenga e degli artocarpus, formavano grandi reti vegetali e festoni ricadenti, dove garrivano leggiadri uccelletti e svolazzavano battaglioni di lucertole volanti.

I latrati dei cani si udivano allora tanto vicini che i due pirati, temendo essere scoperti, si nascosero dietro ad un aloé la base del cui tronco spariva fra gigantesche erbe.

Quasi subito apparve un indigeno in calzoncini bianchi, tenendo a guinzaglio un grosso mastino che ringhiava fiutando la terra.

– Ecco il mio uomo – disse Sandokan all’orecchio di Patau. – Non farti vedere, Malese mio; non all’armiamo questo stupido schiavo delle giacche rosse, questo schifoso rettile, questo miserabile più codardo di tutti i popoli della Malesia.

Gettò al Malese la carabina e si cacciò fra i cespugli circostanti senza far rumore e in maniera di abbordare il selvaggio di fronte. Alla sua improvvisa comparsa il bracconiere si arrestò tra il sospettoso e lo spaventato.

– Che vai cacciando, sulle mie terre? – domandò brutalmente Sandokan piantandosi dinanzi a lui e vibrando un potente calcio al mastino che gli abbaiava contro.

– La tigre – rispose l’indigeno.

– Chi è questo furfante che si permette di calpestare i miei campi?

– Lord Haawen.

– Ah! – fe’ Sandokan ghignando. – Una giacca rossa. La colonia comincia adunque ad avere certi signori che si permettono di cacciare sulle terre altrui?

– Non sono di loro le terre? Gli antichi padroni sono morti.

Sandokan tornò a sogghignare ma con quel sogghigno crudele che faceva rabbrividire e parve che volesse fulminare il selvaggio colla potenza dei suoi occhi.

– Ah! – esclamò il pirata. – Tu rimpiangi adunque l’istante in cui l’Iris si mostrò su queste coste e che i tuoi accolsero danzando?

– Forse.

Sandokan si passò la mano sulla fronte e stette per qualche istante in silenzio come pensasse. Poi guardando fisso fisso il selvaggio:

– Odimi bene, maledetto schiavo – gli disse. – Sai tu che la colonia fu condannata ad essere distrutta da un uomo potente, la cui sua comparsa basterebbe per incutere spavento?

– No, stenterei d’altronde a crederlo.

– Nemmeno se quest’uomo si chiamasse…

Egli s’arrestò bruscamente mordendosi le labbra.

– Chi?…

– Silenzio – disse il pirata ponendosi un dito sulle labbra. – Silenzio! Dimmi ora, hai mai udito parlare della Perla di Labuan?

– E chi, in Labuan, non ne avrebbe udito parlare?

– Chi è?

– Un genio benefico, che nulla ha di comune colle giubbe rosse.

– La conosci tu, questa Perla?

– Sì, l’ho veduta.

– Dove abita?

– A un miglio da questo luogo – rispose il selvaggio.

– Potrei vederla io?

– Sì, lo potreste.

– Indicami il modo.

– Basterà che vi nascondiate dietro qualche albero del parco. Tutte le mattine va a passeggiare al chiosco chinese.

Una vampa inesplicabile salì in volto al pirata. Trasse un pugno d’oro e lo diede al selvaggio che lo guardò istupidito.

– Grazie, amico – gli disse. – E ora va… va, e non volgerti più mai indietro.

Il selvaggio se ne andò correndo. Sandokan aspettò che fosse abbastanza lontano da non vederlo più, poi ritornò presso il Malese che lo aspettava impazientemente.

– Ebbene? – chiese Patau.

– Tutto va bene, tigrotto – rispose Sandokan. – Domani vedremo la Perla.

– E le giacche rosse?

– Sono più forti di prima.

– Ah! – esclamò il Malese sospirando. – I bei giorni sono finiti.

– Crederesti tu che la Tigre avesse paura? Cento leoni sarebbero pochi per incatenare la gran Tigre. Ritorniamo, Malese.

Sandokan raccolse la carabina e si diresse verso la costa seguito da Patau. Non avevano ancor percorso cento metri, che un colpo di cannone rombò verso l’alto mare.

La Tigre della Malesia cacciò fuori un ruggito come di belva ferita, poi precipitossi verso la foresta agitando come un forsennato la carabina.

– Vieni, Patau! Vieni! – gridò egli, facendo salti da tigre. – Vedo del sangue!

I due pirati in cinque minuti attraversarono il lembo della foresta e giunsero al fiumicello. Nel medesimo tempo un secondo colpo di cannone rombò sul mare, e in mezzo a un denso fumo che volteggiava nell’aria assieme a scintille, fu veduto il fumante incrociatore che moveva a tutto vapore verso la costa, sbarrando la ritirata ai legni da preda!

CAPITOLO IV. Pirati e Incrociatori

Non vi era da ingannarsi sulla manovra dell’incrociatore che cominciava a scagliare i più grossi proiettili alla foce del fiume. Aveva fiutato la presenza dei prahos pirateschi, e, benché non potesse ancora averli visti, ne indovinava la posizione, perché le sue palle erano passate pochi pollici sopra le murate perdendosi nella piccola palude.

Non vi era tempo da perdere se non si voleva farsi schiacciare ancor prima di poter agire; bisognava abbandonare il pericoloso posto dove vi era la probabilità di venir presi fra due fuochi da terra e da mare. Giacché la manovra era riuscita e l’incrociatore li aveva scoperti con rara sagacità, il meglio da farsi era quello di assalirlo. Vinti o vincitori bisognava guadagnare il largo.

Sandokan e Patau in pochi istanti avevano guadagnato i prahos, dove si era ormai organizzata la difesa; i cannoni caricati, gli uomini sotto le armi: non si domandava che di abbordare il vapore malgrado la sua mole, i suoi uomini tre volte più numerosi e la colossale portata delle sue artiglierie.

– Andiamo, figliuoli, salpate le âncore, issate le vele, impugnate le armi! – gridò il capitano. – Il miserabile che viene a sfidarci nei nostri nascondigli non può essere che un coraggioso. Ci aspetta.

– Tanto meglio, si danzerà nel sangue – disse un Malese mordendo la lama della sua scimitarra.

– Ci ubbriacheremo di polvere! – esclamò un Daiasso che si accostava ghignando a uno dei cannoni.

I due prahos con una scossa furono allontanati dalle paludose rive, nel mentre una terza palla fischiava fra gli alberi troncandone i rami. Le vele terzarolate per non avere impicci sul ponte vennero tese al vento. I due legni, senza rispondere alle provocazioni nemiche per riserbarsi i colpi a buona portata, si spinsero in mezzo al fiumicello portandosi sull’altra riva la cui ombra delle grandi piante bastava per sottrarli agli occhi più acuti.

Si trattava di sbucare improvvisamente in mare e di muovere arditamente all’abbordaggio, ancor prima che il nemico pensasse alla ritirata. Possedendo la macchina nel ventre, era lui il padrone che poteva portarsi da un luogo all’altro, evitare un incontro che fosse pericoloso e battere in breccia colle sue artiglierie assai più potenti di quelle dei pirati. Sandokan aveva di già calcolato sui numerosi vantaggi di lui e cercava sventarli giuocando d’astuzia.

– Non abbiamo fretta – diss’egli a Patau che si teneva alla barra. – Cerchiamo di risparmiare i nostri uomini che sono contati, non esponiamo troppo i nostri legni al fuoco dell’assalitore che ha potenti cannoni: lo abborderemo questa notte, se occorre. Non lasciamolo sfuggire giacché il leone si è gettato dinanzi alla tigre.

L’incrociatore avea preso posto a seicento metri dalla costa e si teneva sotto macchina senza gettare il più piccolo ancorotto onde tenersi completamente libero nei suoi movimenti, assalire o retrocedere, determinato a scovare i pirati a colpi di cannone. Il suo pezzo di prua, senza dubbio un grosso cannone, tuonava ogni cinque minuti cangiando direzione, tirando a caso, non giungendo a scorgere i due legni che, semi nascosti e nel più profondo silenzio, scendevano lenti lenti la corrente aspettando l’istante di correre all’abbordaggio.

Tutti i pirati erano pronti a qualunque sacrificio, decisi di sbarazzare il loro mare da un nemico sì potente che finiva col diventare uno spauracchio anche pei più coraggiosi. Ognuno si giurava di farla finita una volta giunto sul ponte dell’incrociatore, scannare il nemico benché tre volte più numeroso o almeno farlo saltare colla Santa Barbara. Sandokan aveva dato gli ordini precisi, niuno li avrebbe cangiati; guerra avea promesso, guerra doveva essere. La vittoria sarebbe venuta dopo.

I due prahos continuarono a scendere la corrente senza più inquietarsi delle detonazioni dell’incrociatore. Le palle fischiavano nei boschi abbattendo gli alberi, rimbalzando fino al fiume, forando più d’una volta le vele, ma non si rispondeva. Si voleva mordere la carne del leone.

A venti metri dalla foce fu visto il legno nemico che continuava a tirare col solo pezzo di prua. Patau ad un segno del capitano si curvò sul cannone che pareva impaziente di ruggire.

– Guarda! Guarda! – esclamò Sandokan volgendosi verso il prahos che veniva dopo.

Una nube di fumo sfuggì dalla prua del legno da guerra seguita da una detonazione che si ripercosse sotto gli alberi della costa. La prua del prahos fu passata da un proiettile come fosse stata di cartone, facendo saltare le tavole del castello su cui poggiava il cannone. Il pezzo si rovesciò mentre una colonna d’acqua si precipitava fischiando nella stiva.

– Quei cani là tirano a meraviglia! – esclamò un Daiasso, che si precipitò con tre o quattro altri compagni sotto coperta, dove l’acqua di già invadeva il paramezzale.

– Se non ci sbrighiamo, la sarà finita prima di filare cento braccia – mormorò un Giavanese.

– Silenzio! – gridò Sandokan facendo lampeggiare la lama della scimitarra.

Il legno da guerra alla vista dei due prahos pirateschi aveva, dopo il colpo di cannone così fortunatamente riuscito, fatto un mezzo giro a tribordo dirigendo la prua verso il nemico, pel quale pareva avere un certo rispetto che poteva chiamarsi un po’ di paura, ad onta della sua mole e della sua potente artiglieria. Si udiva sul suo ponte rullare il tamburo e squillare la tromba come in un giorno di battaglia, uomini che comandavano e lo sbuffar della macchina che vomitava torrenti di fumo dalla ciminiera ristretta in mezzo ai quali scintillavano delle scorie.

Da ogni parte si vedevano artiglieri in posizione dietro i loro pezzi col cordone tira-fuoco in mano pronti a bombardare il nemico con turbini di ferro, soldati dalle giacche rosse visibili a grandi distanze e che offrivano un sicuro bersaglio e marinai armati di carabine issati sulle coffe, sui pennoni, sulle sartie, sulle griselle che gesticolavano vivamente impazienti di cominciare il loro formidabile fuoco di moschetteria.

Sandokan a tutti quei preparativi, a tutte quelle mosse del legno da guerra che si teneva sotto vapore per battere in ritirata dinanzi a trentasette uomini, si era messo a ridere. Quell’uomo singolare trovava che tutti quei preparativi erano ancor pochi dinanzi a lui, cui il nome sol bastava a triplicare le forze dei suoi pirati.

– Eh! – esclamò egli rizzandosi quanto era lungo. – Non scherziamo di troppo, figli miei, che il leone ha aperte le sue unghie. Orsù, tigrotti miei, mano ai remi e a tutta velocità all’arrembaggio senza risparmiare, fra mezzo, qualche moschettata. Una volta sul ponte, sangue e cadaveri!

– Sangue! Sangue! – urlarono come un sol uomo i due equipaggi.

– Ai remi! Ai remi! – comandò Patau sempre in posizione dietro al suo cannone, che andava accarezzando.

Trenta uomini, trenta macchine dalle braccia d’acciaio, si precipitarono sotto coperta dei due prahos che si tenevano a una rispettabile distanza l’un dall’altro per non offrire una mira troppo facile al nemico. Due secondi dopo i legni corsari, guizzanti come pesci, rapidi come battelli a vapore, uscivano a tutta velocità in pieno mare abbandonando ogni precauzione, movendo dritti al legno da guerra che continuava a presentare la prua a meno di cento metri dalla costa.

– Ah! – esclamò Sandokan quando vide la coperta del suo prahos quasi sgombra. – La danza sarà tremenda, ma si danzerà, se il birbante non si risolve a fuggire.

Egli si avvicinò a prua, dove Patau e quattro compagni lo aspettavano dietro il pezzo. Esaminò per qualche istante il legno nemico che aveva sospeso il fuoco intento senza dubbio in qualche audace manovra, e volgendosi verso il Malese sempre impassibile:

– Orsù, Patau, non abbiamo un istante da perdere. Seicento metri sono come seicento colpi di cannone, bastanti per fracassare le ali ai nostri legni. Colpo per colpo, occhio per occhio, dente per dente. Quando non avrai più occhio sicuro, cedi il posto e arresta la palla col petto!

– Bene, capitano – rispose il Malese. – Or mi vedrete all’opera!

Patau era uno dei migliori artiglieri che contasse la pirateria, un brav’uomo in fatto di colpi di cannone che sapeva dare alle palle una direzione infallibile che fracassavano sempre. Egli si curvò sul suo pezzo mirando il ponte dell’incrociatore, poi si rizzò colla miccia in mano.

Ancor prima che Sandokan avesse dato il comando, un lampo balenò a prua dell’incrociatore seguito da una sorda detonazione. La maistra fu tagliata nettamente come un giunco e precipitò sul ponte coprendolo a metà colla sua vela e coi suoi pennoni, mentre l’altro prahos rispondeva fracassando il bompresso che volò in mare a meno di un piede dal cannone ancora fumante.

– I nostri uomini cominciano bene! – disse Sandokan, traendosi di sotto le pieghe della vela. – Animo, Patau, rispondi alla provocazione! Fracassa loro qualche albero o fa saltare quel dannato cannone di prua.

– Eccomi, capitano. Colpo per colpo! Occhio per occhio! – rispose il Malese.

Avvicinò la miccia e dié fuoco. Il cannone s’infiammò ruggendo, vomitando ferro e fumo; il suo proiettile che si allontanava pochi metri sopra il livello del mare andò a schiantare la passerella del comandante con matematica precisione, mozzando nel medesimo colpo la ciminiera il cui fumo si sparse pel ponte soffocando i combattenti di babordo che dovettero abbandonare il posto.

– Ehi, Patau! – esclamò Sandokan cacciando la barra a tribordo. – Non addormentarti sul pezzo; fracassa se puoi la macchina a quel leone, fa saltare il suo magazzino delle polveri, fa mordere alle tue palle i cannoni del nemico. Non vedi tu, che si addormenta ancora?

Il vascello da guerra, colpito ripetutamente, pareva sorpreso di quel fuoco così matematicamente diretto. Il suo pezzo di prua non ruggì più, l’equipaggio si ritrasse dietro le murate precipitosamente, e il legno virando ancora presentò il tribordo al nemico che si avanzava ratto ratto a tutta forza di remi.

Pareva che si disponesse in maniera da fulminare con i suoi sei o sette pezzi i due legni corsari, che certamente non dovevano trovarsi a tutto loro agio in quel terribile duello, dove tutti i possibili svantaggi erano a loro conto. Sandokan stesso parve inquietarsi di quella manovra.

– Il nemico ci schiaccerà! – esclamò egli. – Se non l’abbordiamo tra cinque minuti saremo battuti.

In un salto si precipitò sotto coperta. I quindici uomini remigavano furiosamente coi pugnali fra i denti facendo sforzi sovrumani, incoraggiandosi col gesto e coll’esempio, promettendosi reciprocamente morti e sangue. Non occorreva di più per fargli raddoppiare le forze che toccavano l’estremo. – Non perdete un colpo di remo! Il nemico ci fugge! – gridò Sandokan arrivando fino ai banchi.

– Tuoni di Satana! – esclamò il Malese che tendeva i muscoli fino a farli quasi scoppiare.

– Dobbiamo adunque salire in coperta coi moschetti? – domandò un Daiasso.

– Silenzio! Ai remi! Ai remi! – comandò Sandokan.

Un nuovo colpo di cannone scoppiò al largo. Una palla di piccolo calibro, facendo saltare una tavola due piedi sotto il ponte, scoppiò nella stiva a pochi passi da Sandokan, che rimase impassibile. Una scheggia rimbalzando contro un’âncora, andò a fracassare la testa di un remigante che rotolò senza gettare un grido sotto i banchi spruzzando i compagni di sangue e di cervella. – Vedete che la danza comincia – disse freddamente Sandokan e risalì in coperta mentre i suoi uomini remigavano furiosamente inebbriandosi nel sangue dell’estinto compagno.

– Quel dannato là non perde i suoi colpi – mormorò Patau. – Ecco che si sveglia.

– Fuoco, Patau! Rompi le ali e fa saltare quella dannata batteria! – gridò Sandokan.

Ancora il legno nemico lo prevenne. Due colpi di cannone scoppiarono simultaneamente e due palle prendendo due diverse direzioni giunsero ancora una volta a destinazione. I due prahos ricevettero la scarica in pieno ventre e lo scoppio che ne seguì portò la morte di due remiganti.

– Ah! miserabile! – urlò Patau. – È così che si risponde. Aspetta un po’, vedrai!

Per la seconda volta accostò la miccia al cannone. La detonazione non era ancor terminata che il legno nemico parve incendiarsi. Un uragano di ferro volò sui due prahos allora lontani quattrocento passi, a cui risposero urla di furore e le scariche delle spingarde di poppa. Pirati, remi e artiglieri andarono sottosopra sotto il nembo di mitraglia; i due prahos furono rasati come pontoni.

Non avea ancor finito la scarica che ne seguì una seconda, poi il legno da guerra avvolto in nembi di fumo, crepitante sotto la moschetteria che grandinava palle sul nemico reso impotente in mezzo a quella tempesta che sfasciava i deboli suoi legni, si mise a indietreggiare a tutta velocità portandosi fuori di un possibile abbordaggio a seicento metri più lontano.

– Ah! miserabile! – urlava Sandokan rimasto illeso fra quell’uragano di scaglie.

Patau e due uomini rovesciati dalla caduta del trinchetto e dal cannone a metà sprofondato sul castello schiantato, si rizzarono quasi subito. Il pezzo d’artiglieria, trascinato in mezzo al ponte solcato in mille guise dal ferro nemico, fu in batter d’occhio caricato e puntato.

– Abbiamo da continuare la manovra? – domandò il Malese che si accingeva a rispondere ancora.

Sandokan non rispose. Egli guardò il legno nemico lontano un chilometro e più che fumava puntando le artiglierie verso la costa e che virava di prua con insolente provocazione, forte del suo diritto e dei suoi potenti mezzi. Egli misurò coll’occhio la distanza, guardò i prahos e si morse le labbra. Tirar innanzi, inseguire quel nemico fuggente che aveva il vento nel ventre e sì numerose artiglierie, sarebbe stata una pazzia. I due prahos di già seriamente avariati era da vedersi sarebbero stati sfasciati ancor prima di giungere all’abbordaggio. Tanto valeva farsi uccidere sotto la costa da pari a pari, in terra, petto contro petto, arma contro arma. Egli si avvicinò a Patau.

– Noi abbiamo preso una falsa via – diss’egli. – Il nemico è più forte di quanto credevo. Non vedi tu che ci sfugge quando tentiamo abbordarlo? Un cannone contro sei, è troppo!…

– Lo so bene io. Se non avesse la macchina nel ventre! – rispose il Malese quasi ferocemente.

– E due soli cannoni – aggiunse uno dei pirati che succhiavasi il sangue colante da un dito mozzato.

– Un’ultima prova, Patau. Fammi largo, va a rianimare i miei uomini nella stiva, fa avvicinare il prahos, lega i due legni assieme. Due cannoni e due spingarde possono ben far ruggire la tigre e mordere il leone che fugge come un codardo… Va, Patau, va! Se giungo ad abbordarlo ti prometto cento cadaveri.

Il Malese scomparve nella stiva e ne uscì un momento dopo traendosi dietro il drappello ridotto a soli dodici uomini. Con un fischio chiamò gli uomini dell’altro prahos. Il restante della manovra si compié con fantastica rapidità; i legni si trovarono ormeggiati, formando un sol ponte che presentava una formidabile batteria al nemico, ancor prima che questi potesse comprendere il piano del pirata.

Dinanzi alla batteria venne gettato tutto ciò che poteva servire per un riparo. Botti ripiene di palle, rottami, âncore, vecchi cannoni inchiodati che formavano parte della zavorra, e dietro a quella barricata si affollarono i pirati colle mani raggrinzate sulle carabine e i denti stretti sulle lame dei pugnali che scintillavano fra le labbra frementi. Otto uomini, i feriti, ma ancor robusti manovravano di remi al di sotto dei ponti, che scricchiolavano sotto i piedi dei combattenti anelanti carneficina.

La nave da guerra aveva allora arrestata la mossa retrograda. La ciminiera smozzata eruttava nubi di fumo e le ruote mordevano le acque spumeggianti. Essa si avanzava diritta alla batteria galleggiante colle gole fumanti dei cannoni puntati sul nemico e lo sperone a metà sommerso quasi avesse l’audace progetto di cozzarvi contro. Era quello che aspettava Sandokan.

Un minuto dopo i cannoni da ambo le parti ricominciavano la musica infernale. Si rispondeva colpo per colpo, palla per palla, mitraglia per mitraglia. Le due macchine da guerra si fulminavano a vicenda, in un duello mortale, movendosi incontro, proteggendosi con uragani di ferro, che sibilavano nell’aria e che mordevano tigre e leone, frantumando attrezzi, atterrando uomini.

Non si scorgevano quasi più, avvolti com’erano tra nembi di fumo che una calma assoluta manteneva al di sopra dei ponti, ma che montava? Da ambe le parti si ruggiva con egual furore, da ambe le parti si mordeva malgrado la sproporzione dei mezzi e delle forze.

I due prahos non la cedevano al vascello. Lampeggiavano, eruttavano ferro, non perdevano né un colpo, né un momento che poteva a loro costare una completa rotta. Forati, rasati, schiantati di tavole, sdrusciti, avanzavano non ostante la tempesta di palle che struggeva lo scarso quanto coraggioso equipaggio. Il delirio si era impadronito di quegli uomini che scemavano a vista d’occhio sotto il tiro micidiale del numeroso nemico, che si teneva sempre fuori di portata di un abbordaggio dove avrebbe potuta avere la peggio.

Patau, fedele alla parola data, aveva arrestato col suo petto la palla tirata sul suo cannone, ed era morto al suo posto, ma che montava? Gli artiglieri dei due prahos erano per metà fuori di combattimento, gli uni senza braccia dalle cui ferite uscivano torrenti di sangue spumoso, gli altri coi fianchi squarciati dalla mitraglia e il rimanente morti, ma che valeva? Nuovi artiglieri manovravano ai pezzi, uno dei quali era stato smontato, e facevano bravamente il loro dovere forando, spezzando, struggendo, e dietro a essi si affollavano tutti gli altri, anelanti, anneriti malgrado il fosco colore delle loro pelli dalla polvere dei cannoni e dei moschetti.

Il ferro turbinava attorno ad essi, staccava braccia e forava petti, troncava gambe e fracassava teste, sibilava sui ponti facendo saltar le tavole, schiantando le murate, tracciando solchi profondi nei più duri legni. Il fumo avviluppava quei due poveri legni corsari ridotti a brani, che non avevano più l’apparenza di velieri, ma sopra di essi ruggivano ancor delle tigri affamate, assetate di sangue che calpestavano i cadaveri dei compagni per farsi innanzi, che guazzavano nel sangue, che agitavano le armi, che chiamavano, che insultavano, che urlavano contro il nemico che sfuggiva l’abbordaggio.

Si vedevano volti foschi, raggrinzati pel furore, occhi iniettati di sangue che schizzavano fuoco a ogni lampeggiar dei cannoni, bocche che masticavano i pugnali sotto i denti freneticamente stretti, mani che facendosi scudo coi cadaveri dei compagni traevano moschettate colla speranza di abbattere a ogni colpo un nemico e in mezzo ad essi, Sandokan, che colla scimitarra in pugno rianimava i combattenti fra un nembo di palle che saltavano e fischiavano a lui dintorno, ora bestemmiando e comandando con una voce che risuonava come una tromba fra tutte quelle detonazioni e quegli scoppi e che ora diventava ruggente come il ruggito della Tigre della Malesia di cui egli ne portava il nome.

La terribile battaglia durò venti minuti, non di più. D’ambe le parti vi fu una breve sosta durante la quale Sandokan, prevedendo la completa disfatta dei suoi, comandò la ritirata.

Il nemico incalzava valendosi delle sue potenti artiglierie, sei volte maggiori di quelle che possedevano i pirati ridotte si può dire a un nulla. I due prahos tutti sdrusciti, tutti un foro, mezzi pieni d’acqua che continuava trapelare malgrado i tappi frettolosamente cacciati dai pirati, non si mantenevano più a galla, e non erano più in caso di tener ancora testa in pieno mare a quel vascello ferrato. Artiglieri e marinai non erano in un miglior stato: ci voleva assolutamente la ritirata per non venire totalmente schiacciati, e la ritirata, comandata per la prima volta in tanti anni di pugne dalla Tigre, cominciò lenta lenta per quanto lo permettevano gli uomini di bordo gran parte dei quali erano morti o feriti.

Il legno da guerra non per questo si arrestò, e parve deciso a inseguire i due legni fino sotto costa malgrado la poca profondità delle acque e i numerosi banchi subacquei.

Arrestò la sua mossa retrograda e cominciò avanzarsi a piccolo vapore, eruttando pari a vulcano fumo e fiamme.

Le palle ricominciarono a grandinare fitte fitte sui due poveri prahos, facendoli a brani. L’opera di distruzione ricominciò più tremenda di prima.

– Ah! ricominci adunque, nave maledetta! – esclamò Sandokan con indicibile accento. – Seguimi sino alla costa, vieni assalirmi laggiù al fiume se hai del coraggio, lancia i tuoi uomini a terra. Darei tutto il mio sangue per misurarmi petto a petto coi tuoi marinai.

Egli volse uno sguardo attorno e misurò la distanza che lo separava dalla costa. Vi erano quattrocento metri ancora da percorrere, distanza sufficente per venire completamente schiacciati prima di giungere alle prime scogliere.

Egli mandò una bestemmia, fece un salto da tigre e scartando col rovescio della scimitarra tre uomini avventossi sul cannone di prua ancor fumante.

– Tutti a bordo del mio prahos! – gridò con voce tonante. – Taglia le corde! Tutti ai remi! Se si vuol giungere salvi alla costa bisogna raggiungerla in meno di quaranta secondi.

I pirati sparsi sui due ponti si slanciarono su quello di Sandokan che pareva essere in miglior stato dell’altro. Le corde furono tagliate, la carcassa abbandonata alle onde coi suoi cadaveri e coi suoi due pezzi smontati, e gli uomini che ancor avevano delle braccia scesero nella stiva affollandosi ai remi. Sandokan e tre artiglieri rimasero soli sul ponte a rispondere al fuoco del nemico.

– Orsù, figli miei, del coraggio! – disse Sandokan, acquistando quella calma che occorre a un artigliere. – Siamo stati respinti se non battuti; la danza continua e noi danzeremo!

Quell’uomo singolare, senza curarsi delle scariche tremende del nemico che fulminava il prahos, si accostò con tutta calma al suo unico pezzo soffiando sulla miccia, con l’occhio in fiamme che tradiva la collera. Egli si curvò sul pezzo mentre il legno volava verso la costa.

– Aspetta, miserabile, ti fracasserò il tuo pezzo di prua!

Lo scoppio accompagnò l’ultima parola. Sandokan fece un salto innanzi in mezzo al fumo quasi volesse seguire coll’occhio l’invisibile palla, cui egli avea saputo dare una direzione infallibile. Un momento dopo una nube di fumo si alzò da prua dell’incrociatore, e le tavole del castello saltarono assieme al pezzo designato ed agli uomini che lo manovravano. Egli sorrise.

– Colpo per colpo – mormorò egli mentre i suoi uomini caricavano il cannone.

Una palla partita dal legno nemico sibilò alle sue orecchie. Gli mancò il respiro, mentre una seconda rimbalzava sull’ancorotto e scoppiava rumorosamente nella stiva al di sotto del cassero.

– Oh! Oh! La cosa diventa seria. Aspetta un po’, aspetta! – muggì egli.

Il suo secondo colpo partì fortunato come il primo. La maistra spaccata a due piedi sopra il ponte precipitò attraverso la prua con tutti i suoi uomini delle coffe e dei pennoni. Una ventina di marinai caddero in mare. Il fuoco della nave si arrestò quasi subito per dar tempo ai suoi di cominciare l’opera di salvataggio. Quel momento di tregua bastò per salvare il prahos, che a tutta forza dei suoi quindici remi guadagnò la costa cacciandosi nelle paludi del fiumicello.

Era tempo. Il povero legno corsaro empito a metà d’acqua non si sosteneva più; affondava lentamente sotto il peso, gemeva come un morente che non sa decidersi abbandonare la vita. Sandokan, che abbandonato il cannone aveva ripreso la ribolla, dovette arenarlo per impedire di andarsene completamente a picco. I suoi uomini uscivano allora dalla stiva dove l’acqua giungeva fino ai loro fianchi. Avevano abbandonato i remi per impugnare le armi pronti a ricominciare la lotta sempre con l’eguale coraggio e coll’egual ferocia. Sandokan li arrestò con un gesto e li chiamò intorno a sé, mentre che sul mare il cannone continuava a tuonare contro il prahos abbandonato che a poco a poco sprofondava.

– Non una parola – disse Sandokan quando li ebbero contati. – Quindici uomini perduti, quindici di meno che rivedranno Mompracem e nulla di più. Siamo ancora forti, e il vascello, in non miglior stato di noi, è ancora là ad aspettarci. Noi andremo ancora in mare ad attaccarlo.

Nessuno di quegli uomini disse verbo, tanto erano obbedienti e tanto credevano alla voce del capo. Solo Sabau si fece innanzi, non per fare osservazioni e meno ancora per lamentarsi benché avesse un braccio ferito da una scheggia di mitraglia, ma per reclamare il suo diritto.

– Patau è morto – disse il Malese. – Debbo prendere il suo posto?

– È giusto – rispose Sandokan. – Vedi, mio bravo Malese, siamo stati respinti, ma non battuti, da un nemico che si nasconde dietro il ferro, che rugge più di noi e che ha più denti. Non possiamo rimanere noi, i pirati di Mompracem, prigionieri su quest’isola che è terra di loro. Il nemico ci spia, ci taglia la ritirata perché è forte. Ci faremo ammazzare ma è d’uopo che abbandoniamo oggi queste coste che domani saranno nostre. Mi comprendi tu, Sabau?

– Si tratta di sforzare il passo, ecco tutto – rispose il Malese. – Giacché l’ordinate, si farà.

– Sì, lo si farà – risposero in coro, ma con truce espressione i pirati affollati attorno il capo.

– Sono le sei – continuò Sandokan guardando il sole. – Fra tre ore tutto sarà oscuro, non vi sarà lume di sorta, le tenebre saranno con noi. Usciremo in pieno mare e senza trar cannonate in silenzio come ombre, e quando il nemico si accorgerà della gherminella noi saremo a Mompracem.

– E poi? E poi? – domandarono i pirati, le cui dita fremevano stringendo le armi.

Sandokan si mise a sogghignare:

– Poi – diss’egli con voce cupa, – vi farò vedere Labuan rischiarata dagli incendi, vi farò vedere ruscelli di sangue umano scorrere pei boschi, e vi farò vedere una montagna di scheletri!

Volse le spalle alla sua banda che applaudiva freneticamente e andò a sedersi con Sabau a prua, puntando il cannone verso l’ingresso della foce, in maniera da poter difendere l’entrata contro un possibile attacco.

I suoi uomini, curati in furia i feriti, senza che questi emettessero il più piccolo lamento quantunque ve ne fossero di quelli ai quali la mitraglia aveva scarnato orrendamente braccia e gambe, si rimisero a lavorare con un ardore che giungeva al delirio.

Bisognava nelle tre o quattro ore che rimanevano rendere quel prahos sconquassato e sdruscito, navigabile se si voleva sfuggire la notte stessa alla crociera. Il lavoro fu subito cominciato da quei pirati, in mezzo ai quali trovavansi dei carpentieri che avrebbero dato dei punti a carpentieri europei e marinai cui nulla era impossibile.

Cominciarono a turare i fori fatti dalle palle con tappi di diverse grossezze, turare le lacerature fatte dalla mitraglia, mediante lamine di rame, e ribattere le tavole schiantate, e raddrizzare le murate abbattute.

L’acqua della stiva venne vuotata a furia di mastelli mancando di pompa, i timoni vennero rimontati e gli alberi rialzati assicurandoli colle manovre vecchie e coprendoli con nuove vele di ricambio.

Vennero prese anche misure contro un nuovo attacco potendosi dare che quantunque la notte fosse oscura la fuga venisse scoperta, ricominciando così la battaglia che né il prahos né l’equipaggio sarebbero stati capaci di sostenere.

Non avendo che un solo cannone, essendo stato l’altro smontato assieme alle spingarde, venne rizzata dinanzi una barricata con tronchi d’albero e botti ripiene di terra onde proteggerlo. Alle otto, nel momento che il sole precipitava all’orizzonte, tutto era pronto per la fuga; non restava che spingere il prahos nell’acqua. La nave da guerra aveva da un’ora cessato il fuoco che non otteneva altro vantaggio che quello di bombardare le foreste e si era portata al largo sicura che in quella notte i pirati non avrebbero tentata la fuga.

Alle nove un pirata fu mandato da Sandokan fino alla costa. Attraversò le foreste e ritornò assicurando che l’incrociatore dormiva all’âncora. Era il momento scelto senza aspettar la mezzanotte in cui di solito si tentano le fughe o gli attacchi e il nemico veglia forse più attentamente d’ogni altra ora.

– Andiamo – disse Sandokan abbandonando il suo posto. – Silenzio assoluto, soprattutto.

Egli fece un leggero cenno a Sabau. Bastò.

Quindici pirati entrarono nell’acqua e con una scossa spinsero il prahos nel fiume.

CAPITOLO V. Il ferito

La notte, come aveva predetto Sandokan, era più oscura della bocca di un forno spento. Non si vedeva a venti passi lontano, tanto erano fitte le tenebre che parevano scese appositamente a favorire la fuga del prahos.

Non luna in cielo, non stelle che si riflettessero sulle acque, non quel chiarore che proiettano le nubi quando l’astro delle notti risplende sopra di esse. Appena appena si distinguevano i tronchi d’albero della foresta lontana al più dieci metri sulle due rive. Confusi gli uni cogli altri, curvi o raddrizzati, messi là come tanti muti spettatori, formavano colla massa del cupo fogliame una oscurità ancor più densa, in mezzo alla quale il prahos scivolava silenziosamente seguendo il filo dell’acqua.

I soli rumori che si udissero erano i lievi cigolii dei timoni giranti sui cardini, il tremolar delle alte frondi appena, appena agitate da un soffio profumato dell’est, il gorgoglio dell’acqua che si frangeva dolcemente sulle sponde, il grido rauco degli animali notturni vaganti sotto le foreste in cerca di preda e il respiro degli uomini che se ne stavano sdraiati sulle tavole del ponte, coll’occhio fisso verso il mare, l’orecchio attento per raccogliere i minimi rumori del largo e le mani raggrinzate anziché tese sulle armi, che avevano finito di scintillare dopo l’ultimo lume spento a bordo.

Il prahos scendeva la corrente lentamente, ma tanto da bastare per guadagnare in meno di cinque minuti il mare e per non far il minimo rumore che potesse svelar la silenziosa fuga. Si teneva sulla riva destra, rasentando colle cime degli alberi le frondi sporgenti della foresta.

Sandokan e Sabau, entrambi ai timoni, confusi fra tre o quattro tronchi d’albero che servivano di difesa a quel punto sì importante, rattenendo il respiro, guidavano la silenziosa navicella con mille precauzioni, cogli occhi dilatati come cercassero una preda nascosta fra i giunchi della riva.

Il prahos che continuava a scendere, d’un tratto si arrestò, dopo un breve strofinio. Sandokan, indovinando che l’ostacolo non poteva essere che una secca, non batté ciglio.

– Arrestati? – domandò Sabau, con un fil di voce. – V’è il nemico alla foce?

– Non è nulla; lascieremo subito la secca – rispose Sandokan.

L’equipaggio, quantunque ignorasse la causa, non si mosse. Solo si udì che armavano le carabine, mentre gli uomini di prua, camminando come fantasmi, si curvavano sul cannone di già bell’e carico.

– La marea monta – disse Sandokan dopo qualche minuto di silenzio occupato a osservare le acque.

– Il tempo passa. Non si potrebbe por mano ai remi? – mormorò il Malese.

– È inutile, il rumore è pericoloso nel luogo ove ci troviamo. Non vedi tu nulla sulla sponda opposta?

– Nulla, fuorché la massa nera della foresta. Il nemico non sospetta di nulla.

– Bene, aspettiamo!… – E Sandokan senza dire una sillaba di più, aspettò che la marea montasse.

Passò un quarto d’ora, poi si udirono dei fremiti a prua, qualche scricchiolio sotto la chiglia, poi il prahos, sempre in silenzio, tornò a galleggiare. A una parola gettata sottovoce da Sandokan agli uomini della manovra, una piccola vela dipinta a nero come le tenebre, un fiocco, fu spiegato sul bompresso. Il legno filando appena qualche miglio all’ora, superata la barra delle scogliere e gl’isolotti di sabbia visibili sol per l’onda che ci gorgogliava attorno, uscì tacitamente in pieno mare.

– Il vascello? – domandò Sandokan, cacciando la barra un po’ all’orza.

– Eccolo laggiù, a mezzo miglio sopravvento. Dorme all’âncora – mormorò Sabau.

– Ah, il furfante ha preso il largo adunque? Bene, peggio per lui; il campo sarà più vasto.

Il legno da guerra aveva cautamente frapposto più di mezzo miglio fra sé ed i pirati, pei quali pareva avere le sue paure, quantunque li avesse completamente fiaccati. Dormiva all’âncora ma non del tutto; i fanali di posizione brillavano al loro posto e dalla ciminiera usciva qualche scintilla, che andava perdendosi fra l’alberatura seminascosta in un pennacchio di fumo appena visibile. Vi era da credere che la fuga riuscisse.

Il campo era vasto; si poteva scendere al sud, o salire per qualche miglio al nord, e per quanto i cannocchiali da notte fossero puntati, si poteva sfuggire alle indagini e anche a un inseguimento.

– Tutto va bene – mormorò Sandokan sogghignando. – Il diavolo è con noi, come direbbe il mio buon fratello Portoghese. Saremo a Mompracem ancor prima che il miserabile se ne accorga.

– Si può gettare da un lato la prudenza? – domandò il Malese che si rodeva dall’impazienza.

– Oibò! Coprirsi di vele potrebbe essere pericoloso. Il bianco col nero contrasta.

Il vento era debole, ma il mare perfettamente tranquillo e oscuro come fosse un mare d’inchiostro; il prahos sotto la sua piccola vela, si mise a filare direttamente all’ovest, tenendosi un mezzo miglio al sud dal vascello, la cui macchina brontolava.

Pareva che tutto dovesse andare a meraviglia, grazie l’audace manovra del corsaro e l’imprudenza del nemico che nel momento in cui si doveva maggiormente vegliare, abbandonava il posto. La distanza fra Labuan e Mompracem non è molta, tutta riducendosi a 60 miglia, che con vento e con remi manovrati dalle braccia di ferro dei fuggiaschi, dovevansi fare in una notte o poco più. Si poteva al mattino trovarsi in vista della costa amica, che equivaleva alla completa riuscita; che montava se l’incrociatore dava la caccia alle spalle?

Al primo colpo di cannone tutti i pirati di Mompracem sarebbero usciti sui loro prahos in mare e per quanto filasse il piroscafo e facesse ruggire le bocche dei cannoni, non avrebbe certamente potuto sfuggire a quel formidabile assalto dei più arditi pirati dell’intera Malesia.

Sandokan, sempre al timone accanto a Sabau, misurava la distanza che lo separava dall’incrociatore visibile solo pei suoi fanali di posizione e per la sua mole. Contava metro per metro, cercava di poter scorgere ciò che succedeva sul legno nemico, fremeva d’impazienza e di collera, e allontanandosi ruggiva in cuor suo di dover abbandonare quella preda colossale. Quel singolar uomo quasi quasi dolevasi di fuggirsene così silenziosamente come un ladro notturno. Avrebbe desiderato qualche colpo di cannone, un abbordaggio e infine una pugna corpo a corpo, una vendetta soddisfatta, quando avesse pur da ricevere una scheggia di mitraglia attraverso il corpo. In quei momenti, egli credeva di essere tanto forte da poter distruggere da solo quell’equipaggio sei volte più numeroso e i suoi uomini dividevano i medesimi pareri. Un all’arme non sarebbe stato accolto che con un urlo di gioia.

Il prahos a poco a poco sotto nuovi soffi di vento, che spiravano dalla costa, accelerò sensibilmente la corsa lasciandosi dietro una scia che talvolta scintillava quasi da credere alla vicinanza di un lembo di mare fosforescente. Sabau notò quel scintillio che poteva attirare l’attenzione degli uomini di guardia del piroscafo e sorridendo, anziché spaventarsi, ne fece osservazione a Sandokan.

– Vedete voi la scia che diventa talvolta luminosa? – mormorò il Malese.

– La vedo, Sabau – rispose Sandokan. – La fosforescenza fra poco crescerà.

– Navigheremo come in un mare illuminato. La fortuna non è con noi, ma forse è un vantaggio.

Sandokan sorrise e guardò a poppa. Attorno al timone parevano scaturire vivide scintille e la scia prima biancheggiante diventava raggiante come se una luna splendesse sotto i flutti d’inchiostro. A prua, l’acqua che spumeggiava prendeva la medesima tinta, visibile fra quella oscurità profonda a due o tre miglia distante. Fra i pirati distesi sul ponte si udì un lieve mormorio, qualche bestemmia, qualche sogghigno, e tutti gli occhi si volsero al legno da guerra sempre addormentato sulle sue âncore e lontano già quasi un miglio.

– Dormono adunque? – mormorò Sandokan tormentando la ribolla del timone.

Il prahos continuò a filare sotto il suo piccolo fiocco, smuovendo i flutti che si facevano ognor più fosforescenti sotto le migliaia e migliaia di uova di pesci. Aveva già percorso una quarantina di metri senza che alcun segnalasse quell’insolito chiarore, quando un grido formidabile, un richiamo risuonò dal mare. I pirati si levarono come un sol uomo colle armi in pugno.

– All’armi! All’armi! – aveva gridato una voce che il vento aveva portato fino al prahos.

– Sangue di Satana, siamo scoperti! – esclamò un pirata di colossale statura, i cui occhi brillavano come quelli di un gatto fra la profonda tenebrìa.

– Tanto meglio! – esclamò Sabau, alzando la scimitarra.

Il prahos si arrestò.

I flutti appena appena agitati tornarono diventare oscuri e la scia scomparve.

Il grido era partito dal legno da guerra, non vi era dubbio. Per quanto la smania di avventarsi sul nemico ardesse nel petto di Sandokan, egli cercò di rendere invisibile il suo legno troppo lontano dall’incrociatore per venire a un abbordaggio e troppo debole di artiglierie per ingaggiare un terribile duello.

– Non movetevi! – comandò egli con quel tono di voce che non ammetteva replica.

La medesima voce di prima, che il vento portava, si fece udire al largo:

– All’armi! All’armi!…

Tra il silenzio generale appena rotto dalle ondulazioni del prahos e dalla brezza che fischiava debolmente tra le manovre, si udì il rullo del tamburo risuonare sul legno nemico. Si batteva la carica.

I pirati non si mossero, decisi, come erano sempre, a tutto, pronti a sfidare una nuova tempesta di ferro e ad arrampicarsi sui fianchi del legno nemico. Sandokan era con loro; bastava.

Il tamburo continuava a rullare. Un istante dopo, malgrado la lontananza, s’udirono le catene che si torcevano nelle cubie e i colpi secchi dell’argano. Si salpavano le âncore, la battaglia era sicura.

– Al tuo pezzo Sabau! – disse brevemente Sandokan. – Quattro uomini con lui!

Si ubbidì sempre nel più profondo silenzio. Nel medesimo istante una fiamma lampeggiò sul ponte del piroscafo, seguita da una forte detonazione. L’acqua rimbalzò fino a poppa del prahos.

– I proiettili piovono – mormorò Sandokan. – Bene, tanto peggio per lui!

Un fumo rossastro sfuggiva a gran volute dalla ciminiera. Si udirono le ruote rimordere le acque spumeggianti, e si videro i fanali cangiar posizione.

Il piroscafo fu visto avanzare a tutto vapore sul prahos che sempre immobile nelle acque fosforescenti, attendeva impassibile lo scontro.

– Ai remi, voi! – comandò Sandokan nel momento che una seconda detonazione scoppiava al largo e che una nuova palla faceva saltar l’acqua a prua.

Il prahos virò immediatamente di bordo, descrivendo un semi cerchio colla prua volta al vascello nemico, che correva alla carica, coll’evidente intenzione di colarlo a fondo. La fuga non poteva ormai più tentarsi con un sì rapido camminatore, la ritirata su Labuan nemmeno sotto il fuoco schiacciante di un nemico sì potente in fatto di artiglierie. Il meglio era di incontrarlo evitando un urto, abbordarlo a babordo o a tribordo secondo i casi, arrampicarsi sul ponte e intavolare una pugna disperata. Uno dei due dovea scomparire. Tanto meglio: vi sarebbe stato più sangue e più cadaveri!

Entrambi si scorgevano: l’uno pei suoi fanali, l’altro per la scia fosforescente. Entrambi si udivano: l’uno per il sospirar della macchina ansante, l’altro pel battere dei remi. Il fuoco, palla e scaglia, s’incominciò con egual furia, per ischiacciarsi a vicenda prima dell’urto.

– Orsù, Sabau, la partita non è eguale, ma siamo sempre noi i pirati di Mompracem. Fa adunque ruggire il tuo pezzo e frangimi una di quelle ruote che mordono le acque – comandò Sandokan.

Il prahos volava ratto ratto, incontro al legno da guerra che arrivava a tutto vapore, mostrando la prua tagliata quasi ad angolo retto, come uno sperone affilato. Sabau cominciò col suo pezzo la musica infernale, protetto dietro la barricata mirando i fianchi del colossale nemico, che rispondeva a tratti, tempestando, ruggendo, infiammandosi, rompendo le tenebre e il silenzio per ogni dove.

In meno di cinque minuti il disgraziato legno che aveva un bel da fare a rispondere, fu demattato sotto un fuoco di dieci o dodici bocche che scagliavano palle e mitraglia. Il ferro strideva sulle tavole del ponte, sui fianchi, sulla barricata e fra gli attrezzi frantumati. Ruggiva, saltava, lacerava, spezzava, turbinava; ai fori aggiungeva strappi, alle avarie aggiungeva avarie.

Il cannone fu smontato, Sabau fulminato accanto al suo pezzo, la barricata sfondata, il timone infranto, e i remi furono schiantati assieme alle murate e ai banchi. L’acqua cominciò a penetrare nella stiva; i remiganti abbandonando i feriti bestemmianti e dibattentisi fra il liquido elemento che li affogava, salirono sul ponte cosparso di rottami disperdendosi dietro le barricate, cercando sostenersi con un inefficace fuoco di moschetteria. In meno di cinque minuti un terzo erano stati sventrati dall’uragano di ferro.

Sandokan solo, cui pareva un genio infernale miracolosamente proteggesse, rimaneva impassibile fra quel turbinio di mitraglia che sdrusciva il legno affondante. In piedi a poppa, con un remo in mano e la scimitarra fra le labbra, gettava di quando in quando una specie di ruggito soffocato come la tigre della Malesia che si vede presa dai cacciatori.

La partita era perduta; impossibile resistere a quel vulcano irrompente senza un pezzo d’artiglieria. Non restava che morire, ma morire onoratamente sul ponte del nemico dopo di aver venduta ben cara la vita. Dodici soli uomini ancor rimanevano sul ponte frantumato del prahos che coi fianchi aperti se ne andava a picco, ma dodici uomini assetati di sangue, guidati da un capo il cui valore era popolare in quei mari, e che valevano ancora i quaranta partiti da Mompracem.

– A me, miei pirati! – esclamò Sandokan, fino allora rimasto muto.

I dodici combattenti cogli occhi stravolti, i pugni chiusi come tenaglie attorno alle armi, facendosi scudo coi cadaveri dei compagni lo raggiunsero a poppa dove manovrava ancora al remo. Tre o quattro feriti che bestemmiavano sotto i rottami, vomitando torrenti di sangue a ogni scossa, si sforzarono di ubbidire ancora alla voce del capo; essi caddero ai piedi dei rimasti urlando come tigri.

– All’abbordaggio! Vendetta! Vendetta!

– Ah! cane di un nemico! – esclamò un Daiasso, mentre una palla gli troncava una mano.

Il piroscafo avventando fiancate sopra fiancate sul prahos sdruscito che non avea più l’apparenza di un legno, era allora a soli venti metri da poppa e proseguiva la corsa per affondarlo col suo sperone. Sandokan si aggrappò al remo con ambe le mani.

– Lancia un grappino! – esclamò egli virando di poppa per evitare l’urto. Il piroscafo era a pochi passi distanti e cercava alla sua volta di virare spazzando il mare a tribordo; le sue onde giungevano fino al prahos che rollava penosamente, e sul ponte del quale i pirati moschettavano i marinai delle artiglierie per nascondere l’audace manovra.

Di repente avvenne un cozzo sul babordo seguito da uno scricchiolio sinistro; il prahos si piegò a tribordo imbarcando le prime onde che si precipitarono fischiando nei boccaporti.

– Lancia! Lancia! – urlò Sandokan abbandonando il remo ed afferrando la scimitarra.

Il grappino giunse fino ai pennoni del trinchetto e vi si infisse fra le gomene. Il prahos che affondava virò di bordo seguendo il piroscafo che accelerava la via. Sandokan si aggrappò come una scimia alla gomena.

– A bordo! A bordo! – urlò egli cercando dominare colla voce il crepitar della moschetteria.

Quel comando bastò. I pirati aiutandosi a vicenda, aggrappandosi su per gli sportelli delle batterie, giungono alle murate e si scagliano sul ponte come una banda di affamati lupi, ancor prima che il nemico abbia a respingere l’audace invasione.

– Ammazza! Ammazza! – urlò Sandokan precipitandosi fra i combattenti.

I primi che si parano dinanzi cadono sotto i suoi colpi ed i suoi uomini lo seguono seminando la via di cadaveri. Si scagliano sui cannoni massacrando gli artiglieri, urlano, si dimenano, tempestano colpi a diritta e a manca valendosi dell’oscurità per accrescere la confusione, poi simili a tigri, sbaragliati gli uomini di prua, si gettano sul ponte a testa bassa.

– Ammazza! Ammazza! – urlava Sandokan agitando la scimitarra insanguinata fino all’elsa.

Il tamburo batteva la carica. L’equipaggio dell’incrociatore, sbandato e smarrito per un istante, si era raccozzato a poppa attorno ai comandanti e si precipitava innanzi caricando alla baionetta mentre la moschetteria degli uomini installati sulle coffe cominciava a mordere sibilando fra gli attrezzi. Non vi era né da arrestarsi né da dare indietro. I pirati ridotti a nove, ma diventati nove leoni, si gettano coraggiosamente sulla punta delle baionette e intavolano a mezzo ponte una lotta micidiale, cercando sfondare quella muraglia umana per giungere alla Santa Barbara e far saltare con essi la nave.

Sono uno contro dieci, ma in quel momento non si contano. Avventano colpi disperati, troncano braccia e aprono teste, urlano per ispargere maggior terrore nelle file nemiche, cadono, indietreggiano, si avanzano come le onde del mare, si aggrappano ai combattenti dilaniandoli coi denti e colle unghie, facendosi scudo coi corpi dei cadaveri; perdono le armi infrante ma strappano quelle dei nemici incalzanti e ricominciano l’omerica lotta fra i gemiti dei feriti.

Il valore doveva cedere al numero. Moschettati sopra, sciabolati a tergo, ributtati dinanzi, avviluppati da un nemico dieci volte meglio armato e che diventava ognor più numeroso, muoiono vendendo cara la vita, ma muoiono. Sei uomini cadono trafitti in meno di venti secondi.

Sandokan e gli altri, coperti di ferite colle scimitarre in pugno sono costretti a retrocedere dinanzi quella barriera irta di armi; facendosi strada fra i moribondi, si precipitano a prua tentando con uno sforzo disperato d’arrestare quella valanga di gente col cannone.

A mezza via Sandokan rotola sul ponte insanguinato con una palla nel petto. Gettò un ruggito di dolore. I suoi uomini gli si stringono d’attorno.

– Ammazza! Ammazza! – urlò ancora il ferito e sollevandosi con uno sforzo disperato si preparò a far testa al nemico che correva all’assalto colla baionetta.

L’urto fu terribile. I tre pirati, che si erano gettati dinanzi al loro capo facendo scudo coi loro corpi, caddero fulminati. Ma non così avvenne della Tigre della Malesia miracolosamente salvata dai suoi prodi.

Il formidabile uomo gettando il suo urlo di guerra spaccò la testa al primo uomo che gli si parò dinanzi, poi gettando da un lato l’arma seminfranta, abbrancando un marinaio e sollevandolo con forza erculea malgrado la ferita che mandava fiotti di sangue, si avventò contro una delle murate. Frantumare la testa del poveretto con una terribile stretta, scavalcare le murate e precipitarsi in mare prima che le baionette l’avessero toccato, fu per lui l’affare di un lampo.

Ma un tale uomo, dotato di una energia sovrumana e del coraggio della tigre, quantunque ferito e spossato, non doveva sì facilmente morire.

Mentre il piroscafo proseguiva la sua via trasportato dalle ultime battute delle ruote egli con un colpo di tallone risalì silenziosamente a galla, e rattenendo con ferrea volontà i gemiti che gli strappava la ferita al contatto dell’elemento corrosivo, si mise a nuotare come un pesce verso l’est senza lasciare traccie, senza destar attenzioni e con tutta la velocità di cui era capace un marinaio come lui. Il legno da guerra virava allora trecento passi lontano. Esso si avanzò descrivendo un gran cerchio attorno al luogo ove si era inabissato il pirata, coll’intenzione di tagliarlo in due collo sperone. Non bisognava lasciar vivere uno di quegli uomini di una razza maledetta, che durante dodici ore di una lotta sanguinosa aveva tenuto in scacco uno dei più valorosi legni della marina inglese.

Ma Sandokan, se il legno lo cercava attivamente, egli era ben deciso di sfuggire, di tutto tentare per guadagnar la costa che non doveva essere gran fatto lontana e meditar di là una strepitosa vendetta. Egli si era arrestato immerso per quattro quinti, protetto dall’oscurità, rannicchiato quasi su sé stesso nel liquido elemento a lui tanto famigliare senza gettare un sospiro, senza fare un gesto, senza movere occhio. Galleggiava come un rottame abbandonato pel quale si poteva prenderlo se fosse stato scorto.

Il piroscafo compì il suo giro mordendo le acque, poi si arrestò come cercasse indagare quei flutti da lui agitati e ripigliò le ricerche tagliando quello spazio in mille guise, virando da babordo a tribordo colla speranza di incontrare il nuotatore, e di lacerarlo o di stritolarlo sotto le ruote.

L’equipaggio intero fornito di fanali era sparso sulle murate, sulle griselle o calumato fino alle patte delle âncore per cercare di scoprirlo. Ma la manovra non riuscì benché lo sperone e le ruote passassero a pochi piedi da Sandokan sempre immobile e qualche palla tirata a casaccio facesse rimbalzar l’acqua a pochi pollici dal suo capo.

Dieci minuti dopo il piroscafo, sicuro che il pirata erasi annegato o era caduto sotto il dente di qualche pesce-cane, si allontanava a tutta forza della sua macchina dirigendosi verso il nord, lasciandosi dietro una scia fosforescente, gorgogliante, in mezzo alla quale ondulava qualche cadavere.

Sandokan, appena fu sicuro che la distanza e il fragor delle ruote soffocavano più che sufficientemente il rumor dell’onda tagliata dalle sue braccia, dopo di aver passato la cintola sulla ferita per arrestare l’emorragia e d’averla bene stretta, ricominciò a nuotare con tutte le forze che ancor rimanevano nel suo corpo impoverito di sangue. Egli non gemeva ad onta degli atroci dolori che soffriva ma si mordeva le labbra con una specie di furore, alternando fra una battuta e l’altra una bestemmia, un giuramento, comprimendo colle dita la cintola stretta sulle labbra della ferita dalle quali usciva un filo di sangue che si mesceva coi flutti d’inchiostro. Tutta la sua ira, tutta la sua vendetta era là, su quel piroscafo che dopo averlo battuto fuggiva, su quel piroscafo che lo aveva sconfitto per la prima volta in vita sua, su quell’incrociatore che scorrazzava quei mari non suoi, su quel fantasma potente quanto terribile che avea fatto mordere la polvere alla Tigre della Malesia.

Lottando disperatamente fra le acque sfinito per la perdita del sangue, quell’uomo aveva dei momenti in cui sfuggendo la costa si metteva insensatamente a inseguire il piroscafo che a poco a poco impiccioliva scomparendo fra le tenebre, lo chiamava, bestemmiava, lo sfidava, alzando le mani raggrinzate, frementi, strette come attorno l’impugnatura di un’arma immaginaria, scagliandogli contro mille insulti, mille minacce. Oh! allora sì pareva dar ragione a quel nome di Tigre della Malesia, e come nella pugna digrignava i denti, gli occhi mandavano lampi, e lanciava quel sordo mugolio che lo rassomigliava alla tigre.

Ma a poco a poco quei deliri, quella collera insensata sparvero, sfumarono, e il formidabile pirata richiamato alla realtà ripigliò il faticoso esercizio, cercando la costa avvolta fra fitte tenebre che non permettevano ancora di scorgerla rimandando in cuor suo quella vendetta, che per lui era la vita.

Nuotò così parecchio tempo, soffermandosi tratto tratto per ripigliar fiato e per istrapparsi di dosso le vesti onde acquistare maggior libertà nelle mosse, poi cominciò sentirsi spossato. Rallentava le mosse, sentivasi irrigidire le estremità dei piedi e delle mani, e la ferita strappavagli lugubri gemiti. Pure non era uomo da cedere sì facilmente. Voleva vivere per potersi vendicare, per potere un giorno schiacciare alla sua volta il maledetto che lo aveva battuto. Con una mano raggrinzata sulla ferita, facendo sforzi sovrumani, continuò a tirar innanzi deciso a guadagnare le coste di Labuan.

– È d’uopo che viva! – andava esclamando egli ferocemente fra una battuta e l’altra dei piedi. – Bisogna che io vendichi i miei prodi! Bisogna che ritorni io il padrone del mare. Dove sono queste maledette coste di Labuan? Ah! Perla, quanto mi sei costata! Eppur ti voglio vedere!

Egli così parlando si animava, mordeva la spume, tendeva i pugni battendoli quasi con furore su quei flutti che egli diceva suoi, quasi volesse far comprendere a loro che egli era il padrone. Si arrestò per la ventesima volta affranto da quegli sforzi erculei, ansante, coll’occhio stravolto, cercando l’isola e coll’orecchio teso per accogliere il fragore della risacca che ne segnalasse la vicinanza.

Si aggomitolò su sé stesso, gettando rauchi gemiti lasciandosi portare dal flusso che lo spingeva verso la costa. Le membra si irrigidivano per la perdita del sangue e per la spossatezza, il respiro diventava affannoso, gli occhi si velavano sotto ombre sanguinose e mille rumori gli risuonavano nelle orecchie, mille urli disperati, mille chiamate a cui parevano unirsi ruggir di bronzi e detonazioni di moschetti, che la febbre mille volte raddoppiava.

Il pirata, che vedeva consumarsi quella energia sovrumana che lo sosteneva anche nei più terribili frangenti, rimase là immobile per cinque minuti semi-svenuto, delirante, porgendo orecchio a quelle credute grida che gli parevano dei compagni, poi rompendo quella immobilità che a poco a poco lo perdeva, stese le braccia irrigidite riprendendo, con quella potente volontà in lui abituale, il penoso cammino in mezzo a quei flutti sempre più neri e nella più profonda oscurità.

Percorse ancora venti passi, poi avvenne fra lui e un oggetto non ancora definibile un urto. Credette in sulla prima di aver da fare con qualche pescecane, e si tuffò cercando fra le vesti lacerate il suo kriss dalla lama serpeggiante ancora infisso nella larga cintola e l’afferrò con moto convulso.

– Ancora un nemico adunque! – pensò egli con collera concentrata. Ricomparve alla superficie; avvenne un nuovo urto, allungò le braccia e afferrò un rottame che galleggiava in balia dei flutti. Pareva fosse un pezzo di ponte, senza dubbio di uno dei due prahos, e che poteva offrire un valido aiuto alle esauste sue forze. Vi si aggrappò disperatamente uscendo a metà dalle acque e scoprendo la ferita dalla quale usciva ancora qualche goccia di sangue dalle labbra rigonfie.

Per due ore, quell’uomo che non voleva morire, pericolosamente ferito, lottò contro il sonno e lo svenimento che lo assalivano, sempre a metà immerso, aggrappato al rottame che lo traeva insensibilmente alla costa. Furono due ore di patimento indescrivibile, due ore che parevano due secoli, poi cadde sfinito sul rottame lasciandosi trasportare dal flusso, credendo talvolta di udire il fragor della risacca o le grida di naviganti o lo sbatter di remi o i tuffi dei pesci-cani.

Alle tre del mattino avvenne un cozzo che il fece tornare in sé. Tese le braccia, allungò le gambe raggrinzate ed irrigidite e gettò uno sguardo all’intorno mentre un fragore insolito rimuggiva attorno. Era a poche braccia dalla costa dove il flusso ve l’aveva tratto. Abbandonò il rottame e traballando come un ubbriaco sui banchi di sabbia, dopo di aver lottato venti volte colla risacca che lo rispingeva, guadagnò con mille stenti una riva bassa, sabbiosa, coronata di fitte foreste dove cadde affranto in mezzo alle alghe.

CAPITOLO VI. Febbre e delirio

La ferita poteva essere se non mortale certamente pericolosissima, chiedeva una pronta cura se non fosse stato altro per arrestarne l’emorragia che poteva compromettere la vita del pirata.

Sandokan non lo ignorava, e appena poté riaversi un po’ dalla spossatezza, pensò subito a medicarsi, con tutte le misere risorse che gli offrivano le piante medicinali della foresta.

Con sforzo supremo, aiutandosi colle mani e coi piedi, bestemmiando e gemendo egli si trascinò fino ai primi alberi e dopo di essersi appoggiato al tronco di un betel a poca distanza da un rivoletto d’acqua, esaminò a lungo l’orribile ferita.

Aveva ricevuto una moschettata quasi a bruciapelo a segno che la carne portava ancora le tracce del fuoco; la palla era penetrata nel fianco sinistro al di sotto della quarta costola e dopo di essere sdrucciolata fra le ossa, era andata a perdersi nell’interno senza aver toccato, a quanto pareva, le parti vitali.

A ogni modo se non era mortale, poteva diventarlo per mancanza di un pronto soccorso; Sandokan non l’ignorava, e ritrovando la sua potente energia anche in quei momenti supremi, dove le ore di vita potevano essere contate, si preparò a medicarsi con tutte le risorse che poteva disporre. Egli appressò le magre dita alla ferita le cui labbra erano gonfie pel continuo contatto dell’acqua marina, e non badando alle orribili sofferenze, l’aprì, l’esaminò con occhio pratico e la premè facendone uscire un rivoletto di sangue, dapprima leggermente tinto e poi di un bel rosso.

– Bene – mormorò fra i denti. – Si guarirà!

Vi era tanta energia in queste ultime parole, da credere che fosse lui il padrone della sua vita; vi era tanta fiducia in quell’anima di ferro sostenuta dalla vendetta, che non dubitò più di guarire, ad onta delle scarse sue risorse, ad onta della mancanza d’aiuti, e della terra straniera su cui riposava.

Si trascinò senza emettere un sol gemito fino al rivoletto d’acqua, la principale medicina che egli possedesse, e spruzzò ripetutamente la ferita, poi facendo a brani un lembo della sua camicia di fina battista, fece alcune filacce, e la fasciò con mano abile. Il più era fatto, si trattava ora di cercare qualche erba a lui solo nota e di godere un lungo riposo. Il mezzo di trarsi d’impiccio sarebbe venuto dopo.

Bevette qualche sorso d’acqua per calmare la sete ardente che lo divorava cagionata da una violenta febbre, sostò ancora pallido e disfatto sostenendosi colle mani e colle gambe, credendosi sempre in procinto di venir meno, poi riprese le mosse, gemendo lugubremente. Bisognava cercar una di quelle erbe, ed egli era uomo da trovarla, e la trovò a poca distanza di un gruppo di bambù.

Era una pianticella alta al più sei pollici con ramoscelli pieghevoli, e foglie lunghe lunghe. Il pirata, facendo uno sforzo che gli costò una centesima imprecazione, strappò le radici e senza badare alla terra raggruppata attorno, si diede a masticarla finché l’ebbe ridotta a una specie di pasta gommosa, che applicò sulla ferita.

Aveva appena terminato che l’energia l’abbandonò per la seconda volta. Chiuse gli occhi che roteavano un cerchio di sangue, strinse i denti nuotanti fra la bava, cercò sostenersi brancolando come per trovare un appoggio alle mani e rotolò appié dei bambù bestemmiando Dio e Maometto. Dieci volte tentò rialzarsi digrignando i denti come una tigre, destando colle sue urla gli echi delle foreste, poi spossato cedette e cadde in una specie di svenimento che durò più di una mezz’ora.

Quando tornò in sé una sete ardente lo divorava e la febbre gli faceva provare interminabili tremiti a onta del sole che brillava. Si stropicciò gli occhi, poi si mise a strisciare cercando raggiungere il torrente, ma non vi riuscì.

Allora quell’uomo si rizzò sulle ginocchia alzando le braccia verso il cielo come una minaccia, come una sfida insensata e dal suo sguardo sembrò scaturissero scintille. Si credette più forte che mai.

– A me, mie forze! È d’uopo vivere!

Si rizzò girando attorno lo sguardo torvo, sostenendosi per un miracolo di potente energia e camminò o meglio barcollò fino al rivoletto dove cadde sulle ginocchia. Non voleva di più; tuffò le avide labbra fra le gorgoglianti acque, bagnò una seconda volta la ferita. Tentò una seconda volta di rialzarsi ma non fu capace e andò ad appoggiarsi ai piedi di un arecche, le cui sei od otto foglie di una sproporzionata grandezza (non minore di quindici piedi su sette di larghezza) proiettavano una benefica ombra.

Egli rimase cinque, dieci e forse più minuti immobile, col capo appoggiato al tronco dell’albero e le braccia conserte, guardando il mare che si apriva a lui dinanzi, quasi volesse indovinare ciò che succedeva a Mompracem, poi si scosse.

La sua faccia s’abbuiò terribilmente, i suoi occhi s’accesero d’uno strano fuoco, le labbra si contrassero fremendo mostrando i denti. Un pazzo scoppio di risa gli uscì dalla gola.

– Ah! – esclamò egli con rauca voce che pareva proprio il ruggito di una tigre. – Chi avrebbe detto che un giorno Sandokan avrebbe morso la polvere sotto i colpi di un incrociatore? Chi avrebbe detto che la Tigre della Malesia avesse a cedere dinanzi a un leone? E chi avrebbe detto che la Tigre ferita si ricovererebbe nella tana del nemico? Oh! quando vi penso sento ardermi il sangue dalla vendetta!…

Una spaventevole bestemmia echeggiò sotto le volte fronzute di grandi alberi facendo tacere le scimie verdi che dondolavano sulle cime dei più alti rami.

Il pirata tornò a guardare il mare sempre tranquillo e la terra su cui riposava.

– Che importa – continuò egli con maggior ira battendo coi pugni chiusi la terra, – che importa se oggi vinto e ferito mi trovo su questa odiata terra delle giacche rosse, quando domani questi luoghi che mi hanno visto approdare spossato e dissanguato non avranno più abitatore alcuno e non conserveranno più traccia di sé?…

«Che importa se oggi il leone ha il ruggito più forte della Tigre malese, quando domani sarà lui che morderà la polvere e sopra di lui sibileranno mille lingue di fuoco che struggeranno i suoi discendenti? Non si conosce ancor bene la potenza del mio braccio, il mio nome, il mio odio tutto accumulato su questo palmo di terra che dovrebbe fremere al mio soffio! Bene, battuto oggi, vincitore senza pietà domani!

Il pirata, così parlando, si animava come assaporasse di già la vendetta, agitava le braccia come brandisse una scimitarra di fuoco pronta a frantumare l’intera Labuan, fremeva e si dimenava bestemmiando.

Il dolore della ferita lo ricondusse alla realtà; egli divenne cupo e si morse le dita.

– Pazienza, Sandokan – continuò egli poi su altro tono, – la tigre della Malesia sa spiare la sua preda senza fretta e senza rumore, cerchiamo imitarla. Non sarei più il medesimo uomo se avessi a dimenticare l’onta di una sconfitta. Mompracem è laggiù al ponente, la vendetta mi darà la forza di raggiungerla, dovessi farmi schiavo di queste giacche rosse. Sono ancora il terribile Sandokan; malgrado la mia ferita, saprò trarmi d’impaccio anche sulla terra di loro… no, sulla terra del fuoco, sulla terra del Borneo!

Stette un’ora nella medesima posizione, appoggiato al tronco d’arecche, coll’occhio scintillante, fisso sul mare le cui onde venivano a morire gorgogliando a pochi passi lontano, quasi volesse invocare da esse, che egli chiamava sorelle, un aiuto e porgendo orecchio al sibilo del sangue impoverito, al battito precipitoso del cuore e ai tremiti della febbre che lo divorava. Si sentiva stordito, spossato, ammalato; il sangue gli affluiva in testa e i denti battevano come galoppo formidabile; andò ancora a spegnere la sete al ruscello tuffandovi avidamente le labbra, le mani, la testa.

I dolori ricominciarono accompagnati da una spossatezza indefinibile. La ferita gli strappava gemiti, le forze lo abbandonavano a onta di tutta la sua energia. Lottò ancora dieci volte trascinandosi alla riva del ruscello per tuffar la fronte ardente e spegnere la sete che lo divorava, confondendo Dio e gli uomini, invocando il Portoghese, i suoi pirati, la sua Mompracem, poi ricadde sfinito appié dell’arecche nel mentre che il sole dopo di aver compiuto il suo giro si tuffava nel mare dopo un breve quanto magnifico crepuscolo.

– La notte! La notte! – esclamò il ferito sollevando la terra a lui d’intorno colle unghie. – Oh! io non voglio dormire, voglio esser forte, ancora forte. Il nemico è là mi potrebbe spiare… no, non voglio dormire io… non voglio!

Si portò ambe le mani sulla ferita dolorosa e si rizzò in piedi. Girò lo sguardo verso la foresta che diventava rapidamente oscura e al mare che diventava color d’inchiostro, parve indeciso sulla via da prendere, poi si gettò sotto gli alberi, movendo diritto, senza saper il dove, né il perché. Camminava per non dormire, per non essere sorpreso dal nemico che forse vegliava; camminava per non cadere nelle sue mani.

Nel suo delirio credeva che gli Inglesi fossero là ad aspettarlo, pronti a precipitarsi su di lui appena addormentato. Credeva sempre di udire le grida degli inseguitori, i loro colpi di fucile, l’abbaiar dei loro feroci cani e fuggiva, ad onta della ferita, cadendo, rialzandosi, lasciando lembi del suo vestito ridotto a brani fra i cespugli, incespicando nelle radici, scalando alberi atterrati, precipitandosi nei ruscelli, bestemmiava, malediceva, ruggiva come la tigre agitando il suo kriss la cui impugnatura tempestata di diamanti scintillava come una face quando un raggio di luna vi batteva sopra.

Continuò la forsennata corsa per dieci minuti, internandosi sempre più nelle foreste, destando tutta la selvaggina dei dintorni, poi si arrestò anelante, smarrito. Alzò le braccia come un pazzo invocando la vendetta celeste su quella terra, che pareva ardesse sotto i suoi piedi, lasciò sfuggire un urlo da disperato e battendo l’aria colle mani, ruinò al suolo come un albero schiantato dal vento.

Allora alla febbre si aggiunse il delirio. La testa pareva fosse lì per iscoppiargli, pareva che dieci uomini la martellassero simultaneamente facendogli saltare il cervello. La ferita malgrado le filacce incominciò a sanguinare, ma pareva fuoco che uscisse dal petto e che ardesse le carni, la terra, le foreste e l’isola intera. Le forze lo abbandonarono ancora nel momento che tentava riprendere la sfrenata corsa e ricadde sui cespugli.

– Via di qua… via di qua! – urlava egli in preda al delirio e alla febbre. – Che volete voi, giacche rosse… su questa terra?… Via da questi mari… sono miei! Largo alla Tigre… largo ai pirati di Mompracem… largo ai padroni di questo mare… essi berranno il vostro sangue… essi succieranno le midolle delle vostre ossa… berranno nei vostri teschi… arderanno le vostre navi… le terre, le città, i villaggi! Che volete voi? Non avete terre in vostra patria?… ladri, avvelenatori di popoli… via di qua! via di qua!

Così parlando, il pirata si rotolava fra i cespugli mordendo la terra, strappando le radici colle unghie e coi denti. Urlava come una belva feroce, si rizzava sulle ginocchia, si batteva il capo, si torceva le braccia, stritolava i cespugli in una potente stretta. Egli credeva di aver dinanzi a sé degli Inglesi, e mordeva credendo mordere i loro crani.

– Io battuto?… La Tigre risorgerà!… vi abbrucerà col solo ruggito… vi disperderà, fossero pur cento leoni contro essa!… sangue di Maometto; io soffro per loro… sulla terra di loro… ma la pagheranno… aspettate, aspettate… vedrò i vostri volti al balenar dei cannoni! Del sangue, del sangue io ho sete… datemi del sangue di loro… traetelo dalle loro vene… datemi delle carni… carni di loro… che palpitino sotto le mie dita… datemele, io le divorerò!… Sono ferito… la palla avvelenata di loro suscita un vulcano nel mio petto… la sento ardere… ma guarirò, voglio vivere…, capisci leone d’Inghilterra… voglio vivere! voglio vedere la Perla di Labuan! Ah! maledetta Perla, fosti la mia ruina!

Uno scroscio di risa diaboliche irruppe dalle sue labbra perdendosi nel fondo delle foreste. Si arrestò colle mani contratte fra i capelli, fremente per la febbre, divorato dalla sete. Pareva che un fuoco immane gli ardesse nel petto, che la terra su cui posava fosse il fondo di una caldaia in ebollizione. Stette alcuni minuti in silenzio, poi ripigliò i suoi pazzi discorsi, destando gli echi delle foreste, agitando le mani come per allontanare delle ombre invisibili, degli scheletri, dei fiumi di sangue.

– Via di qua, via!… Che volete, orribili ombre?… Via quei fantasmi, volgete altrove quegli occhi di fuoco… Essi mi divorano! Che volete voi, nudi scheletri dalle bianche ossa e dalle vuote occhiaie?… Che avete da gemere… che avete da fare crocchiar quelle dita e quei piedi?… Perché quelle costole spezzate, quelle ossa frantumate… quei teschi aperti… via, via! Non sono Sandokan io forse? Sangue… fiumi di sangue e monti di cadaveri… sempre sangue e fantasmi. Ah! Sei tu Patau… la palla di cannone ti ha infranto il petto… Ah! siete voi… tutti voi che ho ammazzato… andate, andate laggiù nella fossa… nella gran fossa delle giacche rosse. Non verrò! non verrò!

La notte fu orribile. Il pirata in preda alla febbre e al delirio, non sognò che fiumi di sangue dove cercava invano di spegnere la sete, schiere di fantasmi avvolti nei loro sudari bianchi, e i cui occhi si fissavano nei suoi, scheletri che danzavano attorno a lui facendo crocchiar le ossa e facendo udir diabolici scoppi di risa, e una processione di uomini di tutte le razze, gementi, urlanti, coi fianchi aperti, colle teste spezzate a gran colpi di scimitarra o di scure, colle membra troncate donde uscivano fiotti di sangue e coi corpi traforati, scarnati in mille guise da palle di cannone e da mitraglia.

Ma a poco a poco tutte quelle visioni, le une più spaventevoli delle altre, rappresentanti le vittime di lui, disparvero ed egli cadde in un profondo torpore, in una specie di sonno di cui ne avea tanto bisogno, ma che durò qualche ora. Quando si svegliò era ancora notte, ma era più calmo.

– Credeva bene di esser morto! – mormorò egli guardandosi attorno con un misto di spavento e di sorpresa.

Ricompose le fascie della ferita, state rimosse durante il delirio, poi udendo il lieve mormorar di un ruscelletto vi si trascinò e spense la sete. La febbre cessava a poco a poco e vi era da credere che all’indomani stesse assai meglio della sera.

Trovò un posto fra i cespugli dove si accomodò alla meglio a pochi passi dal ruscelletto, e aspettò pazientemente il mattino, cogli occhi fissi al levante spiando ansiosamente l’apparir di qualche chiarore che segnalasse l’aurora.

Le ore passavano lente lente quasi avessero raddoppiato la lunghezza abituale, là sotto quelle fitte foreste, dove l’oscurità era più fitta che mai. Il tempo passava con una lentezza spaventevole pel ferito, abbandonato senza risorse fra quegli alberi, fra atroci sofferenze. Contava minuto per minuto, più ancora, battito per battito.

Qual supplizio! Egli ruggiva in cuor suo, e ideavasi orologi ai quali faceva rotear le sfere; faceva volare nella sua mente il tempo, maledicendo la lentezza di quei minuti altre volte sì rapidi e bestemmiava contro il sole che non appariva mai. Al di sotto dei grandi alberi poi udivasi le urla delle fiere che vagavano in cerca di preda, altro supplizio non meno spaventoso, dove il ferito provava tutte le emozioni della paura malgrado il suo coraggio, quando quelle urla andavano avvicinandosi. Se fosse stato sano, se ne sarebbe bene infischiato di loro, ma sfinito di forze, quasi impotente di lottare, in quella pericolosa situazione, armato di un solo kriss, era ben altra cosa.

Le tigri, forse le ultime che scorrazzavano le foreste, ruggivano balzando nei cespugli o arrampicandosi sui rami per attendere la selvaggina all’agguato, a cui si univano le strida delle scimie accoccolate sulle più alte cime degli alberi, affannate a respingere quei potenti carnivori o a mettersi in salvo, e l’abbaiar dei cani vaganti e il grugnir dei babirussa o dei cignali scovati.

Sandokan prestava orecchio a tutti questi concerti, a quei differenti rumori, rattenendo i gemiti, immobile fra i cespugli, col kriss in mano. Non si inquietava che delle tigri, quei carnivori potenti che avrebbero potuto piombare su di lui e farlo a brani ancor prima che avesse a pensare a difendersi. Vi era da stare all’erta tutta la notte.

Le ore, lente lente, passarono alfine, dopo una notte passata fra il delirio e l’angoscia. La luna che scintillava al di sopra degli alberi, senza tramandar uno di quei bei raggi d’argento al di sotto, tanto era fitto il fogliame, cominciò a impallidir a poco a poco man mano che una luce biancastra dapprima e rossa un po’ più tardi compariva al levante e le stelle impallidirono con essa. Il pirata respirò; le tenebre se ne volavan via dinanzi alla luce. Il sole apparve come improvvisamente illuminando la foresta, facendo tacere tutti quei concerti notturni, penetrando anche nei più reconditi luoghi. Sandokan si scosse trascinandosi fino al rivoletto d’acqua, dove lavò la ferita sempre infiammata e sempre dolorosa, applicandovi nuove filaccie e radici masticate.

Era estremamente debole, ma la febbre era cessata, un segno infallibile per credere che la guarigione benché lenta incominciava. Egli risolse di compierla ad onta di tutti gli ostacoli.

Abbisognava del cibo per richiamare le forze e rinnovare il sangue, quindi la necessità di trovarne. Non aveva che un kriss, un’arma quasi inutile per atterrare la selvaggina che il ferito non avrebbe potuto raggiungere, ma se non poteva contare su di essa, poteva almeno contare sugli alberi fruttiferi, che in quelle foreste non mancano.

Labuan, quantunque sia un lembo di terra, gode la medesima feracità di Borneo, dalla quale pare sia stato staccato in seguito a qualche formidabile cataclisma. Tutti gli alberi della Malesia hanno i loro rappresentanti, senza dimenticare anche il velenoso upas che si mostra in qualche luogo non troppo recondito dell’isola.

Non manca né di sagù, né di magnifici artocarpi, né di cavoli palmisti, né di canne da zucchero, piante che possono dare un alimento, se non troppo sostanzioso, almeno salubre ed eccellente. Sandokan non ignorava ciò, e quantunque la ferita lo facesse sempre soffrire, si mise in cerca di uno di quegli alberi, camminando come un ubbriaco o trascinandosi come un serpente quando le forze lo abbandonavano, arrestandosi per riprendere lena e ricominciando la penosa marcia fra fitti cespugli.

– Oh! troverò bene io qualche cavolo palmista o qualche sagù, che abbia a sfamarmi – mormorava egli continuando a strisciare fra erbe taglienti e acute spine. – Animo, non lasciamoci abbattere finché l’energia non viene meno, e le forze mi sorreggono, sono ancora Sandokan, la Tigre della Malesia.

Attraversò i cespugli in mezzo a centinaia e centinaia di tronchi, che si innalzavano in mille guise, gli uni più alti degli altri, inclinati o diritti o torti e lisci, frondosi o semi-spogli, e si arrestò dinanzi un piccolo albero, di tre o quattro metri di altezza, le cui foglie erano ricoperte di una fina polvere biancastra. Lo conobbe subito.

– Un sagù! – esclamò egli.

Infatti il prezioso albero, così comunemente sparso in tutta la Malesia, faceva capolino fra tutti gli altri, circondato da erbe gigantesche e da cespugli spinosi. È una delle piante più utili che oltre crescere spontaneamente nelle foreste viene con premura coltivata dagli indigeni, somministrando essa una fecola nutritiva al sommo grado che fa le veci della farina.

Non viene molto alta, tre o quattro metri al più, fa parte della gran famiglia delle palme, alle quali occorrono ben sette anni per giungere al loro pieno sviluppo e che amano i luoghi paludosi o almeno umidicci. Il sagù, la sostanza farinosa e piacevole che essa dà e che viene smerciata in gran quantità su tutte le isole della Malesia, non è che la midolla della pianta, bianca di colore, umida, nicchiata fra gl’interstizi di una fitta rete fibrosa, che si taglia a pezzetti rammollendola nell’acqua ottenendone ben un cento o centocinquanta chilogrammi.

Era una vera fortuna pel ferito l’incontro di un albero sì prezioso. La polvere biancastra sparsa sulle foglie indicava che la fecola era giunta a perfetta maturanza; nulla di più facile che cibarsene.

Sandokan, adoperando il kriss, si mise all’opera febbrilmente. Tagliò a pezzetti la parte fibrosa tanto da poter bastare per alcuni giorni, la tuffò per pochi minuti nel ruscello, poi si mise a morderla per calmare la fame che cominciava tenagliarlo trovando un po’ di sollievo in quel magro pasto.

Non bastava. Aveva un organismo di una robustezza eccezionale; bisognava trovare qualche cosa da aggiungere a quel pasto, della carne se fosse stato possibile. Impotente di abbattere qualche capo di selvaggina, si rivolse al mare cercando qualcuna di quelle enormi ostriche che quattro individui di non comune appetito sono imbarazzati a divorare. Il mare non era troppo lontano; lo udiva muggire e frangersi sulle rupi e sulle scogliere. Raccolse la sua provvista, bagnò ancora una volta la piaga e facendo sforzi da gigante camminò o meglio si trascinò fino alla spiaggia.

– Posso trovare qualcuna di quelle ostriche giganti – mormorò egli. – Il mio sangue è povero, bisogna rinnovarlo. La guarigione verrà dopo. Tagliò un bambù di quindici piedi d’altezza e ne aguzzò una delle estremità col kriss, fatto ciò si spinse nell’acqua vicino alle scogliere, scandagliando i crepacci, sostenendosi a mala pena contro l’impeto della risacca che si faceva sentire con qualche violenza.

Perlustrò ad una ad una le fessure facendone uscire frotte di pesciolini, troppo agili per venire afferrati, mosse le alghe in mezzo alle quali si appiattavano lunghe anguille, frugò sui banchi di sabbia rimescolando ostriche piccole e granchi, e continuò ad avanzarsi coll’acqua fino alle ginocchia, avvicinandosi a un banco sabbioso di pochi piedi sott’acqua.

– L’ostrica non deve mancare là, su quel banco, che si presenta a sì buon punto – pensava egli.

E infatti il marinaio non s’ingannava. Vide una di quelle ostriche colossali chiamate di Singapura, a metà seppellita nelle sabbie, capace di nutrire per lo meno due uomini. La raggiunse tuffandosi fino alle anche, si curvò, e con uno sforzo che gli costò più di un gemito, la strappò dalle sabbie.

– Ecco ciò che io cercava; che importa ora se sono ferito quando accanto a me ho un ruscello e dei viveri? Non andrò no, a battere la porta delle giacche rosse finché le forze mi resteranno; vivrò nei boschi come una tigre, e una volta guarito saprò ben io trovare la via per ritornare a Mompracem. Del resto, i miei uomini non mi hanno dimenticato.

Raggiunse la riva affranto, dove sostò, sedendosi sulla grande ostrica, che aveva rinchiuso prudentemente i suoi bivalvi. Occorreva del fuoco per farli riaprire; il kriss per quanto fosse di una tempra eccezionale non sarebbe riuscito a nulla contro il guscio di uno spessore notevole.

Gettò uno sguardo attorno, andò a raccogliere una bracciata di legne secche, sparse in gran quantità nei dintorni, colle dovute precauzioni per non trovare qualche velenoso rettile nel cavo di esse, o dei ragni se non del tutto pericolosi almeno cagionanti la febbre, e tagliando due pezzi di legno dalla tinta biancastra e lucente, si mise a strofinarli vigorosamente l’un contro l’altro finché ne trasse una fiammella. Non ci voleva altro. Le legne presero fuoco come esca, mettendo in fuga insetti, ragni e qualche serpentello innocuo, e quando furono semi-consumate, gettò la colossale ostrica sui carboni ardenti.

L’effetto fu istantaneo: i due gusci si apersero lasciando uscire un solleticante profumo. Ritiratala dal braciere, il pirata sedendosi in mezzo alle erbe e dimenticando per un istante e la ferita e la situazione disperata in cui si trovava, assalì la colossale ostrica aiutandosi colla lama del kriss.

Non aveva ancor inghiottito venti bocconi che l’abbaiar di un cane venne a ferire le sue orecchie.

Abbandonò per un momento l’ostrica e tese le orecchie, per nulla contrariato dell’abbaiar di quell’animale, che forse poteva guidare qualche cacciatore, e chi sa, forse qualche indigeno.

– Ah! se fosse un indigeno della costa o un barcaiuolo che possedesse un canotto! – esclamò egli. – Saprei ben io trascinarlo fino a Mompracem per caricarlo poi d’oro, a meno che non diventasse un pirata. Possa non essere una giacca rossa, alla quale io nulla chiederò. Ferito, pur morente, finché l’energia e l’odio per la loro razza maledetta mi sosterrà, rifiuterò i loro aiuti, i loro veleni. Tutti ignorano su questo lembo di terra chi io mi sia; il selvaggio potrà ospitarmi senza paure.

Dopo di aver ascoltato alcuni istanti, Sandokan credette bene di aspettar la comparsa del cane o del cacciatore, terminando il pranzo, la cui carne molle ed eccellente gli solleticava l’appetito. Ad onta della ferita, sbarazzò mezzo guscio.

– Aspettiamo – disse egli distendendosi mollemente sulle erbe. – Forse l’uomo o il cane si mostreranno.

Gli abbaiamenti continuavano, talvolta avvicinandosi e talvolta allontanandosi. Pareva che l’animale seguisse qualche pista. Sandokan già s’impazientiva, quando udì una detonazione in lontananza.

– È una giacca rossa! – esclamò egli rizzandosi sulle ginocchia. – Che la tigre la divori!

Non si occupò più né del cane né del cacciatore, che d’altronde parevano allontanarsi e si coricò sotto un arecche. Rimase tutto il dì là sotto, conservando una immobilità completa, l’unica medicina occorrente per la ferita già pericolosamente infiammata per gli sforzi incontrati nella pesca e nella passeggiata sotto le foreste. Con tutto ciò la febbre tornò ad assalirlo con nuovo vigore, e prima che il sole tramontasse, batteva i denti, provava ancora atroci dolori e cominciava a delirare.

Quell’uomo che non avea mai saputo che fosse paura, l’ebbe a provare quando il sole calò al ponente e le tenebre cominciarono a invadere la foresta. Ebbe paura della notte, e, deciso a tutto affrontare anziché addormentarsi, raccogliendo le ultime forze si ripose in cammino, aggravando il male. Dove andava? Egli nol sapeva. Vagava sotto i grandi alberi provando brividi interminabili come fosse nelle regioni polari, con un vulcano nel cervello, cogli occhi di bragia e il kriss convulsivamente stretto. Avrebbe fatto paura al più coraggioso isolano se avesse avuto la sfortuna d’incontrarlo.

A poco a poco la marcia fra quei cespugli, quelle spine che gli strappavano gli ultimi lembi di veste, fra quei tronchi dove vi cozzava il capo senza vederli, fra quelle erbe taglienti come tante lame flessibili, divenne rapida.

Ebbe paura, lui, il pirata, Sandokan, la Tigre della Malesia, il cui solo grido avrebbe bastato per far fuggir mezza popolazione. Il delirio tornò ad impossessarsi di lui colla febbre, si credette inseguito e si mise a fuggire.

– Qua… qua… giacche rosse! Sono io… Sandokan, la Tigre… sono io! – urlava egli.

Precipitò la corsa senza sapere ove andasse, varcando ruscelli e cespugli, scalando alberi e attraversando paludi in miniatura, cadendo e risollevandosi come la sera precedente. Correva come un forsennato, invocando le giacche rosse colla spuma alle labbra, cogli occhi fuori dall’orbite. Volava incespicando ogni cento passi, non udendo più nulla attorno fuorché il celere martellar del cuore, senza provare i dolori della ferita, soffocati dal delirio.

Quanta via percorse, non poté mai saperlo. Il fatto si è che si trovò d’improvviso dinanzi a una prateria solcata da un fiumicello scaricantesi in un ampio stagno, nel fondo della quale, in riva alle acque, sorgeva qualche cosa di nero che pareva una abitazione.

Sostò un momento, anelante, senza forza di gridare, poi si precipitò nella prateria continuando la sua sfrenata corsa. Fece cento, forse duecento passi colla schiuma alle labbra, le mani nell’aria, poi rotolò come fosse fulminato al suolo e vi rimase immobile, irrigidito, lasciando sfuggir un ultimo gemito che si perdé fra le tenebre della notte.

CAPITOLO VII. La Perla di Labuan

All’indomani, dopo la corsa insensata della notte, quando tornò in sé, era chiaro. Il sole, appena appena sorto, illuminava la prateria, i lontani alberi della foresta, il ruscello, lo stagno, l’abitazione intravveduta la sera precedente e di più una mezza dozzina di uomini che curvi su di lui spiavano ansiosamente ogni suo movimento. Egli si stropicciò gli occhi e fece un gesto per fuggire.

– Povero uomo! – esclamò una voce commossa, che, quantunque parlasse la lingua delle giacche rosse, non aveva quell’accento secco e imperioso che il pirata solea credere.

Egli si scosse tutto. Credette di essere in preda a un sogno, tornò a stropicciarsi gli occhi, poi esaminò a uno a uno quegli uomini sempre curvi su di lui, che parevano interessarsi del suo stato.

Cinque erano indigeni dai volti stupidi e insignificanti, il sesto un bianco. Se l’occhio non s’ingannava, pareva avesse una cinquantina d’anni. Alto, ben fatto, ma con quella rigidezza che è il distintivo particolare della razza anglo-sassone, poteva essere ancora un bell’uomo ad onta dell’età. Un volto simpatico, aperto, benché incorniciato da capelli rossi, occhi intelligenti, due mani aristocratiche anzi che no e delle braccia che dovevano esser dotate di una forza non comune. Vestiva semplicemente: un gran cappello bianco sul capo – una cupola circondata da un velo – una giacca di stoffa azzurra, pantaloni di pelle e lunghi stivali a risvolta completavano l’abbigliamento. Non vi era da ingannarsi sulla sua origine. Sandokan lo riconobbe per una giacca rossa, pure non tentò di fuggire. Comprendeva che una nuova fuga, un giorno ancora passato nelle foreste, avrebbe causato infallibilmente la morte. Era un Inglese che lo raccoglieva, meglio; il gioco non sarebbe riuscito più ridicolo. Un Inglese curare Sandokan, la Tigre della Malesia! Vi era ben da ridere; la storiella raccontata a Mompracem avrebbe senza dubbio furoreggiato.

D’altronde, quell’individuo pareva un galantuomo. Lo avrebbe curato e nulla di più, come si cura un ferito trovato sulla via. Non lo conosceva, nessuno sapeva che egli avea approdato a quelle coste in seguito a una moschettata e ad una tremenda rotta. Le risorse non mancavano per farsi credere un onesto marinaio, caduto sotto il piombo dei pirati di Mompracem. Tuttavia, per ingannar meglio il valentuomo, cercò di rizzarsi come per fuggire.

– Povero uomo! – ripeté la medesima voce. – Non movetevi, siamo amici. Verrete meco!

– Lasciatemi! Lasciatemi! – esclamò Sandokan. – Non ho nulla… più nulla da darvi.

– Al diavolo! Non siamo già pirati noi da derubarvi. Vi sembra che ne abbia il volto adunque? – disse l’Inglese sorridendo. – Orsù, calmatevi, nessuno vi torcerà un capello.

Sandokan lo guardò mezzo diffidente e con l’occhio torvo, quasi volesse leggere nell’animo di quell’uomo.

– Non siete dunque pirati, voi? – chiese egli con accento sì ingenuo da convincere un dayak stesso.

– Non ve lo dissi? Andiamo, povero uomo, rimanendo all’aperto morrete. Io vi curerò.

Sandokan, malgrado cercasse esser calmo, trasalì e strinse le pugna. Si avrebbe detto che fosse li li per ripigliar la fuga attraverso le foreste malgrado la ferita, ma si arrestò e chiuse gli occhi per nulla vedere, soffocando l’ira che gli saliva alla gola.

– Dovete soffrire molto, ma cercherò di guarirvi – disse l’Inglese curvandosi su di lui e toccando la ferita.

– Sì, che soffro! – esclamò Sandokan con voce sorda.

A un cenno dell’Inglese, i cinque indigeni lo sollevarono con tutte le possibili precauzioni, e malgrado egli ruggisse in cuor suo, si lasciò trasportare a forza di braccia all’abitazione.

Era dessa senza dubbio la miglior casa che sorgesse in Labuan dopo quella del governatore. Un vero palazzo di legno col tetto di zinco, dove le fenestre numerose, ma ben disposte avevano un po’ di architettura gotica, e dove i fregi non mancavano. Una veranda indiana girava attorno, rinchiusa da persiane dipinte a vivaci colori, e dove le piante arrampicanti, dividendosi in mille rameggi gli uni più bizzarri degli altri, avevano preso sede, avanzandosi ancora più sopra fino alle fenestre e ancora più in alto fino ai camini del tetto.

Si elevava sulle rive dello stagno sopra il quale si passava con un ponte levatoio, e ai cui fianchi staccava sì solide stecconate, alte tre o quattro metri, indispensabili per quei luoghi frequentemente visitati dai pirati di Mompracem e delle Romades. Un gran giardino riboccante dei più bei e più preziosi alberi e dei più rari fiori stendevasi a perdita d’occhio al di là delle palizzate cosparso di piccoli chioschi chinesi, di gran graticci di filo di ferro entro ai quali garrivano i più graziosi uccelli della Malesia e munito del relativo padiglione dalle pareti verdeggianti ombreggiato da un colossale albero della canfora il cui tronco non sarebbe stato abbracciato da dieci uomini.

Gli indigeni portando Sandokan che concentrato tutto nella sua ira nulla vedeva e nulla udiva, traversarono il ponte levatoio preceduti dall’Inglese e dopo esser passati per una fila di stanze arredate con eleganza, lo deposero in una di esse, ampia quanto mai, tappezzata in rosso, le cui grandi fenestre gotiche davano sul giardino.

Il ferito fu disteso su di un letto e messa a nudo la ferita; l’Inglese la esaminò attentamente come un uomo che se ne intende. Vi fece passare sopra leggermente una spugna bagnata di acqua fresca, alleviando l’atroce dolore che pativa il pirata, vi applicò un cataplasma d’esca e un miscuglio di sostanze vegetali di cui il ferito stesso ignorava l’effetto e la provenienza, vi sovrappose delle filacce e fasciò il tutto con abile mano.

– Non movetevi se lo potete, solo coricatevi sul fianco corrispondente al cataplasma e il capo alquanto rialzato – disse l’Inglese. – Non dite parole che potrebbero causarvi una debolezza estrema, dormite e non pensate che a guarire. D’altronde non avrete ad annoiarvi; vi presenterò io una graziosa infermiera che saprà rallegrarvi nei momenti di malinconia.

Il ferito, facendo uno sforzo su sé stesso sorrise. Allungò la mano, poi ritirandola:

– A chi dovrò dimostrare la mia gratitudine… per le cure avute?

– A James Guillonk, capitano di vascello di S. M. Britannica, la regina Vittoria.

Il ferito fece un balzo sul letto mentre le mani si raggrinzavano sulle coperte.

– Capitano di vascello! Capitano di vascello avete detto? – esclamò egli con truce accento.

– Che diavolo vi trovate di strano? – chiese flemmaticamente l’Inglese che non capiva.

– Ascoltate, James Guillonk. Io era ferito, laggiù sotto le foreste che mordeva la polvere sotto il piombo di un pirata, quando vidi una nave… sì una nave che fumava. Ho veduto una lotta mostruosa fra la nave e dei prahos… una carneficina… oh sì, terribile carneficina dove i pirati pugnavano come tanti eroi… Eravate voi che guidavate quella… quella nave?

– Non ero io, tacete, non una parola di più – disse l’Inglese accostando un dito alle labbra. – Ve lo proibisco severamente; ecco, guardate che la febbre vi assale, poi verrà il delirio.

– Il delirio! – esclamò Sandokan senza comprendere. – Non ho paura io del delirio né di loro!

Egli soffocò a metà la parola lì lì per uscirgli e ricadde spossato fra le coperte. L’Inglese accostò ancora un dito sulle labbra raccomandandogli silenzio e si ritirò sulle punte dei piedi seguito da quattro indigeni. Il quinto restò a guardia del ferito piantandosi dinanzi ai vetri.

Sandokan ad onta delle raccomandazioni alzò il capo e guardò intorno. La stanza era vasta e riccamente arredata, tappezzata in rosso, il color favorito del pirata che gli rammentava i suoi fiumi di sangue e era illuminata da due grandi fenestre gotiche attraverso i vetri delle quali si scorgeva un lembo del padiglione col suo colossale albero della canfora e coi suoi artocarpi dalle grosse frutta e i filari di cedri di un gran viale che attraversava il giardino.

Il pirata vide in un canto della stanza un pianoforte sul quale erano sparpagliati in un grazioso disordine libri di musica, ninnoli chinesi leggiadramente lavorati, una tavolozza, delle tele dipinte e dei pennelli. Nel mezzo della stanza un tavolo riccamente intarsiato con una scacchiera d’ebano e d’avorio, in cui gli scacchi, alcuni rovesciati ed altri in piedi, parevano indicare che la partita era terminata poco tempo prima, forse la sera precedente. Addossato a una parete vide un canapé, sul quale eravi ancora un lavoro di donna non ancor finito e presso il suo letto un ricco sgabello con un libro semi-aperto con un fiore appassito e schiacciato fra le pagine che esalava ancora un soave profumo.

Tese una mano verso quel libro, lo chiuse e guardò la legatura, in mezzo alla quale campeggiava un nome impresso a lettere dorate.

– Marianna! – lesse egli. – Chi può essere mai questa donna?

Il pirata senza potersene render conto nel leggere quel nome che non aveva e non poteva aver nulla di strano, si sentì agitato da una bizzarra sensazione. Qualche cosa di dolce colpì il cuore di lui, quel cuore d’acciaio che aveva la ferocia della tigre, e sussultò.

– Marianna! – ripeté egli con strana intonazione. – Qual nome!… L’aprì senza far rumore, gettando uno sguardo sull’indigeno sempre immobile dinanzi ai vetri. Non conteneva che delle annotazioni in una lingua che non poté comprendere, benché qualche parola avesse molta somiglianza colla lingua di Yanez. Andò senza volerlo a cercar quel fiore, un gelsomino, lo prese delicatamente con quelle dita che non conoscevano che l’impugnatura delle armi, l’alzò fino agli occhi e lo mirò a lungo. Lo fiutò più volte con ardente alito, lo fissò quasi volesse indovinare qual mano l’aveva racchiuso in quel libro, provando un non so che nel cuore, un tremito, una sensazione vaga, ignota, voluttuosa, e lui, il sanguinario, l’uomo di guerra, si sentì stranamente spinto a portare quel fiore alle labbra!…

Ripose quasi con dispiacere quel fiore fra le pagine, collocò il libro sullo sgabello e tornò a coricarsi dimenticando il luogo dove si trovava, la ferita, la febbre.

– Marianna! – ripeté per la terza volta e socchiuse gli occhi fantasticando su quel nome.

Si addormentò tranquillamente ad onta della febbre che lo divorava, sognando non già fiumi di sangue, fantasmi dagli occhi di fuoco, scheletri dalle ossa crocchianti e vuote occhiaie, ma foreste immense di una bellezza incomparabile, fiumi tranquilli mormoranti fra le praterie, montagne vaghe e in mezzo a tutto ciò un nome gigantesco, immane, tracciato a grandi lettere d’oro che lo abbagliavano, dapprima confuso, poi più chiaro e infine leggibile. Era ancora il nome di Marianna!

Ma il sonno e il sogno non durarono molto. La febbre si sviluppò terribilmente e pericolosamente accompagnata dal delirio. Si svegliò che il sole calava al ponente ed ebbe paura come le notti precedenti, malgrado che la situazione fosse cangiata. Egli si mise ad agitarsi urlando come un insensato.

– Via queste tenebre… via questi fantasmi che aspettano il calar del sole! Via, non vedete che mi guardano ancora, che mi abbruciano coi loro sguardi di fuoco?… Ah! ecco gli scheletri… danzate, danzate figli delle giacche rosse… ecco del sangue, dei teschi riboccanti di vino, delle membra lacerate… ovunque sangue, armi, armati, morti, moribondi!… Annegatemi tutti questi mostri dalle gole spalancate… dite loro che non ho paura… sono la Tigre, capite, la Tigre!…

Egli si arrestò non udendo più la voce di James Guillonk che cercava calmarlo, e che passava da uno stupore all’altro nell’udire questi strani discorsi. Poi ripigliò l’insensato quanto pericoloso vociare, che poteva tradirlo precipitandolo fra le braccia dei Britanni assetati del suo sangue.

– Oh! non ho paura io… tutte le giacche rosse non mi fanno tremare… sono la Tigre… la Tigre dei mari. M’hanno assassinato… ho la loro palla che mi abbrucia come fosse di fuoco… là, l’ho avuta là, a bordo di quell’odiata nave… da essi, quando faceva strage di giacche rosse!… Oh! mi vendicherò… atrocemente sì, mi vendicherò. Tutto a ferro e a fuoco!… Là, là, Mompracem, non tremare… la Tigre è là sul mare, spiando sempre. Ferro e fuoco!…

Poi la visione parve cangiare improvvisamente. Si levò a metà, cogli occhi stranamente fissi sul tavolo della stanza, e stese le mani nervosamente raggrinzate verso di esso.

– Di chi è quel nome… di chi è quel nome che risuona qua entro… nel cuore della Tigre?… che mi fa fremere? Chi giuocò là su quella scacchiera?… Vedo una mano, fina… vedo una fanciulla che mi sorride… mi tende le braccia… è bionda perché è razza delle giacche rosse! Mi sorride… il mio cuor freme… sanguina… Il suo nome, il suo nome… io lo sapeva! Ah! non mi rammento più!

Il pirata cadde spossato sul letto gettando un gemito; si agitò ancora come cercasse abbracciare qualche cosa che pareva sfuggirgli, poi cadde in un profondo torpore che somigliava al sonno.

Lord James lo contemplò colle braccia incrociate e la fronte leggermente corrugata. Aveva udito i bizzarri discorsi usciti dalle labbra del ferito, dei discorsi che potevano gettarlo su di una traccia e pensava. Come potevano mai entrarci le giacche rosse? Non poteva aver compreso il vero significato della parola, ma sospettava che ciò riguardasse quelli della sua razza. E poi, quei cadaveri, quel sangue, quel nome di Tigre che si dava, quelle stragi, e di più quella Mompracem, il fantasma di Labuan, il formidabile nido di pirati, aveva tutto ciò qualche cosa di sì strano, che preoccupava vivamente l’Inglese.

– Se fosse un pirata! – esclamò egli e si arrestò a contemplare quel fiero tipo che allora dormiva.

Uscì senza far rumore, riservandosi di chiedere una spiegazione all’indomani, dopo di averlo raccomandato a due indigeni e di avergli fatto preparare un calmante.

Quando Sandokan si svegliò era tardi. Non si rammentava quasi nulla di ciò che aveva detto durante la notte, solo degli scheletri che parevano aver danzato intorno a lui e dei fiumi di sangue.

– Bevete questa tazza – disse uno degli indigeni presentandogliela colma di vino.

Sandokan la vuotò senza dir verbo, ma provando un vero sollievo. Egli girò lo sguardo attorno come cercasse qualche cosa e lo fermò ancora sul libro del fiore leggendo il singolar nome, provando la medesima emozione del giorno precedente. Allungò la mano come per prenderlo, ma vedendo i due indigeni che lo guardavano con curiosità, si trattenne.

– Avete passato una cattiva notte – disse uno degli indigeni.

– Ah! – fe’ Sandokan alquanto contrariato di vederseli vicini.

– Avete parlato sempre, gridando come un insensato – continuò l’indigeno.

Il pirata sussultò e si fece più attento. Non si rammentava di ciò che avea detto, forse poteva essersi tradito senza saperlo. Colse l’occasione a volo.

– Voi mi dite che io ho parlato? – domandò egli colla massima calma guardando il negro.

– Sì, avete parlato di sangue, di navi, di scheletri, di giacche rosse e di mille altre stranezze.

– E di Mompracem? E di… – il nome che stava per uscirgli incautamente gli si arrestò fra le labbra.

– Sì, di Mompracem – disse ingenuamente l’indigeno. – Quel nome meravigliò il padrone.

Sandokan, malgrado fosse coraggioso si sentì invadere da un vago timore.

– Mi sono tradito! – mormorò egli gettando uno sguardo all’intorno come cercasse un’arma.

Ebbe per un istante l’idea di scagliarsi sui due indigeni e di darsi alla fuga dopo averli strozzati, ma si frenò. Poteva essersi ingannato; risolse aspettar gli eventi, deciso però a non lasciarsi prendere vivo. Avrebbe ben saputo lui prendere il largo a momento opportuno.

Egli stava per intavolar il discorso su più vasta scala, quando lord James entrò.

– Come state, giovanotto mio? – domandò egli movendo verso il letto. – I corpi d’acciaio sono sempre d’acciaio; guariscono a dispetto di tutte le ferite del mondo.

Sandokan sorrise, ma scrutando gli occhi dell’Inglese come per leggervi il pensiero che gli attraversava la mente. Intravvide una ruga più profonda del giorno innanzi sulla sua fronte, ma non si smarrì.

– Mi sento più forte che mai – rispose egli. – I miei ringraziamenti, milord, per le vostre cure.

– Non parliamone più, sarò abbastanza ricompensato nel vedervi guarito. Sapete che questa notte eravate in preda al delirio. Non vi nasconderò che dalle vostre labbra sono usciti strani discorsi.

– Ah! – esclamò Sandokan sorridendo. – Ho adunque parlato? Non mi ricordo più.

– Vi dirò poi cosa diceste. Ma una domanda prima di tutto; quantunque conosca in voi un personaggio d’alto grado, non so ancora chi siate. Vorreste dirmi qual vento vi spinse su queste coste?

– Ascoltatemi, milord – disse Sandokan. – Il mio nome forse non vi riescirà nuovo, godendo una certa fama sulle coste della Malesia e specialmente a Schaja dove mio fratello è ragià. Mi chiamo Whu-Pulau e fui mandato in questi mari da mio fratello con un prahos carico di belzoino pel sultano di Varauni. Ho avuto la sfortuna d’incontrare dei prahos pirateschi coi quali venni a combattimento. Fui vinto, il mio equipaggio scannato e io ferito potei scampare miracolosamente al loro furore.

L’Inglese stese la mano che Sandokan strinse non senza ribrezzo.

– Bene, mio degno amico, una spiegazione ora – disse il lord. – Avete parlato questa notte di Tigre, di cui vantaste le sanguinose gesta. Siete voi che portate un tal nome?

– Sì – rispose Sandokan che involontariamente trasalì. – I miei guerrieri mi diedero questo nome pel mio valore. Sono il terrore dei miei nemici e segnatamente dei pirati.

– Non è tutto – continuò flemmaticamente il lord. – Avete parlato di giacche rosse e di un’isola temuta: Mompracem. È un punto oscurissimo per me.

– Ah! – fe’ Sandokan fremendo. – Con queste giacche rosse, noi Malesi vogliamo significare i pirati, credendo che le loro stoffe siano sempre arrossate di sangue. In quanto a Mompracem è l’isola dalla quale i pirati sbucano, un gran nido, milord, che bisognerebbe distruggere dopo aver raccozzato forze considerevoli. Vi ha un formidabile uomo colà.

– Lo so, si chiama Sandokan, che porta un nomignolo poco differente dal vostro. Si chiama la Tigre della Malesia, un uomo di prodigioso coraggio, che getta il guanto di sfida in faccia all’Inghilterra ma che cadrà. Questi mari che chiama suoi, diverranno nostri.

– Sarebbe tempo – aggiunse Sandokan con sorda voce, mentre un lampo scattava dai suoi occhi.

L’Inglese esaminò ancora la ferita applicandovi nuove compresse. Il pirata lo lasciò fare, ma un tremito convulso lo agitava tutto e le carni si raggrinzavano sotto lo sforzo potente che faceva per frenare lo scoppio di rabbia. Vi fu un momento che egli alzò il capo digrignando i denti, e che si sentì preso da una pazza voglia di afferrare pel collo l’infermiere e di strangolarlo.

– Ruggi, ruggi contro la Tigre della Malesia, figlio di una razza maledetta – mormorò egli quando si trovò solo. – Quando mi vedrai illuminato dal balenar dei cannoni, a bordo dei miei prahos movendo su questa isola che chiami tua, saprai chi io mi sia. Il pirata diverrà allora un eroe leggendario della storia Malese, e il mio nome ancora di qua a cent’anni spargerà il terrore su queste coste come oggi. Dovunque il mio sguardo si fisserà non lascierà che tracce di ferro e di fuoco!

Il formidabile uomo tese il pugno come se giurasse odio eterno alla schiatta dei Britanni, poi i suoi occhi caddero involontariamente sul libro posato sullo sgabello. La sua ira svanì tutta. Era solo. Afferrò macchinalmente il libro e lo guardò a lungo quasi con tenerezza, leggendo per la ventesima volta quel nome di donna. Poi le avide dita cercarono il gelsomino abbandonato e appassito fra quei fogli, lo prese ancora delicatamente e lo fiutò. Le sue labbra ardenti per la febbre, che non avevano sorriso che coll’espressione della tigre, sorrisero dolcemente, in un senso che egli stesso non giunse a comprendere, e quelle labbra che non avevano baciato che le lame delle armi arrossate di sangue, cercarono su quel fiore un bacio!… Ritrasse la mano subitamente.

– Sono pazzo! – mormorò egli.

La voce uscita da quelle labbra aveva un’intonazione che lo spaventò. Egli premette ambe le mani sul cuore che batteva con insolita violenza, e stette lì, muto, anelante cogli occhi fissi su di un punto immaginario che pareva ingigantire, nel mezzo del quale vedeva un nome: Marianna!

D’improvviso udì risuonare dei passi nella stanza vicina. Sussultò e volse istintivamente gli occhi alla porta. Il cuore non batteva più, saltellava e bruciava come vulcano.

Entrò il lord che andò verso il letto col più amabile sorriso. Dietro a lui Sandokan scorse un’ombra, una fanciulla alla cui vista egli gettò un grido di ammirazione e di sorpresa.

Quella fanciulla che andava avvicinandosi a lui guardandolo con curiosità, sfiorando appena appena il tappeto, era la più bella e la più splendida che il pirata avesse mai visto. Era di media statura, di tinta bianca-rosea, con una testolina ammirabile, con occhioni azzurri come l’acqua del mare, una fronte d’incomparabile precisione sotto la quale spiccavano sopracciglia leggiadramente arcuate di un castagno chiaro, un nasino le cui nari mobili dovevano dilatarsi nella collera e nelle passioni e due labbra coralline, che sembravano mature ciliege. Lunghi capelli, sottili, profumati, ondulati, di un biondo lucente che parevano fili d’oro, scendevano in pittoresco disordine sul busticino scollacciato in mezzo al quale spiccavano bianche rose e spilloni dalla capocchia d’argento.

Nel vedere quella graziosa figura dalla taglia elegante, dal portamento superbo, il pirata si sentì scuotere fino al fondo dell’anima. Lui, il sanguinario avventuriere, la terribile Tigre della Malesia, che non avea mai provato emozioni che non fossero da belva, si sentì suo malgrado affascinato. Il suo cuore che poco prima batteva lo sentì ardere, abbruciare, parve che un improvviso fuoco gli scorresse per tutte le vene. Restò lì immobile, come istupidito, col volto stravolto senz’essere capace di staccare i suoi occhi dalla fanciulla.

– Oh! – esclamò il lord sorpreso da quello strano cangiamento. – Che volto scomposto che avete: state forse male?

– No!… No!… – esclamò vivamente il pirata scuotendosi.

– Lasciatemi in tal caso presentarvi mia nepote, Lady Marianna Guillonk, una donna col cuore da fanciulla…

– Marianna Guillonk!… Marianna Guillonk!… – balbettò Sandokan.

– E che, trovate strano il mio nome? – chiese la giovanetta con un incantevole sorriso.

Sandokan udendo quella voce trasalì di nuovo. Non aveva mai udito una voce sì dolce risuonare ai suoi orecchi abituati alla terribile musica del cannone. Si credette in preda a un sogno.

– Non trovo nulla di strano nel vostro nome, adorabile milady – diss’egli galantemente. – Trovo solo che questo nome è il più bello di tutti quelli che udii nel mio paese, e che lo imparai a conoscere ancor prima di aver veduto colei che lo portava.

– Ah – esclamò la leggiadra lady arrossendo. – E come?

– L’ho letto su quel libro che vedete lì. Senza sapere il perché mi impressionò in una strana maniera e indovinai che colei che così si chiamava non doveva essere meno bella.

– Adulatore – diss’ella sorridendo. Poi, cangiando bruscamente tono:

– È vero che i pirati vi ferirono?

Il volto di Sandokan s’abbuiò, ma fu un lampo.

– Sì – diss’egli sordamente. – Mi vinsero e mi ferirono. Oh! ma guarirò e allora guai a loro!

– Soffrite molto?

– Se soffro?… Ah! milady, le sofferenze non avevano nome prima, ma ora non sento più nulla. Mi pare che la vostra voce apporti mille balsami che alienano l’atroce dolore della ferita.

– Sarebbe mai possibile, amico mio, che la voce di una fanciulla abbia la potenza di alienare le sofferenze di un guerriero? – chiese il lord ridendo.

Sandokan non rispose. Egli si era improvvisamente avvicinato al volto della giovanetta sul quale una emozione sconosciuta faceva correre una rosea nube sulle seriche gote e la contemplava con un misto di stupore e di ammirazione e la fissava con due occhi che mandavano fiamme. Si ritirò tremando, facendo udire un sordo brontolio, passandosi a più riprese una mano sulla fronte imperlata di sudore.

– Milady!… – esclamò egli con istrana intonazione.

– Mio Dio che avete? – chiese ella sorpresa.

– Voi portate un altro nome, un nome ancora più bello di Marianna Guillonk.

– Quale? – chiesero ad un tempo la giovanetta e il lord.

– Sì… Voi siete la Perla di Labuan. Non potete essere che voi che portate un sì bel nome.

Il lord fece un gesto di sorpresa.

– Come sapete voi, che venite dalla Malacca, che mia nepote si chiama la Perla di Labuan?

– Non è possibile che questo nome datomi dagl’indigeni, sia giunto sino a quelle coste – disse lady Marianna arrossendo.

– No, non l’ho mai udito a Schaja, ma l’ho udito alle Romades. Mi si parlò di una fanciulla d’incomparabile fulgidezza – disse il pirata con slancio appassionato. – Di una fanciulla i cui biondi capelli erano più lucenti dell’oro, più fini dei fili di seta, più profumati dei più odorosi gelsomini del Borneo, i cui occhi erano più azzurri del cielo più puro, e più dolci dello sguardo più languido e la cui voce aveva la proprietà di affascinare e di toccare le corde degli animi più inaccessibili!… Sì, voi siete la Perla di Labuan! Non potete essere che voi che portate un tal nome.

– Ah! Tante grazie si attribuiscono a questa povera Perla – disse la lady ridendo. – In fede mia, credo di non meritarne tante.

– E io credo che se ne attribuisca ancora poche! – esclamò il pirata con fuoco. – Non ho mai veduto nella mia patria una giovanetta che rassomigli alla Perla!

– Vi sarebbe dubbio che la Perla avesse affascinato anche la Tigre? – chiese il lord celiando.

– E perché no? – disse Sandokan vivamente. – Non ha affascinato tutti i pescatori della costa?…

– Ah! voi scherzate – disse la giovanetta facendosi di bragia.

– Ve lo dico io. Mi narrarono che persino un pirata del Borneo ne fu affascinato.

– Oh! – fe’ il lord sorpreso. – Che quei maledetti si sieno spinti fino alla mia abitazione! My-God! la sarebbe curiosa.

– No, milord. Fu la voce di lady Marianna che l’affascinò.

– Ma come?

– La udì passando col suo prahos sotto la costa. I pescatori mi assicurano che la voce della lady superava quella di una sirena.

– Burlone – disse la giovanetta.

– Non vi ho detto che pur io, che mi chiamano a Schaja la Tigre, quando vi udii parlare mi parve di non sentire più il dolore della ferita?

– Orsù, Marianna – disse il lord gaiamente. – Affascina adunque completamente questa Tigre. Se le sole parole spengono il dolore, una romanza sono sicuro che lo farà guarire.

– Sì!… Guarirò!… Guarirò!… – esclamò Sandokan.

Vi era un accento d’ingenuità, un tale accento di sicurezza in quell’esclamazione che la giovanetta ne fu colpita. Prese macchinalmente la mandola. Appena che toccò le corde Sandokan sussultò come se una pila elettrica l’avesse toccato. La giovanetta notò quel sussulto, nondimeno si mise a cantare una romanza accompagnandola delicatamente coll’istrumento.

Cantava ella in una lingua straniera che il pirata non aveva mai udito, in una lingua più dolce del suono della mandola, modulata, carezzevole che toccava il cuore.

Le onde sonore, di una infinita dolcezza, lo inebbriavano, lo affascinavano e a segno che il sanguinario avventuriero che non avea mai gustato che la musica dei cannoni, si sentì suo malgrado commosso, si sentì trasportato in un nuovo mondo.

Spiava ansiosamente le mosse di quelle labbra coralline, quasi volesse colla potenza del suo sguardo farne uscire nuove parole che trovavano un eco sconosciuto nel più profondo del suo cuore, che scuotevano le fibre d’acciaio del suo corpo e che gli giungevano agli orecchi come musica divina. Egli era là, muto, anelante, rattenendo il respiro quasi temesse turbare coll’alito quella voce melodiosa, cogli occhi fissi su colei che cantava: pareva che volesse attirare quelle parole, inebbriarsi di quei suoni, scolpirsi in mente le dolcezze di quella lingua ignota.

Quando la giovanetta finì, quando quell’impareggiabile voce, dopo di aver vibrato con novella energia morì sulle corde della mandola, egli era ancora là, colle braccia tese come attirasse l’incantatrice, collo sguardo fiammeggiante fisso in quello umido di lei, colle labbra frementi, colle orecchie tese, col cuor sospeso. Ascoltava ancora e avrebbe voluto ascoltar sempre. La voce del lord lo trasse da quell’estasi dov’era piombato.

– Ebbene, mio prode amico, come trovate la romanza di mia nepote?

– Oh! – esclamò Sandokan con slancio appassionato e quasi selvaggio. – La trovai sublime come era sublime colei che la cantava. Nel mio paese non ho mai udito una simile voce più dolce del mormorio dei ruscelli, più modulata del gorgheggio degli uccelli!…

Il lord sorrise mentre la giovanetta arrossiva guardandolo fisso.

La conversazione durò ancora qualche tempo aggirandosi ora sui pirati, ora sulla penisola malese ed ora su Labuan, poi essendosi fatto tardi, il lord si ritirò colla nepote, dopo di aver stretto la mano che il pirata francamente gli porgeva.

Il pirata rimasto solo, stette a lungo a guardare la porta per la quale erano usciti, come uomo che medita: poi si scosse bruscamente. Il suo volto poco prima pallido erasi allora coperto di un vivo rosso e gli occhi poco prima malinconici si erano dilatati enormemente.

Qualche cosa gli rumoreggiò in fondo al petto ma non uscì; le labbra che fremevano come avessero la febbre si chiusero e i denti si strinsero come volessero impedire l’uscita di una frase che pareva volesse irrompere.

Stette così un minuto, due, tre, tutto in sudore, colle mani nei capelli, ansante poi le labbra si schiusero:

– Ah! – esclamò egli con una voce che pareva quella di una belva e improntata di un vivo spavento. – L’amerei io forse?…

CAPITOLO VIII. La guarigione

Marianna dei conti Guillonk era nata sotto il bel cielo d’Italia da padre inglese e da madre napoletana. Perduti ancor fanciullina i genitori, ed erede di una cospicua sostanza, era stata raccolta da lord James suo zio, uno dei più intrepidi lupi di mare della flotta britannica, un vero marinaio d’antica schiatta, ruvido, quasi direi brutale, incapace di provare affezione per chicchessia e quindi incapace di provare affezione per l’orfana.

Questo lupo di mare, imbarazzato di trovarsi fra le braccia una nepote, e non fidandosi d’altra parte d’abbandonarla a mani straniere, per nulla disposto allora a piantar radici in terra, l’aveva per così dire rapita dalle spiaggie napoletane portandola seco sui mari. Per più di sei anni l’aveva abituata alla dura vita marinaresca, per più di sei anni l’avea menata a ramingar pel mondo da un porto all’altro, da un’isola a un’altra, da un continente a un altro, fino a che un bel dì, per un inesplicabil capriccio, si era fermato a Labuan dove aveva piantato casa.

Una volta collocata la fanciulla, datale per compagna una napoletana, l’aveva abbandonata completamente a sé stessa, affaccendandosi a cacciare da mane a sera nelle foreste dell’isola o a tentare spedizioni contro i pirati che si era giurato di sterminare.

Mai che il lupo avesse rivolto una dolce parola all’orfana, mai che avesse dimostrato per lei qualche affetto. Si contentava di non contrariare i gusti di lei, pur sempre tenendola in certo qual modo prigioniera fra quelle foreste, come fosse geloso che le fuggisse.

Marianna a tal modo era cresciuta come una specie di selvaggia fra quei boschi, segregata dal mondo civile, contraccambiando, nel fondo dell’anima, l’indifferenza del rozzo lupo di mare.

Si era rinchiusa in quel piccolo mondo cinto d’alberi e recinto di fiori che coltivava con passione, e benché avesse per lungo tempo rimpianto le pittoresche rive del Tirreno, aveva finito a poco a poco coll’abituarsi a quella vita austera, ma che non mancava di poesia, coltivandosi da sé, in una maniera tutta sua.

Amava circondarsi di fiori perché in certo qual modo le rammentavano quelli della sua patria, amava l’immensità perché sapeva trovarvi la poesia del suo paese, amava il mare perché le ricordava quello delle spiaggie napoletane, amava la musica perché le sembrava la voce dei suoi compatrioti. Era cresciuta coraggiosa ed energica quanto dolce e sensibile. Scorrazzava intrepida, quale Diana cacciatrice, le foreste, affrontando arditamente il cignale, sfidando la tigre stessa che ritiravasi dinanzi la canna dell’infallibile sua carabina, inseguendo leggera come un capriolo il babirussa. Attraversava da sola tutte le foreste, senza temere il selvaggio imboscato, pel solo scopo di spingersi fino al mare per vederlo calmo o irritato e gorgheggiare sulle sue rive al tramontar del sole, o per destare gli echi dei boschi col dolce suono della chitarra o della mandola, o per guizzare come una naiade nelle baie, per nulla impaurita della presenza dei pesci-cani.

Se era intrepida altrettanto era buona e dolce, pietosa. Si recava presso i selvaggi accampati nelle paludi per recare loro soccorsi. Aiutava gli uni e gli altri, curava i feriti o gli ammalati, in maniera che tutti quelli dei dintorni la riguardavano come un buon genio e l’ammiravano come fosse una donna soprannaturale. Tutti accorrevano da lei, dalla Perla di Labuan come la chiamavano, sicuri che non li avrebbe respinti, e sarebbe forse bastata una sua parola, un cenno, per sollevare quei bruti, e avventarli contro i suoi compatrioti. S’era in certo qual modo formato un piccolo regno, dove imperava padrona assoluta, s’era formato un piccolo mondo che lei dirigeva a capriccio.

Marianna era giunta così in sui diciassett’anni crescendo libera e doppiamente libera dopo la morte della sua compagna napoletana, che aveva amato come una seconda madre e lungamente pianta, come si può piangere l’ultimo ricordo che rammenti la patria lontana e che in sul più bello si spenga.

Era cresciuta fra quelle grandi foreste che amava forse come quelle degli Appennini o del Vesuvio, su quelle spiagge ben differenti ma che riguardava come quelle incantate del Tirreno, cresciuta solitaria, orfana, senza un affetto, senza una carezza, senza una dolce parola.

Non aveva mai provato fino allora le emozioni sublimi dell’amore, in mezzo ai suoi boschi non aveva mai udito il suo cuoricino palpitare affannosamente, battere in una nuova maniera; ma dopo che aveva veduto il pirata, ché non sognava né sospettava in lui la sanguinaria Tigre della Malesia, dopo di aver mirato quell’ardita figura di selvaggio, che aveva la nobiltà di un sultano e la galanteria di un cavaliero d’Europa, dopo di aver mirato quel fiero volto che aveva del guerriero e dell’eroe, e quegli occhi scintillanti dai quali trapelava il coraggio indomito di una natura eccezionale, lei, la fragile e cara fanciulla, aveva provato un inesplicabile turbamento, una emozione insolita, aveva sentito un fuoco strano invaderla, fuoco che scorrevale più rapido per le vene, man mano destavansi le ardenti passioni della sua natura meridionale.

Dopo di aver favellato con lui, di averlo affascinato coll’incantesimo della sua voce, col suo sorriso, col suo sguardo, era stata alla sua volta affascinata, e invano cercava spezzare questo fascino che la turbava, fascino che minacciava inghiottirla, invano cercava allontanare quegli occhi scolpiti sul suo cuore che bruciavano come carboni ardenti, e invano cercava stordirsi seppellendosi fra i suoi fiori, ma senza più trovare quella calma, quella serenità che provava prima di aver veduto il pirata.

Se Sandokan però aveva ammaliato lei, lei aveva pure ammaliato Sandokan. Entrambi lo dovevano comprendere, poiché entrambi provavano le medesime emozioni, i medesimi battiti, la medesima fiamma; i loro pensieri se avessero potuto confidarseli li avrebbero trovati stessi, eguali come i loro sentimenti.

All’indomani Marianna era ancora dal pirata assieme al lord, il quale trovava dilettevole la compagnia del ferito, che riguardava sempre come uno dei più arditi guerrieri della Malesia, che parlava di guerra, di marina, che raccontava le sue sanguinose spedizioni contro i pirati delle coste, o le grandi caccie intraprese nell’interno della penisola.

La giovinetta prestava pur essa orecchio a quei fantastici racconti ammirando sempre più quel preteso Malese che ai suoi occhi prendeva la figura di un eroe degno degli eroi d’Omero, racconti che però il pirata dinanzi alla giovanetta andava modificando a poco a poco fino a scendere a parlare di futili o di belle cose, che non si avrebbe mai creduto che uscissero dalle labbra della terribile Tigre della Malesia.

Bisognava udirlo allora, quando la sua voce tonante e metallica cangiava tono per diventare dolce, affascinante. Bisognava udirlo, quando dimenticando le sue pugne e le sue stragi parlava colla giovanetta di alberi, di fiori, di caccie, di feste e persino di mode e di vesti!

Era una commedia, ma una commedia che egli stesso prendeva per realtà, e nella quale sentivasi trasportato in un nuovo mondo, nella quale provava strane emozioni, nella quale il suo cuore batteva precipitosamente e sentivasi preso da una strana febbre. Non provava allora le sofferenze attutite, scemate dall’armoniosa voce della lady che egli trovava mille volte superiore a quella del cannone e persino i ricordi della sua isola si cancellavano, sfumavano dimenticati fra i racconti della giovinetta che gli parlava della sua terra natia, del bel cielo d’Italia, dell’azzurro Tirreno, delle incantevoli sue coste e delle superbe sue città. Lui, il terribile e sanguinario pirata comprendeva infine che un legame più forte dell’amicizia lo univa a lei, comprendeva infine che questo legame fino come la seta andava ogni dì ingrossando, comprendeva infine che ormai una corrente di reciproca simpatia si era stabilita fra i loro cuori e che infine si amavano!

I giorni così volavano rapidi per entrambi come baleni e la guarigione del pirata volava aiutata potentemente dalla forza dell’amore, amore che sempre ingigantiva, mille volte raddoppiato dall’ardente natura del selvaggio. E infatti venti giorni dopo, il ferito poté abbandonare senza fatica il letto e presentarsi dinanzi a lord James nel momento che questi entrava.

– Oh! mio degno amico, voi in piedi! – esclamò il lord vedendoselo dinanzi.

– Vi meravigliate, milord? – chiese Sandokan sorridendo. – Mi pare essere rimasto a letto fin troppo.

– Gli uomini di guerra, checché se ne dica, sono formati d’acciaio. Come vi sentite?

– Ma benissimo, milord! Mi sento forte come una colonna di ferro. A proposito, i miei più caldi ringraziamenti, milord, tanto a voi che alla vostra cara nepote. A simili persone bisogna essere riconoscenti anche non volendolo.

– Via, non parliamo di ringraziamenti. Fra gente di guerra non si usa.

– Al contrario, milord, e vi confesso che senza di voi, per quanto fossi stato forte, a quest’ora sarei morto da un bel pezzo. La mia riconoscenza non cesserà mai, tenetelo ben in mente, milord, mai!… Andiamo, farò il contraccambio di questa ospitalità quando voi verrete a Schaja. Sarete il re delle nostre feste.

Il lord si mise a ridere, stringendo la mano che Sandokan francamente gli porgeva.

– Verrò – disse il lupo di mare, – ve ne do la mia parola, e se caso mai avrete bisogno di un aiuto per prendere la rivincita contro i pirati di Mompracem, pensate a me.

La fronte di Sandokan si abbuiò. Egli si avvicinò vieppiù all’Inglese.

– Guardate qui – disse con istrana voce. – La ferita si è chiusa, ma rimane un segno bianco: la cicatrice. È un segno che non si cancellerà più mai: un segno che in ogni ora, in ogni tempo mi rammenterà dei miei feritori. Quando ritornerò nella mia patria, a me allora la vendetta. Vedrò fuoco e sangue!…

Se l’Inglese avesse potuto comprendere il vero significato di quelle parole avrebbe rabbrividito. Ma egli tutto ignorava, non sospettava né poteva sospettare che chi parlava in tale guisa fosse la Tigre della Malesia che giurava di guazzare nel sangue inglese.

– Vedete – continuò Sandokan sul medesimo tono. – È la prima volta che subii una disfatta, e quegli uomini che han fatto mordere la polvere alla Tigre, la pagheranno ben cara.

– Fate conto di tornare in breve a Schaja? – chiese il lord. – Non abbiate fretta, amico mio, ché la vendetta più lunga è e più diventa matura. I pirati sono là, annidati nella loro formidabile isola, mille miglia lontani dall’idea di volerla abbandonare. Avrete sempre tempo di vendicarvi. Rimarrete fra noi fino a completa guarigione e mia nepote s’incaricherà di non farvi annoiare, ora che ha una profonda ammirazione per voi.

Sandokan lo guardò con sguardo balenante. Per lui, rimanere ancora su quella terra che forse cominciava ad amare, rimanere ancora presso quella fanciulla che aveva saputo affascinarlo, accanto a Marianna era la vita. Non chiedeva di più, dimenticava Mompracem.

Che importava a lui che i suoi tigrotti lo aspettassero, quando poteva vedere quella fanciulla divina? Che importava, se non assaporava sangue, quando assaporava la felicità di trovarsi presso lei? Che importava se non udiva il tuonare dei cannoni, quando la voce di lei era più dolce del ruggito dei fumanti bronzi? Che importava infine rischiare di essere scoperto, forse preso, forse ucciso, quando sentiva il cuore battere d’amore, quando respirava la medesima aria che respirava lei, quando si sentiva amare? Lui, la Tigre, tutto avrebbe sacrificato per provare ancora quelle emozioni sino allora mai provate a Mompracem.

– Ascoltatemi, lord James – disse il pirata con emozione. – Questi luoghi, dove ho passato dei momenti di suprema felicità, per me sono sacri. Accetto l’ospitalità che voi mi offrite, e se mai un giorno, non dimenticate queste parole che potrebbero avverarsi, se mai un giorno avessimo a trovarci sul campo di battaglia, non già amici, ma nemici e ben fieri nemici colle armi in pugno, saprò sempre serbare la mia riconoscenza.

Sandokan si tacque incrociando le braccia sul petto, col volto animato da una strana collera. Il lord lo guardò stupefatto per alcuni istanti, senza riuscire a trovar parola, poi avvicinandosi bruscamente al pirata impassibile:

– Non vorrei credere che fosse il delirio che vi facesse parlare – diss’egli. – Che mai andate parlando di nemici e di pugne, se le relazioni fra la mia e la vostra patria sono cordialissime? Andiamo, amico mio, io credo che non tramerete certamente qualche insurrezione pericolosa nelle nostre colonie malesi.

– Non potete comprendermi, milord. Ho detto anche troppo; tronchiamo questo discorso che potrebbe diventare imbarazzante e mettermi al punto di dover mentire.

– Tronchiamolo, giacché lo volete – disse lord James. – Ne avrò la spiegazione quel dì che noi ci troveremo sui campi di battaglia. E ora, amico mio, restate senza timori. Troverete in me un uomo leale più un amicone che vi terrà allegro, sperando di trovare il contraccambio a Schaja. Mi permettete ora una domanda?

– Cento, milord, se lo volete – rispose Sandokan che cominciava però a tenersi in guardia.

– Il vostro prahos, quale rotta teneva?

– Rotta per Varauni. Avevo da concludere un trattato con quel sultano. L’Inglese lo guardò un momento in silenzio come commentasse la risposta, poi continuò:

– Ho una nave ai miei ordini, mio prode amico. Quando sarete annoiato di abitare in questo brano di terra, se me lo permetterete vi condurrò io a Varauni, dovendomi recare in quei paraggi. Credete che la mia presenza possa esservi di qualche utilità?

La fronte di Sandokan tornò ad oscurarsi. Era imbarazzato a rispondere non sapendo cosa avrebbe potuto fare a Varauni, dove aveva invece tutto da temere. Non chiedeva, una volta guarito, che di tornare a Mompracem, alla sua terribile isola. Pure non esitò a rispondere.

– Forse la vostra presenza mi sarebbe di grande utilità – disse egli, poi un lampo gli balenò in mente. – Andiamo, milord, non nascondetemi che la vostra presenza a Varauni ha un significato.

– Infatti – rispose l’Inglese accarezzandosi il mento, – ha un importante significato. I pirati di Mompracem, amico mio, scorrazzano troppo arditamente questi mari. Crescono di audacia e di numero, e a dirla fra noi, minacciano seriamente le sorti della nostra colonia. Non abbiamo sufficienti forze per assaltare direttamente il loro covo e chiediamo il potente aiuto del sultano di Borneo.

– Ah! – fe’ Sandokan quasi sardonicamente, ma in modo che il lupo di mare non potesse accorgersene. – Questi pirati, di cui io ho fatto disgraziatamente la prova della loro audacia, sono veramente forti? Sarebbe mai vero, che Labuan avesse paura?

– Non si ha paura di Mompracem, ma di quel bravaccio che si appella la Tigre della Malesia. È un uomo che ha del sangue nelle vene, un uomo che mette i brividi a tutti i popoli delle coste. Non può essere un uomo quello là, ma uno spirito malefico uscito dall’inferno; è un essere pieno di risorse e di coraggio.

– Vi crederò, lord James, ma quando andrò a Varauni non dimenticherò di raccomandarlo particolarmente al sultano. Lo faremo scomparire e io sarò della partita con tutti i miei prahos. La palla di moschetto l’ho sempre nel petto.

– Ecco ciò che io voleva, amico mio. Quando saremo a Varauni parleremo di più: là concerteremo il nostro attacco contro l’isola maledetta della Tigre Malese.

Il lord trasse l’orologio e guardò le ore, mentre Sandokan lo fissava con occhi di fuoco.

– Sono le quattro – disse il lord. – Devo recarmi presso alcuni amici onde concertare qualche bella partita di caccia per la domane. Voi che mi avete detto di essere forte come una colonna di ferro, potete fare un giro nel parco, dove sarà probabile che abbiate a trovare Marianna.

Sandokan sentì un fremito percorrergli le ossa. Una vampa gli salì in volto e sentì il cuore battere in maniera da credere che volesse spezzarsi. Era quello che aveva sognato, potersi trovare con lei, da solo a solo, per confessarle forse la gigantesca passione che lo divorava.

– Arrivederci, mio bravo amico – disse il lord uscendo.

Il pirata non aspettò nemmeno che la porta si chiudesse del tutto. In un balzo fu dinanzi ai vetri della fenestra percorrendo con un solo sguardo da cima al fondo l’intero parco.

Là, in mezzo ai fiori, all’ombra dei grandi alberi, accarezzata dal profumato soffio tropicale, vide lady Marianna seduta o meglio abbandonata su di un tronco di albero sradicato, muta, pensierosa, colle dita sulle corde della mandola.

Gli parve una celeste visione: tutto il sangue gli affluì in volto e rimase lì, immobile, come trasognato, cogli occhi fissi sulla giovanetta rattenendo persino il respiro. D’un tratto dette vivamente indietro come se un abisso si fosse aperto dinanzi.

Il suo volto s’oscurò improvvisamente prendendo una espressione truce, feroce. Un gran scoppio di riso satanico uscì dalle labbra: sentì per un istante che ridiventava la Tigre della Malesia.

– E che! – esclamò egli con una voce che più nulla aveva d’umano. – Non sarei forse più io il pirata di Mompracem? Sono cangiato adunque io, per sentirmi attratto verso una fanciulla? Io!… Io!… Che non ho mai provato che gli stimoli del guerriero e della belva!… Io, che porto il nome di Tigre della Malesia!… Dimentico forse che la mia selvaggia Mompracem e che tutti i miei tigrotti m’aspettano per ricominciare le leggendarie imprese di Sandokan? Io, dimenticherei forse che questa fanciulla che mi affascina, è figlia di quella schiatta maledetta alla quale ho giurato odio e odio? Dimentico io che le forze umane di Varauni e di Labuan si preparano per ischiacciarmi?… Via questa visione, via questi fremiti che non sono degni della Tigre. Spegniamo questo vulcano che arde nel mio cuore e facciamo sorgere cento e cento barriere insuperabili fra me e quella visione che mi mette il fuoco nelle vene, fra me e quella sirena che mi seduce, che mi affascina! Su, su, Tigre! fa udire il tuo ruggito, divora la riconoscenza che io devo a lei che ha alleviato i miei dolori e a lui che mi ha curato. Su, va, fuggi da questi luoghi, ritorna a quel mare che senza volerlo ti spinse su queste coste, ritorna ad essere Sandokan, il sanguinario e temuto pirata della terribile Mompracem!…

Sandokan così parlando si era rizzato dinanzi ai vetri coi pugni chiusi, tutto fremente, tutto fuoco. Gli parve essere diventato un gigante, gli parve vergogna d’aver un sol istante amato, e gli parve di udire le urla dei suoi tigrotti che lo chiamavano alla pugna e di fiutare odor di polvere. Volle dare indietro, volle fuggire, ma non fu capace di muovere un passo. Egli rimase là, inchiodato dinanzi la fenestra come che una forza sovrumana ve lo tenesse cogli occhi che parevano schizzare dalle orbite, fissi sulla giovanetta: il pirata, la Tigre, tornò a diventare uomo e per di più amante!

– Marianna! Marianna!… – esclamò egli e alla invocazione di quel nome tutta la sua ira per quella figlia d’Inghilterra svanì. Si era allontanato passo passo dalla fenestra nell’istante che era ridiventato l’antico pirata di Mompracem; egli tornò ad avvicinarsi cozzando il capo contro i vetri.

Le sue mani si portarono involontariamente sul bottone: esitò un momento senza fiatare, senza staccare gli occhi dalla giovanetta che non sospettava nemmeno di essere spiata, poi con rapido gesto, ma senza far rumore, aprì la fenestra e si sporse all’infuori.

Un buffo d’aria tiepida e profumata penetrò nella stanza. Respirando quegli effluvi provenienti dai fiori di lei, sentì inebbriarsi, sentì ridestarsi più forte che mai quella passione un momento prima soffocata, si sentì suo malgrado vinto.

Le sue labbra lanciarono avidamente un bacio nell’immensità dello spazio e i suoi occhi cercarono scorgere il bel volto di Marianna semi-nascosto fra le ombre dei grandi alberi.

Il pirata l’ammirò in silenzio, fremente, anelante, trasognato. La febbre lo assaliva, si sentiva il fuoco scorrere per le vene e guizzare in tutte le parti del corpo e fiammeggiare nel cuore; gli pareva che nubi di fuoco scorressero dinanzi ai suoi occhi, in mezzo alle quali brillava la divina figura di Marianna.

Una pazza idea s’impadronì di lui. Misurò l’altezza che lo separava dal giardino, come la tigre misura lo slancio per avventarsi sulla preda, e quantunque superasse i dodici piedi, guadagnò il davanzale e saltò fra le aiuole.

– Bisogna che la veda ancora una volta, una sola – mormorò egli quasi fuori di sé. – Voglio godere ancora quella felicità che io provavo presso di lei… vederla ancora, poi me ne andrò. Fuggirò senza dirle una parola, come un ladro che ha paura di essere preso… me ne ritornerò al luogo donde sono partito, alla mia Mompracem… nella mia isola fra i miei pirati. Se rimanessi la febbre mi abbrucierebbe… non sarei più io la Tigre, non sarei più libero… Orsù, ancora una volta, poi seppellirò quel nome a me tanto caro e quei ricordi, e ritornerò Sandokan.

Il pirata, senza fare più rumore di un serpente si mise a strisciare verso lei che volgeva il capo. Si avanzava con gli occhi infuocati fissi su lei, aspirava colla voluttà di un orientale le emanazioni dei fiori che parevano l’alito di lei, si inebbriava in mezzo a quelle piante, in mezzo a quelle aiuole.

Era allora a dieci passi dalla giovanetta, nascosto dietro a un albero, quando la vide muoversi, agitarsi, alzare il volto verso il cielo, poi nascondersi il volto fra le mani.

Ella rimase per qualche tempo così, come assorta in dolorosi pensieri, poi le sue mani si portarono sulle corde della mandola, e la sua voce vibrante, dolce, carezzevole, improntata di una viva tristezza risuonò sotto le grandi volte di verzura destando gli echi delle foreste, aleggiando al disopra dei fiori che parevan piegare gli steli.

Il pirata, nell’udirla, credette essere in preda a un sogno. Tutti i suoi progetti di fuga sfumarono come per incanto, e rimase come inchiodato dietro l’albero, spiando i più lievi movimenti, porgendo attento ascolto a quella voce che scuoteva le sue fibre, che lo trasportava in un nuovo mondo.

– Resterò! – esclamò egli. – Resterò! Dovessi sacrificare il mio nome e la mia potenza!…

Poi, senza aspettar altro, delirante, si mise a fuggire attraverso i viali con passo rapido.

Giunse sotto la fenestra e con un balzo guadagnò il davanzale. Aveva paura di non sapersi più padroneggiare, aveva paura di fuggire abbandonando quei luoghi che cominciava ad amare.

Era appena entrato che lord James capitò. Era più sorridente del solito.

– Amico mio, sapete cacciare la tigre? – domandò egli al pirata.

– La tigre! – esclamò Sandokan come non comprendesse il significato di quella domanda.

– E che, non usate cacciare la tigre voi, nella Malacca?

– Sì… sì, è la mia passione – rispose il pirata.

– Benone, amico mio. Domani caccieremo la tigre!

CAPITOLO IX. La caccia alla tigre

Durante tutta la sera Sandokan non si era fatto vedere, né da lei, né dal lord, accusando di provare un po’ di sfinimento e una violenta emicrania, il che non gli avrebbe impedito alla domani di trovarsi fra i primi a cacciare la tigre. Non era che una scusa per trovarsi solo; non vi erano emicranie di sorta per lui che non le aveva mai provate, né sfinimenti; sentivasi più forte che mai. Voleva esser solo, per prepararsi per la caccia cui egli riguardava ben sotto altro scopo. Era turbato dopo gli avvenimenti della giornata, che gli avevano aperto un nuovo avvenire, che l’avevano spinto su di una nuova via, che avevano cangiato la Tigre della Malesia, forse prossima a lasciare per sempre quei mari che aveva bagnati di tanto sangue.

Aveva il fuoco nelle vene, non sapeva dominarsi più. Arrischiava l’ultima carta prima di precipitarsi perdutamente in mezzo a una nuova avventura, che per lui era la vita.

Egli girò e rigirò attorno la stanza come una belva rinchiusa nella sua gabbia, cercando allontanare quella visione che lo seguiva passo passo nell’ombra, che gli sussurrava nuove parole, che lo affascinava suo malgrado: poi si arrestò, come poche ore prima, dinanzi alla fenestra che guardava sul giardino come in preda a un sogno, e guardò senza sapere il perché al di fuori.

– Guarda – mormorò egli cercando rompere le tenebre che avvolgevano il parco. – Guarda! Qua la felicità, qua una vita nuova, qua lei e laggiù Mompracem, una vita d’avventuriere, una tempesta di ferro, del sangue, i miei uomini, il Portoghese! Quale di queste due vie? Tutto il mio sangue bolle, quando penso a quella fanciulla che non ho mai veduto nei miei sogni; il fuoco mi serpeggia nelle vene, entro le quali scorre piombo fuso! Si direbbe ch’io l’amo, che l’antepongo alla mia vita di uomo sanguinario. Il mio cuore rugge al sol pensiero che è figlia delle giacche rosse, ma sanguina al pensiero che io dovessi dimenticarla! Prima era il terror dei mari, prima non aveva mai provato emozioni, non aveva gustato che sangue e sangue… e ora, non gusto che lei, non respiro che l’alito di lei, non provo che emozioni per lei. Il mio mondo è lei!…

Il pirata aprì la fenestra, aspirò l’aria fresca della notte. La notte era magnifica, stellata, una notte tropicale; egli sentì il sangue rimescolarsi, turbinargli, il cuore fiammeggiare. Con un balzo precipitò nel giardino ancor prima che potesse rendersi conto di quella mossa.

Rimase incerto, ascoltando lo stormir delle fronde e il sibilar del sangue negli orecchi.

– Se io fuggissi? – si chiese egli. – Se io frapponessi fra me e quella visione divina la foresta, poi il mare, poi… poi dell’odio, perché ha del sangue di loro! Ritornerei libero laggiù… senza nulla rimpiangere… senza farle conoscere che io l’amo di già, ancor prima che lei abbia ad amarmi!

Sandokan fece alcuni passi come avesse preso una risoluzione movendo verso le mura del parco, poi s’arrestò come lo spavento l’avesse inchiodato al suolo. Gettò uno sguardo attorno, vide i grandi alberi che parevano messi là per spiarlo, vide quei fiori il cui profumo lo inebbriava, vide il tronco atterrato dove poco prima era seduta lei, vide su di esso la mandola poi qualche cosa di bianco. Fece un passo, due, poi dieci dirigendosi verso quel luogo col passo furtivo di un ladro.

– Era là – mormorò egli con voce commossa. – Era là, quella giovanetta affascinante, era là che cantava ed io ero laggiù a udirla, ebbro, trasognato!… Se io non la vedessi mai più?… Se io non la udissi mai più?… Se fuggissi?…

Egli girò nuovamente attorno lo sguardo e lo fermò sulla mandola, presso la quale vide un oggetto bianco. Egli si avvicinò come spintovi da una forza sopranaturale, senz’essere capace di staccare da esso gli occhi, e l’afferrò con mano convulsa.

Era un fiore, una rosa dei boschi che la giovanetta s’era dimenticata. Il pirata l’ammirò a lungo come si ammira una cosa sacra, fiutò più volte il delicato profumo che esalava, la portò alle labbra, la baciò con appassionato trasporto. Stette un minuto, due, forse tre, così col fiore attaccato alle ardenti labbra, poi lo nascose nel petto e marciò dritto alle palizzate.

– Andiamo – rantolò egli. – Tutto sarà finito.

Egli si arrestò nel momento che stava per pigliare lo slancio e varcarle. Un singulto gli serrò la gola, un tremore lo prese. Egli nascose il volto fra le mani mugolando come una belva.

– Ma no! Ma no!… – esclamò egli. – Non posso varcare questa cinta, non posso allontarmi da questi luoghi, nol posso, no, nol posso. Che s’inabissi Mompracem e i pirati, io resterò!…

Egli si era allora messo a correre pel parco volgendo le spalle alle palizzate, quasi avesse paura di dover varcarle, e come avesse paura di pentirsi di quelle parole uscitegli dalle labbra, che erano per lui una sentenza.

Rientrò nella stanza due ore dopo, trafelato per la corsa, affranto, tutto in sudore, più cupo che mai. Quando, dopo di aver a lungo esitato, si trovò ancora in quella stanza dalla quale era fuggito coll’intenzione di non rivederla mai più, un profondo singhiozzo gli uscì dalle frementi labbra.

– Ah! – esclamò egli con tono di rimpianto. – La Tigre della Malesia tramonta!…

Egli passò la notte senza sapere il come, senz’essere capace di chiudere occhio. Solo verso il mattino poté addormentarsi, ma fu un dormire di poche ore, poiché fu improvvisamente svegliato da un nitrire di cavalli, da un abbaiar di cani e da un vociare d’uomini.

Si vestì in un lampo, aprì la fenestra con precauzione per non essere visto, e guardò.

Sei o sette cavalieri, armati di fucili, di pistole e di coltelli a doppio taglio, erano entrati nel parco accompagnati da un branco di grossi cani. Sei, a giudicarli dalle vesti e dal fare, erano coloni dei dintorni, il settimo era un bello ed elegante ufficiale di marina, dal portamento altero e aristocratico. Sandokan guardò quest’ultimo con particolare attenzione, e senza sapere il perché, provò una puntura al cuore, provò un sentimento quasi direi di gelosia e d’invidia.

La sua fronte nell’ammirarlo s’aggrottò a più riprese e le labbra si sporsero sdegnosamente. Ma non aprì bocca e rientrò proprio nel momento che il lord bussava alla porta gridando:

– In piedi, amico mio, in piedi che i cacciatori sono arrivati. Non bisogna dormire quando si vuol scovare la tigre.

Sandokan si affrettò ad aprire.

– Ah! siete voi, milord? – diss’egli con voce calma.

– E chi potrebbe essere mai? Su, spicciatevi che i cavalli sono pronti, i cani abbaiano impazienti di mordere il pelo della belva, e i battitori sono in campagna. Il sole fra pochi minuti si leverà.

– Sono pronto, milord. E vostra nepote rimarrà alla villa sola? – chiese Sandokan arrestandosi nel momento che stava per varcare la porta della stanza.

– Che dite mai? Ha nelle vene del sangue di due razze. Non ha paura di una tigre, dovesse pur esser la più terribile della Malesia. In fede mia, che non se ne consolerebbe mai più che la si avesse a lasciar sola nel momento che tutti gli altri cacciano nelle sue foreste; di più, vi dirò, che arde dal desiderio di vedere un Malese a cacciar una belva sì pericolosa.

– Lei ha detto ciò! – esclamò Sandokan che non credeva o che non voleva credere.

– Sì amico mio, e starà in voi a far vedere come caccia un Malese.

– E lo vedrà milord. Se vi ha una tigre, sarà mia e la pelliccia sarà sua. Sandokan aveva pronunciato quelle parole con tutto il fuoco suggeritogli dalla passione. Tigre della Malesia contro tigre di Labuan! Dovevano cadere l’una o l’altra. Avrebbe ben saputo lui guadagnar la partita sotto gli occhi di Marianna. Egli alzò il capo con un gesto altero; ricominciava a essere Sandokan.

– Andiamo, milord, sono con voi. Ardo dal desiderio di trovarmi di fronte a questa tigre.

– Lo crederò – rispose l’Inglese. – I Malesi godono fama di essere valenti cacciatori, e mia nepote avrà agio di potersene assicurare coi propri occhi. Sarà contentissima poi di avere la pelliccia.

Uscirono e attraversate tre o quattro stanze entrarono in un elegante salotto, tappezzato di ogni sorta di armi, dove Sandokan aveva solo da scegliere. Fu colà che trovò Marianna in completo abbigliamento da cacciatrice. Pareva Diana, più bella che mai, fresca come una rosa dei boschi e nell’attitudine fiera di una cacciatrice provetta.

Nel vederla, Sandokan sentì il fuoco serpeggiargli nelle vene. Egli mosse verso di lei con passo sollecito e strinse fremendo la mano che la giovinetta gli tendeva, e che avrebbe voluto coprire di baci.

– Voi qui? – disse ella sorridendo e arrossendosi in una volta. – La ferita è adunque cicatrizzata?

– Perfettamente, milady – rispose Sandokan. – Oh! credetelo, la vostra presenza, la vostra voce, le vostre affettuose cure di cui serberò memoria anche quando ritornerò nella mia patria, hanno fatto più che tutti gli empiastri dei medici. Vedete? io mi sento più forte di prima.

– E voi dite di serbarne memoria anche quando sarete laggiù, nel vostro paese? – domandò la giovanetta la cui voce tremula scese fino al fondo del cuore di lui.

– Sì… mi capite, milady. Non mi dimenticherò mai, mai!…

Fra loro due regnò un breve silenzio intanto che il lord esaminava delle carabine, poi il pirata cangiando tono e avvicinandosi alla giovanetta che lo contemplava con tristezza:

– È vero adunque che verrete a cacciare la tigre con noi, nella foresta?

– Certamente – rispose con vivacità ella. – Non sono io adunque una cacciatrice? Mio zio ve lo disse.

– Avete mai veduto cacciare il terribile animale da un Malese?

– Mai, ed ecco ciò che aspetto di vedere. Si dice che quelli della vostra razza siano così valenti.

– Sì, sì, valenti – rispose Sandokan, che in quell’istante avrebbe lottato con cento tigri.

– Che adoperano meglio il kriss che la carabina. Oh! io vorrei vedere tutto ciò.

Sandokan trasse il suo kriss dalla cui impugnatura scattò un lampo. Egli lo mostrò alla giovanetta che sembrava atterrita alla vista di quell’arma sulla cui lama scorgevansi tracce di sangue.

– Vedete – disse egli sorridendo, – quest’arma è il nostro più fedele amico, al quale noi dedichiamo una specie di culto superstizioso. Con essa io ammazzerò la tigre o io non sarò più un Malese!

– No, no; potrebbe capitarvi sventura! – esclamò la giovanetta con tale accento che il pirata ne fremé.

– Voi avete esternato il desiderio di possedere la pelle della tigre. L’avrete e da me!

Il lord aveva finita la scelta delle armi e tornava verso di essi.

– Oh! il magnifico kriss! – esclamò egli vedendo quello che impugnava Sandokan.

– In fede mia, milord, è una arma ammirabile e di una tempra eccezionale. Non fallì mai, e meno oggi fallirà la tigre. Io inchioderò la belva come la inchiodava alla Malacca.

– Con tutto ciò non rifiuterete una eccellente carabina, che ha abbattuto più di un colosso delle foreste indiane, un’arma che sarà infallibile come il vostro kriss.

– Certamente, milord. Potrebbe darsi che una palla di carabina diventasse indispensabile.

Sandokan si gettò a bandoliera l’arma, l’Inglese ne prese un’altra simile cacciandosi nelle tasche un paio di corte pistole e Marianna staccò una piccola carabina indiana incrostata d’argento e di madreperla, sospendendosi per di più un elegante pugnaletto dal manico dorato alla cintura.

I cavalli impazienti scalpitavano nel parco, i cani abbaiavano e i battitori si mettevano allora in campagna. Gl’invitati chiamavano il lord salendo nei piani superiori.

– Andiamo, i miei compagni ci aspettano. Non sarebbe giusto farci aspettare.

Uscirono. Nel momento che entravano in un secondo salotto Marianna che era divenuta pensierosa, si avvicinò al pirata, che le veniva dietro.

– Non commettete imprudenze colla tigre – diss’ella con voce supplichevole. – Morto voi, e per cagione mia, non me ne consolerei più!

– Milady… – mormorò Sandokan con voce soffocata.

– Mi avete compreso. Non voglio la pelle della tigre; essa mi farebbe paura.

– Non siete voi che parlate… non potete aver paura di una pelle… voi che venite a cacciare con noi il terribile animale. Milady, non mettetemi al punto di dover mancare alla mia parola.

– E se ve l’ordinassi?… Non vorrei vedervi ferito una seconda volta per cagion mia.

– Non fatelo, milady! – esclamò Sandokan che non si padroneggiava più. – Sarei capace di violare la vostra proibizione. Lasciatemi. Là dove la vostra palla fallirà, il mio kriss ucciderà.

Sarebbe stata follia voler arrestare quell’uomo che la passione dominava. La giovanetta non parlò più, ma lo guardò con due occhi nei quali trapelava un dolce rimprovero. Sandokan la comprese, ma non volle far vista di comprendere; aveva promesso e la pelle della tigre doveva infallibilmente essere sua.

La comitiva li aspettava nel salone. Il lord, dopo di averli salutati e dopo che essi complimentarono la bella cacciatrice, presentò ad essi Sandokan, che si trasse d’impaccio colla maggior disinvoltura del mondo. Quantunque avesse tutto da temere da parte degli ufficiali di marina, che potevano averlo riconosciuto durante il terribile combattimento fra il piroscafo e il prahos, non tremò, né si smarrì. A ogni modo, nessuno sospettò in lui il terribile pirata e complimentarono il Malese di Schaja.

Non mancava che partire. Scesero nel parco dove i cavalli li aspettavano trattenuti da palafrenieri e dove i bracchi di alta statura e dalle mascelle di ferro abbaiavano tirando il guinzaglio.

– Andiamo, signori – disse il lord mentre aiutava sua nepote a salire in sella di un piccolo cavallo bianco. – La caccia comincia, la tigre si tiene nei dintorni fuggendo dinanzi ai battitori. Non sarà che colpa nostra, se lasciamo fuggire un sì superbo capo di selvaggina. Pensate che mia nepote è della partita e che brama la sua pelle; mi raccomando a voi.

– Non ci sfuggirà – disse l’elegante ufficiale di marina verso il quale Sandokan provava un sentimento di gelosia. – Se la mia palla non fallirà avrò l’onore di presentare la pelliccia a lady Marianna.

– E io avrò l’onore di pugnalare la tigre ancor prima che la pelle sia stata guasta da una palla – disse Sandokan guardando fissamente il giovanotto. – Nella Malacca non si usa rovinare la pelliccia con del piombo.

– A vostro piacimento – rispose il lord, – guardate però di non farvi ammazzare. La tigre è un animale che non ischerza.

Il segnale della partenza fu dato e la cavalcata uscì dal parco in gruppo serrato. Sandokan, che montava un magnifico cavallo sauro colla spigliatezza di un cavaliere consumato, si era spinto alla destra della giovanetta, mentre il lord si teneva alla sua sinistra. Il pirata, calmo ma fiero, determinato a tutto per pugnalare la tigre ad onta delle raccomandazioni della giovanetta, non aspettava che l’istante di porsi all’opera. Aveva appesa la carabina all’arcione e stringeva il kriss.

La foresta appena fuori dal recinto erasi fatta fitta ma permetteva ai cavalli di avanzare e di galoppare tenendo dietro ai battitori e ai bracconieri che li precedevano di cinquecento passi.

Si doveva circondare la foresta che aveva un’estensione di quasi due miglia, appena che fosse segnalata la tigre per togliere ogni scampo di fuga e restringersi fino a imprigionarla nel suo covo o fra qualche gruppo di alberi. Doveva essere là che si doveva affrontarla, e siccome ognuno non ignorava la resistenza che simili belve oppongono, si voleva essere riuniti per aiutarsi a vicenda. Era là che l’ufficiale e Sandokan, l’uno col fucile e l’altro col kriss dovevano disputarsi la vittoria tenuta fra le unghie del terribile animale.

La cavalcata percorse un cinque o seicento passi, arrestandosi tratto tratto per non precedere i battitori che avanzavano prudentemente, e per trovare un passaggio fra i fitti cespugli spinosi e fra i grandi alberi. Stava per dividersi in due colonne per meglio tirar innanzi, quando si udì improvvisamente lo squillo della tromba di John il capo bracconiere.

I cavalieri si affrettarono a quel segnale ad armare le carabine.

– Animo, signori, la tigre è stata segnalata – gridò il lord. – Ognuno al suo posto.

Il drappello si divise quasi subito prendendo differenti vie per accerchiar subito la foresta. Sandokan si gettò a destra dove lo precedevano mezzi cavalieri, Marianna si gettò a sinistra non senza prima aver gettato uno sguardo supplichevole al pirata, che rispose con un cenno della mano. In pochi minuti ognuno si trovò separato da centinaia e centinaia di metri, gli uni slanciati fuori dalla foresta, gli altri dietro i cani che abbaiavano sulla pista, e i più coraggiosi slanciati dietro i battitori, che segnalata la presenza della tigre si affrettavano a lasciar il varco ai cacciatori.

– A me, ora, a me! – esclamò Sandokan quando si vide solo. – È tempo di mostrare a quell’ufficiale che vanta la palla della sua carabina, chi io mi sia. Tigre della Malesia contro la tigre di Labuan!

Lo squillo di tromba erasi udito mezzo miglio lontano verso il centro della foresta. Non esitò un solo istante e cacciati gli sproni nel ventre del cavallo, coll’occhio in fiamme e il kriss fra le labbra partì alla carriera. Attraversò un lembo di foresta che tendeva diventare più intricata che mai, una vera rete di durion, di rotang, di cavoli palmisti, di banani, dove vi era tutta la probabilità di rompersi il collo. L’attraversò senza arrestare il suo cavallo che sembrava avere le ali ai piedi, tendendo l’orecchio all’abbaiar dei cani che seguivano le orme ora ritrovandole fra le erbe ed ora smarrendole. A lui occorreva trovare la tigre, investendola con quello slancio e quella forza in lui abituale, pugnalarla pur perdendo un lembo di carne prima che quel cane d’Inglese avesse a toccarla con la sua palla, e riportare la spoglia insanguinata a Marianna.

Passò dinanzi a sei o sette battitori che correvano in preda allo spavento gettando i bastoni e ponendo mano alle scuri. Egli rattenne violentemente il cavallo che piegò i garretti gettando un nitrito.

– Dove fuggite? – domandò egli arrestando uno dei fuggiaschi.

– La tigre! La tigre! – esclamò egli tentando svincolarsi da quella morsa che stritolavagli il polso.

– In qual direzione? Spicciati, negro d’inferno, che mi occorre la pelle! – esclamò Sandokan.

– Laggiù, in mezzo a quel gruppo di alberi, presso quel fossato.

Il pirata lasciò andare il battitore che fuggì dietro ai compagni, raccolse le briglie, impugnò il kriss e spinse risolutamente il cavallo verso il luogo additato. Giunto alla macchia formata da una ventina di rotang fiancheggiati da fitti cespugli spinosi, in mezzo ai quali abbaiavano tre o quattro bracchi col naso a terra, il corsiero cominciò a impennarsi e recalcitrare. Un forte odore di selvaggina appestava l’aria, odore particolare alle tigri, che si mantiene anche qualche tempo dopo che sono passate.

Sandokan balzò d’arcione, legò il cavallo che continuava a sferrare calci e nitrire, armò la carabina e dopo aver girato lo sguardo sui rami degli alberi per assicurarsi che non gli piombasse addosso a tradimento il terribile animale, si fece strada fra i cespugli.

Quasi subito, con quell’occhio infallibile d’un cacciatore provetto come era lui, scorse le tracce della tigre impresse sul terreno umidiccio. Seguì cautamente le orme accompagnato dai cani, smovendo i rami colla canna della carabina e s’arrestò dinanzi a un piccolo stagno la cui acqua era stata appena smossa.

– La tigre è passata di qua – mormorò egli sommessamente. – Non deve essere lontana. Ha fatto smarrire la traccia saltando di ramo in ramo. Astuzie troppo vecchie, mia cara!

Tornò al cavallo, risalì in sella e lo spinse innanzi. Non aveva percorso cento metri che udì la detonazione di una carabina accompagnata da un’esclamazione, che lo fece trasalire.

Diresse il cavallo verso il luogo ov’era partito il colpo, e in mezzo a una piccola radura vide la milady coll’arma ancor fumante in mano. In un baleno le fu vicino.

– Ah! – esclamò egli frenando a malapena la gioia che traboccava dal suo cuore. – Siete voi milady?

– E chi potrebbe mai essere se non io? – rispose la giovanetta, non dissimulando la sua sorpresa.

– Siete stata voi a tirare quel colpo di fucile? I miei complimenti per la vostra audacia.

– Non mi adulate – disse Marianna arrossendo. – Del resto, mi sembrò che la tigre non fosse stata nemmeno toccata.

– Voi rimpiangete il vostro colpo, o meglio la pelle della tigre. Ebbene, milady, non la rimpiangerete a lungo. Dovessi perdere ambe le braccia, io ve la darò.

Sandokan nel dire queste parole, vi aveva messo tanto fuoco che la giovanetta ebbe paura.

– No!… No!… – esclamò ella vivamente. – Non commettete pazzie per un capriccio che esternai nel momento in cui non misurava l’estensione del pericolo. Sapete, che se io avessi a vedervi nuovamente ferito, e per causa mia, ne avrei rimorso?

Sandokan nel mentre lei parlava, si era avvicinato ancor più. Si sentiva preso da una strana febbre, il sangue gli affluiva tutto in viso. Gli parve sognare: egli dimenticò per un istante la tigre.

– Milady – diss’egli con vivacità, – che importerebbe se io avessi a perdere un braccio, quando una volta ferito tornassi a provare quelle care cure che provai, quando una palla di moschetto mi condusse tra queste foreste, dove voi siete regina? Che m’importerebbe d’esser mutilato, quando avessi agio di udire ancora la vostra divina voce, quando respirassi la medesima aria che respirate voi, quando calcassi il suolo calcato dal vostro piedino, quando potessi ancora inebbriarmi dei vostri sguardi, dei vostri sorrisi?… Laggiù nelle mie selvagge foreste non proverei più queste gioie che hanno commosso il cuor della Tigre… Sentite, milady, io fremo tutto, e il cuore lo sento sanguinare, al pensare che verrà il dì in cui un abisso sarà scavato fra noi, un abisso che mi toglierà per sempre la vostra vista.

Egli prese le mani della giovinetta. La sua voce si commosse stranamente.

– Milady, milady!… – esclamò egli con iscoppio improvviso. – Guardate, uditemi! La prima volta che vi ho veduto, ho sentito il mio cuore fremere, battere, e io che non aveva mai provato le dolci emozioni dell’amore, quel dì le provai!… Quando udii la vostra voce, sentii il sangue bollirmi, quando respirai il profumo delle vostre labbra, mi sentii inebbriare, e quando ripenso che verrà il dì della separazione, mi sento mordere atrocemente il cuore da un lampo di gelosia, da un lampo di pazzo amore!…

La giovanetta dinanzi a quell’appassionata ed improvvisa confessione, rimase muta, presa suo malgrado, da profonda ammirazione per quell’uomo, che ai suoi occhi prendeva la figura di un eroe. Si sentì commossa.

Il pirata si era avvicinato ancor più. L’ardente suo alito si confondeva con quello di lei, il suo volto toccava quasi quello di lei. Egli proseguì con un tono che scendeva nel cuore dell’orfana come la più dolce musica del mondo e che attingeva nello sfogo della passione.

– Oh! non irritatevi, milady, se vi confesso che la follia m’ha preso, che la mia testa si è smarrita, se io, quantunque figlio di una razza di colore, mi sentii preso d’ammirazione per voi e che sperai che voi mi avreste amato!…Lasciate che ve lo dica, che questo amore ha vinto l’inaccessibile cuor della Tigre, il terror di questi mari; lasciate che ve lo dica, che non sogno che voi, che non vedo che voi, che dimenticherei patria, amici e parenti per voi; lasciate che ve lo dica, che per voi mi sentirei tanto forte da pugnare da solo contro mille giacche rosse!…

«Milady, volete esser mia? Farò di voi la regina di questi mari, la regina della Malesia. A un vostro cenno, cento uomini, cento tigri, cui non valgono né cannoni, né eserciti sorgeranno al mio grido, struggeranno città, massacreranno i difensori, detronizzeranno e rajah e sultani, per preparare un regno a voi. Dite tutto ciò che l’ambizione vi suggerirà e voi l’avrete. Ho uomini, ho navi, ho cannoni, ho oro, sono forte, sono potente. Per voi, nulla mi sarebbe impossibile!…

Marianna lo guardò sorpresa, affascinata da quel turbinìo di promesse, da quegli occhi di fuoco che la fissavano stranamente, da quella voce che trovava nel suo cuore un eco delizioso. Rimase per qualche istante muta, senz’essere capace di ritirare le mani che il pirata stringeva con frenesia.

– Ma chi siete adunque voi? – chiese ella alfine con un tono di voce che fe’ trasalire il pirata.

– Chi io mi sono?… – esclamò Sandokan. – Non chiedetemelo, milady, non chiedetemelo!

Fra loro successe un breve silenzio. Sandokan cinse con ambe le braccia la giovanetta e l’attirò a sé, quasi volesse levarla di sella,

– Ascoltatemi, milady – diss’egli con cupa voce. – Vi sono delle nubi rosse attorno al mio nome e delle fitte tenebre che nessuno ardirebbe sollevare; vi ha del terrore, del terribile attorno a me. Porto un nome che mette spavento, che è più potente di quello del sultano di Borneo; posseggo tanta forza da far tremare Labuan stessa!…

– E un uomo così potente è sceso fino ad amare una povera orfana, una derelitta…

– Non proseguite, milady, non proseguite! – l’interruppe Sandokan con violenza. – Queste parole sono un delitto. Vi ho veduto, fui affascinato, ho sentito di amarvi. Ditemi una parola, lasciate cadere dalle vostre divine labbra una confessione, dite anche voi che mi amate e farete di me il più felice degli uomini che vi colmerà di gioie, che deporrà ai vostri piedi un regno.

– È adunque proprio vero che voi mi amate? – chiese ella con voce soffocata.

– E lo dubitereste, milady? Vi amo tanto che vorrei morire così al vostro fianco, e colle vostre mani strette fra le mie. Uditemi, milady: se credete che io non sia degno di alzare gli occhi fino a voi, se credete che io figlio della Malesia, io selvaggio che porto un nome lugubre quanto terribile, non possa aspirare alla vostra mano, mettetemi alla prova. Mi sentirei tanto forte da sollevare il mondo intero per voi. Parlate, io obbedirò come uno schiavo, subirò ciò che voi m’imporrete senza un lamento, senza un sospiro. Volete che io diventi re per darvi un trono? Lo diventerò. Volete che io, che vi amo di già alla follia, ritorni nella mia patria? Vi ritornerò perché voi me l’avrete ordinato. Volete che io mi ammazzi dinanzi a voi? Mi ammazzerò perché voi l’avrete voluto. Parlate: ho la febbre, sento che la mia testa si smarrisce, sento che il sangue mi arde il cuore e le vene. Parlate, milady, parlate!

– E voi farete tutto ciò per colei che si chiama Marianna, per l’orfana?

– Sì milady, lo farei, oggi, domani, sempre!

Vi era un tale accento di verità in quelle parole, vi era un tal fuoco che la giovanetta trasalì tutta. Le sue mani si abbandonarono in quelle di lui che le portò alle labbra. Si sentì affascinata.

– Amatemi – sospirò ella. – E quando tornerete laggiù, non dimenticatemi troppo presto.

Il pirata gettò un urlo giammai uscito da gola umana. Nel medesimo istante risuonò una detonazione a duecento passi lontana, seguita da altre due tirate a egual distanza.

– La tigre! – esclamò la giovanetta.

– Sarà vostra – gridò il pirata e col pugnale nella dritta, gli occhi sfavillanti d’ardire, delirante, cacciò gli sproni nel ventre del cavallo che partì alla carriera seguito dalla giovanetta che sentivasi attirata verso quell’uomo che metteva a repentaglio la sua vita per mantenere una parola.

A duecento passi lontano vi erano i cacciatori riuniti, in mezzo ai quali si scorgeva l’elegante ufficiale di marina che si avanzava verso un gruppo d’alberi colla carabina in mano. Colà abbaiavano sei o sette bracchi ai quali rispondevano i ruggiti della tigre messa alle strette.

Sandokan si gettò d’arcione e corse verso di essi. La giovanetta lo seguiva sulla cavalla bianca con cuor sospeso, pallida, impaurita, ma fiera di veder lui che si preparava a pagare il debito.

– La tigre! La tigre! – gridò il lord che caricava la carabina.

– È mia! È mia! – gridò Sandokan che raddoppiò di velocità.

Pareva una seconda tigre che sbucasse fra i cespugli. Egli capitò come un lampo fra i cacciatori, col kriss sollevato, la cui impugnatura percossa dai raggi del sole, mandava baleni.

– Whu-Pulau! – gridò la giovanetta che si sentì venir meno.

– La pelle della tigre! Voglio la pelle della tigre! – urlò Sandokan.

L’ufficiale di marina lo precedeva di pochi passi. Lo videro abbassare la canna della carabina prendendo di mira la terribile belva, la quale aggrappata a un colossale ramo di un albero della canfora colle pupille contratte, gettava formidabili miagolamenti simili a ruggiti, agitando la coda da destra a manca, e sollevando la corteccia colle unghie. Pareva pronta a piombare sulla vittima da essa scelta. Pareva che fosse lì lì per slanciarsi.

Il colpo partì, ma il fumo non era ancor dissipato che la tigre, senza essere toccata, attraversava lo spazio cozzando contro il cacciatore che fu atterrato dall’urto. S’udì un grido di spavento a cui fece eco uno scoppio di risa sinistre emesso dalla Tigre della Malesia.

Egli, armato del suo terribile kriss, con un balzo di dieci piedi si era gettato dinanzi alla belva che stava per ripigliare lo slancio gettandosi sul semicerchio dei cacciatori. Le due tigri s’incontrarono di fronte, entrambe ruggenti, entrambe terribili. Fu un lampo.

Il pirata le si scagliò addosso rovesciandola con forza sovrumana, e prima ancora che la belva sorpresa da tanta audacia potesse dilaniarlo coi denti e cogli artigli, l’afferrò per la gola stringendo con tal forza da soffocare i ruggiti. Coi piedi ne inchiodò al suolo le zampe.

– Guarda!… Guarda chi io mi sono! – gridò Sandokan fremente.

La lama serpeggiante del kriss guidata da un braccio d’acciaio si sprofondò fino all’impugnatura nel cuore della tigre, che cadde ruggendo per non più rialzarsi.

Un urrah fragoroso accolse quella caduta. Il pirata illeso, gettato uno sguardo di sfida sprezzante sul giovane ufficiale di marina, si avvicinò alla giovanetta ancor muta di terrore e con un gesto di cui sarebbe andato altero un rajah:

– Milady! – le disse. – La pelle della tigre è vostra!…

CAPITOLO X. Il tradimento

Il pranzo dato da lord James, dopo che la caccia fu finita, fu uno dei più splendidi ed insieme dei più allegri, che fossero mai stati dati nella palazzina. La cucina inglese e quella malese vi erano magnificamente rappresentate, la prima con giganteschi beefsteak ed enormi pudding, capaci di produrre una indigestione allo stesso Gargantua e la seconda con costole di tigre alla salsa piccante, con teneri bambù simili agli asparagi, con pinne di pesce-cane e con nidi di rondini salangane all’aceto, che furono a unanimità di voti dichiarate eccellenti.

Durante tutto il pranzo il pirata fu il re della tavola come la Perla di Labuan ne fu la regina. Vi furono elogi pel primo sul suo coraggio, sulla sua abilità senza esempi, sul suo sangue freddo veramente straordinario, e ve ne furono per la giovanetta sulla sua rara intrepidezza d’amazzone e sulla sua audacia non comune in una donna. In questi ultimi elogi si distinse in particolare il giovane ufficiale di marina, che pareva avere per di più un mondo di attenzioni forse troppo spinte per la leggiadra lady, attenzioni che spesso chiamavano sulle labbra del lord un sorriso di mal celata gioia e su quelle di Sandokan un diabolico e sprezzante sogghigno.

Quando gli ospiti giunsero allo champagne, i brindisi cominciarono su tutta la linea. Uno dei cacciatori, pel primo, alzando la tazza nella quale spumeggiava la trasparente bevanda, bevette alla salute di Sandokan.

– Amici! – gridò egli con tono enfatico. – Beviamo alla salute di questo valente cacciatore che io proclamo primo fra i valorosi. Hurrà per Whu-Pulau!

I suoi compagni fecero eco mentre che il pirata s’inchinava colla maggior disinvoltura. Alzò alla sua volta la tazza ricolma e guardando fisso la giovanetta seduta a lui di fronte:

– Signori, beviamo alla salute della Perla di Labuan che io proclamo la più bella della Malesia!

Il secondo brindisi ottenne un effetto dieci volte maggiore del primo, e quel nome risuonò più volte nella sala, con gran soddisfazione della giovanetta che arrossi tutta sotto lo sguardo di fuoco del pirata.

– Signori – disse il lord, – nei vostri brindisi spero che non dimenticherete di bere alla memoria della povera tigre. Orsù, signori, un brindisi alla tigre di Labuan.

La proposta fu accettata con iscrosci di risa dall’allegra brigata che non si fece pregare. Solo Sandokan non alzò la sua tazza. La sua fronte s’abbuiò stranamente.

Il lord sorpreso notò quell’improvviso cangiamento. Lo urtò col gomito.

– Che diavolo andate fantasticando, mio prode amico? – diss’egli. – Trovate forse che il mio brindisi non sia di buon gusto per rimanervene li colla tazza ancor colma? Se credete che bere alla salute di una tigre morta, porti sventura, berremo alla salute d’una tigre viva.

– Non è ciò che mi preoccupa – rispose Sandokan con impercettibile sogghigno. – Credete voi, milord, che il nome di tigre di Labuan ben si adatti a quella che ho ucciso?

– Ma certamente – dissero in coro i cacciatori. – Non era forse delle foreste di Labuan?

– Infatti, sin qui avete ragione. Ma a che regione appartiene Labuan?

– Alla Malesia – rispose il lord che non capiva nulla di quelle strane domande.

– Sicuro, milord. Ora, fra noi Malesi, quando si ammazza una tigre, non le si dà il nome del luogo cui appartiene, ma bensì il nome della regione cui la terra appartiene. La tigre appartiene alla regione malese. Bene, signori, io brindo alla Tigre della Malesia!

Il pirata, soffocando uno scroscio di risa che gli montava alle labbra, vuotò la tazza ma nessuno lo imitò. Tutti guardarono Sandokan stupiti, mentre la giovanetta lo mirava con una specie di spavento colla tazza mezza vuota fra le mani. Ebbe un sospetto, ma si dileguò come un lampo.

– Ebbene, signori – disse il pirata con istrana intonazione che un attento orecchio avrebbe potuto trovare beffarda, – direte or voi, che il mio brindisi sia di cattivo gusto?…

– Infatti – disse il lord, – lo trovo di pessimo gusto. Sapete a chi avete brindato?

– A una tigre, mi sembra, alla Tigre della Malesia!

– E non sapete, che questo è il nome di un uom fatale, al quale ogni buon Inglese deve la sua parte di odio e di disprezzo, e pur voi la vostra? La Tigre della Malesia, è il nome del pirata di Mompracem!

– Ah! Quell’uomo formidabile, il padrone di questi mari, colui che fa tremare Borneo e Labuan, colui che m’ha cacciato una palla nel petto, si chiama la Tigre della Malesia! – esclamò Sandokan che assaporava la forza di quelle parole come la tigre assapora il sangue. – Ecco un brindisi ben strano, milord!

– Mille volte strano – disse l’ufficiale di marina che lo guardava fisso come cercasse di rammentarsi il luogo ove aveva o gli era parso di aver veduto quell’ardita figura. – Ma vi dirò, signore, che correte troppo; credo che invece di aver brindato alla Tigre della Malesia viva, abbiate brindato alla Tigre della Malesia morta.

– E che? Il terribile pirata, sarebbe adunque morto? – chiesero in coro i cacciatori.

– Vi ha da sperarlo – rispose flemmaticamente l’ufficiale. – Non avete udito parlare del combattimento avvenuto tre settimane fa, durante il quale le sorti della nostra nave furono sospese a un filo? I due prahos pirateschi, che ci abbordarono, si crede che fossero guidati dalla Tigre in persona.

– Ebbene? E così?

– Noi li abbiamo battuti, li abbiamo affondati quei legni, e non uno degli uomini che li montavano poté sfuggire al fuoco dei nostri cannoni, o se lo poté, in sì cattivo stato da non poter essere capace di guadagnare la costa. Se la Tigre era con essi, fu uccisa.

Sandokan, mentre l’ufficiale parlava, erasi bruscamente alzato. I suoi occhi balenavano come nei giorni di battaglia e le sue mani fremevano come stringessero ancora la scimitarra o il terribile kriss cento e cento volte tinto nel sangue del nemico. Egli si mise a ridere, d’un riso strano, satanico, beffardo.

– Voi avete parlato di due prahos pirateschi, non è vero? – chiese egli. – Quando io navigava verso Varauni, in vista di queste coste() li vidi entrambi. Potevano avere a bordo una quarantina d’uomini, una quarantina di pirati della più terribile razza che mi massacrarono l’equipaggio e mi allogarono una palla nel petto. Ero laggiù, sotto le foreste ferito, quando attaccarono la vostra nave.

– Ah! voi eravate là! – esclamò l’ufficiale con mal celata ira e guardandolo con diffidenza. – Avete assistito alla loro spaventevole rotta.

– Sì – rispose Sandokan beffardamente. – E confesso che se furono battuti, si batterono come tanti eroi.

L’ufficiale aggrottò la fronte e si morse le labbra. Stette un momento muto, poi volgendosi bruscamente verso il pirata che si era così storditamente cacciato in una via irta di spine:

– Quando siete stato ferito? – gli chiese.

– Il 24 aprile; il 27 sono arrivato delirando all’abitazione del lord.

– A quale distanza dalle coste di Labuan avvenne il combattimento fra voi e i pirati?

Sandokan non rispose; guardò fisso l’ufficiale. I loro sguardi s’incontrarono entrambi scintillanti, entrambi provocanti, entrambi diffidenti.

– Credo che mi sottoponiate ad un interrogatorio – diss’egli alfine.

– Oibò! – esclamò l’ufficiale cercando di dare un tono meno altero alla sua voce, – è una domanda che vi dispensa, se volete, dal rispondere. Mi meraviglio soltanto, come quelli della costa non abbiano udito il cannoneggiamento.

– Eravamo assai lontani da Labuan e il vento soffiava dall’est. Credo bene, colla mia palla nel corpo di aver fatto nuotando una dozzina di miglia.

– Del resto, che importano questi particolari – disse vivamente lord James. – Vinti o vincitori, i pirati non avranno lunga vita nel loro dannato covo, e non daranno molto da fare alla nostra nascente colonia che s’allarga ogni dì a dispetto di tutti i loro prahos e del loro capo. Guardate, amici, un brindisi per Labuan.

– Alla prosperità di Labuan! – risposero in coro i cacciatori alzando i bicchieri e vuotandoli in una volta.

– Alla prosperità di Mompracem! – rispose Sandokan rovesciando il suo sulla tavola.

– Oh! Oh! Mompracem! – esclamò il lord mentre l’ufficiale diventava pallido come un cadavere.

– E che? Avete dimenticato adunque, milord, i nostri progetti? – disse Sandokan ridendo. – Orsù, quando un’isola deve scomparire coi suoi abitanti merita bene un brindisi. Beviamo!

– Beviamo, allora beviamo! – risposero i cacciatori. – Un mese di vita per essa e poi la morte.

– La morte – ripeté Sandokan, e come essi vuotò sino all’ultima goccia il bianco liquore.

L’ora erasi fatta tarda. L’isola, dove le foreste presentavano ancora i medesimi pericoli come prima che venisse occupata, sia da parte delle tigri ancor numerose, sia da parte degli indigeni non troppo contenti dei nuovi padroni, percorrerla a ora troppo inoltrata non era prudente. Fu quindi da parte dei cacciatori che abitavano abbastanza lontano dato il segnale della partenza dopo i soliti ringraziamenti e le solite strette di mano, dove non andò esente Sandokan quantunque fremesse all’idea di stringere le dita alle giacche rosse. Alle dieci scendevano le scale dirigendosi verso i cavalli di già sellati che scalpitavano con impazienza. Il lord, la giovanetta e il pirata li accompagnavano.

– Signori – disse il lord, – io spero di vedervi fra breve per una nuova partita di caccia. Il mio amico che oggi ha dato saggio della sua portentosa valentìa nella caccia della tigre non mancherà di darne un secondo nella caccia del babirussa. Chi sa che voi, William, non siate più fortunato.

– Lo sarò – rispose il giovane ufficiale con voce sorda. – Ora avrei da farvi una preghiera.

– Parlate. Si tratta forse di intraprendere qualche caccia nei vostri domini?

– Non è ciò, milord. Se lo potete domani cercate di venir da me, si tratta di Labuan.

– Vi sarò – e il gentiluomo fece un passo indietro come per congedare i cavalieri, i quali partivano al galoppo.

Sandokan stette lì a guardare colui che portava il nome di William con ira mal repressa e si sentiva mordere, suo malgrado, il cuore da un lampo di gelosia.

Augurata la buona notte, dopo di aver stretto la mano della giovanetta che la sentì tremare nella sua, il pirata cupo e meditabondo si ritirò nella sua stanza. Egli si arrestò come altre volte dinanzi ai vetri delle fenestre colle braccia incrociate come solea fare quando qualche pensiero oscuro attraversava la sua mente, e gli occhi fissi sugli alberi del parco lievemente scossi dalla brezza notturna.

Il pirata era valoroso quanto perspicace. Trascinato dalla sua usuale temerità, nata da un gran disprezzo che aveva per quegli uomini che egli chiamava derisoriamente giacche rosse, aveva compreso che erasi gettato troppo storditamente in una via mille volte pericolosa, aveva compreso che aveva voluto troppo deridersi di essi facendoli brindare alla Tigre della Malesia e a Mompracem.

Lord James, che aveva viva affezione per lui, non poteva aver nutrito alcun sospetto sulla sua personalità, quantunque la sua comparsa su quelle terre e la ferita avessero dei punti che si legavano un po’ troppo chiaramente colla spedizione dei pirati e ancor più chiaramente colla disfatta subita dai prahos. Gli altri, i coloni, se avevano avuto qualche sospetto, potevano averlo bandito in gran parte, se non del tutto, essendo inammissibile che un lupo di mare come era il lord si fosse lasciato ingannare così grossolanamente; ma il giovane ufficiale di marina che aveva per di più un forte motivo per svelare il pirata, attinto nella rivalità e nella gelosia, poteva andare sino al fondo delle cose e improvvisamente smascherarlo.

Il pirata si era dato troppo a conoscere e in maniera da suscitare forti sospetti a un sagace. Quei brindisi, quelle parole la cui ironia, benché finemente nascosta, non poteva essere a tutti sfuggita, lo avevano gettato in un passo imbrogliato, in un passo che poteva chiamarsi più che pericolosissimo.

– Ho parlato troppo – mormorò il pirata abbandonando la fenestra. – Mi sono troppo beffato del nemico, ma non ho paura, sono sempre la Tigre della Malesia. Se uscirò da questo ginepraio senza malanni, avrò ben da ridere a Mompracem, quando racconterò ai miei tigrotti che degli Inglesi hanno brindato alla loro prosperità.

Si gettò vestito sul letto, non senza essersi prima assicurato che il suo fedele kriss, appena tinto nel sangue della tigre di Labuan, era a portata della sua mano e s’addormentò sognando.

Si svegliò che il sole, facendo capolino fra il fogliame dei grandi alberi, penetrava nella stanza attraverso i vetri.

Sorseggiò una gran tazza di the portatogli da un indigeno e scese nel parco dove trovò il lord che stava per salire a cavallo onde trovarsi per tempo all’appuntamento dell’ufficiale. Il pirata lo guardò attentamente in volto come volesse leggergli negli occhi. Il volto del lord era calmo come il solito.

– Siete mattiniero, mio giovane amico! – domandò il lord salutandolo spigliatamente.

– Infatti, milord, il dormire non è fatto per gli uomini di guerra. E che? A cavallo sì presto!

– Ecco, ciò che mi annoia è che per mia disgrazia dovrò lasciarvi solo. Ma non perdete tempo e cercate se è possibile di scovare qualche bel babirussa nei boschi o di abbattere qualche dozzina di tucani che non mancano nel fondo del parco. Mia nepote dopo il mezzodì verrà pur essa a cacciare e sarà orgogliosa di cacciare a fianco di un Malese, che spedisce così freddamente le tigri all’inferno.

– E dal canto mio sarò felice di avere una sì graziosa compagna – disse Sandokan che fremette di gioia al pensare di trovarsi assieme a lei. – Non perderà il tempo inutilmente con me, e se la fortuna mi sorriderà, mi terrò obbligato a regalarle una seconda pelle di tigre.

– Non fidatevi troppo, amico mio – disse il lord. – Voi siete troppo impetuoso, vi gettate troppo perdutamente fra le unghie della tigre che potrebbe dilaniarvi. Non abbiate fretta; i boschi sono ancora là a dar rifugio alle terribili belve, i miei amici hanno sempre dei moschetti pronti e della buona volontà per venirmi a trovare; fra non molto imprenderemo una seconda caccia contro un’altra tigre.

– E non pensate voi, milord, che il tempo vola? – disse Sandokan.

– E che monta? Siamo ancor giovani, e le tigri sono sempre là ad aspettarci.

– Non è ciò che io dico. Avete dimenticato che un dì o l’altro bisognerà partire?

– E che, avete forse fretta d’abbandonarmi? Il vostro paese è in pace, per cui non richiede il vostro braccio, i pirati di Mompracem sono annidati e non hanno voglia di abbandonare i loro dannati covi: casa mia è casa vostra. Rimanete finché non vi dispiace; quando la noia ci prenderà entrambi, allora ci metteremo in mare, e allora ricomincieremo la vera vita che cerchiamo entrambi.

– Sarebbe ridicolo da parte mia se rifiutassi una tale offerta o se insistessi ancora. Sono vostro ospite, milord, e sarà dovere da parte mia di contraccambiarvi quando approderete alle mie terre.

– Ora che ci siamo compresi, arrivederci, amico mio. Questa sera, del resto, io sarò di ritorno.

– Buon viaggio, milord – rispose Sandokan.

L’Inglese spronò il cavallo e uscì dal parco prendendo un sentiero che conduceva a Vittoria. Il pirata lo seguì collo sguardo fino a che scomparve dietro gli alberi e quando si rivolse una profonda ruga segnava la sua fronte. Egli porse orecchio al galoppo del cavallo che andava allontanandosi, col cuore oppresso e in preda a una viva inquietudine.

– È partito – mormorò egli e il pirata per la prima volta in vita sua sospirò per quell’Inglese che lo aveva curato colla sollecitudine di un padre, che l’aveva ospitato in casa sua senza conoscerlo, che lo aveva forse amato e più di tutto che lo aveva tratto sulla via di Marianna.

Egli si mise a percorrere il parco con passo agitato, incerto, passandosi spesso la mano sulla fronte come volesse scacciare un nero pensiero, e finì col sedersi sul medesimo tronco d’albero atterrato dove aveva veduto seduta la giovanetta, mormorando con un tono di voce che aveva perduta la beffarda intonazione della Tigre:

– Via!… Se lo avessi a trovare dinanzi a me colle armi in pugno, da fiero nemico, lo risparmierò!…

Il suo sguardo acceso da una cupa fiamma si rasserenò. Le sue mani presero involontariamente la mandola di Marianna; nel toccare le corde, si sentì come elettrizzare.

– Era qua, nel medesimo luogo ove io mi trovo, bella, divina, quel giorno che io stoltamente meditavo la fuga!… Mi sembra ancora un sogno di amarla, io, che ignorai sempre che fosse libare nella tazza dell’amore per libare nella tazza colma di sangue umano!… Chi, chi avrebbe detto, che la terribile Tigre della Malesia un dì avesse ad amare?

«E l’amo, e l’amo, e l’amo!… Vi ha del fuoco nelle mie vene, del fuoco nel mio cuore, del fuoco nel mio cervello, del fuoco nelle mie ossa!… Sono tutto fuoco, che la passione sempre più attizza, man mano che il mio amore per quell’essere divino ingigantisce.

«E l’amo, e l’amo, e l’amo, come giammai uomo alcuno amò, e tanto che per lei mi farei Inglese, che per lei mi farei schiavo, che per lei abbandonerei la burrascosa vita dell’avventuriere per la quale ho sacrificato un terzo della mia vita, che per lei sarei capace di maledire questo mare, che considero come sangue delle mie vene!… Il terribile pirata, la Tigre della Malesia, sarebbe capace di scomparire colla sua potenza a un sol cenno di lei, tanto è grande l’amore che nutro per la Perla di Labuan.

Egli chinò la fronte sulle mani e stette lì meditando. D’un tratto si rizzò fremente, coi pugni convulsamente stretti, gli occhi stravolti.

– E se rifiutasse il pirata!… – esclamò egli con voce che sibilava fra i denti. – Oh! non è possibile! Non è possibile! Se lei avrà orrore del baratro, nel fondo del quale urlano cento vittime, lo colmerò. Se avrà orrore del fiume di sangue umano che mi circonda, lo berrò tutto!… Dovessi vincere Borneo intera per darle un regno, dovessi immolare altre cento vittime, dovessi dar fuoco a Labuan e calpestare il cadavere del lord… sarà mia, mia, mia!

Il pirata si era messo a camminare, col volto trucemente sconvolto, le labbra semi-aperte come assaporasse di già il sangue delle nuove vittime che si proponeva immolare per far felice e potente colei che amava. Percorse il parco in tutta la sua lunghezza, tutto concentrato in tenebrose idee e finì col sedersi ancora sul tronco atterrato presso la mandola.

Non vi rimase che dieci secondi. Una voce a lui ben nota, che sapeva trovare la via del cuore anche attraverso le tempeste che la circondavano, lo fece balzare in piedi.

Egli indietreggiò fino al tronco di un albero barcollando come ubbriaco, pallido, tremante. In trent’anni il pirata non aveva provato emozione simile. La giovanetta, abbigliata da cacciatrice, coi capelli sciolti, lo sguardo animato, le guancie soffuse di un colorito roseo, moveva verso di lui seguita da un indigeno armato sino ai denti.

– Ah! mio prode amico – diss’ella sorridendo leggiadramente. – La poesia dei fiori sarebbe forse attraente anche per un guerriero del vostro stampo?

– Milady, la poesia è il fiore dei forti – rispose il pirata rimettendosi prontamente e portando galantemente alle labbra la mano che la giovanetta gli tendeva. – A quale fortuna questa visita?

La giovanetta trasalì; una vampa le salì in volto e guardò commossa il pirata, dopo di aver gettato un’occhiata sospettosa all’intorno. Accostò il dito alle labbra come per intimargli il silenzio.

– Venite – disse con un filo di voce.

Afferrò per una mano il pirata, che si lasciò condurre dove ella volle, come un fanciullo.

La giovanetta lo condusse in un piccolo chiosco chinese semi-nascosto fra un boschetto d’aranci e contornato da graticci di bambù.

Ella si lasciò cadere su di un divano di raso rosso facendo cenno al pirata di sedersele accanto. L’indigeno restò di guardia al di fuori colla carabina montata.

Era tanto bella così, coi capelli profumati sciolti sulle spalle, pallida per l’emozione, cogli occhi che brillavano di uno strano fulgore, che il pirata ne fu affascinato.

– Ascoltate – disse la giovanetta, facendo uno sforzo. – Ieri sera vi ho udito… avete lasciato uscire dalle vostre labbra delle parole… delle strane parole, che mi colpirono sinistramente, dolorosamente… Amico mio, m’è balenato nel cuore un sospetto… Oh! strappatemi questo terribile sospetto! Ditemi, mio prode amico: se la giovanetta che nei momenti di dolore vi ha alleviato le vostre pene, se colei che voi diceste d’amare, vi chiedesse una confessione, la fareste voi?

Il pirata, che mentre la giovanetta parlava erasi avvicinato tanto che il profumato respiro di lei accarezzava come alito profumato l’abbronzato suo volto, nell’udire le ultime parole, si ritrasse vivamente indietro. I suoi lineamenti si scomposero trucemente. Parve che vacillasse sotto un improvviso colpo.

– Milady! – disse d’un tratto dopo alcuni momenti di perplessità, afferrando appassionatamente le mani di lei. – Milady! Per voi tutto mi sarebbe possibile. Parlate: se vorrete un regno andrò a rovesciare un re per darvelo, se ho da vendicarvi andrò a mettere a ferro e a fuoco la terra che voi mi designerete e ne scannerò gli abitanti, se dovrò farvi una rivelazione, per quanto sia essa terribile, io, la Tigre, la farò!…

Marianna alzò gli occhi su di lui. I loro sguardi egualmente espressivi, quello del pirata scintillante che mandava bagliori sinistri, e quello della giovanetta lagrimoso e supplichevole s’incontrarono. Si guardarono per alcuni istanti in silenzio, entrambi in preda ad una viva emozione e ad un’ansietà che per loro era nuova.

Marianna per la prima ruppe quell’incanto, che poteva pur chiamarsi fascino.

– Non ingannatemi, mio prode amico – diss’ella con voce soffocata. – Qualunque voi siate, l’amore che mi nacque per voi non si spegnerà. Re o bandito, vi amerò egualmente!

Un profondo sospiro che parve un sordo ruggito uscì dalle labbra del pirata. Egli cadde alle ginocchia della Perla di Labuan.

– Ah! – esclamò, con voce tremula. – Quanto sei generosa, adorata Marianna! È il mio nome adunque, il mio vero nome che vuoi sapere, creatura celeste? Bene, amor mio, se ti ho ingannato ieri non t’ingannerò più mai.

– Sì, amico mio, il tuo nome, il tuo nome!

Sandokan si passò a più riprese la nervosa mano sulla fronte madida di sudore. Le vene del collo gli si gonfiarono prodigiosamente come sotto uno sforzo violento.

– Odimi, Marianna, – diss’egli, con selvaggio tono, – vi ha un uomo che impera su questi mari che egli chiama suoi, vi ha un uomo che è il flagello di queste coste, un uomo che fa tremare tutti gli abitanti di queste isole, un uomo che seco trasse centinaia e centinaia di vittime, che tinse più di cento volte il suo ferro nel sangue, vi ha un uomo in questi mari, il cui nome suona come una campana funebre!… Marianna, hai tu mai udito parlare della terribile Tigre della Malesia? Guardami in volto, guardami Marianna. Io sono la Tigre!…

La giovanetta mandò involontariamente un grido d’orrore e si coperse il volto colle mani. Un ruggito eruppe dalle frementi labbra del pirata. Egli tese le mani supplicanti verso di lei.

– Marianna! – esclamò egli con voce strozzata. – Non respingermi, non maledirmi, non ispaventarti. Fu la fatalità che mi trascinò a diventare pirata, fu la fatalità che mi pose questo terribile nome di Tigre della Malesia, come fu la fatalità che mi fece diventare sì tremendo, si feroce. Gli uomini furono inesorabili con me, che nulla aveva a loro fatto spingendomi mio malgrado a scegliere questa carriera piena di sangue e di vittime. Sì, fui assassino, fui senza pietà, fui sanguinario, odiai e odiai come giammai creatura umana odiò; ma gli uomini del mio cuore ne avevano fatto un vaso ricolmo di fiele e di vendetta che voleva uno sfogo. Era ricco, era potente, aveva un regno, aveva sudditi, e loro tutto mi tolsero, e avvelenarono le mie più care felicità. Non aveva io forse diritto di vendicarmi di questi uomini che furono con me senza pietà? Qual delitto commetto io? Forse quello di comprendere nelle mie rappresaglie tutti gli uomini indistintamente?

«E non sono pure inesorabili anche gli altri? Non mi danno la caccia su tutti i mari, come se io fossi una belva feroce, perché io mi vendico contro coloro che mi morsero il cuore? Non cercano tutti i mezzi possibili per annientare questa mia potenza che mi son fatta col mio coraggio? Marianna! Marianna! dillo tu, se io non aveva il diritto di vendicarmi di questi uomini. Dillo tu, dillo!…

– Sì! Sì! – esclamò con voce soffocata la giovanetta, che sentì allora di amarlo più che mai.

– Ah! tu confessi adunque che io non sono un assassino, che io non sono un miserabile. Tu confessi adunque che la Tigre della Malesia è degna d’amarti? Dimmi colle tue labbra divine che tu mi ami e io, la terribile Tigre, divento tuo schiavo!

– Sì, Sandokan. Ti amo! Ti amo e più oggi che ieri!

Il pirata l’attirò a sé e la circondò colle braccia tremanti. Un lampo di sconfinata gioia illuminava il suo truce volto, e le labbra, quelle labbra da tigre che avevano bevuto sangue umano, si apersero ad un sorriso di indefinibile felicità.

– Mia, tu sarai mia adunque! – esclamò egli con voce appassionata, ardente, accarezzevole. – Tu sarai della Tigre della Malesia, del pirata! Parla ora, Marianna, parla che io sono tutto tuo. Vorrai essere regina? Non avrai che a parlare e io diverrò tanto forte da farmi re per darti una corona e un regno. Vorrai essere ricca, la più ricca del mondo? Non avrai che da aprire le labbra e io andrò a saccheggiare l’India per coprirti di diamanti, di oro e di perle. Vuoi, perché abbi ad amarmi senza paura, che io mi faccia Inglese? Io, che odio tremendamente i tuoi compatrioti, mi farò Inglese. Vuoi che io abbandoni la mia sinistra carriera e il pirata scompaia dal mondo? Andrò a incendiare i miei prahos perché non abbiano più a corseggiare; andrò a inchiodare i miei cannoni perché non abbiano più a ruggire; andrò a struggere il mio covo sulla mia amata Mompracem e tradirò i miei compagni, il mio stesso fratello Yanez e il pirata, la Tigre si eclisserà, morrà. Dimmi ciò che vuoi, chiedimi l’impossibile e io lo farò. Per te, mi sentirei capace di sollevare l’intero mondo e di precipitarlo attraverso gli spazi del cielo!…

La giovanetta si chinò verso di lui sorridendo, cingendo con le bianche manine la sua testa.

– No, Sandokan – diss’ella commossa. – No, mia valorosa Tigre. Non ti chiedo che di amarti e di concedermi un lembo di terra lontana da questi luoghi che per entrambi sono irti di pericoli, un lembo di terra dove possiamo amarci senza paure.

– Sì! Sì! – esclamò il pirata delirante. – Sì, se tu vorrai, io ti porterò lontano lontano da questi luoghi che ridestano in entrambi dolorosi ricordi, tanto lontano che ogni pericolo per me scompaia, tanto lontano da non udirne parlare più mai, né della mia Mompracem, né della tua Labuan. Ti porterò su una di quelle isole solitarie, in uno di quegli eden che tu vai sognando, dove noi potremo andare assieme e danzare sulle onde del mare fra le brezze del levante, unico mio ricordo, e dove potremo andar a danzare sotto le foreste poetiche, tua unica rimembranza di Labuan. Parla, dillo, e io ti porterò lontano da questi luoghi e da questi popoli, dove dimenticati, ma felici, potranno vivere assieme, come due colombi innamorati, il terribile pirata che si è lasciato dietro torrenti di sangue e la gentile Perla di Labuan, dove una lagrima saranno i nostri dolori, un sospiro i nostri ricordi, un bacio le nostre gioie! Oh! dillo Marianna, che tu verrai!…

– Sì, mio valoroso Sandokan, io verrò, io verrò!… Senti ora, senti amico mio. Ti sovrasta un pericolo, ti sovrasta una scure. È orribile, ma i miei compatrioti hanno sete del tuo sangue e ti tendono un agguato.

Il pirata indietreggiò bruscamente guardando con due occhi spaventati la giovanetta.

– Marianna!… Marianna!… – gridò egli.

– Sandokan – continuò Marianna con maggior emozione. – Se io ti chiedessi un sacrificio, se io ti pregassi per compierlo, lo faresti tu?

– Tu mi fai paura, Marianna! Dimmi ciò che vuoi, e per quanto questo sacrificio sia terribile, te lo giuro, io lo compirò.

– Sandokan, ti si tende un agguato, ti si prepara un tradimento. Io tremo per te, io ho paura. Parti, mio prode amico, parti… Io lo voglio.

– Partire? Partire? – esclamò Sandokan con disperato accento. – Ma io non ho paura! Sono la Tigre!

– Sandokan, ti prego, parti finché ne hai il tempo. Mi pare di vedere i miei compatrioti correre per le foreste anelanti del tuo sangue. Ah! Sandokan, bisogna che tu parta, che tu ritorni alla tua isola. Ho dei sinistri presentimenti.

Per tutta risposta Sandokan si precipitò su di lei e la sollevò. La sua faccia poco prima commossa aveva preso una truce espressione; i suoi occhi balenavano, le sue tempie si gonfiavano e le labbra lasciavano vedere i denti.

– Quanto sei bella!… Quanto sei bella!.,.. – esclamò egli con istrana voce. – Marianna! tu mi metti il fuoco nelle vene.

Le sue avide mani parvero volessero lacerare i tessuti. Poi dette indietro come spaventato.

– No, No! – ripeté egli con voce strozzata. – Rimango! Rimango!… Rimango!…

Egli stette lì per alcuni istanti a mirarla col volto maggiormente cupo, poi facendo un improvviso voltafaccia, preso chi sa da quale bizzarria, si mise a fuggire pel parco febbricitante, e scagliossi nella foresta ruggendo come la tigre di cui portava il nome, varcando ruscelli, alberi atterrati e cespugli quasi da credere che fosse diventato pazzo.

Il pirata non si arrestò che alla riva del mare ancora colla febbre indosso, senza sapere come si trovasse là, poi ritornò indietro attraversando ancora la foresta, smarrendosi dieci volte di seguito, perdendo mezza giornata nell’uscirne e ritornò alla villa al cader del giorno. Egli domandò del lord.

– Non è arrivato – rispose uno degli indigeni, che ebbe paura di quell’uomo che pareva proprio pazzo.

– Bene, lo aspetterò.

Salì nel salotto senza prendere nulla. La giovanetta era là, inginocchiata dinanzi a una immagine colle mani congiunte. Il pirata vide due lagrime, due perle, solcare a lei le guancie e sentì il cuore sanguinargli.

– Marianna! – esclamò egli. – È forse perché io sono un pirata che tu piangi?…

– Tu qui? – gridò la giovanetta. – Sandokan, parti… ho paura… ritorna a Mompracem, ritorna!

– Paura? La Tigre della Malesia è qui: non piangere Marianna, non mi avranno.

In quell’istante si udì il galoppo di un cavallo, che si avanzava nel parco. Sandokan, senza sapere il perché, trasalì e portò la mano al kriss. La giovanetta si alzò con ispavento.

– Eccoli! Sono essi! Fuggi Sandokan… fuggi!

– Io! Io!…

La voce del lord risuonò sulle scale. Sandokan fiero, ma calmo, gli mosse incontro.

Lord James entrò, ma non era più lo stesso uomo partito alla mattina. Le rughe della sua fronte erano più profonde che mai, lo sguardo torvo, e vestiva la divisa di capitano di marina. Egli respinse con un gesto sdegnoso la mano che gli porgeva il pirata.

Sandokan impallidì e sentì il sangue affluirgli al viso. La giovanetta gettò un grido di spavento.

– Se io fossi stato un uomo come voi – gli disse il lord con accento freddo e sprezzante, – anziché domandare ospitalità a un nemico mi sarei lasciato morire nel fondo di una foresta. Ritirate quella mano lorda del sangue di cento vittime e gettate quel pugnale che vi disonora!

– Signore! – esclamò Sandokan, che capiva ormai di essere stato scoperto e che si apparecchiava a vendere caramente la vita. – Non toccatemi; la Tigre della Malesia potrebbe mordere la mano che l’ha guarita.

– Non un accento di più in mia presenza. Andate! – e il lord gli additò la porta.

Il pirata gettò uno sguardo sulla giovanetta inginocchiata dinanzi all’immagine, in preda allo spavento, semi-svenuta. Fe’ atto di precipitarvisi sopra, ma si frenò, ammutolì, e a lenti passi col portamento di un rajah, colla mano dritta sull’impugnatura del kriss e la testa alta, si diresse verso la porta, discese le scale, e soffocando i battiti del cuore giunse al parco. Allora gettò un vero ruggito e impugnò il kriss la cui lama scintillò ai raggi della luna.

A duecento passi lontano, dinanzi alle palizzate del parco si estendeva una linea di soldati pronti a piombare su di lui al primo squillo di tromba. Egli si arrestò sull’ultimo gradino.

CAPITOLO XI. La caccia al pirata

Se fosse stato in altri tempi, a quei tempi dove libero d’ogni legame si chiamava la Tigre della Malesia, il pirata, quantunque male armato e di fronte ad un nemico cento volte più numeroso, non avrebbe esitato un sol istante a gettarsi sulle punte delle baionette e aprirsi una strada in mezzo alle palle.

Ma ora aveva una giovanetta che lo aspettava ansante, ma ora la sua vita era impegnata, ora amava, ora non era più libero e non si poteva sforzare il passo irto di pericoli colla sicurezza di uscirne vittorioso. Vinto e prigioniero sarebbe stato per lui la morte ignominiosa sulla forca degli assassini e forse la morte di lei.

Ma non si smarrì. Per quanto i pericoli fossero giganteschi egli era l’uomo che non aveva paura. Tradito slealmente dal lord, che dopo averlo cacciato dalla sua casa lo gettava fra le braccia dei sanguinari Britanni che anelavano di vedere il suo sangue, non gli restava che di battere in ritirata e giuocare d’astuzia. La giovanetta lo avrebbe aiutato.

Non poteva ancora essere stato scorto dai soldati appostati lungo le palizzate del parco dietro gli alberi e i cespugli. Egli risalì le scale col kriss in mano ed entrò nel salotto dove il lord, poco prima, gli aveva additato la porta.

L’Inglese era ancora là dove l’aveva lasciato, colle braccia incrociate, e un sorriso freddo, sdegnoso sulle labbra. Solo la giovanetta era scomparsa.

– Milord! – disse Sandokan con voce rauca. – Se io vi avessi ospitato, se vi avessi onorato della mia amicizia, e poi conosciuto per un figlio delle giacche rosse, vi avrei additato la porta, ma non tradito. Laggiù, imboscati sulla medesima via dove io passerò, vi sono degli uomini. Non attendono che un segnale per gettarsi sulla Tigre disarmata.

«Vergogna; cento codardi guidati da un uomo sleale contro un solo pirata!

– Signore! – esclamò il lord rialzando fieramente il capo. – Non disonorate più oltre la mia casa colla vostra presenza. Voi che mi chiamate sleale, voi, che chiamate codardi degli uomini che hanno sfidato il fuoco in venti battaglie, siete un miserabile! Siete un assassino, perché assassinate vigliaccamente la gente inoffensiva, siete un ladro perché derubate onesti trafficanti, siete un codardo perché indietreggiate dinanzi a una baionetta.

La Tigre della Malesia a quei sanguinari insulti si scagliò sul lord, fremente d’ira, cogli occhi iniettati di sangue, col kriss alzato. Egli si mise a sogghignare atrocemente.

– Voi avete mentito! – gli urlò agli orecchi. – La Tigre mai saccheggiò pel solo capriccio di saccheggiare, mai assassinò gente inoffensiva, mai bevette il sangue di un uomo che non fu suo nemico. Mille voci si alzeranno in ogni tempo a difendermi: le voci delle donne che io sbarcai libere sulle coste senza aver torto capello, le voci di quei marinai che io lasciai sfuggirmi di mano perché non tanto forti da pugnare con me, le voci di coloro che mi videro in cento pugne primo all’attacco e ultimo nella ritirata. Ritirate quegli insulti, ritirate quelle parole, milord. Sarei capace di dimenticarmi di ciò che vi dissi un giorno quando mi curaste. Sarei capace di mordere la mano che mi guarì!

– Tacete! Uscite da questa casa, uscite vi dico – gridò il lord, che perdeva la flemma britannica.

– Per gettarmi sulle punte delle baionette, non è vero, milord? – disse Sandokan beffardamente.

– Ma che pretendete adunque da me?

– Che facciate indietreggiare quei soldati e che si lasci libero il passo alla Tigre della Malesia. Non rifiutatelo: sarei capace di barricarmi in questa villa che voi dite che io disonoro, e darle fuoco e bruciarla con me anziché arrendermi. Guardatevi, milord, guardatevi. La Tigre ha sete di sangue umano.

– A noi due adunque, Tigre della Malesia – urlò il lord, – a noi due; uno o l’altro dovrà morire.

Il lord aveva tratto la sciabola. Il pirata impugnò il kriss. I due nemici, terribili nemici, colle armi in pugno si guardarono fieramente provocandosi collo sguardo.

– Lo sapeva io, che lo sleale gentiluomo, dopo avermi tradito, mi avrebbe assassinato – sogghignò Sandokan facendo un salto indietro. – Orsù, milord, i momenti sono preziosi. Fate ritirare i vostri uomini.

Per tutta risposta l’Inglese fece una brusca mossa e si portò dinanzi alla porta sbarrandola colla sciabola, poi strappando da un chiodo un corno da caccia, mandò una nota prolungata.

– Ah! traditore! – esclamò Sandokan, che sentì il sangue ribollirgli per l’ira.

– È tempo, sciagurato, che la Tigre cada nelle nostre mani. Fra due minuti i miei uomini saranno qui, fra cinque daranno l’assalto, fra ventiquattr’ore il pirata sarà morto.

Sandokan mandò un sordo ruggito. Con un salto felino s’impadronì di una pesante seggiola, la sollevò sopra il suo capo e si slanciò sulla tavola. Faceva paura.

In quell’istante si udì al di fuori lo squillo di una tromba seguita subito da un grido straziante.

– Sandokan! Sandokan! – gridava una voce, che il pirata riconobbe in quella di Marianna.

– Sangue!… Sangue!… – urlò egli, e scaraventò la seggiola contro il lord precipitandovisi dietro.

Arrivò un secondo dopo, nel momento che il lord stordito dall’urto stava per abbandonare la posizione ritirandosi nel corridoio. Egli vi cozzò col capo e con tal violenza da rovesciarlo di colpo al suolo. La Tigre della Malesia alzò il kriss su di lui, sogghignando.

– Uccidimi, assassino! – gli disse freddamente il lord.

– Rammentatevi ciò che vi dissi alcuni giorni fa – disse il pirata, abbassando l’arma.

Gli strappò la sciabola, l’impugnò, cacciossi il kriss fra le labbra, e, senza aggiungere parola, slanciossi nel corridoio sbarrando la porta dietro di sé.

– Marianna!… Marianna!… – esclamò egli movendo verso la stanza della giovanetta.

– Sandokan! Sandokan! – gridò ella precipitandosi fra le sue braccia.

Il pirata gettò un urlo da tigre ferita e la strinse furiosamente al petto.

– Fuggi, Sandokan!… Ho veduto i soldati!…

– Li ho veduti, amor mio. Ma non avranno viva, no, la Tigre della Malesia.

Egli la trasse verso la fenestra, e la contemplò un istante al chiaro di luna, delirante, fuori di sé, ebbro d’amore.

– Sandokan, abbi pietà di me, fuggi! Ho veduto le punte delle baionette! – esclamò ella.

– Marianna!… Marianna, sarai mia non è vero? Sempre mia, del pirata, della Tigre?…

– Tua, sempre tua, Sandokan – mormorò la fanciulla, che si sentiva venir meno.

Il pirata accostò le sue labbra a quelle di lei, poi rizzandosi con un lampo d’orgoglio:

– Ora a me, cani d’Inglesi! Io mi batto per lei!…

Baciò un’ultima volta la giovanetta caduta in ginocchio, scavalcò il davanzale e mentre gl’Inglesi si avanzavano battendo la carica, precipitossi dalla fenestra e si cacciò in mezzo ai cespugli senza essere stato scorto.

Gl’Inglesi in grosso numero, che il pirata stimò più di cinquanta, dopo il segnale dato dal lord col corno da caccia, avevano subito marciato sulla villa formando un vasto cerchio che andava man mano restringendosi, fino a render impossibile la fuga dell’assediato che stretto fra un cerchio di baionette e avviluppato in una rete di fuoco avrebbe dovuto infallibilmente arrendersi. Un comandante, che Sandokan riconobbe subito per colui che il lord aveva chiamato col nome di William, li guidava facendo a loro frugare i cespugli quando diventavano troppo fitti, animato senza dubbio più dalla gelosia e dalla vendetta che dal dovere, prendendo tutte le precauzioni possibili, perché l’aborrito rivale non potesse sfuggire o gettarsi improvvisamente sui suoi soldati.

Il pirata, ancor col cuor oppresso e dilaniato dalla passione, ma ben deciso ad uscir vincitore da quella lotta ineguale preparatagli slealmente da lord James, o almen morire eroicamente dopo di aver venduto ben raramente la vita nascosto fra fitti cespugli, a duecento metri dalle palizzate del parco, rimaneva immobile senza fiatare, rattenendo l’ira che gli rumoreggiava nel petto e comprimendo i battiti del cuore.

Aveva dinanzi a sé un nemico cinquanta volte più numeroso, un nemico che non gli avrebbe dato quartiere fuorché per vederlo danzare all’estremità di qualche albero con una corda al collo, che spiava i minimi nascondigli, movendo innanzi coi fucili spianati diretti verso la casa dove supponevano che ancor si tenesse nascosto.

Sapeva che per vincere, per isfuggire alla mortal stretta, alla cerchia d’armi e d’armati, bisognava giuocare d’astuzia, spiare l’istante per aprirsi il passo col ferro in pugno, supplire coll’audacia la forza che mancava dinanzi a tanti leoni.

Una volta sfuggito alle loro palle, avrebbe saputo ben lui far ismarrire le sue traccie laggiù sotto le fitte foreste a dispetto di tutti gl’Inglesi di Labuan, a guadagnare le coste per quanto ben guardate fossero dagli incrociatori e mettersi in mare navigando verso Mompracem, sia su di una canoa scavata colle proprie armi o sopra di un prahos. Una volta raggiunti i suoi lidi, la sua isola, il suo covo, avrebbe saputo ben lui allora ritornare per rivedere Marianna, la Perla di Labuan.

– Avanti cani, avanti figli di una razza maledetta! – mormorò egli afferrando la sciabola. – La Tigre della Malesia non trema dinanzi a cinquanta leoni armati e ruggenti; la Tigre non si lascia vincere due volte né si lascierà prendere viva. Meglio cader pugnando da eroe coll’armi in pugno su di un cumulo di cadaveri, sotto gli occhi di lei, col nome di lei sulle labbra, anziché cadere nelle loro mani.

«Venite, venite a disputarmi la vita se avete del coraggio, venite a disputarmi la libertà, vieni tu, William, a disputarmi la giovanetta dagli occhi azzurri: troverete la Tigre! Mille uomini, in questo istante che io porto con me la promessa di lei, in questo istante che il suo sguardo lagrimoso mi segue, in questo istante che anelo la vendetta, non saprebbero arrestarmi. Mille cannoni non sarebbero capaci di sbarrarmi la via, mille navi non sarebbero capaci d’arrestare la mia canoa: mi sento tanto forte da pugnare con l’Inghilterra tutta!

Il pirata così parlando digrignava i denti e sentiva mille lingue di fuoco guizzargli nel petto, e mirava con occhio truce gl’Inglesi che si avanzavano passo a passo, fremendo tutto di gioia al pensiero di tuffar le armi nel loro sangue e sotto gli occhi di lei, pugnare col nemico così numeroso. Quando li vide a venti passi dai cespugli, si rizzò sulle ginocchia raccogliendosi su sé stesso come la tigre che sta per avventarsi sulla preda.

– Avanti! Avanti! – mormorò egli con indefinibile espressione di odio e di ferocia.

Il cerchio andava restringendosi sempre più man mano che si avvicinava all’abitazione del lord dalla quale non usciva il più piccolo rumore, tanto da credere che gli abitanti si fossero dati alla fuga o fossero caduti sotto il ferro del pirata. Quel silenzio pareva preoccupare vivamente i soldati, che tendevano l’orecchio con un misto di ansietà e di timore, esprimendo le loro opinioni e i loro terrori con voce sommessa.

– Che il nostro uomo abbia fatto un massacro di tutti gli abitanti? – diceva un soldato.

– Si sarebbe udita qualche moschettata, qualche grido, qualche altro segnale – diceva un altro.

– Eh! – saltò su a dire un Irlandese riconoscibile per la sua pronuncia. – I pirati sono come i gatti, saltano, graffiano e fuggono senza far rumore. Non sarei sorpreso se egli avesse preso di già il volo.

Gl’Inglesi si avvicinarono ancora di alcuni passi gettando uno sguardo sospettoso sulla casa. Il pirata si raccolse, allontanò senza far rumore i rami, e misurò la distanza stringendo come una morsa la sciabola e facendo passare il kriss dalle labbra alla mano sinistra. Egli stava per avventarsi su di essi e aprirsi il passo attraverso le punte delle baionette, quando il corno da caccia di lord James risuonò.

– Ancora un segnale! – esclamò il pirata rattenendo lo slancio.

Il cerchio dei soldati si arrestò quasi subito. Il tamburo batté la carica rumorosamente.

– Ah! Il pirata è imboscato attorno la casa, adunque? – disse un soldato. – Non li ha ammazzati.

– La Tigre non ci sfuggirà. Attenti, giovanotti, passo rapido ma sicuro, orecchio e occhio in guardia e pronti a cacciare mezzo piede di lama nel carcame di quel miserabile – comandò un caporale.

Il pirata guardò quell’uomo attraverso il fogliame e sorrise là sotto, dinanzi al nemico che lo avrebbe crivellato di ferite se lo avesse potuto scorgere, e accarezzando la lama della sua sciabola strappata dalle mani di una giacca rossa fissò il sanguinoso sguardo in quello dell’insultatore.

La carica si batté accompagnata da squilli di tromba. I cinquanta uomini si precipitarono innanzi rapidamente attraverso i cespugli movendo verso la villa. Il pirata misurò la distanza alzando la sciabola. Non li aspettò. Si rizzò tra i rami come una spaventevole apparizione, fece un salto di dieci passi da invidiare una tigre, piombò come un lampo sul nemico che si avanzava coi fucili montati, spaccò in due la testa del caporale facendone schizzar le cervella e scomparve sotto gli alberi ancor prima che gli Inglesi potessero riaversi dall’inaspettato attacco. Aveva le ali ai piedi; il pericolo raddoppiava la velocità.

Se non riusciva a porsi in salvo nei boschi dopo di aver varcate le palizzate prima che il nemico pensasse ad organizzare in furia un inseguimento, quella fuga poteva diventargli fatale. Si slanciò sul recinto con un solo salto aggrappandosi ai rami degli alberi e si gettò sulle rive dello stagno, lo passò a guado in meno di quello che lo si dica e si diede alla fuga nel mezzo della foresta, protetto dalle tenebre senza pensare che a frapporre tra sé ed i suoi nemici la maggior distanza possibile.

Nel momento che egli eseguiva quel secondo salto non meno ammirabile del primo sulla palizzata, gli Inglesi si erano lanciati come un sol uomo sulle sue traccie.

Egli li aveva uditi, aveva raccolte le loro grida di furore e le detonazioni delle loro armi, le cui palle recidevano i rami degli alberi e si schiacciavano contro i tronchi, ma ormai se ne rideva del loro numero e della superiorità dei mezzi.

Libero nella foresta dopo essere quasi miracolosamente fuggito a un pericolo sì grande nel momento in cui credevano di averlo nelle mani, non li temeva più, là, sotto gli alberi dove aveva agio di spiegare le astuzie della tigre, di far perdere le sue traccie ai più fini segugi, di opporre la rapidità al numero, il valore alla forza preponderante di quei che anelavano di vendetta, che volevano il suo sangue. Che importava a lui che tutta Labuan si mettesse in caccia quando era libero, armato, quando a ogni passo avea un rifugio, un nascondiglio impenetrabile, un mare che egli considerava come un amico, una giovanetta che gli soffiava all’orecchio la parola: t’amo? Non sarebbero stati capaci, no, di afferrare la Tigre della Malesia viva in mezzo al suo elemento, là, dove si preparava a lottare con quella ferocia che spaventava i più coraggiosi, dove si correva pericolo di vederla sorgere sotto a ogni cespuglio, sotto ogni ramo o piombare dall’alto degli alberi e dove toccava colpire.

– Mi si venga a trovare sotto le foreste, mi scovino questi miserabili cacciatori che fremono dinanzi alla tigre di Labuan; essi cadranno dinanzi alla Tigre della Malesia, fuggiranno come una banda di fanciulli spaventati dinanzi al ruggito di una belva. Solchino i mari coi loro fumanti incrociatori, battano i cespugli coi loro cani e coi loro cavalli, chiamino alle armi la popolazione intera, ma io passerò. Il mio prahos passerà là dove cento altri sono caduti, la mia sciabola si aprirà un varco là fra mille baionette, dove i più coraggiosi sono caduti. Mi ha detto di ritornare a Mompracem per rivedermi vincitore sotto le mura del suo parco, e lo sarò. Sì, Marianna, sì, fanciulla divina, degna della Tigre della Malesia, ritornerò per istrapparti da questi luoghi donde hanno scacciato colui che tu dicesti d’amare, per vendicarne l’affronto, e per trasportarti nella mia isola, nella mia Mompracem, fra i miei, e di là ove tu vorrai!

Le grida degli Inglesi man mano che si allontanava nella foresta correndo come un cavallo, andavano affievolendosi sempre più e le detonazioni diventavano più rare. Il pirata si arrestò un istante ai piedi di un gigantesco albero della canfora, per riprendere il respiro, per scegliere la via da prendersi in mezzo a quelle centinaia e centinaia di piante, le une più grandi delle altre, dove si vedeva come smarrito ad onta della sua solita perspicacia e per pensare sul da farsi in una posizione tanto difficile, su di un’isola nemica, con cinquanta uomini alle calcagna che gli davano la caccia.

La notte era chiara, grazie alla luna che brillava in un cielo senza nubi, spandendo i suoi raggi azzurrini di una infinita dolcezza, di una trasparenza vaporosa, che brillavano sulle fitte verzure, punteggiando in mille differenti guise il terreno coperto di rami e di foglie, scintillanti per la rugiada.

Il pirata avrebbe voluto che la notte fosse più oscura della culatta di un cannone da trentadue per correre meno pericolo di essere scorto dai suoi numerosi nemici di già lanciati sulle sue tracce per imboscarsi e sorprendere con più facilità qualche cacciatore troppo audace e cacciarsi dietro di lui nel dedalo della foresta. Aveva da guardarsi dalle palle che potevano da un istante all’altro piovere su di lui e fargli battere l’aria colle mani.

– Il nemico ha cominciato l’inseguimento – disse il pirata dopo di aver rattenuto il respiro e teso l’orecchio per cercar di raccogliere i minimi rumori. – Non bisogna commettere né pazzie né imprudenze, non bisogna aver fretta ma aspettare che abbia smarrito le tracce o perduta ogni speranza di raggiungermi. Essi pensano che io corra verso il mare per cercar qualche prahos: bene, io volgerò le spalle, fuggirò nella foresta e guai a loro se avranno l’ardire di venirmi a scovare.

Raccolse tutta la sua energia e tutte le forze centuplicate dall’amore e dall’odio, dalla libertà e dalla sete di vendetta, e, colla sciabola in pugno, dopo di essersi orizzontato colle stelle, volse le spalle alla costa e s’internò nella foresta dirigendosi a oriente, con passo silenzioso e rapido. Non conosceva i luoghi che aveva percorso una sola volta durante la caccia della tigre, ma tirava innanzi colla sicurezza di un indigeno, seguendo un sentieruzzo quasi invisibile che credeva conducesse nel più folto dei boschi, aprendosi spesso il passo fra cespugli spinosi a colpi di sciabola, scalando tronchi d’albero abbattuti chi sa da quanti secoli per decrepitezza e dal fulmine, e ora ricettacolo di un mondo d’insetti schifosi, arrampicandosi sui rami quando alberi troppo riuniti formavano una barriera che non poteva venir superata che mediante una scalata, che il pirata tosto eseguiva coll’agilità di una scimia verde, senza far gemere i rami e senza smovere le foglie, rumori che avrebbero potuto destare l’attenzione di qualche cercator di piste.

Continuò così a camminare, o meglio a strisciare, per più di un’ora, arrestandosi quando un uccello spaventato dalla sua presenza levavasi mandando strida di terrore o quando un animale selvatico prendeva la fuga urlando, e giunse sulle rive di un torrentello largo al più sei o sette piedi e le cui sponde erano coperte da fitte piante.

Egli si fermò un istante, guardando attentamente a dritta, a manca, dinanzi e di dietro, e assicurato del silenzio profondo che regnava a lui d’intorno, entrò nel letto fangoso.

– Non conoscono ancora tutte le astuzie della Tigre – mormorò egli sorridendo a fior di labbra. – Questa notte forse non ardiranno darmi la caccia in mezzo a questi alberi ma domani non si accontenteranno di ronzar sul limite della foresta. Hanno dei cani, degli animali intelligenti, ai quali il lord darà da fiutare qualcuno dei miei cenci, e si metteranno in cerca di me assieme a questi maledetti.

«La Tigre della Malesia sarà inseguita come la tigre di Labuan e da mastini e da cacciatori, cercata d’albero in albero, di cespuglio in cespuglio, a me adunque l’astuzia per far smarrire ogni mia traccia.

Il pirata rimontò il torrentello per un centinaio di passi, coll’acqua fino alle ginocchia, camminando su di un letto limaccioso dove penava a tenersi in piedi fra foglie e rami imputriditi e vermi d’acqua che schiacciava a centinaia, aprendo spesso colle dovute precauzioni le fronde degli alberi curvi, arrestandosi e abbassandosi. Bisognava far perdere le traccie non solo agli uomini ma anche ai cani e vi si adoperava a tutta lena. Non si arrestò che di fronte a un ramo colossale che si tendeva orizzontalmente al di sopra delle acque mormoranti.

– Ecco con che far impazzire i più arrabbiati cercatori di piste – mormorò egli e si rizzò a forza di braccia, strisciandovi sopra fino a guadagnare il tronco dell’albero, e cominciando la sua marcia aerea.

Per lui arrampicarsi di ramo in ramo come una scimia, passare di albero in albero senza far rumore, era un giuoco che aveva fatto cento volte nelle foreste di Borneo e di Mompracem. Sarebbe stato capace di percorrere cento miglia in quella maniera, passando sopra le teste dei nemici, senza destare la loro attenzione.

Aveva di già replicata sei volte l’audace manovra, quando un rumore, che sarebbe facilmente sfuggito a un orecchio che non fosse stato il suo, giunse fino a lui. Arrestò la pericolosa ascensione e ascoltò rattenendo il respiro, colla sciabola fra i denti e l’occhio in guardia, fisso al di sotto del folto fogliame.

Due uomini, due ombre silenziose si avanzavano cinquanta passi lontano, curvi fino a terra, osservando minutamente le foglie calpestate e i rami spezzati. Non tardò a conoscerli per due soldati.

– Ecco il nemico – mormorò egli. – Mi ha preceduto o mi sono io smarrito?

I due cercatori di piste, dopo di aver percorso alcuni passi, si arrestarono guardandosi attorno con un movimento pauroso che non sfuggì alla Tigre. Uno di essi guardò nell’aria scrutando fissamente il fogliame.

– Sai, John, che io ho una paura maledetta nel trovarmi sotto queste foreste? – disse egli.

– Lo so, e io non vado esente dallo stesso sentimento – rispose il compagno. – L’uomo che noi cerchiamo non è un uomo, è una tigre, che si nasconde anche sotto una foglia e che potrebbe capitarci addosso come il fulmine e mandarci al diavolo entrambi. Hai tu veduto come ha spacciato quel povero caporale?

– Perdio, se l’ho veduto! Ah! È ben un terribile uomo quello che noi andiamo cercando. Si correva all’assalto credendolo barricato nella casa, e invece era nascosto fra i cespugli come una tigre. L’ho veduto un sol istante, ma t’assicuro che mi è bastato, e che non vorrei vederlo mai più. Ha spaccato nettamente il cranio, al povero uomo ed è scomparso lasciandoci con un palmo di naso.

– Ma lord Guillonk, che diavolo faceva che non fu capace di ammazzarlo nella sua stanza?

– Ammazzarlo? Credi tu che si possa ammazzare così facilmente il terribile bandito che non ha paura di cinquanta dei più coraggiosi soldati d’Inghilterra incanutiti nelle più sanguinose battaglie? A quanto mi si raccontò, egli si è gettato sul valoroso capitano come una tigre, e dopo di averlo atterrato, quantunque non possedesse che un solo kriss, l’ha disarmato prendendo poi la fuga, senza lasciar traccie di sé preferendo saltar giù da una fenestra anziché incomodarsi a scendere le scale.

– Credi tu, Harry, che si giungerà a prenderlo? Io ne ho i miei dubbi.

– E io ho i miei, John. Quell’uomo è il diavolo in persona, che sarà capace di elevare una barriera insuperabile fra sé e i suoi inseguitori, barriera che durerà fino a che troverà mezzo di imbarcarsi e di veleggiare verso la sua dannata Mompracem a dispetto degli incrociatori. Che pazza idea che ha avuto di venir ad approdare a Labuan.

– Ma a onta di tante difficoltà, non mancano coloro che sperano di pigliarlo. Uno di questi è il baronetto William, quello che fa gli occhi dolci a lady Marianna. Egli ha giurato che vivo o morto prenderà la Tigre; credo che sia il prezzo del matrimonio stabilito con lord James.

– Si fa presto a dirlo, che vivo o morto si prenderà, il bello si è a scovarlo prima di tutto, e chi sa dove diavolo questo pirata si sarà nascosto. Io scommetto che mentre noi lo cerchiamo da questa parte, e gli altri frugano la costa occidentale, egli vola invece verso le coste settentrionali.

– Hai ragione, e il nostro isolamento mi preoccupa. Non abbiamo che il sergente Willis che ci segue. Non so chi ci potrà aiutare se ci troviamo di fronte al terribile pirata. Pieghiamo all’ovest Harry.

– E il sergente?

– Al diavolo il sergente! Quando non ci vedrà più, piglierà pur egli la via all’ovest, ben sapendo che il pirata si è diretto al sud, dove si dice che vi sia un prahos ancorato.

– Andiamo allora. Willis si trarrà d’impiccio da sé.

I due soldati, dato uno sguardo all’intorno per iscarico di coscienza, se la batterono rapidamente scomparendo sotto gli alberi.

Il pirata, che non aveva perduto sillaba dei loro discorsi, quando non udì più i loro passi, si lasciò scivolare fino a terra senza rumore.

– Bene – diss’egli. – Si ha paura della Tigre, ma la si insegue. Tutti mi danno la caccia piegando verso le coste occidentali e meridionali, dove si dice essere un prahos, benissimo, saprò regolarmi per volgere loro le spalle. Stiamo attenti però; ho un sergente alle calcagna, Willis. Lo incontrerò.

Egli riprese la silenziosa marcia, dirigendosi all’est, dove sapeva non esservi cacciatori.

Entrò una seconda volta nel torrente, e guadagnò la riva opposta sbarrata da una fitta cortina di cespugli, si aprì il passo e rientrò nella foresta sempre più oscura. Stava per guadagnare un albero sul quale contava di passare il restante della notte per ripigliare all’indomani la fuga quando una voce imperiosa, minacciosa gli gridò agli orecchi:

– Se fate un passo, se fate un gesto, siete morto!…

CAPITOLO XII. Giro Batoë

Un uomo si era rizzato bruscamente dietro un cespuglio a cinque soli passi di distanza, col fucile teso orizzontalmente. Il pirata che si era arrestato, senza provare il minimo spavento alla terribile intimazione, senza abbandonare la sciabola che brandiva, pronto a servirsene, aveva subito riconosciuto in quell’ombra, che pareva decisa a eseguire alla lettera la minaccia, un Inglese che non dubitò più fosse il sergente Willis poco prima nominato dai cercatori di piste.

Il singolar uomo, che si credeva, quantunque armato di una sola sciabola e di un solo kriss, tanto forte da far scomparire con un soffio quella giacca rossa, e che trovava sommamente ridicolo il misurarsi con uno solo, dinanzi alla minaccia che poteva costargli la vita, si mise a ridere, ma con quel riso che faceva fremere i più coraggiosi e che arrestò lo slancio del sergente che forse si sentiva tentato di lasciare partire la fucilata.

– Sai tu chi io mi sono? – domandò Sandokan accentando ogni parola e fissandolo con due occhi che brillavano come due carboni accesi, nella semi-oscurità.

– Eh! – fe’ il sergente che si sentì suo malgrado correre un brivido per le ossa. – Non occorre essere né lord Guillonk, né il baronetto William, per riconoscere il capo dei pirati di Mompracem.

– Credi tu di non ingannarti? – domandò il pirata la cui voce sibilava come il sibilo di un serpente.

– Oh! Scommetterei una settimana della mia paga contro un penny, che voi siete Sandokan.

– No, io sono la Tigre della Malesia.

I due uomini si misurarono collo sguardo e in silenzio, l’uno fremente d’ira, beffardo, minaccioso, quantunque la sua vita pendesse da una palla di fucile, l’altro fermo come una rupe ma spaventato e sorpreso di trovarsi, in piena foresta, di fronte a quell’uomo il cui valore e la cui ferocia era popolare.

– Orsù – disse Sandokan dando in uno scroscio di risa che l’eco della foresta ripeté. – Orsù, sergente Willis, se hai del coraggio per azzuffarti colla Tigre, a noi due.

– Come sapete il mio nome? – domandò l’Inglese che ebbe un superstizioso terrore.

– Guarda, cane d’Inglese. Pochi minuti fa, due uomini camminavano a cento passi da me seguendo la mia pesta o credendola di seguire. Sono piombato su di essi come l’aquila piomba sulla sua preda, li ho fatti parlare. Io sapeva che tu mi eri vicino, che mi spiavi dietro il cespuglio.

– E che avete fatto dei miei uomini?

– Quando la Tigre ha sete beve sempre sangue – rispose Sandokan con voce lugubre, cercando spaventare il soldato per gettarsi improvvisamente su di lui. – I loro corpi sono distesi dietro quelle arecche coi fianchi aperti.

– Ah! brigante! – esclamò il soldato che indietreggiò prendendolo di mira.

– Sangue, Willis! Sangue! – urlò il pirata alzando la sciabola.

Il colpo non parti per l’umidità della polvere. Ancor prima che il sergente potesse impugnare la daga, Sandokan l’atterrò serrandogli la gola con due mani di ferro.

– Grazia! grazia! – balbettò il poveretto che si sentiva strozzare. Sandokan aprì le mani e si alzò raccogliendo il fucile di lui.

Andò a sedersi a tre passi di distanza, fissando sul soldato due occhi che facevano paura.

– Vedi – gli disse con accento marcato ma cupo. – La Tigre della Malesia non si può uccidere, è invulnerabile. Come potevi tu ammettere che io, spirito infernale, mi lasciassi ammazzare? Io, che sfidai il fuoco di mille cannoni, io che affrontai la morte in cento abbordaggi, io che sono protetto da Belzebù?

– Ah! – esclamò il soldato battendo i denti dalla paura. – Voi siete uno spirito infernale?

– Te l’assicuro. Fui io che arrestai la tua palla nel momento che stava per partire.

– Voi mi fate paura.

– Lo credo.

L’Inglese si passò le mani attorno al collo. – È vero che non mi avete strangolato?

– Vero, cane d’un sergente – rispose Sandokan. – Senti ora, tu sei coraggioso, vuoi essere pirata?

– Oh!… Mai! Mai!

– Hai ragione. È tuo dovere il restar fedele alla tua bandiera. Parliamo d’altre cose allora, ma bada di non ingannar la Tigre: potrebbe capitarti sventura. Dove credono che io sia fuggito?

– Nei boschi – rispose il soldato.

– È poco. Parla ancora, ma spicciati, che i momenti per me sono preziosi.

– E se io non volessi parlare?

– In tal caso ti farei saltare le cervella. Sarebbe una vittima di più, che aggiungerei alle altre.

– Bene, si crede che siate fuggito verso la costa occidentale nascondendovi nelle paludi o nelle foreste o in qualche capanna d’indigeni, aspettando l’occasione di raggiungere le coste del sud ove si crede che abbiate un prahos. Non crediate però di sfuggire alle ricerche dei miei compatrioti: sono tutti in caccia dietro le vostre orme, guidati da un baronetto che pare abbia qualche conto da saldare. Non ne so di più, potete uccidermi se lo credete, ho parlato anche troppo.

– Quando io nel parco ho spacciato quel caporale, che ha fatto il baronetto William?

– Ah! Voi, lo conoscete anche? Si è morso le dita, ha bestemmiato, ha urlato inveendo contro lord Guillonk che vi aveva lasciato fuggire, poi si è precipitato nella villa. Si dice che abbia parlato a lungo col capitano, che vi sia stata qualche promessa fra loro, cui non sarebbe estranea lady Marianna; il fatto è che si mise in caccia con tutti i suoi uomini senza perdere un sol istante.

– Ah! – esclamò Sandokan sogghignando. – Ecco ciò che io voleva sapere. Io e lui!…

Stette un momento come immerso in un doloroso pensiero, poi cangiando tono:

– Spogliati della tua divisa; ti faccio dono della vita.

Il soldato ubbidì. Sandokan bene o male la indossò, senza dimenticare né la cintola, la cartucciera, e il berretto che si calcò bene in testa. Nel trovarsi così vestito, da giacca rossa, si mise a ridere.

– Non havvi contingente indiano o malese a Labuan? – domandò al soldato che lo guardava attonito.

– Che volete fare del mio vestito? Non abusate del mio grado e del mio nome.

– Se vuoi che ci lasciamo da buoni amici, non aprir bocca, senza che io l’ordini. Orsù, fra coloro che mi danno la caccia, non vi sono uomini di colore? Non ingannarmi, Willis; sarei capace di ritornare.

– Vi sono degli indiani, fanteria del Bengala – rispose il sergente.

– Bene, io passerò per un indiano – disse Sandokan. – E ora non fare resistenza.

Trasse da saccoccia una corda, e legò le mani e i piedi al soldato che non ardiva resistere. Finito ciò, se lo caricò sulle spalle colla stessa facilità che fosse un fanciullo e lo portò in mezzo ad una folta macchia assicurandolo con una forte liana a un ramo; vi gettò accanto la sciabola dopo di averla spezzata in due e si accinse a partire.

– Voi dite di salvarmi, ma non sapete che mi gettate fra le unghie della tigre? – disse l’Inglese spaventato.

– Bah! – fe’ Sandokan. – Le tigri non sono sì numerose come credi dopo quella che ho ammazzato ieri in questi dintorni. Ringrazia colei a cui devi la vita; non dimenticarti di Marianna Guillonk.

Ciò detto il pirata, nelle vesti d’Inglese, si allontanò, dopo aver cambiata carica al fucile.

– Quando mi si vedrà, passerò per un sergente della fanteria del Bengala – mormorò egli. – Passerò in mezzo a tutti i cacciatori a fronte alta, come un bravo comandante.

«Una gherminella non sarà mai riuscita così bene; Marianna stessa, la cara fanciulla, riderà pur essa quando gliela racconterò.

A quel nome involontariamente evocato, la fronte del pirata s’oscurò e i lineamenti del volto si contrassero dolorosamente. Egli portò le mani al cuore e un gemito gli uscì dalle labbra.

– Silenzio, silenzio – mormorò egli con cupa voce. – Non nominiamola, non pensiamo a lei. Sento che impazzisco, sento il cuore lacerarsi. Avanti, tiriamo avanti.

Si rimise in cammino con passo rapido stringendosi fortemente il petto, come volesse arrestare i battiti precipitosi del cuore.

Camminò tutta la notte facendo due sole fermate per tracannare un sorso di wisky trovato nella botticella del sergente, e sul far del giorno giunse ad una piccola radura circondata di colossali artocarpi. Stava per sedersi dietro un cespuglio per prendere un po’ di riposo, quando si sentì chiamare.

– Ohe! camerata! Ohe! Che diavolo andate cercando col naso a terra? – gridò una vociaccia rauca.

Il pirata, per nulla spaventato, girò attorno lo sguardo e vide distesi sotto un albero due soldati che riconobbe subito per quelli veduti alla notte. Avevano i fucili gettati a terra e prendevano il sole fumando colle loro pipe senza preoccupazioni di sorta.

– Ehi! – gridò Sandokan accentuando la pronuncia inglese. – E così che voi cacciate?

– Abbiamo cacciato tutta la notte – rispose colui che aveva udito chiamarsi Harry, – e senza trovare la traccia del pirata. Due minuti di riposo e poi, affé di Dio! dietro come cani a quel miserabile!

– A quale compagnia appartenete? – domandò Sandokan che rideva in cuor suo della gherminella.

– A quella del sergente Willis. L’avete incontrato voi? Egli cacciava all’oriente.

– Abbiamo cacciato assieme, e la pista è stata scoperta – rispose il pirata ma senza avvicinarsi. – Credo che voi farete bene avvisare i cacciatori dei dintorni di portarsi immediatamente al sud, se si vuol giungere in tempo di arrestarlo. Venti sterline al sole per chi avrà l’onore di scoprirlo.

– Voi, sergente, mi assicurate che la pista fu trovata? – chiese John saltando in piedi.

– Sicuro, e farete bene a non perdere tempo. Portate l’ordine all’intera compagnia di spingersi rapidamente al sud, e fate parlare al comandante William. Spicciamoci, amici, o il pirata prenderà il volo: venti sterline e un rapido avanzamento stanno nell’aria. Tutti al sud, mi capite, al sud.

Non ci voleva di più per allettare i due soldati. Raccolsero i fucili, cacciarono in tasca le pipe e augurato il buon giorno se la batterono con una certa rapidità per spargere la buona novella, scomparendo sotto gli artocarpi. Il pirata li seguì fino che poté collo sguardo, poi tornò a cacciarsi in mezzo alla macchia mormorando:

– Abbiamo del tempo; finché riposerò, essi mi sbarazzeranno la strada fino alla costa.

Chinò la testa sullo zaino, si assicurò che il fucile era a portata della sua mano e si addormentò senza più preoccuparsi dei nemici, più che sicuro di trovare al suo svegliarsi la strada libera.

Quanto dormì non avrebbe potuto dirlo, ma certamente poco, poiché il sole era ancor alto. Fu svegliato da una repentina detonazione che risuonò sotto la foresta, accompagnata da un galoppo precipitato.

– Che mi abbiano scoperto? – mormorò il pirata svegliandosi del tutto e raccogliendo la carabina.

Si rizzò sulle ginocchia e allontanando i cespugli con infinite precauzioni guardò. In sulle prime non vide nulla; udì solo il precipitato galoppo di un cavallo e credette che si trattasse di qualche cacciatore lanciato dietro a qualche babirussa, ma ben presto vide sbucare da una fitta macchia un uomo che non esitò a riconoscere per un Malese, il quale, con un kriss in una mano e un grossissimo randello nell’altra, attraversò in un lampo la radura, cacciandosi sotto un cespuglio vicino.

Quasi subito comparve un cavaliere col fucile ancor fumante in mano.

Era un Inglese, un soldato, che pareva in sulle furie, bestemmiando con vivacità e dando violenti strappi al cavallo che si impennava. Egli balzò d’arcione, prendendo una pistola che armò.

– Ah! la canaglia era nascosta laggiù fra i cespugli, dove strisciava come un serpente – gridava egli ponendosi a cercare con somma attenzione. – L’ho veduto appena, appena, ma mi è bastato per riconoscerlo. My-God! Era proprio il terribile Sandokan, la Tigre della Malesia. Se questo cavallo del diavolo non si fosse imbizzarrito, a quest’ora lo avrei nelle mani, ma non mi scapperà, no. Andiamo, giovanotto mio, non perdiamo tempo, frughiamo ben bene i cespugli e guardiamoci attorno. Bisogna guadagnare le cinquanta sterline promesse dal baronetto.

Il cavaliere, terminato il suo monologo, colla sciabola nella mano dritta e la pistola nella sinistra, penetrò nelle macchie, allontanando prudentemente i rami coll’arma e frugandovi nel mezzo colla punta, andando e venendo, bestemmiando in buon inglese.

Mentre il soldato frugava, Sandokan sempre nascosto fra i cespugli, cercava di vedere il Malese che aveva poco prima attraversato la radura facendosi inseguire pel terribile pirata. Ma per quanto si allungasse e girasse attorno gli occhi non ne venne a capo; si avrebbe detto che il fuggiasco fosse sparito sotto terra.

– Chi può esser mai questo Malese? – si domandò Sandokan. – Se ha tanta premura di non farsi vedere, non può essere che un individuo sospetto. Se fosse uno dei miei tigrotti?

La supposizione non era niente affatto ardita. Poteva darsi che quelli di Mompracem giustamente impensieriti del ritardo dei prahos e dell’assoluta mancanza di notizie, avessero spedito uno dei legni a Labuan.

Sandokan non esitò più a credere che quell’individuo, che tenevasi celato, fosse un pirata di Mompracem.

– In tal caso – diss’egli, – bisogna guardare che non venga scoperto e mandare al sud quel bestemmiatore. Non può riconoscermi, ne sono certissimo.

Stava per alzarsi e farsi vedere, quando dieci passi lontano vide muoversi i cespugli e apparire una testa. Tornò quella testa a sparire, ma non tanto presto che Sandokan non avesse a riconoscerla. Egli rattenne a malapena un grido.

– Giro Batoë! – esclamò. – Ah, il mio bravo Malese!

Giro Batoë era uno dei più intrepidi tigrotti di Mompracem, che aveva fatto parte della disgraziata spedizione sulle coste di Labuan. Sandokan, se ben si ricordava, lo aveva veduto cadere ferito ai suoi piedi e poi precipitare in acqua nella disunione dei due prahos.

Come trovavasi lì, era difficile saperlo. Senza dubbio era stato raccolto da qualcuno o aveva nuotando raggiunta la costa.

– Ecco un brav’uomo che bisogna salvare – mormorò Sandokan e senza esitar più si rizzò uscendo a metà dai cespugli, nel mentre che il Malese sorpreso dalla vicinanza del soldato, che aveva tutte le ragioni per crederlo un Indiano lanciato dietro le sue traccie, si aggomitolava su sé stesso per rendersi meno visibile.

Il cavaliere che andava e veniva bestemmiando vide subito Sandokan.

– Tò! un soldato! – esclamò il cavaliere guardandolo come un uomo che non crede ai propri occhi.

– Cercate un babirussa, che frugate tutti i cespugli dei dintorni? – domandò Sandokan. – Non è il momento questo, amico mio, bisogna aspettare la notte, e una notte magnifica, se lo si vuol trovare.

– Il babirussa! È un animale ben peggiore quello che io vado cercando, una vera tigre con denti e artigli capaci di spacciarci entrambi prima di prendere le armi. Non cacciate voi forse il pirata di Mompracem?

– Senza dubbio – rispose Sandokan. – Sono imboscato da tre ore, e sempre sulla sua pista.

– Sulla sua pista? E io ho scovato il pirata in persona. Non l’avete veduto voi attraversare la radura?

– In fede mia, non ho udito che il vostro colpo di carabina. Scommetterei che il furbo ha preso il volo verso il sud dove si dirigono le sue traccie. Si dice che corra come un cervo, e senza un cavallo non si riuscirà a prenderlo; se prendete la via del sud, non mi stupirei che aveste a trovarlo.

– A trovarlo sarebbe forse facile – rispose il cavaliere raggiungendo il suo cavallo. – Il difficile è a prenderlo, e vi confesserò che non mi sentirei d’averne il coraggio se non vi fossero una cinquantina di sterline, sulle quali conto per fondare una fattoria una volta gettata la sciabola del soldato. Andiamo, sergente, gl’Indiani sono tutti cavalieri, montate con me.

– E voi lo pensate? – disse con vivacità Sandokan che gettava di tratto in tratto uno sguardo ove si teneva imboscato il Malese. – Se noi lo inseguiamo verso il sud, credete che il pirata si lascierà inseguire su quella strada, quando alle spalle non vi ha nessun nemico? Si nasconderà in qualche macchia, dove un cane non sarà capace di trovarlo e si seppellirà sotto i pantani se non troverà meglio d’inerpicarsi sulle cime degli alberi come una scimia e poi un passo a dritta, un altro a destra, un semi-cerchio e indietro al galoppo ridendosi dello stratagemma. Noi lo inseguiamo tutti e due al sud ed egli fugge al nord.

– Per San Gilles! Voi avete ragione, sergente. L’ho sempre detto io, che un Indiano è furbo quanto un pirata – disse il cavaliere. – Sicché, voi restate e io vado a stanarlo.

– Sicuro e guardate se sarà possibile di allogargli una buona palla nella testa o almeno di cacciarlo dalla mia parte. Vi giuro sulla barba di Brama, che non mi scapperà.

– State in guardia però, sergente – disse l’Inglese salendo in sella. Stava per allentare le redini e partire, quando Sandokan l’arrestò con un cenno della mano.

– Una parola, se me lo permettete – gli disse.

– Due, sergente, se volete. Ma spicciatevi, che mi sembra di udire il tintinnìo delle cinquanta sterline di lord William.

– Voi avrete più occasione di me di recarvi alla villa di lord James.

– Lo credo, dal momento che i miei compagni si son accampati nel parco.

– Cercate di vedere lady Marianna e ditele che il malese Whu-Pulau ha passato felicemente le linee delle giacche rosse. Non mancherete di ricevere un pugno di fiammanti sterline.

– Non mancherò di farlo. E chi sarebbe questo Malese?

– Alto là! Non parliamo di cose che riguardano solo la lady. Andate, amico mio, o il pirata farà tanta via da far crepare il vostro cavallo prima di raggiungerlo.

– Sono una bestia! Avete ragione, sergente – e il cavaliere, salutato militarmente, spronò il cavallo e partì alla carriera internandosi nelle foreste.

– Corri, corri, animale – mormorò Sandokan accarezzandosi la barba con compiacenza. – Lady Marianna avrà mie nuove dal mio stesso nemico.

Stette un momento lì immobile, pensieroso, triste, poi si diresse verso i cespugli ove se ne stava Giro Batoë che aveva assistito senza batter palpebra alla conversazione, fuori di sé dalla gioia nel rivedere il suo terribile capo ancor vivo.

– Ohe! Giro Batoë! – gridò Sandokan.

Un urlo di gioia vi rispose e il Malese facendo un salto di dieci piedi gli cadde alle ginocchia.

– Ah! mio capitano! – esclamò il Malese con voce rotta e le lagrime agli occhi.

– Che diavolo! Il mio tigrotto Giro Batoë sarebbe capace di lagrimare come una femminuccia! – esclamò Sandokan rialzandolo.

– Ah! mio capitano, vi ho tanto pianto e sento tanta gioia nel rivedervi sano e salvo, che sarei capace di singhiozzare. Non vi hanno adunque ucciso laggiù, sui prahos?

– Ucciso? Uccidere la Tigre della Malesia? Ciò non avverrà mai, mi capisci, Giro Batoë, mai! Le giacche rosse non hanno abbastanza ferro per toccarmi il cuore. Orsù, parla ora: per qual caso ti trovi qui?

– Non avrete dimenticato la terribile battaglia che abbiamo ingaggiato alla foce del fiumicello con quell’infernal incrociatore, nella quale abbiamo subìto una sanguinosa disfatta.

– No, Giro Batoë, ti giuro che quella sconfitta la vendicherò e atrocemente.

– Sì, mio capitano, la vendicheremo e mi farò ammazzare il giorno, in cui ordinata una levata d’armi, non farò saltare le ruote della nave maledetta. Orbene, i due prahos erano stati legati, il ferro turbinava e ruggiva coprendo i nostri ponti di morti e di feriti; ad una scarica di mitraglia caddi ai vostri fianchi con una scheggia di ferro alla testa, svenni.

«Che accadesse di poi, non lo so. Quando rinvenni mi trovai in mezzo a un cumulo di cadaveri su uno dei legni che era stato da voi abbandonato. Vidi i vostri uomini battere in ritirata verso la costa; gridai per chiamarli, ma la voce del cannone copriva la mia.

«Il prahos su cui mi trovava, sventrato da un diluvio di ferro, affondò.

«Mi aggrappai a un rottame e dopo due ore di sforzi inenarrabili e patimenti atroci guadagnai la costa, e di là assistei alla seconda fase del combattimento. Oh! Era pur bello, superbo, quel prahos che lottava contro il gigante, avvampando da ogni lato, mordendo, ruggendo. Mi pareva assistere a una battaglia, dove gli uomini fossero diventati giganti ed eroi.

– Bene! – esclamò Sandokan, con legittimo orgoglio. – E poi?

– Poi, quando ho veduto che tutti erano morti, e che mi mancavano i mezzi per recare la fatal notizia a Mompracem, dopo aver a lungo pianto la morte dell’eroica Tigre e dei suoi tigrotti, mi internai nelle boscaglie, vivendo di frutta, di radici, di vermi. Così, di passo in passo stimolato dalla paura capitai in questi dintorni piantando dimora. Aiutato da alcuni indigeni che ebbero pietà del mio misero stato dissodai un lembo di terra e mi costrussi una capannuccia, aspettando tempi migliori per abbandonare questi maledetti luoghi. Rosi il freno per tre settimane, e già disperava di rivedere qualcuno dei miei compagni, quando udii che voi eravate vivo e che vi si dava la caccia. Credetti impazzire di gioia e partii all’istante, e nel cercarvi fui scoperto dal cavaliere inglese. Fu una fortuna, capitano, che egli mi inseguisse. Senza di lui non vi avrei forse mai trovato e non sarei più tornato alla costa per mettermi in mare colla mia canoa.

– Tu sei un valentuomo, Giro Batoë, e sono io che te lo dico, la Tigre della Malesia.

– Grazie, mio valoroso capitano – disse il Malese commosso. – Ma voi, come siete sfuggito al massacro?

– Ne parleremo più tardi – disse Sandokan cangiando tono, poi raccogliendo il moschetto:

– Tu mi hai parlato di una capanna e di un palmo di terra coltivato, non è vero?

– Sì, e dove troverete l’occorrente per isfamarvi, se avete dell’appetito e qualche sorso di acquavite che ho potuto procurarmi dagli indigeni raccontando loro qualche storiella o facendo qualche servigio.

– Tu mi hai parlato di una canoa sulla quale contavi raggiungere Mompracem, non è vero?

– Sì, una canoa che ho costruito scavando il tronco di un albero, aiutato da un giovane indigeno, una barca pericolosa, mio capitano, ma che saprà filare all’ovest quando la Tigre della Malesia la guiderà.

– Siamo lontani dal mare? – domandò Sandokan fattosi pensieroso.

– Un mezzo miglio al più. La canoa è nascosta fra fitti cespugli e non chiede che d’esser gettata in mare.

– Bene, andiamo alla capanna allora, poi penseremo alla partenza.

– Ma e i nemici? – chiese il Malese. – Sono capaci di scoprirci e di sorprenderci.

– Il nemico, Giro Batoë, ci insegue sulla via del sud. Del resto, non sono un sergente della fanteria Bengala?

I due pirati senza aggiungere parola si misero in cammino senza più curarsi del cavaliere che correva dietro alle cinquanta sterline né degli altri che potevano battere i dintorni.

Attraversarono la radura e penetrarono sotto la foresta camminando con passo rapido su di un terreno sparso di radici, che s’intrecciavano in mille guise quasi da prenderle per migliaia e migliaia di serpenti più o meno grossi, più o meno lunghi, e in mezzo a lunghe erbe spinose dove si tuffavano fino alle anche, un vero luogo d’imboscate ove sarebbe stato difficile l’evitarle.

– Camminiamo con prudenza – disse Sandokan al compagno – e rimani dietro di me. Vedendo la tua testa nuda e le tue vesti a brani, si potrebbe benissimo scambiarti per la Tigre e buscarti una fucilata malgrado la mia presenza. Gl’Inglesi sono testardi.

Camminarono per un quarto d’ora verso il nord, piegando alquanto verso l’occidente, senza incontrare il nemico, attraversando numerosi torrenti sulle cui rive si scorgevano le traccie di recenti passaggi, e giunsero a un piccolo sentiero appena visibile, dove il Malese si cacciò lestamente allungando il passo. Quando fu alla fine tese la mano e mostrando qualche cosa di oscuro:

– Ci siamo. Ecco la capanna.

CAPITOLO XIII. La canoa

La capanna di Giro Batoë si rizzava a poca distanza dalle rive di un ruscello, al coperto di un grande artocarpo che la proteggeva contro i raggi cocenti del sole e contro le pioggie. Era una baracca anziché un’abitazione, capace di ricoverare tutt’al più un indigeno che non sapesse procurarsi di meglio nel mezzo della foresta. Era bassa quanto mai, stretta tanto da potervisi appena muovere, costretta grossolanamente con rami intrecciati a erbe e col tetto terminante a cupola, mal formato, coperto di foglie d’arecche, una mezza dozzina delle quali erano state più che sufficienti a tale uopo.

L’interno non valeva meglio dell’esterno, tutto riducendosi a un letto di foglie secche, a una provvista di legna, a una scodella gigantesca di terra cotta, frutto dell’industria indigena e a due sassi mezzi sepolti nella cenere che servivano di camino. Non si poteva star comodi, ma a ogni modo offriva un rifugio e una difesa contro i venti e gli abitanti troppo pericolosi della foresta.

Giro Batoë, nell’entrare, fece fuggire un mondo d’insetti che avevano di già preso alloggio, e fece gli onori della capanna al capitano che non pareva malcontento di prendere un po’ di riposo e di satollarsi.

– Vedete capitano la mia abitazione non offre comodi di sorta, ma è sempre preferibile alle abitazioni degli indigeni che puzzano d’olio di pesce e di carne corrotta. Se volete dormire avete un letto che sarà forse migliore di quello che offre la foresta; se avete sete vi ha una scodella sempre ripiena di acqua limpida; se avete fame vi sono delle frutta e una dozzina di costolette di babirussa giovane che ho avuto la fortuna di sorprendere nel suo covo.

– Non domando di più, Giro Batoë; è anche troppo quando si ha fame e si sa di avere dei bracchi a due gambe alle calcagna. Accendi un po’ di fuoco e arrostisci un pezzo di carne.

– Non avrete d’aspettare che si cucini, capitano, e frattanto sbarazzatemi, se vi piace, un po’ di quelle frutta che occupano mezza abitazione. Troverete degli ananassi succolenti, delle patate che non avete mai gustato a Mompracem, delle frutta d’artocarpo d’inverosimile grossezza e delle noci di arecche che non domandano che di essere masticate. La mia dispensa è a vostra disposizione.

Il Malese, intanto che Sandokan poneva a profitto le parole di lui assaltando un cavolo palmista che non pesava meno di venti libbre, afferrò due pezzi di legno e si mise a fregarli l’un contro l’altro fino a trarre una fiamma colla quale accese le legne accumulate sul primitivo focolare.

– Sapete, capitano, che questo fumo potrebbe essere scorto dagli Inglesi? Non sarei per nulla meravigliato se fra qualche ora ci facessero una sgradita visita.

– E che, Giro Batoë, ti danno tanto a pensare adunque essi? – chiese Sandokan che divorava un pezzo di cavolo il cui sapore gli rammentava quello delle mandorle. – Io me ne infischio di tutti i soldati di Labuan.

– Non è per me, capitano, ma per voi. Se tra coloro che ci inseguono, vi fosse qualcuno che anche sotto la truccatura di sergente vi conoscesse?

«Avete un’aria troppo fiera, uno sguardo troppo vivo per credervi un indiano.

– Non dartene pensiero, tigrotto mio. Se essi capitano mi darò l’aria di uno stupido indiano, e comanderò loro di fare un fronte indietro verso il sud. Non vi ha che un uomo che io temo, il baronetto William, ma è assai lontano.

– Oh! Avete fatto delle conoscenze? – chiese Giro Batoë che metteva sui carboni ardenti un grosso pezzo di babirussa.

– E perché no? Ho trovato modo di stringere amicizia con personaggi alti, con baroni e conti io, il pirata che essi volevano appiccare io, la Tigre della Malesia! – Sandokan diede un gran scroscio di risa, al quale fece eco il Malese.

– Suvvia – continuò, – ci rivedremo fra breve con quel povero lord James che mi lasciò scappare senza soddisfare il conto dell’ospitalità accordatami. Sai Giro Batoë, che fra una diecina di giorni noi ritorneremo su quest’isola a dispetto di tutte le giacche rosse e dei loro piroscafi?

– Oh! capitano! – esclamò il Malese sorpreso. – Voi pensate di ritornare? Si tratta di fare un massacro di tutti gl’Inglesi della colonia? Se è così, ci prepareremo a mordere.

– Non si tratta di far scorrere un fiume di sangue, Giro Batoë – disse Sandokan con voce sorda. – Ho un appuntamento.

– Con chi?

– Non chiedermi nulla, Giro Batoë. Solo tieni in mente ciò che ti dico: questo appuntamento darà un colpo mortale a Mompracem.

– Voi mi fate paura.

– Non una parola di più su questa faccenda. A pranzo, ora che l’arrosto è pronto. Questa notte penseremo a metterci in mare colla prua volta al nostro nido.

Il Malese levò il babirussa dai carboni e lo presentò al capitano su di una gran foglia d’arecche, poi andò a frugare in un angolo della stanza, sollevò la terra colla punta del kriss, trasse una bottiglia a metà spezzata, ma ricoperta accuratamente da un pezzo di tela, e ritornò verso di lui guardandone il contenuto con occhio ardente.

– Dell’acquavite, mio capitano! – diss’egli deponendo la bottiglia dinanzi a lui. – Ho dovuto tanto lavorare per poterla guadagnare o meglio strappare agli indigeni, e la teneva nascosta come un liquido prezioso per rinforzarmi una volta preso il mare. Ora siamo due marinai, che non hanno bisogno di una sorsata per lottare contro le onde e contro i venti; potete vuotarla fino all’ultima goccia.

– Grazie, Giro Batoë, ma ne avrai la tua parte – rispose Sandokan che mangiava per due come un uomo che non è sicuro all’indomani di fare il medesimo pasto. – Orsù, devi avere fame dopo l’inseguimento che quasi ti costava o un braccio di meno o un sonno per tutta l’eternità. Siedi di fronte a me e fa gli onori della tua capanna. Se vuoi questa notte avere del coraggio per passare sotto il naso degli incrociatori e dinanzi la bocca dei loro cannoni, e della forza per manovrare al remo, se il vento ha la malaugurata idea di non soffiare, empi il tuo stomaco. Domani forse non ne avrai il tempo.

– È giusto, capitano – rispose il Malese, che assalì vigorosamente l’arrosto, masticando con certi denti da far invidia a un gaviale. – E supponendo che una palla di cannone, guidata da una mano cattiva, venisse a sfasciare il nostro povero canotto, che si farà? Vedete, sono cose che potrebbero capitare.

– Ebbene, non sei capace di nuotare forse? Ci tufferemo e guizzando sott’acqua come i pesci raggiungeremo la costa e di là la capanna. Gli alberi non mancano, le nostre armi hanno ancora del filo per tagliare, il fuoco si fa presto ad accenderlo, e nulla di più facile con tutto ciò costruire una seconda canoa. Passeranno due giorni, quattro, una settimana, un mese se vuoi, ma bisognerà che una volta o l’altra gl’incrociatori prendano il volo per altri lidi. Sarà quello il momento per ritornare a Mompracem. E poi, credi tu che i nostri amici non si metteranno in mare? Il Portoghese, per esempio, non ignora che la mia intenzione era quella di venir a incrociare sulle coste di Labuan per vedere la Perla. Quando vedrà passare i giorni senza che noi abbiamo a mandar nuove, s’immaginerà che ci è accaduta una disgrazia.

– Lo credo, e poi quando io sono a fianco di voi, mi sembra di essere a Mompracem.

Sandokan si mise a sorridere, poi vuotò mezza acquavite e porgendo la bottiglia al compagno che allungavasi per vedere se ne rimaneva una goccia:

– Bevi, Giro Batoë, e rinchiudimi la capanna. Il sole è ancor alto e a mio dire non devono essere ancora le quattro; abbiamo del tempo prima che diventi notte oscura. Non si potrà dormire una volta a bordo della canoa. Nulla di meglio d’approfittare dell’occasione.

– E se vengono gl’Inglesi? – domandò il Malese, che tremava per Sandokan.

– Te lo dissi ancora, li manderemo al sud – e la Tigre si distese sul letto di foglie colla faccia abbuiata e la mente fissa alla giovanetta, che temeva di abbandonare nelle braccia del lord e forse in quelle del baronetto William.

Il Malese vuotato sino all’ultima goccia il contenuto della bottiglia, spense il fuoco, chiuse la porta e si aggomitolò in un angolo della capanna sognando di trovarsi già a Mompracem in mezzo ai suoi compagni avvoltolandosi sui frutti di tanti saccheggi e librandosi su cento bottiglie di acquavite.

Sandokan però non fu capace di chiudere occhio. Non già per tema del nemico, né per le difficoltà che poteva incontrare nell’abbandonare le coste di Labuan, ma perché sentivasi atrocemente morso da una terribile gelosia e assalito da una folla di tetri pensieri che invano cercava scacciare.

Che poteva mai essere accaduto di Marianna dopo che egli si era precipitato dalla fenestra? Che era avvenuto fra il lord e il baronetto William? Quali misure mai avevano prese per infrangere l’amore nato fra l’ultima discendente dei conti Guillonk e la terribile Tigre della Malesia?

– Ah! – esclamò il pirata dimenandosi sul suo letto di foglie. – Darei mezza della mia vita per trovarmi ancora in quella abitazione. Povera Marianna, chi sa quali timori agiteranno il suo picciol cuore. Forse mi crederà vinto, prigioniero, insanguinato, fra le catene dei miei nemici e chi sa, fors’anche morto.

«Vorrei perdere goccia a goccia tutto il mio sangue pur di rivederla, purché strapparla da quelle angoscie, purché dirle che la Tigre della Malesia è viva e più viva anche di prima.

«Orsù, coraggio, che ne ho proprio bisogno. Questa notte fuggirò meco portando il suo giuramento e ritornerò alla mia isola, al mio covo e poi… sì, per Cristo, poi, dovessi farmi una seconda volta moschettare, dovessi perdere una seconda volta quaranta tigrotti, ritornerò. Ritornerò per istrapparla dalle mani di quell’odiato rivale, ritornerò per vendicare i miei prodi che caddero sotto il ferro delle giacche rosse! Sì, l’avrò, sarà mia, mia. E allora…

Il pirata si tacque portandosi ambe le mani agli occhi e sospirò dolorosamente.

– Allora farò ciò che lei vorrà. Non l’ho giurato io? Non le ho detto che per lei tradirei i miei tigrotti, darei un addio e per sempre alla mia vita d’avventuriere, alla mia isola, al mio mare e a tutto ciò che fino a oggi mi ha allettato, mi ha fatto vivere?

«Sì tutto farò per questa sublime giovanetta che ha saputo colpire l’inaccessibile cuore della Tigre della Malesia. Tutto farò per questa giovanetta che io amo, che io adoro, che io idolatro!

Il pirata passò il tempo pensando sempre alla giovanetta, che parevagli talvolta vedere dinanzi triste e lagrimante.

Quando il sole cadde all’occidente e le tenebre ebbero invaso tutti i recessi della foresta egli svegliò il Malese che russava come un tapiro.

– Andiamo, Giro Batoë, non perdiamo un momento di più – diss’egli. – La notte è oscura: le stelle e la luna sono coperte da un nero velo di nubi. vieni, Malese, vieni, che ho la febbre. Sento che se io restassi una mezz’ora di più mi rifiuterei di seguirti.

– Oh! che vi salta mai in testa? Vi sarebbe dubbio che…

– Zitto, per la barba di Allah! Zitto, Giro Batoë! – esclamò Sandokan quasi con ira. – Dov’è la canoa?

– Nascosta sotto un banano. Basterà farla scorrere sui truogoli per spingerla in mare.

– Vi hai cacciato qualche cosa entro?

– Ho pensato a tutto, capitano. Non manca né d’un albero, né d’una vela, né di pagaie. Di più, vi ho posto un gran vaso ricolmo d’acqua e una provvista di frutta capaci di nutrirci fino a Pulo Condor.

– Sta bene: andiamo, Giro Batoë. Ciò che non ci è di nessuna utilità, lascialo qui. Potrebbe darsi che domani avessimo a ritornare a questa capanna.

– Lo so io, capitano. Non sarà facile varcare la crociera, ma infine lo si tenterà. Udite come le foglie degli alberi stormiscono? È buon segno: il vento non mancherà e noi fileremo rapidi e in silenzio verso Mompracem. Forse domani potremo ridere di averla fatta bella alle giacche rosse di Labuan.

Sandokan non rispose e si mise in marcia, non già rapidamente come l’avrebbe voluto il Malese che sentivasi scottar la terra sotto i piedi, ma lentamente, stentatamente a malincuore.

A lui, che venti giorni prima avrebbe dato una delle sue braccia per poter ritornare a Mompracem, ora riusciva atrocemente penoso allontanarsi da quest’isola, sulla quale lasciava senza difesa la donna del suo cuore.

A ogni passo che faceva e che l’avvicinava al mare, parevagli che un lembo del suo cuore gli si staccasse e parevagli che la distanza che lo separava dalla Perla di Labuan accrescesse spaventosamente.

– Andiamo, andiamo – mormorò egli. – Tiriamo innanzi, siamo forti, fuggiamo. Poi, sì, poi ritornerò, ma ritornerò vincitore e la rivedrò in mezzo ai miei trionfi. Dieci giorni per me, sembrano l’eternità, ma passeranno.

La notte, come l’avevano predetto, era oscurissima, senza luna e senza stelle essendo coperte da grossi e foschi nuvoloni.

Non si vedeva a dieci passi lontano, ma il Malese era come un nittalopo e conosceva a menadito quei luoghi. Si cacciava senza esitare sotto i cespugli, in mezzo ai quali strisciava come un serpente, scalava come una scimia gruppi d’alberi che sbarravano il cammino, aggrappandosi alle liane e ai rotang e senza far rumori di sorta, quantunque avesse la certezza che il nemico si trovasse lontano e che Sandokan colla sua divisa di sergente avrebbe bastato per far abbassar qualsiasi moschetto.

Il suo compagno lo seguiva, imitando tutte quelle aeree manovre, taciturno, tutto concentrato nelle sue pene, col volto alterato da un atroce dolore.

Per un’ora continuarono a camminare, l’un vicino all’altro, poi Giro Batoë s’arrestò tendendo l’orecchio.

– Udite questo fragore che giunge quasi indistintamente sino a noi? – chiese egli.

– Lo odo: è il mare – rispose Sandokan. – Dove si trova la tua canoa?

– Qui vicino.

Egli guidò la Tigre attraverso una folta cortina di fogliame e fatti cinquecento passi tornò a fermarsi additando il mare che brontolava al largo e le cui onde venivano a spumeggiare ai piedi della foresta.

– Ci siamo – diss’egli sottovoce. – Vedete laggiù, sotto le foglie di quel banano qualche cosa di nero che ha una forma allungata? È la canoa.

– Andiamo a dare un’occhiata sulla spiaggia. Fa oscuro ma si può distinguere un incrociatore che dorme all’âncora.

– Ah! – esclamò Giro Batoë. – Se quei maledetti fossero andati al sud! Ma non vale; siamo tanto piccini rispetto a essi, che non ci vedranno.

I due pirati guadagnarono il limite della boscaglia e scesero sulla costa. Il mare era negro come fosse diventato d’inchiostro e, fin dove giungeva lo sguardo, perfettamente deserto.

– Alla canoa! – comandò Sandokan facendo uno sforzo nel pronunciare quella parola che per lui era tremenda.

Il Malese lo condusse sotto il banano, che colle sue gigantesche foglie nascondeva per intero l’imbarcazione. Sandokan l’esaminò attentamente. Era una pesante barcaccia scavata nel tronco d’un albero col fuoco e col ferro, e somigliante a quelle che adoperano gli indiani dell’Amazzoni e i polinesiani del Pacifico.

Sfidare il mare con simile battello dalle forme barocche era follia, sarebbe bastata un’onda per capovolgerla, ma i due pirati non erano gente da dare indietro. La fecero scorrere sui truogoli e in meno che lo si dica la spinsero in mare. Il Malese fu lesto a saltarvi entro e a prendere i remi.

– Venite, capitano, venite! – diss’egli. – La strada fra mezz’ora non potrebbe essere più libera.

– Un minuto ancora, Giro Batoë – rispose Sandokan, con voce sorda. – Poi andremo a Mompracem.

Strappò un pezzo di carta da un libricino, frugò nelle tasche, trasse una matita e per quanto la notte fosse oscura scrisse a gran caratteri queste parole:

«A lady Marianna Guillonk.

«Varcate le linee nemiche felicemente, imbarcato per Mompracem. Chi avesse a trovare la carta, portarla immediatamente a lei. Ordine di lord James Guillonk.

«Whu-Pulau il Malese».

L’appese a un ramo basso, in maniera da esser veduto a qualche distanza, poi balzò nella canoa chiudendo gli occhi e gettando un sospiro che sembrava un profondo ruggito.

– E ora – diss’egli, – a Mompracem!…

Il vento soffiava dall’est, vale a dire propizio. L’albero fu rizzato, la vela tesa e la canoa leggermente sbandata, cominciò a filare rapidamente verso l’ovest lasciandosi dietro una striscia fosforescente che andava oscurandosi mano mano che si allontanava dalla costa, frapponendo fra il cuor del pirata che si sentiva commosso per la prima volta e quello della giovanetta traboccante d’angoscia e di spavento, il mare della Malesia.

Il pirata si assise a poppa manovrando al remo che serviva di timone, e il Malese a prua alla vela, l’uno taciturno e cupo e l’altro sorridente e felice, l’uno cogli occhi sanguinosamente fissi su Labuan che allontanandosi perdevasi fra le tenebre, l’altro cogli occhi fissi verso il punto ove sorgeva Mompracem che andava man mano avvicinandosi.

– Orsù – disse il Malese che aveva notato quel rapido cangiamento operatosi nel capitano. – Diventate cupo ora che si tratta di avvicinarsi alla nostra isola? Si direbbe che rimpiangete quasi Labuan.

– Sì che la rimpiango – mormorò con voce sorda Sandokan. – La rimpiango, Giro Batoë!

– Oh! Avete forse lasciato qualche cosa laggiù che vi dispiace di abbandonare? In fede mia, che comincio a credere che Labuan vi abbia ammaliato. Eppure – continuò il Malese, – ci si dava una caccia accanita, ci si inseguiva vigorosamente per i boschi e si cercava tagliarci la via per mare. Consolatevi, capitano, di averla fatta grossa agli Inglesi. Vorrei domani esser io là, a vederli mordersi le dita pel furore e per udir le maledizioni delle loro donne. Sapete, capitano, che ci odiano anch’esse.

– Oh! Non tutte! – esclamò Sandokan torcendo la pagaia fino al punto di farla gemere.

– Oh! – mormorò Giro Batoë sorpreso. – Trovate forse, capitano, che quelle vipere sieno da meno degli uomini?

– Taci, Giro Batoë! Se tu avessi a ripeterlo quell’insulto, mi sentirei capace di precipitarti nei flutti!…

Vi era un tale accento di minaccia, un che di imperiosità, che il Malese non ardì parlare. Egli si accontentò di guardare il pirata che fissava Labuan con due occhi di fuoco, comprimendo i battiti del cuore con ambe le mani e la faccia sconvolta da un terribile dolore.

– Gl’Inglesi l’hanno stregato! – mormorò Giro Batoë guardando la Tigre con occhio compassionevole.

Il vento si manteneva stabile. La canoa filava rapidamente più di quello che si avrebbe potuto credere, malgrado la sua pesantezza e il suo scafo barocco che infrangeva le onde anziché tagliarle. In capo a mezz’ora si trovava a più di due miglia da Labuan che cominciava a scomparire del tutto fra le tenebre.

Il Malese, lasciando il capitano in preda ai suoi pensieri, temendo che interrompendolo non avesse a effettuare la minaccia, di cui lo sapeva capace, si teneva all’erta vegliando attentamente cogli occhi volti ora al sud, ora all’est, all’ovest e al nord, per paura che qualche incrociatore si mostrasse improvvisamente sulla linea dell’orizzonte e prendesse la canoa a colpi di cannone.

Nessun naviglio si mostrò peraltro e la canoa poté veleggiare tranquilla tutta la notte, durante la quale Sandokan non fece una sol parola né staccò mai gli occhi da Labuan.

All’indomani ai primi raggi del sole si trovavano a più di venticinque miglia dalle coste di Labuan ormai scomparse da parecchie ore dall’orizzonte. Nessun aveva dormito sebben il mare si fosse tenuto fortunatamente calmo, e poi chi l’avrebbe pensato in quei momenti in cui il pericolo poteva capitare da un istante all’altro? Sandokan, che man mano che si allontanava, provava tutte le dolorose impressioni di un cuore che amava furiosamente e i morsi di una terribile gelosia che nessuna cosa avrebbe valso a soffocare, non l’avrebbe fatto, e il Malese che fremeva dalla gioia all’idea di avvicinarsi a Mompracem e di averla fatta alle giacche rosse non l’avrebbe sognato. Di più, la manovra esigeva delle braccia vigorose e maestre per dirigere una imbarcazione così pericolosa, dove si correva pericolo di trovarsi nell’acqua alla prima raffica.

Quando il sole apparve del tutto sull’orizzonte il vento scemò di qualche poco ma non tanto da impedire di filar senza fatica due nodi. A quella leggera alterazione Sandokan, che teneva ancora gli occhi fissi verso il luogo ove era scomparso Labuan, si volse verso il Malese. Ma non era più l’innamorato della notte, era ridiventato la Tigre, il cui sguardo balenante, affascinante, magnetizzava.

– Quanta via credi tu che abbiamo fatto? – chiese egli dopo qualche istante di silenzio.

– Una trentina di miglia, Tigre della Malesia – rispose Giro Batoë e avrebbe voluto aggiungervi qualche altra parola, ma la minaccia della notte lo frenò.

Sandokan lo guardò a lungo fisso fisso.

– Ah! – esclamò egli alfine. – Credi tu che io meriti ancora il mio antico nome?

– Sì, capitano, e oggi, e domani, sempre. Sapeva io, che non avreste tardato a ridiventare il terribile uomo di una volta.

– Hai scorto in me qualche segno di debolezza, per credere che lo avessi perduto? Forse ieri sera quando lasciavamo le spiagge di Labuan?

– No, ma eravate agitato, mi pareva che foste un po’ impazzito. Parlavate sì stranamente, guardavate in certo modo la terra che noi ci lasciavamo a poppa e mi avete minacciato così bruscamente…

– Avevi ragione, Giro Batoë – disse Sandokan tristamente. – Ma se tu sapessi ciò che io soffriva qua entro… Basta, tutto è finito e ridivendo la Tigre della Malesia assetata di sangue e anelante la vendetta!

– Lo sapeva, capitano. Fu un lampo di pazzia che vi colse ieri sera.

Sandokan increspò le labbra ad un amaro sorriso e portò un dito alle labbra come per intimargli silenzio.

Stette un momento sopra pensiero, poi tornò alla pagaia mentre Giro Batoë si sedeva a prua alla scotta della vela, tenendo gli occhi fissi all’ovest. La canoa beccheggiando pericolosamente, affondando nei cavi delle onde, le cui creste spumeggianti giungevano fino ai bordi, riprese la via lasciandosi a poppa le Tre Isole.

La navigazione fu lenta pel vento che nelle ore più calde cessò dal soffiare. Alla notte vi fu qualche colpo di mare che empì a metà la pesante imbarcazione e qualche colpo di vento che obbligò i due pirati a prendere i terzaruoli per diminuire la superficie della vela.

Tutto il giorno seguente la canoa filò all’ovest sempre lottando penosamente coi marosi. Al cader del sole, il Malese che si teneva in piedi a prua, segnalò la tanto sospirata costa della selvaggia e temuta Mompracem.

CAPITOLO XIV. A Mompracem

Sandokan nel rivedere quell’isola, baluardo della sua potenza e della sua grandezza in quei mari, che non a torto chiamava suoi, sentì che ridiventava la Tigre della Malesia.

La profonda ruga che solcava la sua fronte scomparve istantaneamente e la malinconica espressione del suo volto sfumò per dar luogo all’usuale espressione truce, terribile che incuteva rispetto e paura ai suoi medesimi tigrotti. Il suo occhio triste s’illuminò, fiammeggiò e le sue labbra sorrisero col riso beffardo, crudele che somigliava tutto a quello della tigre. Quantunque la distanza fosse ancora notevole, con uno di quegli sguardi che avrebbero sfidato più di un cannocchiale, ispezionò d’un sol tratto la costa che gli si presentava dinanzi e si rese subito conto di ciò che era accaduto durante la sua assenza nell’isola.

Il villaggio era ancora in piedi; i terrapieni e le palizzate e le scarpe e controscarpe che costituivano la sua difesa, erano ancora al loro posto accresciute anzi di numero, segno certissimo che nessun incrociatore aveva tentato un assedio o uno sbarco. Solo dei trenta prahos, che di solito sonnecchiavano nella piccola baia, parecchi ne mancavano. Tuttavia i pirati non si preoccuparono di molto, immaginandosi che fossero usciti per corseggiare.

Le tenebre, che calavano rapide, posero in breve fine alle loro investigazioni. Il vento era scemato, ma la canoa, quantunque assai lentamente, continuava ad avanzare verso le coste ormai quasi invisibili di Mompracem.

Si poteva smarrirsi, stante la mancanza di stelle, coperte da un nero velo di fitti vapori che erravano nell’aria da due giorni ma fortunatamente i lumi e i fuochi accesi nelle capanne vennero in loro soccorso per indicare la via. Unendo i remi alla vela, i due pirati, dopo due ore sani e salvi, e senza aver destato l’allarme, sbarcavano sulla riva a duecento passi dalla rupe tagliata a picco sul mare, sulla cui cima stava come un’aquila l’abitazione della Tigre.

Tirata a secco la canoa, che minacciava di venir capovolta dalla risacca, raccolte le armi e tutto ciò che vi era di buono da asportare, si diressero senza far rumore verso la rupe, alla cui base spumeggiava il mare con prolungati muggiti. Sandokan, nel sentirsi sotto i piedi la sua isola, che faceva parte della sua vita, che considerava carne del suo corpo, come il mare faceva parte del suo sangue, respirò, e forse per un momento, per un lampo dimenticò Labuan e forse Marianna.

S’inoltrò con passo rapido fino ai piedi della rupe, seguito dal Malese che credeva di essere in preda a un sogno, parendogli ancora impossibile di trovarsi sulla sua cara terra, e guadagnò il primo gradino della tortuosa scala scavata nel vivo sasso che metteva alla cima.

– Giro Batoë – diss’egli con qualche emozione volgendosi verso il Malese che erasi arrestato. – Giro Batoë, ora che siamo giunti a Mompracem, torna alla tua capanna. Abbiamo da dire lassù certe cose che devono essere un secreto per gli altri. Va, di’ ai tuoi compagni che io sono giunto e nulla di più.

– Bene, capitano – disse il Malese, che non era meno commosso di lui. – Voi mi avete strappato da quell’isola dove io soffrivo come fossi sui carboni… Capitano, se vi sarà bisogno di sacrificare qualche uomo… fosse pure per quella che voi dite d’aver lasciato laggiù, pensate a me.

– Grazie, Giro Batoë… vattene ora, vattene – e il pirata, ricacciando nel fondo del cuore il ricordo involontariamente evocato dal Malese, salì rapidamente i gradini elevandosi fra le tenebre.

Raggiunse la vetta, si mostrò un istante dinanzi alle trincee sfondate in mezzo alle quali facevano sempre capolino avanzi di scheletri umani, guardò con un misto d’orgoglio e di fierezza la bandiera rossa che sventolava sulla cima della capanna, gettò uno sguardo lontano, lontano verso l’oriente in direzione di Labuan, rattenendo per un istante i veloci battiti del cuore, aspirò il vento della notte come aspirasse il profumo di Marianna, e si avvicinò ratto ratto verso la porta della capanna mandando un profondo sospiro.

Nell’interno brillava un lume. Passando presso ai vetri d’una fenestra, vide un uomo che stava seduto dinanzi a un tavolo, colla testa fra le mani. Riconobbe a prima vista suo fratello, il Portoghese.

Apri pian piano la porta ed entrò senza che Yanez lo udisse. Egli si arrestò:

– Ebbene, Yanez, hai dimenticato la Tigre della Malesia? – chiese improvvisamente Sandokan cercando comporre le sue labbra a un sorriso che invece si atteggiarono a una smorfia.

La frase non era ancor terminata che il Portoghese rovesciando il tavoliere era saltato in piedi. Indietreggiò gettando un grido di sorpresa e di gioia, si stropicciò gli occhi credendosi in preda a una allucinazione, poi si precipitò fra le braccia di lui che lo strinse al petto come fosse stata la giovinetta.

– Tu, Sandokan! Tu, Sandokan! – esclamò egli fuori di sé. – Ah! amico mio, io ti credeva ben perduto.

– Perduto? Oibò, Yanez, e tu pensi che la Tigre possa perdersi?

– Ma, disgraziato amico, dove sei stato che non abbiamo ricevuto più tue nuove? Ah! Credi tu adunque, che non vedendoti più tornare, e non trovandoti né alle Romades, né a Labuan, né alle Tre Isole, né alle coste del Borneo, non ti abbia creduto morto? Parla, spicciati, fratellino mio. Che hai fatto in tanti giorni mentr’io ho avuto la debolezza di piangerti? Dove sono i tuoi prodi? Che può mai esserti accaduto che per un sì lungo tempo sei scomparso? Hai forse saccheggiato qualche reame di Borneo, o la Perla di Labuan ti ha stregato? Spicciati, fratellino mio: di’ su qualche cosa.

Invece di rispondere a tutte quelle domande, che non parevano finir più, Sandokan si mise a guardarlo cogli occhi torvi e il volto abbuiato. Egli incrociò le braccia e si avvicinò all’armonium quasi gli saltasse l’idea di mettersi a suonare. Il Portoghese con un salto gli si pose dinanzi risoluto a impedirlo.

– Orsù – disse Yanez un po’ contrariato da quel silenzio. – Parla, che significa quel vestito da soldato che ti dà l’aria di una giacca rossa bell’e buona e quel volto truce? Ti è accaduta disgrazia?

– Disgrazia! – esclamò Sandokan con voce rauca. – Ma ignori adunque che dei miei uomini non rimane che il malese Giro Batoë? Ignori adunque che tutti sono caduti pugnando sulle coste di Labuan, dove io non sono sfuggito che per un miracolo di sovrumana energia. Senti, Yanez, ho una palla nel corpo, una palla delle giacche rosse, e ho del fuoco che serpeggia nelle vene, e che sale fino al cervello, sino al punto di farmi quasi impazzire!

– Battuto! Tu… la Tigre della Malesia! È impossibile! È impossibile! Tu vuoi burlarmi Sandokan.

– Sì, Yanez, sì, mi hanno battuto, mi hanno vinto e per di più la Tigre fu ferita! Buon per loro, che la ferita che vomitava sangue l’hanno curata colle loro mani, ma in cambio di ciò, m’hanno stregato. Capisci, Yanez? Il mio equipaggio fu sterminato, e io, io sono stregato!…

Il pirata fece scorrere con gesto convulso una seggiola accanto a quella poco prima occupata dal Portoghese, e dopo di aver vuotato l’un dietro l’altro parecchi bicchieri ripieni di wisky come cercasse calmare l’ira che l’assaliva, terribile ira che spesso cangiava in un tremendo delirio, con voce rotta o animata, rauca o sibilante, stridula o ruggente, alternando gesti violenti e imprecazioni, raccontò filo per filo l’assalto del prahos mercantile, il combattimento col piroscafo, l’abbordaggio nel momento che il proprio legno affondava, la ferita, le sofferenze, e la guarigione. Ma quando venne a parlare della Perla di Labuan, tutta la sua ira, con gran sorpresa del Portoghese, sfumò. La sua voce, poco prima rauca e quasi ruggente, prese allora un altro tono diventando dolce, accarezzevole, appassionata.

Decantò con slancio poetico le bellezze della lady, parlò di quegli occhi grandi, dolci, melanconici, azzurri come l’acqua del mare e che lo aveano commosso, parlò di quei capelli lunghi, più biondi dell’oro, più fini della seta, più profumati dei fiori, parlò di quella voce incomparabile, angelica, che aveva trovato un eco delizioso nella profondità del suo cuore scuotendone le fibre d’acciaio e di quelle mani che sapevano trar dalla mandola quei suoni sì dolci, che lo avevano affascinato, che lo avevano incantato.

Dipinse colla viva passione di un’anima che ama alla follia, quei cari momenti passati assieme a lei, quei cari momenti durante i quali dimenticava e la sconfitta, e la vendetta, e i suoi pirati e la sua temuta Mompracem, quelle delizie che non aveva mai provato in tanti anni di pugne, e delle quali conservava ancora sì cara memoria. Così narrò la caccia alla tigre, la confessione del suo amore, per poi scendere fino all’inseguimento nelle foreste, allo stratagemma col sergente Willis, all’incontro di Giro Batoë e infine all’abbandono di Labuan.

– Vedi, Yanez – diss’egli con accento ancora commosso, – nel momento che io mettevo piede nella canoa, mi parve che si staccasse un lembo del mio cuore. Fu un momento terribile, un momento supremo quell’istante in cui abbandonava quell’isola dove viveva la mia amata Marianna: avrei voluto subissare la canoa e Giro Batoë, avrei voluto far rientrare il mare nel seno della terra perché non lo valicassi più mai e far sorgere in sua vece un mare di fuoco! In quel momento avrei voluto far saltare Mompracem e tutti i suoi tigrotti, perché non m’attirassero più mai, e avrei voluto non essere mai stato la Tigre della Malesia!…

– Ah! Sandokan! – esclamò Yanez con tono di rimprovero.

– Non rimproverarmi, Yanez, non rimproverarmi. Se tu sapessi cosa io provo qua entro, nel cuore, in questo cuore che io credeva essere di ferro, che io credeva inaccessibile a qualsiasi passione! Guarda, Yanez, sono sì innamorato di quella Perla che se io me la vedessi dinanzi, che se io udissi da quelle labbra sulle quali ho posate le mie, che tradissi i miei compagni, mi sentirei capace di tradirli!… Se quella voce che m’inebbriò sin dalla prima volta che l’udii, mi chiedesse di far fuoco a Mompracem lo farei, se mi chiedesse di farmi Inglese, io, la Tigre della Malesia… sì, sì Yanez, lo sento che lo farei!…

«Ho sempre il fuoco nelle vene che mi flagella e che mi pare consumi a poco a poco le mie carni, e sento che l’amerò oggi, domani, sempre, perché l’ho trovata divina, perché mi ha inebbriato, perché ha avuto il coraggio di amare la Tigre della Malesia. Dal giorno che l’ho veduta, Yanez, dal giorno che mi fe’ gustare l’ebbrezza dell’amore mi sono sentito cangiare. Mi pare di avere sempre il delirio, mi pare che tutti i ricordi della mia vita terribile si cancellino, mi pare che un nuovo orizzonte mi si schiuda dinanzi. Sono stregato, sono ammaliato, Yanez, sono innamorato alla follia. Ovunque volga lo sguardo non vedo che Marianna aggirarsi raggiante a me d’intorno, che m’accompagna ne’ miei sogni, ne’ miei pensieri, ovunque vedo quel genio scintillante di bellezza che mi affascina, che mi abbrucia!…

Il pirata si alzò con gesto brusco e il volto alterato e i pugni stretti. Fece due o tre giri attorno alla stanza come cercasse allontanare quel fantasma divino, e calmare le ansie che lo divoravano, poi ritornando presso il Portoghese sempre immobile, ma che lo guardava fra il compassionevole e il collerico, disse:

– Ascolta, Yanez, tu non lo crederai, eppure l’amore di quella fanciulla la cui bellezza mi rende pazzo, è radicato fortemente nel mio cuore come il sentimento della mia vita, che nessuno al mondo varrebbe a strapparlo. Credi tu che prima di lasciarmi vincere non abbia lottato? Oh! Io ho atrocemente lottato, ma non valsero le mie ire per quella figlia che scende dalle giacche rosse, né la ferrea volontà della Tigre che è caduta sotto la potenza di quello sguardo magnetico. Quante volte, quando i ricordi della mia vita sanguinaria mi assalirono, ho tentato di spezzare la catena. Quante volte, quando al pensiero di dover forse abbandonare il mare, il mio sangue, ho tentato di spezzarlo, e quante volte infine, pensando che per averla avrei pur dovuto spegnere la Tigre della Malesia, perdere quel nome a me tanto caro, quel nome di cui vo così altero, ho cercato di fuggire, e sempre invano. Mi sono trovato fra due abissi: là Mompracem coi suoi pirati, sfavillante fra il balenar dei cannoni e galleggiante in un mar di sangue, e qui lei; mi son trovato fra due abissi sui quali mi sono librato per un istante esitando. Sono precipitato nel secondo, dal quale nessuna forza umana sarebbe capace di trarmi. Sono di lei! La Tigre morrà!…

«Se volessi svellere questa fiamma che m’arde non lo saprei fare, non lo potrei. Invano cercherei di cacciare quel genio, quel fantasma dei miei sogni. Invano cercherei rompere quel fascino che mi incatena. Né le battaglie, né le emozioni di una vita agitata, né l’amore dei miei uomini, né fiumi di sangue, né monti di cadaveri, sarebbero capaci d’infrangerlo. Un’ombra, un’immagine si frapporrebbe fra me e queste battaglie, fra me e queste grandi emozioni, e spegnerebbe l’antica energia della Tigre, e questa ombra e questa immagine sarebbe ancora lei. No!… No!… Yanez, non potrei dimenticarla e se pur lo volessi avrei paura. No! Non lo farei dovesse costarmi e il mio nome, e la mia isola e la mia gloria!…

Il pirata dopo aver dato libero sfogo alla passione, si era arrestato per la seconda volta. Egli s’avvicinò al Portoghese che pareva ascoltasse ancora e gli disse con voce rotta:

– Yanez!… Trovi tu, che la Tigre della Malesia amando si sia disonorata?… Credi tu che io, perché la follia mi prese, non sia più degno di te?… Yanez!… Yanez!…

Il Portoghese per tutta risposta gli si gettò fra le braccia. Sandokan se lo strinse al petto con frenesia.

– Che dici mai, Sandokan? Qualunque cosa avvenga io ti sarò sempre amico, ti seguirò ove tu andrai anche sino in capo al mondo e troverò sempre che tu sarai degno di me. Tu sei stato stregato, amico mio, tu oggi sei innamorato, ma domani ho la sicurezza che non vi penserai più e che sarai guarito, che ritornerai a essere la Tigre della Malesia dal cuore inaccessibile.

– Ah! Non ripetermi queste parole, Yanez. Ho giurato che Marianna Guillonk sarà mia e lo sarà!

Il Portoghese lo guardò più commosso che incollerito.

– Odimi, Sandokan. Io credo che tu ami questa fanciulla che chiami divina, ma hai tu pensato seriamente alle conseguenze che potrebbero derivare da questo tuo amore? Che diranno i pirati della Tigre della Malesia, quando la vedranno correre sulle traccie di una fanciulla?…

– Che si dirà?…

– Sì, che si dirà di quest’uomo che vantava avere un cuore di granito?

– Si dirà che anche un pirata ha un cuore per amare, come hanno amato i gran guerrieri dell’antichità. Si dirà, per chi non vorrà credere che io realmente sono innamorato, che le giacche rosse mi hanno stregato perché mi temevano.

– Ah! Sandokan, mi sembra ancora impossibile che tu abbia potuto amare una figlia inglese.

– No! – esclamò il pirata con violenza. – No, figlia inglese, no! Essa mi ha parlato di un mare azzurro più bello del nostro mare malese, che lambe i piedi della sua patria, di una terra che è coperta di fiori e che è dominata da un fumante vulcano, di un eden che non è l’Inghilterra, dove si parla una lingua armoniosa che nulla ha di comune con quella inglese.

– Ti credo, Sandokan, ma sei sicuro che suo zio acconsentirà a cedertela? Guardati bene attorno: avrei paura che le giacche rosse approfittassero di questo amore per tenderti un agguato; tu lo sai che sono anelanti di vedere il tuo sangue.

– E che? Crederesti tu, Yanez, che io abbia bisogno del consenso del lord per farla mia? Crederesti tu che io avessi paura di loro? Non sono ancora un pirata di Mompracem? Non sono ancora la Tigre della Malesia che comanda la terribile orda dei tigrotti? Non ho dei prahos per varcare il mare e approdare a Labuan? Non ho cannoni per far saltare gl’incrociatori e spezzare i più insormontabili ostacoli? Sì, Yanez, la rapirò e senza il permesso del lord!

– E quando l’avrai rapita, che ne farai?

La faccia di Sandokan s’abbuiò.

– Quando l’avrò rapita – diss’egli, – farò ciò che lei vorrà. Sarà il momento in cui si decideranno per sempre le sorti di Mompracem.

– E tu vuoi proprio tornare a Labuan?

– Sì, e a rapirla in pieno giorno e più presto di quello che tu creda. Laggiù ho un rivale, Yanez: il baronetto William.

– Chi è quest’uomo?

– Un maledetto che vorrebbe disputarmi la mano della lady, un maledetto che ho la certezza che non indietreggerà dinanzi a qualsiasi ostacolo pur di farla sua, un maledetto infine che potrebbe rapirmela.

«Tu lo vedi, Yanez, bisogna che io mi rechi a Labuan per impedire che questo rapimento possa accadere.

– E se questo William te la portasse via?

– Non dirlo, Yanez. Rapirmela sarebbe uccidermi.

– Ma sei sicuro che questa fanciulla ti seguirà a Mompracem? Se si rifiutasse?

– Non supporlo un solo istante, Yanez; essa mi seguirà. Me lo ha giurato quando mi amava sotto il nome di Whu-Pulau ed è tornata a giurarmelo quando mi amò sotto il mio vero nome di Sandokan. E poi, chi dice che io l’abbia a trarre a Mompracem? Se lei vorrà lascierò per sempre il mio nido, dove a onta di una carriera sanguinosa, passai momenti felici, e la condurrò lontana, lontana, dove vorrà, forse nella sua lontana patria, che ancora rimpiange.

Tra i due pirati successe un breve silenzio, durante il quale si guardarono l’un l’altro fissamente.

– E tu vorresti proprio arrischiarti ancora sulle coste di Labuan, dove fosti battuto? – chiese Yanez.

– Sì.

– Ma sai, Sandokan, che quei luoghi ci portarono sempre sfortuna, e che gl’Inglesi oggi sono più forti che mai? Sai che oggi non siamo più noi che dettiamo le leggi e che essi minacciano Mompracem e che aspettano il momento opportuno per distruggerci?

La Tigre della Malesia si mise a sogghignare, ma con quel sogghigno suo particolare che metteva i brividi.

– Yanez – diss’egli con fierezza. – Quando si tratta di far valere i miei diritti di pirata sono sempre la Tigre della Malesia che fa tremare i forti e che sgomenta gl’intrepidi. Quando si tratta di far conoscere la mia audacia, saprò condurre ancora i miei tigrotti alla vittoria, malgrado gl’incrociatori e le fortezze. Oggi non è solo il mio diritto e la mia audacia che mi spingono a Labuan: vi ha una fanciulla che io amo alla pazzia. Quando sarà venuto l’istante di agire mi vedrai all’opera. Là, dove vedrai brillare la lama della mia scimitarra e il mio kriss troverai cadaveri; quando udrai la mia voce, troverai il nemico disfatto. Giammai mi sono sentito tanto forte come oggi.

– Bene, vuoi farla tua? Sia. Non parliamone più; quando si tratterà di partire, si partirà: una cosa sola ora ti chiedo e sarà l’ultima che ti chiederà il tuo amico, il tuo fratello d’armi, poi farai ciò che ti parrà.

– Parla, Yanez – rispose Sandokan, ma che già si preparava a rifiutare.

– Quando credi che si prenderà il largo? Tu devi aver già destinato il giorno.

– Vi ha di più, ho destinato l’ora, se ti piace. Devo trovarmi all’appuntamento la mezzanotte del 6 maggio.

– Ah! Un appuntamento, di già? – esclamò il Portoghese corrugando la fronte.

– Sì, e al quale non mancherò, dovessi sfidare tutti gl’Inglesi di Labuan!

– Allora tu partirai il dì innanzi. Bene, bada a me, parti dieci giorni dopo.

– Dieci giorni dopo! Sei pazzo, Yanez? Non sai adunque che io pavento quel rivale fino a che sono qui?

– Lo so, Sandokan, ed è bene per lasciargli tempo di compiere il suo progetto se ne ha qualcuno di ardito, o almeno a far credere a lei che ti hanno ammazzato o annegato durante la fuga, togliendole ogni speranza di rivederti. Credi a me, sarebbe il meglio che potesse toccarti, e sarebbe meglio per noi.

– Lasciarmela rapire?… Farla piangere… soffrire… farle spargere delle lagrime! Mai, Yanez, mai! – gridò il pirata fuori di sé. – E sei tu che me lo dici, tu, quello che io chiamava mio fratello? Dimmi, quale scopo avevi per parlarmi in tal guisa?

– Quello di salvare Mompracem! – rispose gravemente il Portoghese.

Il pirata si nascose il volto fra le mani e mandò un sordo gemito, che pareva un ruggito. Il Portoghese ebbe pietà di lui. Capì sino a qual punto fosse innamorato quel terribile uomo.

– Povero amico, sei adunque atrocemente ferito? – gli domandò egli, cangiando tono.

– Sì, sono ferito… atrocemente ferito! Vedi, m’hai cagionato tanto male, che un pugnale nel cuore me ne avrebbe fatto meno.

Sandokan si diresse bruscamente verso la porta, che aprì furiosamente.

– Dove vai? – gli domandò il Portoghese arrestandolo con ambe le mani.

– Ritorno a Labuan – rispose con voce rauca il pirata. Domani dirai ai miei uomini che gl’Inglesi mi hanno ucciso. Non udranno più mai parlar di me, e tu sarai la nuova Tigre… io ritorno da lei!

– Sandokan! – esclamò Yanez circondandolo con ambe le braccia e traendolo verso di sé. – Sei pazzo tu per ritornare a Labuan, solo, con simil volto, laggiù, dove ti daranno la caccia come una belva feroce, dove non avrai un amico che ti difenda, quando a Mompracem vi sono cento e più uomini pronti a seguirti in capo al mondo? Rimani, Sandokan, lo voglio. Voglio che tu ritorni l’antica Tigre della Malesia pur amando.

I due pirati si precipitarono l’un nelle braccia dell’altro e rimasero così, stretti. Un fischio prolungato, un fischio d’allarme li separò bruscamente. Entrambi lo riconobbero.

– Giro Batoë! – esclamò Sandokan, slanciandosi verso la porta sospettando qualche cosa d’insolito.

– Giro Batoë! – ripeté il Portoghese, che aggrottò la fronte, seguendolo frettolosamente.

La notte era egualmente oscura come poche ore innanzi, ma con tutto ciò i due pirati scorsero il Malese che saliva come una scimia facendo i gradini a quattro a quattro. In pochi istanti giunse fino alla piattaforma.

– Siete voi capitano? – domandò egli avanzandosi frettolosamente.

– Sì, e che vuoi, Giro Batoë? Che significa la tua presenza a un’ora così tarda e in un luogo ove non hai nulla da fare? – domandò Sandokan con voce collerica. – Spicciati: se sei venuto per parlare, parla, se non hai nulla di serio ritorna alla tua capanna prima che mi venga l’idea di gettarti dalla rupe.

– Sarò breve. I prahos sono giunti ora – disse Giro Batoë.

– Bene, e poi? – domandò il Portoghese. – Se era per venire a dirci questo, potevi andartene a dormire.

– Non è tutto. Hanno portato delle notizie inquietanti. A quanto udii un incrociatore si è fatto vedere al sud dell’isola. Pare che sia venuto da Labuan, e che abbia idea di mostrarsi dinanzi al villaggio.

– Ah! – esclamò Sandokan. – Credono adunque le giacche rosse, che noi siamo ancora in mare? Se sono venuti per questo, possono tornare a Labuan. Che hanno detto i nostri uomini?

– In fede mia, capitano, non si inquietano tanto e si sono accontentati di porre alcuni buoni artiglieri dietro i terrapieni del sud. Hanno creduto bene di lasciar dormire il capitano Yanez.

– Si ignora adunque che sono ritornato da Labuan?

– Perfettamente, Tigre della Malesia. Non mi avrebbero creduto, e poi l’effetto sarà più grandioso e più inaspettato quando comparirete in persona. Credete che abbia fatto male?

– No, mio bravo Giro Batoë. Va a dir loro di raddoppiare le sentinelle e di caricare i cannoni. No, rimani, che voglio preparare io una graziosa burla al piroscafo quando navigherà in queste acque.

– Che hai in capo di fare? – domandò il Portoghese.

– Lo vedrai, Yanez. Aspettiamo il suo arrivo; sono sicuro che non tarderà a presentarsi dinanzi al villaggio.

I tre pirati si accomodarono all’aperto, sedendosi sulle trincee sfondate accanto agli scheletri, cogli occhi rivolti al sud, l’uno accarezzandosi il mento come uomo che ha trovato ciò che cercava, e gli altri due curiosi di veder ciò che doveva accadere.

Passò un’ora senza che il piroscafo segnalato si mostrasse all’orizzonte, e durante la quale nessuno dei tre disse parola. Si credeva già che avesse preso il largo, quando all’alba furono veduti i suoi fanali ancora accesi che brillavano nella semi-oscurità. Veniva dal sud, navigando a un duecento passi dalla costa e avanzandosi a piccolo vapore. Si sarebbe detto che con una insolente bravata volesse sfidare i pirati di Mompracem.

– Eccolo – disse il Portoghese. – La canaglia si crede di essere ben forte per passare sotto costa.

– Meglio così: avrà agio di vedermi senza l’aiuto di cannocchiali – rispose Sandokan. – Ohe! Giro Batoë, accendi un fuoco presso di me, bisogna che mi scorga bene, che gli mostri che la Tigre della Malesia è ancora viva.

Il Malese non se lo fece ripetere. In pochi istanti accese un gigantesco falò capace di essere veduto a venti miglia in mare.

– Bene – disse Sandokan. – Ora scendi al villaggio e dìai miei tigrotti di imboscarsi dietro le batterie. Quando alzerò la mia bandiera che facciano ruggire i cannoni.

Il piroscafo continuò ad avanzare attirato da quel chiarore insolito passando dinanzi al villaggio a piccolo vapore e a meno di quaranta passi dalla costa. Quando giunse dinanzi alla gran rupe, Sandokan uscendo dall’ombra comparve improvvisamente accanto al fuoco: egli si arrestò sull’estremo ciglione colle braccia tese verso di lui e l’occhio fisso su di un uomo che si teneva in piedi sul ponte di comando.

– William! William! – esclamò egli con iscoppio furioso.

– La Tigre! – esclamò quell’uomo che non era altro che il baronetto William.

– Guardami in volto! Guardami! – urlò la Tigre della Malesia avvicinandosi ancor più all’abisso sotto il quale rimuggiva il mare con fracasso. – Sono vivo!

Vi rispose una tremenda bestemmia seguita da una scarica di fucili.

– Arrivederci a Labuan! – disse Sandokan ghignando. – Ci ritroveremo, maledetto da Dio e quel dì berrò il tuo sangue!

Si vedevano allora un centinaio di ombre agitarsi sulle batterie del villaggio.

Sandokan afferrò la rossa sua bandiera e la levò mostrandola al piroscafo, il quale cercava di virare di bordo per accostarsi alla spiaggia.

Un primo colpo di cannone tenne dietro a quel comando, poi dieci, venti, cinquanta: le trincee, i terrapieni, le lunette, i fossati, i prahos in un baleno s’empirono di fumo ruggendo.

Una tremenda grandinata di ferro piovette sul piroscafo demattandolo e rasandolo come un pontone, costringendolo a prendere il largo a tutto vapore, mentre che i pirati correndo sulla costa gridavano ad una voce:

– Viva Mompracem! Viva la Tigre della Malesia!

CAPITOLO XV. Il caporale inglese

La nuova che Sandokan era ritornato, si era sparsa colla rapidità del lampo in tutta l’isola.

Il piroscafo non era ancora scomparso che una folla delirante, composta dei più vecchi campioni della pirateria, era di già salita sulla rupe a felicitare il gran capo del suo ritorno.

Era tanta la gioia che animava quei tigrotti, che pareva proprio che volessero soffocarlo fra gli abbracci. Sandokan si sentiva suo malgrado commosso di quelle prove di simpatia dei suoi uomini, e seppellendo per un istante l’abisso che lo separava da loro nella sua qualità di gran capo, abbracciava e lasciavasi abbracciare da tutti. Era un delirio d’ambe le parti.

Non si parlò né dei morti, né della sconfitta, non si udì il più piccolo lamento uscire dalle labbra di quegli uomini abituati a ogni sorta di pericoli e di dolori quantunque più di uno avesse perduto l’amico, il fratello e persino il figlio. Quegli uomini o meglio quei tigrotti si sarebbero vergognati di spargere una lagrima dinanzi alla Tigre della Malesia, che era il loro dio. Non si parlò nemmeno di vendetta, ben sapendo che la terribile Tigre non avrebbe lasciato impunita una tal sanguinosa rotta.

– Amici! – disse Sandokan, dopo di aver ascoltato le loro felicitazioni. – Amici! Gli è pur vero che un leone che aveva denti cento volte più numerosi di noi, che aveva artigli cento volte più lunghi, che ruggiva assai di più, ha fatto mordere la polvere alla Tigre della Malesia; ma non abbiate timore, che verrà il tempo in cui gli si darà alla sua volta il colpo di grazia. Voi l’avete veduto il brigante venir a fumare insolentemente fin sotto le temute nostre coste, credendo che la Tigre fosse morta, ma voi lo avete pur veduto fremere e tremare, quando mi scorse lassù sulla mia roccia, accanto alla mia bandiera più vivo di prima e assetato di vendetta!

«No, tigrotti, no, gli eroi che caddero pugnando sotto la coste dell’isola maledetta non rimarranno invendicati, ve lo giuro. Andremo ancora su quella terra esecrata, e colà renderemo pur noi ruggito per ruggito, ferro per ferro, sangue per sangue. Quel giorno tigri e leoni lotteranno fino all’ultimo sangue e i tigrotti di Mompracem divoreranno i leoncini di Labuan!…

Quelle parole, pronunciate con quell’accento feroce col quale le sapeva pronunciare la Tigre della Malesia, furono affascinanti: i capi della pirateria si sentirono correre per le ossa un fremito di terribile entusiasmo. Ogni braccio alzò un’arma e un solo grido irruppe tremendo da tutti i petti:

– Sangue! Sangue! Sangue!…

– E sangue sia! – rispose Sandokan.

L’adunanza ad un suo cenno si sciolse. I pirati scesero alla spiaggia urlando sempre con quanta voce avevano in corpo.

Sandokan stette lì a guardare i suoi tigrotti che parevano impazziti. Crollò ripetutamente il capo con gesto ripieno di disperante tristezza e si volse verso Yanez col volto tetro.

– Ho ancora la voce della Tigre della Malesia, ma sento di non averne più il cuore – mormorò egli cupamente.

– Sandokan – disse il Portoghese posando le sue mani sulle di lui spalle, – quando saremo a Labuan avrai anche il cuore dell’antica Tigre della Malesia.

– Sì, allora… e poi? – domandò il pirata, guardandolo in volto.

– Poi, sarà ciò che Dio vorrà. Vattene a dormire, tu sei ammalato.

– Lo so, Yanez, ma ancora per poco. Guarirò!

Il pirata che si sentiva affranto per le sofferenze fisiche e morali rientrò nella capanna, dopo di aver lanciato uno sguardo di fuoco verso l’oriente. Il Portoghese invece discese la scala avviandosi alla spiaggia, coll’intenzione senza dubbio di intraprendere qualche cosa di serio.

La Tigre della Malesia, dopo di aver sorseggiato qualche tazza di the che usava come fosse un Chinese di Canton, si sedette dinanzi al tavolo più cupo che mai. Con mano nervosa fece saltare i tappi di una mezza dozzina di bottiglie di wisky, la sua bevanda prediletta e che usava senza parsimonia.

Si mise a bere con una specie di rabbia, vuotando un dopo l’altro parecchi bicchieri quasi avesse l’intenzione di soffocare la gelosia che lo rodeva e i timori che l’agitavano. Si arrestò al sesto bicchiere.

– Ah! – esclamò con voce sempre più sorda. – Potessi addormentarmi e non risvegliarmi che il dì della partenza. Questo amore mi rode atrocemente; questa impazienza mi uccide!…

Si mise a camminare per la stanza calpestando i tappeti, rovesciando le bottiglie e infrangendo i cristalli ammucchiati negli angoli, poi andò fermarsi dinanzi all’armonium che aprì.

– Darei mezzo del mio sangue per poter cantar pur io una di quelle care canzoni che lei cantava quando languiva vinto e ferito sul letto del dolore. E non è possibile, non mi rammento più nulla. Era una lingua straniera, e quando la udiva mi sembrava di essere ebbro… ah! come eri bella allora, come eri divina Marianna!…

Fece scorrere le sue dita sulla tastiera e si mise a suonare cercando rammentarsi qualche nota che non gli fosse del tutto sfuggita, arrestandosi per cercarne qualche altra che non trovava più e tentando ma invano di imitare la voce della napoletana. Dalle note flebili e dolci allora balzò improvvisamente a quelle sorde, cui voleva improntare d’ironia e di sogghigni, poi si mise a suonare rapidamente ciò che gli saltava in capo, quasi volesse stordirsi. Toccò tre o quattro di quelle romanze selvaggie, tutte sue proprie, poi s’arrestò come se un nuovo pensiero l’avesse colpito.

Ritornò al tavoliere colla testa in fiamme e afferrando con mano convulsa un bicchiere lo empì sino all’orlo. Egli guardò attentamente in fondo della tazza.

– Ah! Vedo gli occhi di lei nel fondo della tazza! – esclamò ridendo d’un riso insensato.

La vuotò, la empì e tornò a vuotarla, guardandone sempre il fondo come lo attirasse.

– Ah! Ah! – continuò il pirata che perdeva a poco a poco le facoltà mentali sotto l’ubbriachezza che s’impadroniva di lui. – Ah! Ah! Vedo tutto rosso, tutto sangue!… Avanti, fantasmi, avanti, venite a sedere di fronte a me, là, bevete, bevete… il liquore arde ma addormenta, il mondo sembra un sogno dorato, sì, tutto un sogno dorato… bevete, bevete che le giacche rosse dormono anch’esse, bevete, bevete che dorme anche la Perla!…

Il pirata continuò a bere senza più numerare i bicchieri, ingollando il wisky come fosse semplice acqua, abbandonandosi a una terribile ebbrezza che diventava per lui un sollievo, alternando alle parole insensati scrosci di risa.

– Marianna! – gridava egli alzando le braccia come cercasse di afferrarla e tentando di abbandonare la seggiola. – Marianna, aspetta ancora, che i miei pirati abbiano bevuto sangue, poi verrò da te. Aspetta che le polveri bagnate dal wisky sieno asciutte, che le scimitarre sieno lucenti, e poi ti raggiungerò a dispetto del lord, poi sarò tuo come tu sarai mia… Sì, sì, io verrò a Labuan che dovrà fremere al mio avvicinarsi e accompagnato dal corteo dei fantasmi che chiedono vendetta, che chiedono sangue… Io sono forte, sono l’aquila di Mompracem, il dio dei miei pirati… aspetta ancora, io vengo.

Sandokan cercò rizzarsi poi si mise a ridere d’un riso stupido e continuò a bere.

– Verrò dove tu vorrai, amor mio – continuò egli, – laggiù, in un’isola deserta, in un eden, lontano da questi mari che potrebbero attirarmi, lontano da questi fantasmi che assordano le mie orecchie giorno e notte, lontano dai miei uomini che potrebbero tradirti, che potrebbero ucciderti, avvelenarti, perché io rimanga sempre la terribile Tigre della Malesia!

«Guarda… guarda, Marianna, io ti porterò meco, partiremo soli, di notte… sì di notte oscura perché non abbiano a farti paura e non abbiano a separarci. Andremo a trovar le gioie nell’isola che ti ho promesso, e il Portoghese… capisci, il mio fratello, verrà con noi, ci difenderà!… Su, su, bevete anime perdute, bevete con me che le giacche rosse dormono ancora. Ah! Ah! Ah!… Sturò una seconda bottiglia e si versò da bere girando attorno uno sguardo inebetito. Gli sembrò vedere delle ombre volare dinanzi agli occhi che ghignando folleggiassero mostrando kriss, scuri e scimitarre insanguinate. In una di esse, che sogghignava più di tutte credette di scorgere il baronetto William. Si sentì preso da un impeto di collera e tremò tutto digrignando i denti. Egli agitò le braccia come volesse afferrarlo.

– Ti vedo… sì, ti vedo, odo i tuoi sogghigni, maledetta giacca rossa, ma se posso afferrarti guai, guai a te. La Tigre della Malesia succerà il tuo cervello. Tu vuoi rubarmela, lo vedo nei tuoi occhi nei quali leggo come su un libro aperto; tu ridi perché hai il lord, lo stupido che ha curato il pirata, l’insensato che mi ha lasciato fuggire! Ah! Ah! Non riderai troppo, mi vedrai tra breve illuminato dalle fiamme degli incendi, in mezzo alle fiamme come mi hai veduto ancora, quando passavi… non mi ricordo più dove… ma mi hai veduto! Se hai sete vieni a bere nella mia tazza che non contiene ora veleno. Vieni a bere anche tu come hanno bevuto i fantasmi!…

Il pirata alzò la tazza come per presentarla all’ombra, poi la lasciò cadere spezzandola. Tornò a ridere.

– Non si vuol che beva? Chi è che non lo vuole? Ah! siete voi, tutti i miei uomini! Vedi, Marianna, non vogliono che io ti ami perché hai del sangue… del sangue inglese. Sì, deve essere così, non vogliono che ami! Ah! Ah! Ma ti farò mia lo stesso, poi farò ciò che tu vorrai, sì io li tradirò… saranno puniti, Mompracem cadrà, e Labuan… oh! Cadrà pure, cadrà!…

Egli era giunto allora al colmo dell’ebbrezza. Si sentì prendere da una smania di distruggere e rovesciò il tavolino mandando sottosopra e bottiglie e tazze che si infransero con fracasso. Dopo reiterati sforzi poté rizzarsi e si mise a camminare per la stanza barcollando, aggrappandosi alle mobiglie.

– Vi vedo tutti, sì, vi vedo, ma aspettate che ora giungerà la Tigre!… Silenzio schifosi cani. Chi dice che io non sia la Tigre?

Il delirio, il tremendo delirio che l’assaliva nei momenti di furore e d’ebbrezza lo prese. Sostenendosi a malapena, appoggiandosi ai muri, rovesciando il vasellame e spezzando le vetraglie e urlando come un pazzo s’impossessò di una scimitarra. La guardò per alcuni istanti con feroce gioia, lasciò sfuggire dalle labbra un gran scroscio di risa selvaggie e si mise a menare colpi disperati correndo dietro ai fantasmi che parevagli vederseli folleggiar d’intorno, lacerando le tappezzerie, avventando tremendi colpi sugli scaffali, sulle tavole, sulle casse, sull’armonium, brancolando, incespicando, ridendo, bestemmiando e ruggendo come una belva feroce.

Guai a colui che in quei momenti gli si fosse presentato dinanzi. Il Portoghese stesso non sarebbe stato risparmiato dalla scimitarra del delirante. Urlò per mezz’ora, combattendo come un dannato come se si trattasse di dover sbaragliare un intero esercito, facendo piovere dai vetri infranti degli scaffali torrenti d’oro, d’argento e di perle, poi le forze gli vennero improvvisamente meno e cadde in mezzo ai rottami addormentandosi profondamente.

Dormì tre o quattro ore e quando si svegliò trovossi coricato sull’ottomana dove i suoi Malesi l’avevano portato.

I vetri spezzati erano stati già tolti di là, gli ori e le perle erano state ricollocate scrupolosamente al loro posto, i mobili rovesciati erano stati raddrizzati e raggiustati alla meglio. Solo si vedevano le traccie lasciate qua e là dalla scimitarra sulle muraglie e sulle tappezzerie ancora lacerate.

Il pirata si stropicciò gli occhi e si passò più volte le mani sulla fronte come cercasse rammentarsi dell’accaduto.

– Non posso aver sognato – mormorò egli. – Sì, era ubbriaco e mi sentiva felice, oh! sì, molto felice. Orsù, il fuoco spento ricomincia a serpeggiarmi nelle vene. Che non lo possa io spegnere mai più?

Si strappò di dosso la divisa del sergente Willis, indossò nuove vesti, scintillanti per le perle sparse a profusione, e uscì.

Il sole era ancora alto; non potevano essere che le quattro. Aspirò una boccata d’aria marina che dissipò compiutamente gli ultimi resti dell’ubbriachezza e percorse collo sguardo il mare che estendevasi a perdita d’occhio ai suoi piedi.

Egli rimase lì alcuni minuti, collo sguardo fisso fisso all’est, verso Labuan, col volto tristo e truce insieme, poi scese la scala dirigendosi alla spiaggia dove i suoi pirati lavoravano attivamente attorno a nuove trincee ed ai terrapieni. Chiamò Giro Batoë che s’affaccendava a porre in batteria un enorme cannone.

Il Malese fu lesto ad avvicinarglisi.

– Dov’è il Portoghese? – gli domandò Sandokan.

– Ha preso il largo a bordo di uno dei più rapidi prahos, dopo di essersi intrattenuto a parlar qualche tempo con un indigeno. Mi sembrò che parlassero di una pericolosa spedizione ma non ha preso con sé che una ventina d’uomini.

– Non sai dove andava adunque? – chiese Sandokan, diventato d’un tratto pensieroso.

– No, non ha detto nulla – rispose il Malese. – Mi pareva però preoccupato.

– Da dove veniva l’indigeno?

– Dal nord e ha preso pure il Portoghese la via del nord accelerando la corsa coi remi. Doveva avere gran fretta.

Sandokan stette qualche istante silenzioso guardando il mare poi volgendosi bruscamente verso il Malese che lo guardava attentamente come volesse leggergli negli occhi:

– Va a prendermi un moschetto, Giro Batoë. Andremo a cacciare il cignale nella foresta.

Il Malese partì come il vento e tornò poco dopo colla carabina. Sandokan se la gettò ad armacollo e internossi col compagno nella foresta vicina.

Batterono i dintorni tutta la giornata senza aver scambiato parola, ammazzando una dozzina di pappagalli e un piccolo babirussa sorpreso in una macchia. Dopo di aver percorso parecchie miglia, lasciando qualche brano di vesti fra le spine e di aver fatta una breve fermata nella capanna di un Cinese a vuotare una bottiglia di tafià, ritornarono alla spiaggia al tramontare del sole. Sandokan che alla mattina era cupo, pareva felice.

Domandò ancora del Portoghese, ma non era ritornato. Quella risposta lo preoccupò e divenne pensieroso.

– Che si sia spinto fino sulle coste di Labuan? – mormorò egli. – Che ne pensi tu, Giro Batoë?

– Io penso che egli avrà fiutato qualche cosa d’insolito, capitano – rispose il Malese che sgambettava ai suoi fianchi. – Il negro deve avergli comunicato qualche cosa d’importante dalla fretta con cui prese il largo. Chi sa che non si tratti d’Inglesi? Non sarei sorpreso se stesse cacciando qualche vaporiera verso Labuan.

– Potrebbe darsi, Giro Batoë, solo mi sorprende come abbia preso con sé così pochi uomini.

– Sì ma ha fatto imbarcare i tre più grossi cannoni da caccia che vi sieno in Mompracem, e ha scelto il fiore dei coraggiosi. Con simili forze, si possono fare grandi cose, capitano.

– Ah! È così adunque? – disse Sandokan. – In tal caso, preoccuparsi sarebbe una follia. Ehi! Giro Batoë, cercami tre o quattro dei più arrabbiati bevitori fra i capi dei prahos e vieni con essi a trovarmi lassù. Ho bisogno di bere, ho bisogno di dormire. Senza wisky non chiuderei occhio.

Egli ritornò alla sua capanna. Girò e rigirò a casaccio fra le trincee come cercasse qualche cosa e finì col sedersi sul ciglione della rupe coi piedi penzolanti, guardando all’oriente cercando scoprire il prahos del Portoghese e lanciando i suoi pensieri al di là del mare verso Labuan e meglio ancora alla villa. Rimase così fino a notte inoltrata, inebbriandosí dell’aria marina, pensieroso, ancora cupo, porgendo orecchio al muggito del mare che frangevasi furiosamente ai piedi della rupe e mirando quelle onde che pur bagnavano le coste dell’isola di Marianna, poi rientrò nella sua capanna dove i capi dei prahos lo aspettavano colle tazze colme in mano.

Passò una gran parte della notte gozzovigliando con loro, e andò a dormire a ora assai tarda, dopo di aver vagato a lungo sulla piattaforma della rupe, per calmare le arsure che lo divoravano.

Dormì pochissimo e sempre sognando cose lugubri; venne destato da Giro Batoë all’alba.

– Che vuoi? – chiese Sandokan.

– Il Portoghese è in vista della costa – rispose il Malese.

Sandokan s’affrettò a uscire e scorse subito il prahos che veleggiava a tre o quattro miglia dalle coste, colla rossa bandiera ondeggiante a poppa. Il povero legno era ridotto in uno stato compassionevole. L’albero di trinchetto era spezzato raso il ponte, quello di maistra si sosteneva a malapena con una fitta rete di paterazzi e di sartie. Murate e madieri erano tutti fracassati, schiantati e tempestati di stoppacci che chiudevano numerosissimi fori.

– Se non m’inganno, il prahos si è ben battuto – disse Sandokan. – Come mai non trae a rimorchio preda alcuna?

– Potrebbe darsi che avesse nella stiva qualche tonnellata di minerale giallo – rispose Giro Batoë.

– Forse… Oh! Dimmi, Giro Batoë, non vedo sul ponte vicino a un cannone, un uomo che sembra legato? Per Allah! Egli porta un vestito rosso!

– Sangue di Maometto! – esclamò Giro Batoë portando le mani dinanzi agli occhi per ripararli dal sole. – Quell’uomo là è una giacca rossa. Eh! Sarebbe una bella presa, capitano, per avere notizie da Labuan.

– Ma vuoi tu che Yanez si sia spinto fino alle coste di quell’isola? Bisogna che abbia calato a picco qualche vaporiera. A ogni modo andiamo a vedere.

I due pirati scesero sulla spiaggia dove si erano radunati tutti i pirati del villaggio.

Il prahos che avanzava frettoloso era allora vicinissimo. Il Portoghese Yanez scorgendo Sandokan alzò le mani in aria stropicciandole l’una contro l’altra con far allegro.

– Buona preda, Sandokan! – gridò poscia additando il soldato inglese. Cinque minuti dopo il legno gettava l’âncora nella piccola rada. L’imbarcazione venne calata in mare e portò a terra Yanez, il soldato inglese e sette pirati più o meno gravemente feriti.

– Ebbene, fratello – disse Sandokan. – Da dove vieni?

– Puoi vederlo che vengo dal mare – rispose Yanez, – e che ti porto una preda preziosissima che pescai proprio nel momento che se ne andava a picco. Vieni lassù alla nostra capanna, Sandokan, e ti racconterò qual valore abbia questa preda.

– Hai saccheggiato qualche brigantino inglese? Oppure ti sei spinto fino a Labuan?

– Né l’uno né l’altro, amico mio. Non ho preso nemmeno un pugno d’oro, ho invece ricevuto ferro a volontà che ha demattato completamente il mio povero legno, una vera pioggia di bombe che faceva saltare i miei uomini sopra e sotto coperta. Che tempesta! Mi ha ammazzato due tigrotti e me ne ha rovinato altri sei o sette. Orsù, fratello mio, andiamo alla capanna e tu, Giro Batoë, tieni bene d’occhio questa giacca rossa e sta attento che non abbiano a guastarmela interamente.

La raccomandazione capitava a tempo, poiché i pirati avevano circondato il prigioniero strappandogli la barba e i capelli e lacerandogli per derisione i suoi argentati galloni da caporale.

Giro Batoë affrettossi a levare dalle loro mani il povero diavolo che urlava di dolore e lo condusse nella sua capanna dopo di averlo ben bene legato. Yanez e Sandokan salirono sulla piattaforma della rupe e s’accomodarono fra le trincee.

– Orsù, Yanez, racconta – disse la Tigre. – Non vedi che io ardo d’impazienza? Sei stato a Labuan?

– Per quanto il prahos camminasse, non avrei avuto il tempo per essere di ritorno così presto. Quando ti lasciai, aveva l’idea di corseggiare nelle acque dell’isola per cercare se era possibile di avere qualche notizia sulla lady. Stava per dare gli ordini opportuni perché armassero uno dei più grandi prahos quando incontrai il Nano che veniva dal nord ov’era stato a pescare.

– Bene, e poi?

– Il birbone mi raccontò che mentre tornava s’imbatté in un sospiratore affannato che andava frugando i seni della nostra isola. Tu sai già, che un sospiratore affannato è una vaporiera.

– E tu l’hai inseguita?

– Aspetta un po’, fratello mio, che abbiamo del tempo dinanzi. Mi sono messo subitamente in mare col fiore dei più coraggiosi e tre dei più grossi cannoni che abbia Mompracem. A sera scoprimmo la vaporiera che fumava allegramente ritornandosene a Labuan. Con un colpo di cannone la facciamo avvisata che noi eravamo vicini, uno stupendo colpo che va a mozzarle nettamente la ciminiera. Viriamo di prua tagliandole la ritirata e cominciamo la musica.

«Bisogna proprio dire che avesse a bordo gente dal fegato grosso. Ruggivano come noi e ci malmenavano per bene, ma per mille saette! la coprimmo di ferro.

«I suoi fianchi si aprivano crepitando sotto la nostra mitraglia che batteva furiosamente in breccia e il suo ponte si seminava di cadaveri. Fumava e fischiava così terribilmente da credere sul serio che fosse sempre lì lì per saltare.

«Gli tiriamo una bordata sul ponte con tutti e tre i cannoni. Due giacche rosse che si tenevano in piedi sulla murata di poppa come equilibristi giapponesi, capitombolano in mare. Era quello che voleva. La vaporiera infuriava e non parlava di resa, non vi era da guadagnare continuando la danza; gli mandiamo un’altra fiancata, in forma di saluto sull’attrezzatura e cediamo il passo. Mentre se ne fuggiva tutta fumante, credendo ancor un sogno di averla scampata bella, noi peschiamo bravamente i due uomini; uno era morente colla testa fracassata e l’altro era vivo e te lo riporto. Egli ha l’aria di saperla molto lunga sul conto di quel baronetto di cui tu me ne hai parlato, e di più, viene da Labuan.

– Da Labuan? – esclamò Sandokan. – E che ti raccontò egli?

– Eh! Il mariuolo ha la lingua corta, Sandokan, e ho dovuto penare per farlo cantare.

– Vieni con me, Yanez; noi lo faremo parlare e a chiare note.

Si alzò rapidamente, scese la scaletta e raggiunse in un lampo la capanna di Giro Batoë, sempre seguito dal Portoghese che si stropicciava allegramente le mani come uomo che è perfettamente contento.

Il soldato, un caporale a giudicarlo dai resti dei gradi lasciatigli dai pirati, era legato solidamente a un anello di ferro e guardato da Giro Batoë che non era riuscito a strappargli una parola, dopo di avergli parlato inglese, malese e cinese. Alla vista di Sandokan, egli manifestò qualche sorpresa, guardandolo attentamente dalla testa ai piedi ma senza dir verbo.

– Mi riconosci forse? – domandò il pirata avvicinandosi, mentre Giro Batoë, a un cenno del Portoghese, usciva.

Il caporale si strinse nelle spalle ed ebbe un sorriso la cui espressione non isfuggì al pirata.

– Se ti avessi visto una sola volta – disse egli, – non avrei dimenticato mai un volto così truce come il tuo, che sa di pirata a una lega di distanza.

– Bene – disse freddamente Sandokan, – guardami bene in volto. Io sono la Tigre della Malesia!

L’Inglese si mise a sogghignare crollando ripetutamente il capo con moto dubitativo.

– La Tigre della Malesia non può essere ritornata a Mompracem. Essa è ancora laggiù, a Labuan, sotto le foreste inseguita come una vera tigre da tutti i cacciatori della colonia. Forse a quest’ora è anche morta.

– Guarda, io era nella villa di lord Guillonk quando i tuoi hanno circondato il parco; ho atterrato il lord e sono passato in mezzo alle baionette dopo di aver spaccato la testa a uno che aveva avuto l’ardire d’insultarmi. Il baronetto, che voi chiamate William, comandava la spedizione; m’inganno io?

– No; io faceva parte di coloro che circondavano il parco – rispose il soldato.

– Io sono fuggito sotto la foresta – continuò Sandokan, – ho spogliato il sergente Willis dopo di averlo battuto, ho ingannato tutti i soldati così travestito, e sono giunto alla costa la sera del 26 aprile col Malese che ti custodiva poco fa. Credi ora tu che io sia la Tigre della Malesia?

– Potrebbe darsi – rispose il soldato, che però non dubitava più di avere la Tigre in persona dinanzi.

– Sai che la Tigre sarebbe capace di bere il tuo sangue e di strapparti il cuore e divorarlo ancor palpitante.

– Forse! – Ma il soldato, nel pronunciare la parola impallidì, la qual cosa non sfuggì a Sandokan che lo guardava attentamente.

– Discorriamo allora e non cacciarti in mente di restar muto. Quando io sono fuggito dove m’avete dato la caccia?

Il soldato non rispose, anzi si morse le labbra perché non uscisse una sola parola.

– Cominci male, cane d’Inglese! – esclamò Sandokan che si sentì preso da un impeto di collera. – Bada bene, vi sono kriss che tagliano un corpo in diecimila pezzi, tenaglie roventi che strappano la carne a brano a brano, piombo liquefatto da far sorseggiare ai ricalcitranti e del fuoco per farli arrostire lentamente. Voi mi avete dato la caccia verso il sud, te lo dirò io, poi siete ritornati al nord e non trovandomi, sospettando che io avessi di già preso la fuga, vi siete messi in mare. Bene, parlami ora del baronetto William e di lord Guillonk. Che ha fatto il primo?

– Io non lo conosco, non so nulla; mi hanno mandato al nord – rispose il caporale.

Sandokan pose mano al kriss. Avvicinossi al caporale che impallidiva come un morto e glielo puntò alla gola facendone uscire una goccia di sangue. Il prigioniero gettò un grido di dolore.

– Parla o ti ammazzo – disse freddamente il pirata senza staccare il kriss che beveva sangue.

– Parlerò, lasciatemi! parlerò, vi dirò tutto. Il baronetto è ritornato alla villa più cupo del solito e bestemmiando. Vi aveva cacciato tutta la giornata, la notte e il dì seguente ora all’occidente e ora al sud senza trovarvi. Egli aveva promesso al lord di portare la vostra testa, per avere la mano di sua nepote, milady Marianna. Quando ha veduto che le ricerche riuscivano infruttuose, era in preda al furore. Ha comandato ai piroscafi di mettersi in mare.

– Continua, continua! – esclamò Sandokan, che non perdeva sillaba.

– Io faceva parte della scorta del baronetto e sono salito con lui nella villa dove il lord lo aspettava ansiosamente, bestemmiando per non potersi mettere anche lui in caccia. Aveva una ferita in una gamba fattagli inavvertitamente dalla Tigre della Malesia nel mentre che disputavagli il passo.

– Lo aveva ferito dunque io? Spicciati, parla, se ti è cara la vita.

– , la Tigre accidentalmente a quanto asserì egli, l’aveva ferito. Il lord udendo come la caccia non fosse riuscita perdette la calma e inveì contro il baronetto che giurava di pigliarvi tardi o presto. Non si calmò che dopo qualche ora, ma la sua ira tornò a scoppiare quando vide sua nepote milady…

– Lei! Lei! Marianna! – esclamò il pirata, che sentì il sangue montargli alla testa. – Parla! Parla, cane d’Inglese, spicciati ma non ingannarmi, capisci. Mi sentirei capace di farti a brani colle mie mani.

Il soldato vedendolo in quella maniera, ebbe paura. Un’occhiata del pirata l’obbligò a tirar innanzi.

– Ne seguì una scena violenta – diss’egli con voce tremante. – La giovanetta piangeva, invocando pietà per voi.

– Ah! – esclamò Sandokan con voce che non aveva più nulla di umano. – Lo senti Yanez? Lo senti?

– Continuate – disse il Portoghese. – Ma un avviso prima: se parli avrai la libertà e se taci ti faremo abbruciar vivo. Bada che le tue parole sieno vere. Tu rimarrai qui prigioniero finché noi andremo a Labuan, quindi al nostro ritorno potremo sapere se tu hai mentito. Tira innanzi ora e sta bene in guardia.

– Non v’ingannerò – rispose il soldato che si vedeva in piena balia dei pirati. – La giovanetta pregava, il lord bestemmiava contro la Tigre. Fu allora che la lady, che dicesi si sia innamorata del terribile corsaro, udendo che lo si insultava, si precipitò addosso al suo zio giurando che sarebbe fuggita se non cessava dal vituperare un nome a lei tanto caro.

«Il lord dopo un vivo alterco la lasciò sola uscendo col baronetto William…

– Bene, e poi? – chiese Sandokan che sentivasi il cuore battere furiosamente.

– Hanno parlato a lungo assieme, e il lord ha finito col cedere la mano di sua nepote al baronetto a patto che questi entro un anno gli porti la testa della Tigre.

– Avanti! Avanti!…

– Fra tre o quattro giorni lady Marianna Guillonk diverrà la moglie del baronetto William Rosenthal!

Sandokan aveva gettato uno spaventevole urlo come di belva ferita. Egli barcollò e chiuse gli occhi.

– Fra tre giorni! Fra tre giorni! – ruggì egli con indefinibile accento.

Si raddrizzò, avvicinossi al soldato che non capiva il perché di quella terribile alterazione, e l’afferrò per le braccia tenagliandogli le carni e scuotendolo con furore.

– Guardami bene in volto! – gli gridò agli orecchi. – Io sono la Tigre della Malesia!

– Oh!…

– Se tu mi hai ingannato guai a te!

– Vi giuro che dissi la verità.

– Sta bene. Tu rimarrai e io volerò a Labuan. Quando tornerò sarai libero e ti darò tanto oro quanto pesi, ma se hai mentito, ti farò soffrire mille torture. Vattene, cane, e medita.

Il pirata si volse al Portoghese che lo guardava fisso colle braccia incrociate.

– Partiamo, Yanez – gli disse con voce risoluta.

– Partiamo, Sandokan – rispose il Portoghese.

E i due uomini uscirono a rapidi passi.

CAPITOLO XVI. La spedizione di Labuan

L’audace quanto rapida risoluzione di Sandokan non aveva che uno scopo: impedire il matrimonio, si dovesse pure mettere a ferro e a fuoco l’intera Labuan, rubando la giovanetta che ormai si credeva in pieno diritto di far sua.

La spedizione, alla quale prendeva parte anche il Portoghese, fu deciso che avesse a comporsi per prima di un solo prahos montato da un numero limitato di scelti pirati, onde non allarmare gli incrociatori inglesi.

Sandokan non ignorava che una imprudenza poteva cagionare una vera catastrofe, come non ignorava che fosse capace di fare lord James per impedire che sua nepote avesse a cadere fra gli artigli della Tigre della Malesia.

Poteva darsi che il maledetto insospettito avesse ad abbandonare Labuan portando seco Marianna, e si ritirasse nei possedimenti inglesi di Sarawak sotto la potente protezione di James Brooke, e il pirata che sentiva di non poter guarire dalla terribile malattia che albergava nel suo cuore, voleva a ogni costo distruggere anche il più piccolo dei sospetti.

L’ordine di mettersi in mare venne, di conseguenza, subito dato. I pirati, che da tanto tempo agognavano questa spedizione su Labuan per dissetarsi, e trarne tremenda vendetta, al comando della Tigre si precipitarono come un sol uomo verso i prahos, agitando furiosamente scimitarre e scuri.

– Vendetta! Sangue! Sangue! Abbiamo sete Tigre! moriamo dalla sete! – erano le sole grida che si udivano uscire da quella folla frenetica entusiasmata.

Sandokan dovette usare tutta la sua autorità per impedire che s’imbarcassero tutti; egli ne scelse venticinque dei più risoluti, e dei più forti, anime perdute che avrebbero messo a sacco la Mecca stessa quantunque maomettani, vere tigri che non avrebbero esitato un solo istante a gettarsi anche su di un reggimento intero.

Uno dei più grandi e dei più solidi prahos, coi madieri rivestiti di lamine di ferro, armato di quattro cannoni da dodici e zeppo d’armi, fu subito messo a disposizione dell’audace banda.

Un momento prima di partire, mentre che l’equipaggio stava imbarcando una mezza dozzina di spingarde di grosso calibro, Sandokan chiamò attorno a sé tutti i pirati della costa e mostrando loro il Malese Gira Batoë:

– Ecco un uomo che ha la fortuna di essere coraggioso come una vera tigre – disse egli. – È uno dei due che sopravvissero alla sfortunata spedizione di Labuan. Mentre io parto, ubbidite a lui come ubbidivate a me.

Stette un momento silenzioso guardando il mare, poi traendolo verso la spiaggia:

– Ascoltami, Giro Batoë – gli disse. – Noi andiamo a Labuan; tu conosci la foce del fiumicello e puoi condurre dei prahos alla piccola palude senz’essere visto dagli incrociatori. Tu sai che venticinque uomini sono pochi per cozzare contro gl’Inglesi dell’isola che si tengono in guardia. Odimi bene ora: lascia scorrere due giorni, poi vieni a raggiungermi alla palude con una settantina dei più valorosi tigrotti e due prahos. Io sarò là ad aspettarti.

– Bene, capitano, vi sarò – rispose il Malese.

– Un’ultima raccomandazione, Giro Batoë. Fà sorvegliare attentamente il caporale; se ci scappa può rovinarci. Addio.

Ciò detto Sandokan, salutato da tutti i pirati, salì sul prahos dove l’aspettava Yanez.

– Partiamo – diss’egli brevemente.

A un cenno del Portoghese la gomena fu ritirata a bordo e le vele furono sciolte. Il piccolo legno abbandonò la darsena e uscì in pieno mare colla prua volta a Labuan.

Il cielo era sereno e il mare calmo come l’olio, però al sud apparivano certe nuvolette di una tinta particolare e di una forma strana, che non promettevano nulla di buono. Sandokan che oltre essere un cannocchiale vivente poteva chiamarsi un barometro vivente, fiutò qualche perturbamento atmosferico non troppo lontano. Tuttavia non se ne inquietò, prima conoscendo le buone qualità nautiche del suo legno che aveva lottato più volte coi più terribili cicloni, poi deciso di tutto sfidare purché approdare il più presto che fosse possibile a Labuan, dove i più forti motivi lo spingevano.

– Se alcuna forza umana fu mai capace di arrestarmi, meno ancora mi arresterà la tempesta – diss’egli al Portoghese. – Mi sento tanto forte nella passione da sfidare anche la natura.

– Credi che avremo tempesta? – chiese Yanez.

– Sì, fratello mio, e una tempesta che se non m’inganno ci farà rollare terribilmente.

– E non la temi?

– Temerla! Come posso temerla, quando Marianna m’aspetta, quando Marianna corre un pericolo? Vedi, Yanez, sono ammalato, ma atrocemente ammalato e a segno, che se io avessi a perdere la cara giovanetta, mi suiciderei. Ho la gelosia che mi avvelena il sangue, mi sembra avere mille serpi che rodano il cuore, mi sembra avere un vulcano qua, in mezzo al petto e che mi faccia ribollire il sangue. Bisogna che la faccia mia, come tu vedi, perché io possa guarire e la farò. Non mi fanno paura né le loro navi, né le loro forze, solo ho paura dei tradimenti, ma mi sento tanto forte e le forze mi vanno così crescendo man mano che mi avvicino a Labuan e che la passione ingigantisce da sfidarli. Sfiderei Maometto e Dio stesso.

– Ma vorresti tu cacciarti sotto il naso di qualche incrociatore, Sandokan, se esso avesse l’idea di sbarrarti la strada? Sarebbe pazzia, sarebbe un mettere in sull’avviso il lord ed il baronetto che si affretterebbero a ritirarsi in mezzo ai loro compatrioti se non trovano di meglio di battere in ritirata fino a Sarawak per essere più sicuri.

– E che, Yanez, vorresti tu che io dovessi ritornarmene a Labuan un’altra volta? No, te lo giuro, fratel mio, attaccherò qualsiasi legno che mi sbarrerà la via.

– Non dico questo. Se si vuol arrivare in tempo d’impedire il matrimonio e di prevenire la loro fuga, bisognerà andar innanzi anche se dieci incrociatori vegliano. Ma abbiamo prudenza, non destiamo all’armi che in questi momenti sono più che pericolosi; cerchiamo assumere l’aria di onesti trafficanti in rotta per Varauni tanto da ingannare i più astuti lupi di mare. Quando saremo fuor di pericolo faremo rotta falsa, e con quattro bordate e una arrancata, se il vento non ci sarà propizio, andremo a Labuan. Si troverà bene qualche fiumicello o qualche calanca da nascondere il prahos a occhi troppo indiscreti.

– Hai ragione, Yanez, giuocheremo di astuzia ora, poi giuocheremo col cannone.

– Meno che sarà possibile, Sandokan – disse il Portoghese. – Siamo venticinque e dei più risoluti, altri sessanta verranno dopo: benissimo, saremo in tutto novanta tigrotti, ma non bisogna commettere pazzie e urtarsi con tutta Labuan. A che creare imbarazzi quando si possono evitarli? Non mi hai assicurato tu, che la giovanetta ti seguirà ovunque?

– Sì, essa me lo ha giurato – rispose Sandokan il cui ricordo gli strappò un sospiro.

– Bene, nulla di più facile, una bella notte, il più presto che sia possibile onde evitare guai, andare al parco senza destar all’armi. Comprendi il resto. Se la rapirò senza far fracasso, quando gl’Inglesi si saranno accorti del bel tiro, noi saremo lontani e su falsa via perché non abbiano a raggiungerci coi loro dannati vapori che filano di più dei più rapidi prahos. Andremo sulle coste del Borneo per esempio, mentre essi fileranno verso Mompracem. Vi sarà un doppio giuoco.

– E credi tu che la villa non sia guardata, Yanez? Oh! Io li conosco quel lord e quel baronetto: essi sanno bene che sia capace di fare la Tigre. Dormiranno con un sol occhio o meglio ancora, saranno svegli con qualche compagnia di soldati o di marinai, coi quali bisognerà venire bravamente alle mani.

Il Portoghese si mise a mordere i mustacchi come faceva quando era imbarazzato.

– Io penso, Sandokan – disse egli, – che tu possa avere ragione. In tal caso ti suggerisco una via di mezzo senza aver bisogno di precipitare gli avvenimenti nel fondo dei quali si potrebbe trovare una seconda sconfitta e tu sai che si sfugge difficilmente due volte a simili pericoli. Non arrischiamo i nostri venti uomini contro delle muraglie dietro le quali vi possono essere delle centinaia d’uomini. Prendiamo le cose con calma e aspettiamo gli altri. Che ne dici?

Sandokan non rispose. Il suo sguardo dopo aver percorso il mare erasi arrestato sulla nuvoletta poco prima osservata che andava sempre più oscurandosi.

– Orsù, fratello, a che vai pensando? – chiese Yanez.

– Che il tuo piano potrebbe convenire ad altri ma non a me. Ma lasciamo le cose lì come stanno. Sai, Yanez, che le giacche rosse avranno un alleato?

– Un alleato? Forse il sultano di Borneo? O forse quel dannato Inglese che governa a Sarawak?

– Né l’uno né l’altro fino ad ora. Parlo dell’uragano che si avanza a gran passi. Il miserabile fra poco verrà a subissarci colle sue ondate. Ma non aver paura, Yanez, che lo sfideremo. Io andrò a Labuan a dispetto di tutte le tempeste del globo.

– Credi tu che il vento ruggirà?

– Sì e fortemente, ma saremo pronti a riceverlo. Lo vedrai, Yanez, domani a notte getteremo l’âncora sulle coste di Labuan.

Sandokan abbandonò il Portoghese che si era messo a guardare le nubi con qualche inquietudine, e andò a sedersi sul cannone di prua col capo stretto fra le mani e gli occhi fissi all’oriente fantasticando sui suoi progetti.

Egli si sentiva suo malgrado invaso da mille timori, non per la tempesta della quale se ne rideva, non per Mompracem che ormai era destinata a tramontare ma per la giovanetta abbandonata fra le braccia del lord e del baronetto.

L’impazienza lo rodeva come lo rodeva la gelosia. Calcolava la distanza che lo separava da Labuan, contava metro per metro la via guadagnata, trovando che il vento era debole e il suo prahos una carcassa.

Avrebbe voluto colla forza della sua passione animare quel legno, spingerlo e animare egualmente quel vento che a poco a poco scemava, e accorciare la via che per la prima volta in sua vita trovava terribilmente lunga.

Anche i suoi uomini, quantunque solamente animati dalla vendetta, che avevan giurato compiere e ben strepitosamente, s’impazientavano. Andavano e venivano pel ponte imprecando al vento che non trovavano abbastanza buono, cangiavano velatura ogni dieci minuti per cercar di accelerar la corsa aggiungendovi qualche nuovo fiocco di loro invenzione e ponendosi spesso ai remi, nonostante che il legno divorasse senza fatica i suoi quattro o cinque nodi all’ora e continuasse a crescere sotto i primi buffi di vento umido del sud e sud-ovest.

Dell’uragano che minacciava scoppiare seriamente, e che in quei mari sa infuriare e ben terribilmente, non se ne inquietavano di troppo. Abituati, sino dall’infanzia, a quei pericoli, che essi chiamavano di seconda classe, abituati a combatterli a bordo dei prahos, se ne ridevano. Tutto sarebbe terminato con qualche vela lacerata e dei buoni colpi di mare, un nulla infine che non avrebbe impedito di andarsene a Labuan e di approdarvi all’indomani al calar del sole.

Il vento accrebbe di velocità dopo il mezzodì quando si trovavano a una ventina di miglia da Mompracem, segno infallibile che la tempesta, che andava formandosi al sud, cominciava a predisporsi per iscoppiare o alla notte o all’indomani. Le nubi piccine e che potevano essere sfuggite a più di qualche occhio alla mattina, cominciarono con una mossa che avrebbe sembrato impercettibile a levarsi sull’orizzonte prendendo una tinta fosca e distendendosi su larga zona.

Chiunque, nel vederle, si sarebbe affrettato a virar di bordo e cacciarsi prudentemente in qualche sicura baia aspettando che tutto fosse passato, ma Sandokan quantunque si trovasse a sole venti miglia da Mompracem, ove sapeva di trovar un rifugio più che sicuro, non lo pensò nemmeno e meno ancora lo pensarono i suoi uomini che avevano cieca fiducia in lui. Lo aveva detto che né gli uomini né le tempeste di tutto il globo lo avrebbero arrestato ed era uomo da mantenere la parola.

Che importava se il vento ruggiva, se il mare si gonfiava, se il prahos rollava e beccheggiava, se perdeva vele e alberi, quando lei era là, quando forse lo aspettava, quando si correva pericolo di non ritrovarla più mai?

Fosse stato pur sicuro di approdare a Labuan una seconda volta ferito o come naufrago, solo e con le giacche rosse alle calcagna a inseguirlo per la seconda volta attraverso le foreste, non gli sarebbe importato purché trovarsi a Labuan e giungere in tempo di rapirla prima della catastrofe.

Solo il Portoghese ebbe qualche timore sulla buona riuscita della spedizione. Egli l’espose a Sandokan.

– L’uragano si addensa, fratello mio. Sarai tu capace di sfidarlo impunemente? Il nostro prahos è un buon legno, non vi ha da dubitare, ma la via è ancora lunga e potrebbe darsi che dovessimo cambiare rotta. Non credi tu che sia cosa saggia poggiare su Mompracem fino a che la burrasca si sia un po’ sfogata? Il caporale inglese ha detto fra quattro giorni, quindi il tempo mi pare più che sufficiente per lasciar passare il tifone che ordinariamente non dura molto.

– Non pensarlo nemmeno, Yanez – disse il pirata. – Non ho mai avuto paura di una tempesta e meno l’avrò oggi che si tratta di Marianna. Un ritardo, mi capisci, potrebbe diventarmi fatale e un sospetto potrebbe precipitare la catastrofe. Anzi io penso che questo mare infuriato ci sia di aiuto per passare inosservati la crociera.

– E sui pericoli di un naufragio, hai tu pensato? Annegata la Tigre, sarebbe la morte di lady Marianna.

Il pirata si mise a sogghignare.

– Il naufragio non lo temo, e la morte della Tigre non avverrà né oggi, né domani, né mai. Mi sento invulnerabile e sento pure che toccherò le coste di Labuan sano e salvo!

Il pirata aveva pronunciato queste parole con una sicurezza tale da credere quasi che fosse egli il padrone assoluto dei destini umani.

Il Portoghese credette bene di lasciar lì il discorso ben sapendo che la Tigre non avrebbe ceduto. Persuadere un tale uomo, che credevasi invincibile, sarebbe stata follia.

La velocità del prahos si accelerò ancor più verso le sette della sera, raggiungendo i sei nodi, velocità più che bastante per trovarsi all’indomani sulle coste di Labuan. Pareva che il legno fosse diventato un vero pesce guizzante, meglio ancora pareva un gigantesco uccello che radesse le onde, il cui becco ne era il bompresso e le ali le enormi vele.

Qualche ora dopo verso il nord fu segnalato un grosso brigantino, un bel mercantile dal ventre rigonfio, per far uso di una frase piratesca, la cui vista destò qualche idea di saccheggio fra i pirati.

Ma Sandokan che non aveva né voleva perdere tempo, sebben la presa di quel vascello promettesse bei guadagni vedendolo venire dal sud, la via che ordinariamente tengono le navi provenienti dall’India, da Giava, da Sumatra o dal Timor e che si recano a Varauni o alle Filippine, cariche delle più preziose merci da far venir l’acqua in bocca a un pirata meno innamorato di lui o meno frettoloso, lasciò che il brigantino continuasse tranquillamente la sua via, il che fece dire a qualche pirata che la Tigre della Malesia era cangiata, certamente stregata durante il suo soggiorno nelle foreste di Labuan.

Tuttavia, è d’uopo dirlo, nessuno ardì mormorare; i più ammisero che se agiva così doveva avere le sue buone ragioni di cui non erano obbligati, né autorizzati a indagare.

Solo il Portoghese, che, come si disse, godeva una confidenza illimitata, ardì farne parola.

– Che diavolo – disse egli fra il serio e il malizioso, – hai tu già dimenticato il tuo mestiere, Sandokan?

– Forse – si accontentò di dire il pirata e poi, cangiando tono, – il brigantino, Yanez, non è già inglese, né m’interessa molto. A qual pro sacrificare uomini che oggi sono indispensabili quanto rari, pel capriccio di guadagnare delle stoffe o delle spezierie che non si saprebbe ove porle e perdere del tempo che è più prezioso di tutti gli ori della mia capanna! Non lamentarti troppo presto, Yanez, potrebbe venir un giorno che per volontà di lei abbia a stancarti di tante prede e assieme a te stancare i miei uomini.

– Bene, Sandokan – disse il Portoghese abbassando la voce, – potrebbe adunque darsi che tu tornassi la Tigre?

– Sì, se lei lo vorrà; non capisci che oggi la Tigre è incatenata e che la mia volontà non dipende che da lei?

– Ma cercherai almeno tu di persuaderla a seguirti a Mompracem e di diventare la compagna della Tigre? Guarda, perduto tu, fuggito con lei o morto, Mompracem cadrà. Perderà quella potenza che tu le avevi dato. Vivo tu, e ancor pirata, brillerà tanto, acquisterà una fama sì grande, da eclissare e far fremere gli stranieri annidati su questi mari. Vi sono centinaia di Malesi e di Dayachi, che alla prima tua chiamata, correrebbero a Mompracem a ingrossare la formidabile schiera dei pirati.

– Lo so, Yanez, e forse lo tenterò. Ma vuoi tu che io releghi lei in una isola selvaggia come la mia, fra gente che sa solo trar archibusate e menar il kriss e la scure? Vuoi tu che io ne faccia una piratessa di lei, così timida, così dolce, così buona? Vuoi tu che la getti in mezzo al sangue, che le mostri per ogni dove scheletri umani e stragi? Vuoi tu che la soffochi col fumo dei nostri moschetti, che la esponga a un eterno pericolo, che l’assordi con le urla dei combattenti, con gemiti di feriti, col ruggito dei cannoni? Dimmi, Yanez, lo faresti tu?

Il Portoghese lo guardò, crollando il capo con dubbio… e non rispose.

– No, Yanez – continuò il pirata con accento appassionato, – io non lo farò mai! mai!…

– Sicché questi sono gli ultimi giorni per Mompracem? Pensa, Sandokan, a quei tempi in cui tu brillavi per la tua potenza, a quei giorni in cui il ruggito della Tigre della Malesia spandeva il terrore per trecento miglia all’intorno, a quei giorni dove tu eri il padrone assoluto di questi mari.

– Ho pensato a tuttociò – rispose la Tigre con voce soffocata.

– Ebbene, Sandokan, e non ti ha detto nulla il cuore?

– Sì, l’ho sentito sanguinare.

– E nondimeno lasci morire la tua potenza, lasci morire la grandezza di Mompracem. Come puoi soffocare quei ricordi tanto cari?

– Non lo so, ma li soffoco. Vorrei allontanarli per sempre, vorrei distruggerli, non vorrei…, no, non vorrei mai essere stato la Tigre della Malesia.

– E tuttociò…

– E tuttociò per Marianna Guillonk – rispose il pirata quasi con ferocia.

– Ma bisogna bene che tu abbia ad amarla per anteporla alla tua gloria.

– Immensamente, Yanez. Giammai uomo al mondo amò come amo io la Perla di Labuan.

In quell’istante un lampo abbagliante squarciò le tenebre illuminando il mare che montava a vista d’occhio muggendo spaventosamente. Sandokan si scosse tutto: rialzò fieramente il capo come lo sapeva rialzare quando era Tigre e stendendo la mano verso il sud:

– La tempesta!…

Attraversò il ponte e si collocò alla ribolla del timone, nel mentre che i suoi tigrotti saltati in piedi si disponevano ai bracci delle manovre pronti a sostenere i primi assalti del mare.

– Avanti, uragano, io non ti temo – disse Sandokan. – Ti sfido!

I primi colpi di vento umido capitavano di già dal sud con quella rapidità che sogliono acquistare nelle tempeste, accompagnati dai primi colpi di mare.

Il prahos colla velatura ridotta si mise a filare all’oriente, tenendo bravamente testa agli elementi che cominciavano a scatenarsi, e senza deviare di una sola linea dalla rotta di Labuan non ostante i violenti rollii e beccheggi.

Però la tempesta, come si credeva, non iscoppiò interamente e la notte passò relativamente tranquilla, rotta solo dal muggito del mare e dallo scrosciar delle scariche elettriche che pareva crescessero a ogni istante d’intensità, dallo scricchiolar dell’alberatura che si curvava sotto i soffi ripetuti, dal fischiar delle corde che si urtavano le une colle altre scorrendo nei boscelli cigolanti e dal crepitar delle vele che sbattevano vivamente sotto i rollii o i beccheggi.

Sandokan in tutta la notte non abbandonò la ribolla del timone, e il Portoghese non lasciò un istante il ponte. Approfittando di quella tregua lasciata dall’uragano, aiutato dai pirati, si affaccendò ad assicurare i cannoni e le spingarde, armi la cui perdita sarebbe stata un’illimitata disgrazia, da che si correva verso le pericolose coste di Labuan. Nel medesimo tempo non si dimenticò di assicurare le imbarcazioni e qualche manovra che a suo credere non presentava una certa solidità.

All’indomani l’uragano si scatenò in tutta la sua terribile maestà, seguito da tutto un corteo di lampi, di fulmini e di pioggia. Capitò improvvisamente verso le dieci del mattino, mettendo sottosopra l’oceano che montò in un batter d’occhio.

Le nubi accavallate e minacciose sin dal giorno prima si illuminarono sotto la luce dei lampi, abbassandosi tanto da tuffare i loro negri lembi nel seno delle acque spumeggianti, le quali si urtavano fra mille fragori a cui rispondevano tutti i tuoni del cielo. Il povero prahos, vero guscio di noce che sfidava la natura irritata, fu battuto, soffocato sotto le montagne d’acqua che correvano all’assalto urlando; barcollava furiosamente sulle creste dei marosi irritati, veniva precipitato negli abissi per essere di poi sobbalzato nuovamente fino alle nubi, rovesciando tutti gli uomini e perdendo ora un lembo di tela strappatagli dal vento e ora un attrezzo portatogli via da un colpo improvviso di mare.

Con tuttociò, Sandokan non dava indietro, non diminuiva di un centimetro la superficie delle vele enormemente gonfie deciso a tenere la sua rotta per Labuan a dispetto della tempesta.

Fermo alla ribolla del timone, cogli occhi in fiamme, coi lunghi capelli sciolti al vento, irremovibile fra gli scatenati elementi che ruggivano a lui d’intorno, pareva ancora la Tigre della Malesia, che non contenta di aver sfidato gli uomini, sfidava la natura. I suoi pirati, aggrappati alle manovre, se ne stavano impassibili dinanzi a quei furiosi assalti del mare, conservando quella calma che è tanto necessaria all’uomo di mare in quei momenti supremi, e tenendo gli occhi fissi sulla Tigre pronti a eseguire i più pericolosi comandi a dispetto del vento e delle ondate.

Il prahos, un vero giocattolo, tutto coperto dalle sue immense vele che rumoreggiavano con iscoppi che somigliavano a scariche di piccoli pezzi d’artiglieria, non cessava un sol istante dal correre, tenendo bravamente testa al mare che sempre più infuriato avventava le sue ondate fino al mostravento degli alberi.

Si sbandava sempre più spaventosamente, si drizzava pari a cavallo imbizzarrito, gemeva maledettamente, si tuffava sferzando le acque colla prua, si lasciava rubare dalla coperta tutto ciò che non era ben legato, ma non dava indietro né torceva cammino di una sola quarta.

La terribile lotta continuò così il giorno intero e senza che l’uragano cessasse un sol minuto, anzi la sera raddoppiò d’intensità accrescendo così l’orror della notte.

La situazione peggiorò qualche ora dopo che si fe’ oscuro e a segno che Sandokan dovette suo malgrado lasciarsi andare un po’ al nord ma senza diminuire la superficie delle vele, che straordinariamente gonfie curvavano gli alberi minacciando di spezzarli.

Non vi si vedeva più; il mare saltava a bordo muggendo e coperto di candida spuma, scuotendo sempre più il povero legno che rollando disperatamente precipitavasi negli avvallamenti delle onde dalle quali non ne usciva che a gran pena e a prezzo di manovre e fatiche senza nome.

Lottare più a lungo, tenere ancora la via dell’est ostinatamente contrastata dal vento e dalle onde che andavano a gara per infuriare, quasi avessero giurato di misurarsi in una formidabile tenzone, sarebbe stata follia. Il legno cominciava a fendersi, i madieri minacciavano di disunirsi per dar passaggio a vie d’acqua e gli alberi di spezzarsi.

Il Portoghese lo vide, e capì che era imprudenza ostinarsi più a lungo a tener testa a quegli elementi scatenati. Si staccò dalla murata alla quale sino allora erasi tenuto aggrappato e stava per avvicinarsi a Sandokan per indurlo a cangiare rotta, quando una detonazione scoppiò improvvisamente al largo. Un istante dopo l’albero di maistra del prahos spaccato a metà da una palla di cannone, ruinava sul ponte!

CAPITOLO XVII. La villa di lord James

Dopo la repentina quanto brutale aggressione, che con simile tempo e in momenti così critici i pirati non s’avrebbero giammai aspettato, il povero prahos scomparve nel cavo di un’immensa onda, dalla quale non uscì che perdendo il rimanente dell’alberatura.

Sandokan, rovesciato coll’equipaggio da quel violento rollio, appena che fu capace di rizzarsi, abbandonata la ribolla del timone a rischio di compromettere la sicurezza del legno, si slanciò con un sol salto a prua, cercando scoprire l’audace che insolentemente lo sfidava in mezzo all’uragano.

– Ah! Ah! – esclamò egli sogghignando. – Vi sono degli incrociatori che battono il mare e provocano con simile tempesta?

Infatti l’aggressore, che in mezzo a quel formidabile rimescolamento del mare, trovava modo di sparar cannonate con matematica precisione, era un gran vascello a vapore sul cui picco sventolava la rossa bandiera inglese e sulla cima dell’alberetto di maistra il gran nastro dei legni da guerra. Il birbante era a meno di seicento metri, e cercava di far fronte alle onde che l’assalivano furiosamente a prua, inabissandosi enormemente e sbandando spaventosamente per l’eccessivo peso della sua costruzione di ferro.

– Tutti sul ponte! – esclamò Sandokan ripigliando la ribolla del timone nel momento che il prahos abbandonato a sé stesso si gettava fuori di via portandosi al nord.

– Dobbiamo rispondere? – chiese un marinaio, che si teneva aggrappato a una delle spingarde, pronto a farla cantare.

Un secondo colpo di cannone rimbombò, la palla fischiò agli orecchi dei pirati.

– Ah! birbante! – esclamò Paranoa, che aveva preso la miccia.

Una montagna d’acqua precipitossi contro il vascello che fu violentemente respinto verso il nord, nonostante che la sua macchina non cessasse di funzionare.

Il prahos senza vele e terribilmente battuto fu alla sua volta portato duecento passi più vicino all’incrociatore che si sforzava di raggiungerlo.

– Ehi! Sandokan! – esclamò il Portoghese. – Noi diamo indietro, gettandoci in bocca al leone! Se la continuerà così non approderemo più a Labuan, senza un lembo di tela e sotto il cannone del maledetto.

– Silenzio! – comandò la Tigre, senza abbandonare il timone. – Rizzate un pezzo di albero e una trinchettina.

Il prahos fu lanciato al nord di venti passi dopo essere stato dondolato per qualche tratto sulla cresta di un’onda, offrendo punto di mira all’incrociatore, che respinto alla sua volta tirava sempre col suo grosso cannone di prua. Una nuova palla frantumò l’estremità del pennone di trinchetto. I pirati si misero a urlare come aquile cercando puntare uno dei cannoni.

– Sangue di Maometto, giù un albero! – gridò il Portoghese. – Lasciate che la canaglia strepiti.

I momenti erano preziosi. Il povero legno mutilato, senza direzione e senza stabilità per l’assoluta mancanza di vele, andava attraversando le onde con ispaventevoli rollii minacciando di ingavonarsi in uno degli avvallamenti e di non uscirne mai più non ostante gli sforzi disperati di Sandokan, che tentavo rimetterlo sulla via dell’est manovrando a timone.

I pirati, abbandonando i cannoni, divenuti inutili fra tutto quel diavolio, fra quei colpi di mare che spazzavano da un capo all’altro e incessantemente il ponte e i cui colpi sarebbero stati incerti fra quei violenti rollii, si misero all’opera senza smarrirsi d’animo, cercando di rizzare un po’ d’attrezzatura e di spiegare un lembo di tela per dar un po’ di stabilità al legno.

A prezzo di fatiche inenarrabili, di pericoli senza nome dove più di un uomo fu ferito, battuto contro le murate o sul punto di esser portato via, fu stabilito un alberetto di trinchetto assicurandolo con nuove sartie, valendosi dei lampi per servirsi di un po’ di luce che mancava quasi del tutto. Una trinchettina fu stabilita un po’ più tardi, malgrado il vento che dieci volte di seguito l’abbatté prima di essere spiegata e malgrado il cannoneggiare del piroscafo le cui palle per buona ventura non colpivano che raramente il segno. La manovra audace e pericolosa, quasi impossibile su quel piccolo prahos che il più delle volte scompariva fra le onde, fu eseguita colla maggior intrepidezza possibile sotto gli occhi della Tigre che non abbandonava un sol istante la ribolla.

– Tenetevi saldi! – esclamò il Portoghese nel momento che una gigantesca ondata si precipitava sul legno e che Sandokan si preparava a virar di bordo portandosi all’est.

Il prahos fu subissato per metà quantunque trasportato verso le nubi, ma fu tutto. Virò di prua e mentre che il piroscafo impotente di far fronte alle onde per la sua mole e per qualche avariame nelle sue tambure, continuava a indietreggiare perdendo via, sfogando il suo malumore con ripetute quanto inefficaci scariche d’artiglieria, il piccolo legno, offrendo il fianco ai colpi di mare, colla sua trinchettina crepitante ed enormemente gonfia, si slanciò all’est ripigliando la lotta colla tempesta.

Dieci minuti dopo, grazie alla sua velocità che diventava ognor crescente sotto nuovi soffi, perdeva di vista il piroscafo che indietreggiava al nord, ponendosi alla cappa, senz’altre detonazioni. Si mise a filare direttamente a Labuan che doveva essere vicina, malgrado l’infuriare delle onde che lo assalivano con novella furia sul tribordo senza voler cedere di una linea, sferzando l’acqua che spumeggiava, fra rollii maledetti che potevano diventare funesti, talora avventato sulle creste, talora precipitato negli abissi mobili.

Avanzò così per mezz’ora, col pericolo di scomparire per sempre in qualche cavo delle onde o di cozzare contro qualche scogliera, cercando la costa che non si riusciva ancora a scorgere ma che doveva essere a poca distanza, guidato dalla ferrea mano di Sandokan, cui nulla avrebbe fatto torcer cammino, fiero di poter lottare su quei mari che chiamava suoi, di domare quelli elementi scatenati, di passare là dove era stato battuto il piroscafo quattro volte, e forse più, più grosso del suo legno.

– Ehi! – esclamò d’un tratto il Portoghese che si era avanzato fino al trinchetto. – Terra dritto l’asta di prua!

– Labuan! Labuan! – esclamò Sandokan che scattò in piedi come spinto da una molla.

– Attenzione alle secche a tribordo! – gridò un Malese, additando un luogo ove il mare spumeggiava a prodigiosa altezza, frangendovi sopra con terribile fracasso.

– Paranoa! – disse Sandokan volgendosi verso un Dayacho a lui vicino e che occupava fra la banda un posto distinto dovuto alla sua abilità di nocchiere. – Prendi la ribolla.

Il pirata obbedì. Sandokan si lanciò a prua, malgrado i violenti rollii e i colpi di mare e guardò.

La costa si disegnava chiaramente a quattrocento metri distante rischiarata dai lampi, libera dai pericolosi frangenti che sogliono circondare quelle terre della Malesia, ma dirupata e senza presentare approdi di sorta, senza presentare alcun rifugio dove il prahos vi si potesse cacciare per mettersi al coperto dalle onde incalzanti. Il pirata gettò una bestemmia.

– Saccaroa! – esclamò egli servendosi dell’esclamazione abituale. – Dove siamo noi?

– Certamente a Labuan – disse il Portoghese che si teneva a lui vicino aggrappandosi a uno dei cannoni.

– Lo so bene io, ma dove cacciarsi con simile tempesta? Non vi sono seni né approdi pel nostro prahos. Egli sarà schiacciato contro la costa se ci avviciniamo ancor più.

– Ah! Se la canaglia cessasse un po’ dall’infuriare! Orsù, Sandokan, che facciamo noi? Viriamo di bordo e lasciamoci andare al nord come il piroscafo. Non possiamo approdare.

Il pirata lo guardò per alcuni istanti in silenzio col volto truce, poi tendendo improvvisamente ambe le mani verso le dirupate coste di Labuan:

– Yanez! – diss’egli improvvisamente. – Noi approderemo!

– Approderemo? Ma non vedi, Sandokan, che la costa non offre rifugio?

– Che importa? Marianna mi aspetta, Yanez; oggi cada il mondo, noi approderemo.

– Ma il prahos? Si sfracellerà contro la costa e non so chi di noi si salverà.

– Hai paura, Yanez? – chiese il pirata, la cui voce sibilava come il vento.

– Tu sai che vicino a te non ho paura nemmeno del diavolo.

– Sta bene: allora approderemo.

Il prahos, spinto dal vento e dalle onde, si trovava a trecento passi dalla costa.

– Paranoa! – gridò Sandokan. – Muovi dritto lungo la costa e guardati dai banchi.

Poi, volgendosi verso i suoi tigrotti che lo miravano trasognati:

– Voi, preparate l’imbarcazione e issatela fino alla murata. La lanceremo in mare.

Che intenzione poteva mai avere il pirata? Voleva egli frantumare il prahos contro le scogliere della costa generando una catastrofe? I marinai, che non avevano mai avuto paura, si guardarono tuttavia in volto con ansietà; peraltro ubbidirono ciecamente e sollevarono a forza di braccia l’imbarcazione fino alla murata di tribordo mettendovi entro due carabine, munizioni, remi e viveri per parecchi giorni.

Sandokan si avvicinò al Portoghese, che guardava con ispavento quegli strani preparativi.

– Sali nell’imbarcazione, Yanez – gli disse.

– Ma che vuoi fare, insensato?

– Approdare a Labuan, a dispetto della tempesta e delle scogliere.

– Ma tu vuoi annegarti?

Sandokan per tutta risposta lo afferrò e sollevandolo come fosse un fanciullo lo depose nella imbarcazione.

– Paranoa! – gridò egli dipoi, correndo a poppa. – Io debbo approdare a Labuan. Sta attento ora a quanto ti dirò. Quando ti darò l’avviso, vira di bordo e lasciati trasportare al nord finché la tempesta durerà. Sali al nord fino a che tornerà a calmarsi il mare, poi ridiscendi fino a queste coste, e va a gettare l’âncora a quel fiumicello che ti descrissi. Io ti aspetterò col Portoghese alla piccola palude.

– Bene capitano – disse il Dayako. – Ma voi?…

– Approderò.

– Vi lascierete la vita, capitano.

– Taci, Paranoa. La Tigre della Malesia è sempre la stessa.

Il pirata, deciso di affrontare tutto pur di giungere a tempo di strappare la giovanetta dalle mani del lord e del baronetto, salì nell’imbarcazione.

A cento metri di distanza dalla costa, si alzò in piedi afferrando un remo, mentre il Portoghese ne prendeva un altro.

Un’onda gigantesca correva allora sul povero prahos che tentava di virare per presentargli la poppa. Gli capitò addosso come un lampo, sollevandolo fino alle nubi: s’udì uno schianto formidabile.

– Lascia andare! – gridò Sandokan che vide la murata sfasciarsi. – Vira! Vira!..

L’imbarcazione abbandonata a sé stessa fu portata via coi coraggiosi che la montavano. Quasi nel medesimo tempo il prahos virò di bordo fuggendo verso il nord.

– Arranca, Yanez, arranca! – gridò Sandokan che remigava disperatamente. – Approderemo a Labuan!

Un’altra onda capitò addosso e avvolse la piccola imbarcazione.

– Per Giove! – esclamò il Portoghese. – Dove andiamo?

– Arranca! Arranca! Andiamo a Labuan!

– E l’urto?

– Zitto, guarda la costa.

L’imbarcazione dondolata spaventosamente s’avvicinava alla costa portatavi dalle onde. Percorse in meno di due minuti cinquanta passi: salì una montagna d’acqua, precipitò in un abisso poi avvenne un cozzo violento.

I due intrepidi sentirono mancarsi il fondo della scialuppa sotto i piedi. Mezza chiglia staccata dall’urto se ne andò.

– Sandokan! Sandokan! – esclamò il Portoghese, che vedeva la scialuppa affondare.

– Tieni saldo, Yanez…

La voce fu soffocata da un tremendo colpo di mare che avventossi contro di loro. La scialuppa fu sollevata; si dondolò un istante sulla cresta di un’onda poi tornò a toccare. Il controcolpo l’avventò contro la costa, spingendola fino ai primi alberi, contro i quali si frantumò. I due pirati rotolarono senza saper il come in mezzo alle sabbie del lido.

– Afferra le armi! – gridò Sandokan saltando in piedi.

Il Portoghese, quantunque stordito dall’urto e scorticato tutto, lo ubbidì. Salvate le armi e una parte di viveri, i due uomini miracolosamente scampati al naufragio si affrettarono a ritirarsi sotto gli alberi, mentre che le onde finivano di spazzare via i rottami della povera scialuppa.

Sandokan, guadagnata la foresta col compagno, fresco come avesse sbarcato con tempo calmo, più forte che mai perché si sentiva sul terreno ove viveva pur lei, felice di aver guadagnata quella costa tanto contrastata, non aveva ancor respirato che già parlava di mettersi in cammino non ostante la pioggia che cadeva a catinelle.

Non conosceva, né poteva conoscere il luogo ove era approdato ma non se ne impensieriva. Egli raccolse il fucile coll’evidente intenzione di scendere al sud fino a trovare il fiumicello e di là portarsi alla villa e cercar di agire subito quantunque mancasse l’appoggio dei suoi uomini.

– Andiamo, Yanez – diss’egli, volgendosi verso il compagno che si era tranquillamente sdraiato fra le erbe sotto un arecche, le cui foglie servivano a meraviglia d’ombrello. – Ho il fuoco nelle vene, l’impazienza e la gelosia mi rodono. Perdere un sol minuto che forse è prezioso mi sembra un delitto. Non vedi, non te ne accorgi che noi siamo a Labuan, sulla terra dove brilla la mia stella?

– Che diavolo ti salta in capo, Sandokan? – disse il Portoghese che non divideva le impazienze del compagno. – Sono ancora tutto stordito dall’urto dovuto al tuo insensato piano: siamo appena sfuggiti a un pericolo, che tu mi parli di riprendere la via per gettarti in un ginepraio irto di armi.

– Ma non vedi, Yanez, che il tempo vola e che lei forse corre pericolo? Se noi avessimo a giungere troppo tardi per strapparla dalle mani dei due miserabili, che farò mai io? Se tu sei debole io sarò forte e ti porterò fra le mie braccia: vieni adunque. La terra mi brucia i piedi, io tremo tutto all’idea che sono a Labuan e che lei è là. Andiamo a salvarla, mi sembra che corra un pericolo cento volte maggiore di quello che l’Inglese mi ha detto, mi sembra di udire le sue grida che chiamano soccorso, mi pare di vedere tendere le sue braccia verso di me!…

– Non aver fretta Sandokan, non ci fuggirà. Tu mi hai detto che ti ama e che quantunque debole sa nei momenti supremi spiegare una energia sovrumana; sono sicuro che essa non si lascierà vincere né rapire prima dei dieci giorni, i suoi rapitori non ardiranno usare violenze di sorta contro di lei. Sono giacche rosse, lo sappiamo, ma non mancano di cavalleria. Cederanno di fronte a una giovanetta. E poi, pensi tu di gettarti storditamente nelle loro unghie per farti prendere e ammazzare? La spedizione se ne andrà in fumo, tu sarai appiccato e io assieme a te, e lei morrà di dolore se ti ama tanto, come mi hai detto e come ha confessato il caporale che presi a quella vaporiera. Aspettiamo: la Tigre è spesso paziente.

– Ma se tu sapessi ciò che io provo trovandomi su questa terra! – esclamò Sandokan con voce rauca.

– Lo so, tu sei ammalato e gravemente, ma non commettiamo imprudenze che possono riuscire fatali tanto a te che a lei. Vedi, fratello mio, io sono bianco e la so lunga più di un selvaggio della Malesia in fatto di amori. Fa tempesta, un magnifico tempo per togliere ogni idea di prendere il largo anche a un lupo di mare. Piove, un magnifico mezzo per cavar la voglia a un galante di far viaggiare la giovanetta. Nulla di meglio adunque che aspettare come aspettano essi. Forse il caporale ha esagerato, forse la villa è guardata da qualche compagnia di giacche rosse. Vorresti tu assalire la villa per farti ammazzare con qualche moschettata?

– Ma credi tu, Yanez, che io abbia paura di un pugno di giacche rosse? Sono la Tigre, e oggi sono tanto forte da che la passione ingigantisce, che sfiderei Labuan da me solo.

– Lo so, Sandokan, ma le palle non hanno rispetto pei coraggiosi e volano senza dar l’avviso, meglio ancora, senza farsi vedere. Fa scuro, piove e il vento fischia, ma è sempre giorno, e non si può passare inosservati. Vuoi tu andar alla villa? Bene, noi vi andremo e assieme, ma aspettiamo almeno la notte. Devono essere le quattro, stiamocene imboscati fino alle sei, poi ci metteremo in marcia. Questa notte, se vuoi, noi la vedremo.

– Vederla? E io dovrò aspettare fino allora, Yanez? – disse il pirata che fremeva tutto a quell’idea.

– Certamente, Sandokan, e vedrai che il tempo non sarà perduto. L’uragano può calmarsi, il vento scemare, e il prahos scendere sino a questi luoghi. Orsù, gettati sotto questo arecche e lascia che piova.

Sandokan parve indeciso. Egli guardò il Portoghese sperando di risolverlo a partire, poi cedette e si gettò sotto l’albero mandando un sospiro roco, senza pronunciare una parola di più, ma col sangue infiammato dalla passione e la faccia trucemente sconvolta.

La pioggia continuava a cadere e l’uragano a infuriare sul mare, il quale agitato sino agli estremi limiti dell’orizzonte si sollevava in enormi ondate spumeggianti, frangendosi sulla spiaggia e sulle secche con tal violenza da portarne gli spruzzi fino ai due pirati, quantunque lontani un centinaio di passi. Quella vista destò qualche inquietudine nei loro cuori, riguardo al prahos che fuggiva al nord.

– Povero prahos – disse il Portoghese, dopo qualche istante di silenzio. – Credi tu, Sandokan, che si salverà? Quando noi lo abbiamo lasciato, era in un tristo stato. Senza alberi e colle murate a metà sfondate. Se egli facesse naufragio e andasse a picco? Sai, Sandokan, che sarebbe una brutta disgrazia.

– Lo so – rispose l’interpellato, che prestava orecchio attento a tutti quei fragori.

– E se ciò dovesse accadere? Sentiamo, che faresti tu, se ci manca l’appoggio delle loro forze?

– Che farei? – esclamò il pirata quasi sorridendo. – Assalteremo noi la villa, se fa d’uopo. Io la rapirò lo stesso.

– Tu corri sempre, Sandokan, e non pensi che due uomini per quanto valenti sieno, non sono che poca cosa dinanzi a una cinquantina di moschetti.

– Vorresti tu aspettare Giro Batoë? – domandò Sandokan, che crollava di già il capo in senso negativo.

– Ma certamente, fratello mio. Fra due giorni al più, non sarà qui?

– Due giorni! – esclamò Sandokan, colla medesima intonazione di un uomo che voglia esprimere l’eternità. – Due giorni! E come vorresti che io faccia a stare due giorni senza che abbia a vederla?

– Chi dice di stare due giorni senza vederla? Anzi bisogna farle sapere che noi siamo qui, pronti ad approfittare della prima occasione per rapirla. Lo vedrai, fratello mio, questa notte andremo a spiare nel parco per vedere se si può farle qualche cenno.

– E se non si può?

– Allora aspetteremo i nostri tigrotti e una volta riunitili daremo bravamente l’assalto alla villa e porteremo via la Perla dopo di aver scannate tutte le giacche rosse onde non abbiano a portare notizie a Vittoria. Una volta avutala in nostra mano e portatala a Mompracem ce ne rideremo di tutti gli Inglesi di Labuan. Che ne dici?

– Credo che tu abbia ragione, Yanez – mormorò il pirata, e alzandosi si diresse verso la spiaggia.

Il Portoghese lo lasciò fare, ma senza però perderlo di vista. Aspettò che la pioggia cessasse un po’, poi caricatosi della carabina e dei viveri, lo chiamò.

– Vieni, Sandokan – diss’egli. – Credo sia ora di metterci in cammino senza aspettare che l’oscurità sia tanto fitta da non permetterci di fare dieci passi senza urtare contro i tronchi degli alberi.

– Lo credo bene – rispose il pirata che si provò a sorridere. – Andiamo, Yanez, che mi sento la terra scottare ancora sotto i piedi.

La foresta non presentava né passaggi, né indicazioni sufficenti per giungere alla villa di lord James, ma Sandokan era uno di quegli uomini che indovinano i sentieri e che sanno dirigersi senza aver bisogno di bussola o di stelle, come gli uomini dei boschi.

Ignorava a qual distanza si trovasse il fiumicello nel quale erasi cacciato coi due prahos la prima volta che aveva approdato a Labuan; ma che importava? Sapeva che si trovava al sud e che la villa distava da esso un paio di miglia, e ciò era più che sufficiente per guidarlo all’uno o all’altra e di giungervi prima che la notte finisse. Egli si mise in viaggio pel sud colla sicurezza di un indigeno pratico dell’isola.

L’uragano che si era fatto sentire sì vivamente sul mare si era egualmente fatto sentire nelle foreste di Labuan. Numerosi alberi, i più vecchi campioni delle boscaglie, abbattuti dalla folgore e dagli impetuosi soffi di vento giacevano in gran numero sparsi qua e là, alcuni totalmente appoggiati contro la terra e altri sospesi a diverse altezze, arrestati nella loro caduta dalle liane e da altri alberi, sotto o sopra i quali erano obbligati a passare i pirati.

Cespugli lacerati, frantumati, spogli; rami torti e contorti, ammassi di fogliame, immense quantità di frutta erano disperse per ogni dove, e in mezzo a quelle urlavano scimie ferite, grugnivano babirussa e stridevano uccelli.

Malgrado i tanti ostacoli che incontrava sul suo cammino, Sandokan non si arrestava un sol minuto, né si smarriva. Camminò diritto fino a che le tenebre furono calate, si fermò sull’orlo di un sentiero, alla cui vista trasalì. Egli lo additò al Portoghese.

– Che significa ciò? – chiese questi, che sbuffava come una foca. – Siamo forse su di un sentiero pericoloso?

– No – disse Sandokan con voce soffocata. – È il sentiero che mena alla villa!

– Oh! Oh! Così presto adunque? Orsù, la fortuna è con noi, Sandokan. Tira innanzi, ma bada bene di non commettere pazzie.

La Tigre della Malesia non aspettò nemmeno che avesse finito. Armata prudentemente la carabina per non cadere in qualche agguato, si slanciò rapidamente sul sentiero ansimante, col cuore che gli batteva furiosamente, la febbre addosso e la fronte tutta inondata di sudore. Egli si mise a trottare tanto che il Portoghese penava a tenergli dietro.

– Marianna!… Fanciulla divina!… Mia stella!… Amor mio!… – andava esclamando egli divorando la via. – Non aver più paura, che son qua io, la Tigre della Malesia!

In quel momento il pirata si sentiva tanto forte che avrebbe superato mille ostacoli per giungere alla villa. Cento baionette, cento cannoni, la morte stessa non sarebbero stati capaci di arrestare la Tigre.

Anelava, si sentiva divorare da un immane fuoco che ardevagli nel petto, si sentiva prendere dallo spavento e mille timori lo agitavano, i timori di non ritrovarla, i timori di giungere troppo tardi. Egli a poco a poco si mise a correre come un pazzo, varcando alberi e cespugli e torrenti, colla mente fissa tutta alla villa, dimenticando il Portoghese che lo seguiva, bestemmiando, intimandogli su tutti i toni di arrestarsi.

– Ehi! Sandokan pazzo diabolico, che ti salta in capo? Aspetta un po’, anima dannata, che ti raggiunga, fermati per mille spingarde! Vuoi farti ammazzare?

– Alla villa! Alla villa! – rispondeva invariabilmente il pirata che aveva le ali ai piedi. – Oh! guai! Guai, se arrivo tardi!…

Aveva allora, malgrado le continue raccomandazioni di Yanez, abbandonato ogni prudenza e correva come corresse all’assalto, invocando le giacche rosse, colla carabina alzata quasi da credere che volesse accoppare qualcuno. Calpestava i rami dei cespugli che si spezzavano crepitando pericolosamente, frantumava le radici degli alberi, lacerava impetuosamente le liane, si arrampicava come una scimia sui tronchi atterrati e saltava come un cervo le siepi e i cento altri ostacoli che sbarravano il sentiero.

Buon per lui che l’uragano non ristava dall’infuriare, coprendo i rumori di quella pazza corsa col rumoreggiare del tuono, col gemito degli alberi e delle frondi scosse dai violenti buffi di vento che urlava sotto le oscure foreste.

Corse per dieci minuti così, poi si arrestò bruscamente. Al chiaror di un lampo aveva scorto le palizzate del parco elevarsi a cento passi innanzi. Il Portoghese lo raggiunse rattenendolo violentemente, nel momento che il pirata stava per precipitarvisi contro.

– Ma frenati adunque, testardo! – esclamò Yanez. – Vuoi che ci ammazzino tutti e due prima di vedere la villa?

– Non hai veduto le palizzate? Sono quelle del parco, quelle della villa. Vieni, Yanez, vieni! – esclamò il pirata cercando trascinarlo via. – Ho il delirio!

– Ma non sai, disgraziato, che dietro quelle palizzate vi possono essere imboscate delle giacche rosse?

– Le giacche rosse! – esclamò Sandokan come non avesse compreso; poi, dando in uno scroscio di risa che il tuono soffocò a metà, – ma credi adunque, Yanez, che io abbia paura di loro questa notte?

– Lo so, lo so – ripeté il Portoghese. – Ma possono ammazzarti, puoi compromettere lei, la giovanetta, Marianna!

Il pirata si arrestò di botto guardandolo con strana espressione al chiarore dei lampi. Lo comprese.

– Puoi aver ragione – rispose egli. – Ma io voglio vederla, mi capisci, Yanez, voglio entrare laggiù.

– Vi entreremo, Sandokan, ma frenati. Un’imprudenza potrebbe perdere te e lei. Vieni ora.

Il Portoghese lo trasse con precauzione sino alle palizzate, poi si arrampicò su come un gatto, e dopo essersi assicurato che tutto era silenzio si lasciò cadere nel parco. Sandokan eseguì la stessa manovra, frenandosi con ferrea volontà. Capiva che un’imprudenza era più che sufficiente per mandare all’aria la spedizione con tanta audacia e con tanta speranza intrapresa. Essi attraversarono il parco che pareva completamente deserto e tenendosi al coperto degli alberi giunsero a un centinaio di passi dalla villa, seppellita fra le tenebre. Il Portoghese teneva stretto il pirata, le cui mani parevano bruciare.

– Dov’è? Dov’è? – chiese Sandokan che tentò liberarsi dalla stretta per gettarsi verso la porta.

– Non muoverti, fratello mio. Tu devi sapere dov’è la sua stanza.

– Sì, sì – rispose il pirata con voce soffocata. – Lassù, sopra quel pergolato.

– Bene, aspettiamo che un po’ di luce ci permetta di vederla. Ma prudenza, non farci ammazzare soprattutto.

Il lampo non si fece a lungo attendere illuminando colla sua livida luce la villa. Il pirata dette indietro gettando un vero ruggito, trascinando con sé il Portoghese.

– Che hai veduto? – domandò quest’ultimo, senza abbandonarlo.

– Che ho veduto? – esclamò Sandokan con voce rauca. – Hanno sbarrato le sue finestre con un’inferriata!…

– Bene, e io ho veduto un uomo imboscato laggiù accanto al padiglione. Vegliano; è segno che lei è ancora nella villa.

– E io? Che dovrò fare io che voglio vederla? – chiese Sandokan con voce strozzata.

– Oibò, questa volta non fa per noi. Vieni con me, Sandokan, lo vedrai.

– No! No! Lasciami, io voglio vederla!

Il Portoghese lo afferrò con ambe le braccia e lo trascinò sotto gli alberi malgrado la sua disperata resistenza.

– Odimi bene, Sandokan – disse il Portoghese con voce grave nel momento che un nuovo lampo seguito da un formidabile scroscio illuminava la villa e la sentinella. – Se tu commetti imprudenze, desterai l’allarmi, ci prenderanno a moschettate, saremo respinti malgrado il nostro valore, il domani tutto sarà perduto: tu mi comprendi. Ritiriamoci senza far rumore e domani agiremo. Sai tu il luogo che frequenta quando esce nel parco?

– Ti comprendo, Yanez – rispose Sandokan che tornava in sé. – Frequenta il chiosco chinese.

– Bene, andiamo a cercarlo, è d’uopo che essa sappia che noi siamo qui.

Il pirata lo capì. Egli quantunque provasse tutte le pene dell’inferno nell’allontanarsi da quel luogo, lo condusse al chiosco chinese, in quel medesimo luogo dove le aveva confessato per la prima volta il suo nome e dove lui le aveva giurato amore.

Vi entrarono. Era deserto: ma per quanto fosse oscuro, Sandokan vide la mandola della giovanetta al di sopra del tavolino intarsiato d’ebano e di avorio. Egli l’additò al Portoghese e l’accostò alle labbra.

– Povera Marianna! – esclamò egli con voce che aveva dello strazio.

– È questo il luogo che suol frequentare, non è vero Sandokan?

– Sì, questo il luogo ove viene a respirare il profumo dei suoi fiori, questo il luogo ove viene a cantare le sue dolci canzoni e il luogo dove lei mi giurò eterno amore!…

– Bene, lacera un foglio di carta dal tuo libro. Fa oscuro, ma i tuoi occhi vedono ancora: scrivi ciò che ti dirò.

Il pirata obbedì come un fanciullo e scrisse:

– Siamo noi. Domani, a notte, procura una fune. Alle dodici lasciala calare, io sarò da te. Non aver paura di nulla. Veglio.

«La Tigre della Malesia».

Il Portoghese lasciò cadere la carta nell’interno della mandola, ma in maniera da potersi scorgere, mentre Sandokan strappati alcuni fiori ve li gettava sopra. I due pirati si guardarono in volto al chiaror dei lampi; l’uno calmo l’altro febbricitante.

– Andiamo, Sandokan – disse il Portoghese, rompendo l’incanto.

– Andiamo, Yanez – ripeté Sandokan con voce soffocata e uscirono a rapidi passi.

Cinque minuti dopo varcavano le palizzate e si cacciavano sotto le foreste.

CAPITOLO XVIII. Il pirata e la giovanetta

La notte era oscura e sempre tempestosa. Il vento ruggiva sotto le oscure boscaglie, torcendo in mille guise i rami, strappando le foglie, piegando o sradicando gli alberi e la folgore guizzava fra le nubi accompagnata da formidabili tuoni. Era una vera notte d’inferno, propizia per tentare un audace colpo di mano sulla villa, se gli uomini dei prahos vi fossero stati.

I due pirati battevano rapidamente in ritirata senza curarsi della pioggia, della folgore che scendeva dal cielo ogni minuto, e degli alberi che potevano fiaccarli nella loro strepitosa caduta. Preso il sentiero che li aveva poco prima guidati alle palizzate del parco, si allontanavano con passo silenzioso e quasi furtivo, senza scambiarsi una parola, ma coll’occhio in guardia e le mani sulle carabine, dirigendosi all’ovest.

Non volevano allontanarsi troppo da quei luoghi per vegliare attentamente sulla giovanetta e sugli Inglesi, ma volevano tuttavia porre una certa distanza fra sé stessi e la villa per isventare qualsiasi inseguimento e per non correre rischio di essere scoperti.

Il pirata camminava innanzi guardandosi dai rami che cadevano a ogni istante spezzati dal vento che continuava a ruggire tremendamente, dalle frutta che precipitavano al suolo rimbalzando e spaccandosi e dagli alberi che scossi furiosamente minacciavano di cadere. Il Portoghese lo seguiva stropicciandosi allegramente le mani, guardandosi attorno attentamente per non vedersi capitare all’improvviso addosso qualche giacca rossa imboscata. Questi era felice, quegli era cupo, quantunque gli avvenimenti della notte fossero stati tutt’altro che disgraziati, come avevano creduto che potesse essere.

Il povero ammalato si ritirava colla morte nel cuore, contando i passi che l’allontanavano dalla sua cara Perla, come li aveva contati prima, quando si avvicinava pieno di speranza, di timore, di passione e di gelosia. Gli pareva che, ritirandosi, un lembo nel cuore gli si staccasse.

Era evidente che la Perla era ancora alla villa, che il baronetto non l’aveva rapita, poiché quelle sentinelle appostate attorno all’abitazione non vi sarebbero state se la giovanetta fosse stata portata via. Ma sapere che lei era ancora là, non bastava pel povero innamorato, che aveva sognato di vederla, di parlare e, più ancora, che aveva sognato di rapirla. Era poco per quell’uomo che amava alla follia, per quel selvaggio che per vederla aveva sfidato tanti e tanti pericoli, avventurandosi in quei luoghi dove da ogni cespuglio poteva partire una palla e freddarlo, e che per farla sua aveva giurato di sacrificare il suo nome, la sua gloria e, se ce ne fosse stato bisogno, anche l’ultimo dei suoi compagni, l’ultimo dei suoi cari tigrotti, che riguardava come suoi fratelli, più ancora, come suoi figli.

– Oh! – esclamò egli. – Potessi almeno questa notte vederla, potessi almeno questa notte stringerla fra le mie braccia e rapirla, rapirla dalle mani dei maledetti che la tengono prigioniera!

Egli mandò fuori un profondo sospiro che pareva un rauco suono. Il Portoghese che gli veniva dietro l’udì.

– Che! Che hai fratellino mio da sospirare? – chiese egli sorpreso. – Per mille spingarde! Tu puoi essere contento di questa notte.

– Non del tutto, Yanez – rispose il pirata. – Sperava di poterla, dopo tanti giorni, rivedere.

– Tu esageri, Sandokan; non sono ancor quattro o cinque giorni che l’hai lasciata. E poi, che vale vederla questa notte quando domani saprà che tu ronzi nei dintorni vegliando, e che domani a notte darai la scalata. Allora fratello mio, potrai parlare a tuo agio, e fors’anche strappar quella maledetta inferriata.

– Ma come vorresti tu che io salga, quando vi sono delle giacche rosse in agguato? E poi credi tu, Yanez, che il lord non istia in guardia? Dal momento che degli uomini vegliano, è segno che hanno paura di noi, e chi sa, forse hanno saputo qualche cosa della spedizione.

– Oh! Oh! Ecco che la faccenda diventa seria, fratello mio, e che tu ragioni meglio di me quantunque tu sii pericolosamente ammalato. È evidente che sospettano una nostra visita su queste coste, però ho molte speranze per credere che tu darai la scalata senza troppi impicci. Vedi, Sandokan, la notte ventura non sarà certamente migliore di questa.

«L’elettricità si dice che addormenti, e che il vento faccia ben presto russare o chiudere gli occhi, un magnifico espediente per rendere ciechi e sordi gli uomini di guardia. Noi siamo gente che non va soggetta a simili debolezze, e ne approfitteremo a meraviglia. Varcate le palizzate, striscieremo come serpenti e ci accosteremo alle giacche rosse: dieci dita attorno alla gola, un bavaglio onde non abbiano a urlare, una corda per renderli impotenti, e poi all’opera. Darai la scalata senza essere disturbato; tu parlerai e io veglierò. Lo vedrai, fratellino mio.

– Sei ora tu, Yanez, che corri troppo – disse Sandokan che si provò a sorridere a quelle magnifiche idee del bravo Portoghese. – Se lei domani non uscisse nel parco? Se lei ignorasse che noi siamo qui?

– Uhm! – fe’ il Portoghese, socchiudendo gli occhi. – La partita sarebbe perduta, Sandokan; a proposito, giacché parli di fiaschi, mi viene in capo un’altra idea.

– Quale? – domandò Sandokan arrestandosi nel momento che un albero schiantato precipitava a terra.

– Bada bene dove poni il piede e osserva i mariuoli della foresta, Sandokan. Potrebbero schiacciarti, né più né meno di un babirussa. Una vera fortuna per le giacche rosse e in ispecie pel baronetto William.

– Taci, Yanez, taci! – esclamò Sandokan che sentì la gelosia mordergli atrocemente il cuore.

– Bene, non parliamone; tu diventi la Tigre, quando odi quel nome. Parliamo d’altro, se vuoi, della mia idea per esempio. Sai, Sandokan, che io ho paura che gl’Inglesi abbiano trovato la nostra carta e che questa notte ci tendano un agguato? Non ti sembra cosa possibile?

– Potrebbe darsi – disse seccamente il pirata. – È chiaro, che se gl’Inglesi troveranno la carta, circonderanno il parco per prenderci dentro. Ma vorresti tu per questo rinunciare di recarti laggiù alla villa? Oh! Io vi andrò, fossi sicuro che cento giacche rosse mi aspettano colle carabine montate.

– E io verrò con te, Sandokan, te lo assicuro, purché non abbi a commettere imprudenze e galoppare come ier notte che pareva che tu fossi diventato pazzo.

– Ah! Tu verrai adunque?

– Cospetto! È roba vecchia. Ma se tu ti metti a urlare e diventi pazzo, ti avviso che volto le spalle e lascio che tu vada a farti ammazzare solo.

Il pirata sorrise.

– Sarò prudente – diss’egli. – Purché abbia però a vederla e a parlarle.

– La vedrai e le parlerai. Lascia che ti conduca io, e ogni cosa andrà bene.

Avevano percorso allora un miglio e più, ora seguendo un sentiero, ora un altro, e ora cacciandosi in mezzo ai boschi per far perdere le loro traccie nel caso che agli Inglesi saltasse il ticchio di seguirle. Sandokan, stimando essere la distanza più che sufficiente per non venire scoperti, si arrestò.

Tagliate tre o quattro gigantesche foglie d’arecche e sovrappostele a due bastoni messi orizzontalmente, in maniera da formare un tetto, vi si cacciarono tutti e due sotto coricandosi in mezzo a folte erbe a mala pena umide.

– Odi questo fragore? – chiese Sandokan dopo qualche istante di silenzio.

– Sì – rispose il Portoghese. – Deve essere una raffica che sta per capitare.

– No, è il mare, Yanez. Orsù, con simile tempo non è possibile che i prahos possano approdare: dormiamo. Chi sa che domani Giro Batoë e Paranoa non sieno al fiumicello.

I due pirati accomodatisi alla meglio, chiusero gli occhi e mentre gli elementi si scatenavano al di fuori curvando tutte le foreste, si addomentarono, non ostante la umidità che li irrigidiva.

La notte non fu senza dubbio buona con tutto quel diavolìo, con quei ruggiti ognor più formidabili del vento, quei crepitii degli alberi schiantati ruinanti al suolo, quel gemere dei rami contorti e quella pioggia che non cessava dal cadere, trapelando anche fra le foglie della misera tettoia. Tuttavia i due pirati dormirono della grossa e si svegliarono a ora assai tarda, verso il mezzodì, nel momento in cui la tempesta, dopo di aver raggiunto la massima intensità, cominciava a scemare.

– Andiamo, Yanez – disse Sandokan dopo di aver rinnovato per precauzione la carica della carabina. – Abbiamo dormito abbastanza e il fiumicello non deve essere troppo vicino.

– Credi tu adunque che il prahos di Paranoa abbia approdato? – chiese Yanez.

– Non ho speranze; la tempesta infuriò tutta la notte. Chi sa dove il povero legno fu trascinato. Tuttavia andiamo al fiumicello.

– Il povero Paranoa senza dubbio è ancora lontano, e forse sta lottando coll’uragano. È difficile poter approdare a qualche costa con simile tempo.

– Lo so, Yanez.

– Sentiamo, Sandokan, e se non tornasse mai più? Se si fosse annegato? Corpo di una spingarda! Sai che le cose cominciano a volgere alla peggio e che la stella di Mompracem comincia a tramontare?

– Sì, comincia a tramontare e sarò io che, per Marianna, la farò scomparire per sempre.

– E non ti sgomenti?

– Sgomentarmi? Ah! se tu sapessi, Yanez, quale strazio io provo, quando penso che verrà il dì in cui la mia fama perirà, quando penso che il mio nido rimarrà deserto, la mia isola diverrà muta e che non rivedrò più mai questi mari che chiamavo miei!… Io, la Tigre, il pirata, non rivederli più mai questi mari!…

«Oh! Questo più mai mi si arresta alla gola come una palla di cannone e mi strazia atrocemente il cuore!… Eppure la tremenda parola uscirà quando la giovanetta comanderà alla Tigre.

– Se tu non fossi gravemente ammalato, ti direi: vieni, Sandokan, fuggiamo da questi luoghi, andiamo a piantar radici su di un’altra isola dove non possa giungere il nome di Marianna.

– Mai! Mai! Yanez! – esclamò il pirata. – Cada Mompracem, s’oscuri la mia gloria, si disperda il mio nome, mi si strappi e il mio mare e l’ultimo dei miei tigrotti, ma dimenticare lei, abbandonarla, mai!

– Lo so, che tu sei stregato, che tu sei innamorato morto, che è impossibile fartela dimenticare quella donna. Orsù, non parliamone più, dove è il fiumicello?

– Deve essere laggiù.

– Tiriamo innanzi allora, e cerchiamo di tenerci in mente la via che percorriamo. Vi ha della distanza da qui alla villa, e questa notte, colle tenebre, si potrebbe smarrirsi.

– Non aver paura, Yanez. Saprei trovare la via che mena alla villa a occhi chiusi. Vi ha una stella che brilla sulla palazzina: la mia.

La foresta andava a poco a poco diradandosi, lasciando il posto a piccole radure in mezzo alle quali sorgevano avanzi di capanne d’indigeni. Il pirata riconobbe quasi subito quei luoghi, quantunque li avesse percorsi correndo e delirante, e allungò il passo fino a che giunse alla piccola palude. Si arrestò un momento cercando un passaggio, e l’attraversò conducendo il compagno sul medesimo luogo dove avevano approdato i prahos nella prima spedizione alla malaugurata isola.

Vi si vedevano ancora le traccie lasciatevi dal secondo prahos, quando respinto e semi-spezzato era venuto a rifugiarsi per subire le riparazioni. Qua e là si vedevano ancora bombe, moschetti spezzati, scimitarre e scuri infrante, cordaggi, lembi di tela, rimasugli d’attrezzi e pezzi di murate.

Sandokan, gettato un cupo sguardo a quegli avanzi, che gli rammentavano la sua prima sconfitta, si spinse fino al fiumicello. Guardò verso la foce, ma era deserta; solo il mare si frangeva sui banchi e sulle scogliere lottando contro la corrente.

L’avevano preveduto. La tempesta che continuava a infuriare dal sud non doveva aver permesso al povero legno disalberato di trovarsi in quel luogo. Forse, se non era naufragato, a quell’ora poteva essere ancora rifugiato o alla baia di Kimais o nelle cale dell’isoletta Pulo Tiga.

– Poveri compagni – disse Yanez con sincera commozione. – Forse essi rimpiangono il momento di non aver naufragato a Labuan. Se la maledetta tempesta cessasse o girasse al nord!

– Credi tu che giungerebbero in tempo per riunirsi ai prahos di Giro Batoé? – domandò Sandokan.

– Non ne ho speranza, fratello mio; arriveranno sempre tardi, se non saranno di già annegati; e tu, Sandokan, hai calcolato su Giro Batoé? Ne sono certo che ormai avrà preso il mare, ma non so quando potrà approdare con simil tempesta. Io temo che abbia a trovarsi ben impacciato. Una suposizione: se non giungesse più?

– Se non giungesse più! – esclamò Sandokan che provò un brivido al solo pensarlo.

– Potrebbe darsi. Due prahos non veleggiano troppo bene colla tempesta e le collisioni non sono difficili accadere quando gli elementi sono in collera. Se essi naufragassero?

– Taci, Yanez, io non lo crederei mai! – rispose il pirata che sentì grosse gocce di sudore imperlargli la fronte.

– Ma infine, si potrebbe ammetterlo. Non siamo già noi i padroni degli elementi. Che faresti tu, Sandokan?

– Io? Ebbene, Yanez, in tal caso la rapirò senza i loro aiuti!

Il Portoghese crollò il capo, ma non lo contrariò. Sapeva che sarebbe stato più facile arrestare con una palla un piroscafo che arrestare la passione di lui. Egli cangiò discorso e accennando il fiumicello:

– È qui, Sandokan, che tu hai approdato, quando venisti per la prima volta a Labuan?

– Sì, qui – rispose il pirata, che aggrottò la fronte. – Allora ero la Tigre, non avevo visioni dinanzi agli occhi, non avevo passioni nel cuore, non avevo catene attorno le braccia. Mi hanno battuto, ci siamo difesi ma ben terribilmente difesi contro l’incrociatore che ci sfidava. Mi hanno ferito, e quella palla, che conservo ancora nel mio petto come un ricordo di essi, mi ha condotto tra le braccia della giovanetta. Ho ben ragione di dire che quella palla ucciderà per sempre la Tigre!

– Rimpiangi adunque quella sconfitta e quella palla, Sandokan? – domandò il Portoghese.

– No, Yanez, no! – rispose Sandokan con voce rauca. – Non la rimpiangerò mai!

Il pirata discese fino alla riva seguito dal compagno, e dopo di aver contemplato per qualche tempo la corrente e la circostante foresta come per rammentarsi degli avvenimenti di quella giornata, si diresse verso il mare poco distante additando al Portoghese alcuni alberi violentemente schiantati e forati dove vi si vedevano ancora le tracce delle palle di cannone del piroscafo.

– Egli tirava alla foresta – disse Sandokan che diventava più cupo man mano si avvicinava alla spiaggia.

Si arrestò un istante colle braccia tese verso il luogo dove era avvenuta la tremenda pugna fra il prahos e l’incrociatore, percorse tre o quattro volte con passo agitato la costa avvicinandosi ai banchi e alle scogliere contro le quali muggiva e rimuggiva il mare e finì col sedersi sul tronco di un albero atterrato, colla testa stretta fra le mani e gli occhi fissi su quelle acque irritate, quasi volesse cercare ancora un vestigio dei due legni affondati dal fuoco dell’incrociatore o qualche traccia del suo valoroso equipaggio forse di già completamente divorato dagli squali.

Il Portoghese lo lasciò assorto nelle sue meditazioni e andò frugando fra le scogliere cercando qualche ostrica gigante di Singapura. Non andò molto che ne trovò una simile a quella trovata da Sandokan quand’era ferito, e la riportò alla spiaggia dopo di aver corso venti volte il pericolo di essere portato via dai colpi di mare.

Accendere il fuoco ed aprirla, fu per lui l’affare di un momento.

– Orsù, fratello mio, lascia i prahos sott’acqua e i morti in bocca ai pesci – diss’egli. – Vieni a dare un colpo di dente a questa tenera polpa e un altro a questi durion che hanno una polpa che pare crema. Ai morti vi penserai più tardi.

– Hai ragione, Yanez – rispose Sandokan sforzandosi, ma invano, a sorridere.

Il pasto fu fatto in silenzio e rapidamente a pochi passi dal mare, dopo di che seppellito il rimanente dei viveri, per preservarli dal dente degli animali o da quello degli indigeni, si rimisero in cammino sotto le foreste dirigendosi alla villa.

Potevano essere le cinque di sera. Il tempo era più che sufficiente per arrivare all’appuntamento, ma volevano trovarsi prima che l’oscurità fosse perfetta per prendere certe misure di precauzione giudicate indispensabili.

Sapevano di giuocare una carta pericolosa, dove una inavvertenza poteva venire corrisposta a buoni colpi di carabina, e si sa che le palle non rispettano nemmeno gl’innamorati, come non rispettano i coraggiosi.

Giunsero nei dintorni della villa, avanzando con l’occhio e l’orecchio in guardia, spiando prudentemente i cespugli che potevano nascondere qualche giacca rossa, porgendo attento ascolto a tutti i rumori della foresta, allo stormire delle foglie, allo spezzarsi dei rami, agli urli delle belve. Essi s’imboscarono a duecento passi dalle palizzate nel mezzo di una folta macchia, aspettando la notte.

Dal luogo ove si trovavano, era facile vedere ciò che poteva succedere nel parco e nella palazzina. Sandokan poté distinguere il lord a una delle fenestre assieme ad un ufficiale inglese, e gli parve anche veder lady Marianna col volto appoggiato alle sbarre di ferro, ma non si mosse e frenò l’impazienza e i timori che l’assalivano. Il Portoghese dal canto suo, arrampicandosi come una scimia su di un albero tenendosi nascosto nel fogliame, vide altre sei o sette giacche rosse passeggiare nel parco e accanto al padiglione una sentinella armata di fucile con baionetta inastata.

– I maledetti hanno paura – mormorò egli all’orecchio di Sandokan dopo di essere disceso. – Vegliano bene.

– Non monta, Yanez, chi sa che tutti quei soldati non sieno che semplici invitati?

Infatti qualche tempo dopo, prima che l’oscurità fosse completa, il Portoghese dall’alto dell’osservatorio vide un drappello di sedici o diciotto soldati abbandonare la villa. Cercò guardare ove si dirigessero, ma non poté indovinarlo. Essi scomparvero sotto la foresta dopo di aver fatto un ultimo saluto al lord che si affrettò a rientrare.

L’oscurità si accrebbe qualche ora dopo tanto di impedire di scorgere gli alberi a venti passi lontano. Verso la mezzanotte, i due pirati, che si erano tenuti nascosti sotto la macchia contando minuto per minuto, si alzarono.

– Andiamo! – disse Sandokan che non sapeva più dominarsi. – Andiamo, Yanez, che sono tutto fuoco!

– Hai notato tu la sentinella che si tiene presso il padiglione? – domandò il Portoghese arrestandolo.

– Sì, l’ho notata, ma la spaccieremo. Io ho le mie corde, tu hai il bavaglio. Vieni, Yanez, ho la febbre; il delirio mi prende.

Attraversarono i duecento passi e giunsero alle palizzate del parco come la notte precedente. Il Portoghese le varcò pel primo; guardò sotto gli alberi e fra le aiuole porgendo orecchio al fischiar del vento che scuoteva il fogliame, poi rassicurato che nessuno vegliava lì vicino, si lasciò cadere dall’altro lato. Sandokan lo raggiunse subito dopo, e si nascosero sotto la fitta tenebria degli alberi cacciandosi fra i cespugli.

– Il nemico dorme – disse il Portoghese all’orecchio di lui, che si frenava a gran pena.

– Vedi nessun lume, vedi nessuna ombra alla fenestra di lei? Io sono diventato cieco.

– Fa troppo oscuro per veder qualche cosa. Andiamo, Sandokan, silenzio e prudenza innanzi a tutto.

Si misero a camminare senza movere le foglie, a passi furtivi, tenendosi nascosti dietro ai tronchi d’albero e ai cespugli, strisciando fra le aiuole, facendo meno rumore di un serpente. Essi giunsero così fino a cento passi dal padiglione dove se ne stava la sentinella mezza addormentata sulla sua carabina.

D’un tratto Sandokan si arrestò e vacillò come un bue sotto la mazza del beccaio. Aveva veduto una forma bianca appoggiata alle sbarre di ferro di una fenestra e che tendeva le mani verso di lui. Tutto il sangue gli affluì alla testa.

– Marianna! Marianna! – mormorò il pirata giungendo le mani verso la forma bianca che pareva un’ombra.

Egli, l’uomo che aveva sfidato cento volte la morte, che era vissuto fra il sangue e le stragi, in quel momento supremo ebbe paura ma questa durò un lampo. Si rizzò coll’energia della tigre, gettando un sordo ruggito che era un appello alle sue forze, e cacciandosi in mezzo ai cespugli senza muoverli, coll’occhio in fiamme, i capelli irti sul capo, colla febbre addosso, il fuoco nell’anima, strisciò verso il padiglione sempre seguito da Yanez che non fiatava.

Egli sorse alle spalle della sentinella semi-addormentata come uno spettro e in un baleno l’atterrò chiudendogli la bocca con una mano, mentre coll’altra gli serrava la gola con tal forza che nessun gemito uscì dalle labbra. Il Portoghese era là. Sei pollici di lama nel cuore e la sentinella passò dalla vita alla morte senza emettere un sospiro.

Il pirata gettò un urlo di gioia soffocato e si lanciò verso la palazzina. Trovò una fune a nodi sotto le sue mani e mentre che il Portoghese si appostava accanto al cadavere, si mise a salire con tutta la rapidità infusagli dalla passione. Egli giunse al balcone senza quasi sapere il come e sentì due braccia che sporgendo fra le sbarre lo circondarono sorreggendolo. Gli si rimescolò tutto il sangue.

– Sei tu Sandokan? – chiese una voce che lo scosse fino al fondo dell’anima.

– Marianna! Marianna! – mormorò egli, coprendo di baci le mani della giovanetta. – Finalmente ti vedo! Tu sarai mia, non è vero?

– Tua, Sandokan, in vita e in morte – mormorò la giovanetta, ebbra d’amore. – Non mi aveva adunque ingannato il mio cuore, quando batteva di speranza e mi diceva che tu saresti venuto. Ah! Sandokan, quanto ho sofferto!

– E io, amor mio, credi tu che non abbia sofferto? Sento ancora il cuore che mi sanguina, la gelosia che mi rode, sento la febbre che mi divora. Marianna! Dal giorno che sono fuggito inseguito come una belva dai tuoi, cacciato di foresta in foresta, moschettato, sciabolato, ho tanto sofferto laggiù nella mia isola selvaggia, che mi domando ancora se quelle sofferenze furono un sogno. Credo di aver compiuto miracoli per isfuggire ai miserabili che volevan bere il mio sangue, e per ritornare alla mia Mompracem. Quando ho udito per la bocca di un prigioniero che tuo zio ti vendeva al baronetto, sono partito senza indugiar un istante. Ho affrontato la tempesta, ho affrontato gl’incrociatori, ho corso mille pericoli, ma che importa quando sono giunto qui e che ti vedo?

– Sandokan! Sandokan! – mormorò la giovanetta incrociando le mani attorno al collo del pirata.

– Ascolta, Perla di Labuan – disse Sandokan stringendola contro le sbarre di ferro che avrebbe voluto svellere a onta della loro grossezza. – Tu sei prigioniera nelle mani di loro, ma io ti libererò dovessi porre Labuan a ferro e a fuoco. Non ho che mio fratello, il Portoghese, il buon Yanez, oggi, ma domani i miei uomini approderanno: quaranta tigri che al mio grido si getteranno sulla casa e io ti porterò meco ove tu vorrai.

La giovanetta ebbe paura. Lo guardò con ispavento accostando il suo volto a quello di lui. Due lagrime, due perle, caddero sulle labbra del pirata che sentì il cuore sanguinargli a quel contatto.

– Non piangere, Marianna, io vorrei ricambiare quelle lagrime con goccie del mio sangue. Non aver paura, amor mio, ti libererò e berrò il sangue dei miserabili che ti hanno rinchiusa fra queste sbarre di ferro.

– Ho paura, Sandokan. Perché venire su queste coste dove ti si spia, dove ogni cespuglio nasconde un nemico, dove si veglia giorno e notte? Io fremo tutta a pensare a tanta audacia e tutto per me!

– Per te, Marianna, io vorrei fare cento volte di più di ciò che feci. Che importa a me se il nemico anela il mio sangue, che importa a me se egli mi spia o mi ferisce, quando ti ho veduta, quando ti ho stretta fra le mia braccia, quando mi sono inebbriato dei tuoi sospiri? Posso io aver paura quando tu mi aspetti e mi ami poiché giurasti d’amarmi? Dillo, Marianna, posso aver paura?… Anima divina! Avrei sfidato cento volte la morte per trovarmi qui, questa sera, sospeso ad una fune, diviso da sbarre di ferro, ma fra le tue braccia!…

– E se ti sorprendessero? Dio mio, che sarebbe mai di me se avessero ad ucciderti!

– Oh! Non parlare così, non dire queste parole Marianna! – esclamò Sandokan. – Vi ha qualcuno che mi protegge.

– Chi?

– Che ne so io? Dio, Maometto o il diavolo, so che qualcuno veglia sulla Tigre della Malesia. E poi, che importa se questa invulnerabilità venisse meno e mi assassinassero, quando morrei stretto fra le tue braccia? Guarda, quando saliva questa fune, sulla cui cima m’aspettava la Perla di Labuan, mi pareva salire in paradiso.

La giovanetta si sforzò a sorridere.

– Non illudermi, Sandokan. Tutti in questa villa hanno sete del tuo sangue.

– Lo so, ma nol berranno, te lo giuro Marianna. Non aver paura, che la sentinella è morta e che Yanez, il mio buon fratello, veglia sotto i miei piedi. Lasciami che io goda questi momenti di sublime felicità che mi inebbriano e de’ quali ho tanto bisogno dopo tante sofferenze. Ah! Se tu sapessi, Marianna, quanto io ti amo! Non puoi mai e poi mai immaginarlo. Sento di diventare pazzo dalla gioia, al pensare che tu fra poco sarai mia, e che mi seguirai sull’isola della felicità, sull’isola incantata, dove potremo amarci senza paure, senza ansie, senza pericoli.

– Gli è adunque vero, mio prode amico, che tu abbandonerai la tua Mompracem, che tu abbandonerai il mare che tu chiamavi sangue delle tue vene e tutto ciò per me? – disse la giovanetta. – È vero adunque che tu dimenticherai la fama che tanto ti fece brillar fra i pirati della Malesia? È vero adunque che tu ti lascierai incatenare senza un lamento, senza un sospiro?

Qualche cosa che pareva un singulto uscì dalle labbra del pirata.

– Sì, creatura celeste, sì abbandonerò tutto, mi lascierò incatenare senza lamenti, senza rimpianti – disse il pirata con veemenza furiosa. – Sì, noi andremo lontani a godere la felicità che nella mia isola sarebbe impossibile trovare; sì, noi andremo su di un’altra terra, dove non udrò più né il fragor dei cannoni né le urla dei miei tigrotti, né più mai il nome della Tigre della Malesia!… Quel caro nome che un dì andavo orgoglioso di possedere, quel caro nome che era la mia gloria, la mia potenza, la mia vita!…

Il pirata chinò la testa sul petto e forse qualche stilla cadde dai suoi occhi. Un fischio debole, ma abbastanza distinto gli fe’ rialzare la testa. Era il fischio d’allarme di Yanez.

– L’hai udito, Marianna? – mormorò egli. – L’ora tremenda della separazione è giunta; mio fratello ha mandato il segnale. Dei pericoli vagano fra le ombre della notte.

La giovanetta lo strinse contro i ferri della fenestra. Due lagrime caddero sul maschio volto del pirata che accostò le labbra a quelle di lei. Il rumore di un bacio risuonò fra le tenebre.

– Sandokan, adorato Sandokan! – esclamò la giovanetta mentre i singhiozzi sollevavano il suo petto.

– Marianna!

– Se non ci vedessimo più mai?

– Non dirlo, non dirlo, Marianna. Dimmi, amor mio, che vuoi che faccia; per te mi sento capace di fare l’impossibile. Vuoi che io rimanga, io rimarrò, vuoi che tenti infrangere questi ferri che ti tengono prigioniera, io lo tenterò, vuoi che io dia fuoco alla villa per tentare di rapirti, io lo darò. Parla, la tua bellezza mi rende pazzo. Mi sentirei capace di espugnare da solo a solo la fortezza!…

– No, Sandokan, nol farai. Va, noi corriamo pericolo: va, e quando tu sarai tanto forte da poter lottare coi miserabili che mi tengono prigioniera, verrai a liberarmi e io sarò tua, tua per sempre… Ah! ecco il terribile momento!…

– Ma tu, anima divina, vuoi rimaner sola in balìa di essi? No, Marianna, io rimarrò qua a difenderti!

La giovanetta l’attirò ancora una volta a sé, bagnandolo delle sue lagrime. Il pirata sentì un groppo che forse era un singhiozzo montargli alla gola. Il fischio del Portoghese giunse agli orecchi dei due amanti.

– Lo odi tu, Sandokan? Vi ha qualche pericolo, va, parti, mio nobile amico; io te lo comando.

Il pirata stava per ubbidire, quando un terribile grido risuonò nella stanza. Due mani di ferro strapparono la giovanetta dalla fenestra facendola cadere sulle ginocchia.

– Miserabili!… – urlò una voce furiosa che Sandokan riconobbe per quella del lord.

– Marianna! Marianna! – gridò egli tentando risalire all’inferriata.

Non ebbe il tempo. La corda fu recisa e il pirata abbandonato a sé stesso precipitò roteando nel vuoto!

CAPITOLO XIX. Due pirati in una stufa

Ogni altro uomo che non fosse stato la Tigre della Malesia o per lo meno un Malese si sarebbe senza dubbio rotte le gambe o la testa in quella repentina caduta, ma non così avvenne per quell’uomo che oltre essere fatto d’acciaio possedeva l’agilità del felino. Aveva appena toccato terra, sprofondando nelle aiuole, che già era in piedi col kriss in mano sbuffante d’ira, pronto a precipitarsi contro la porta e tentarne arditamente l’assalto.

Il Portoghese fortunatamente gli era vicino. Egli gli saltò addosso e lo trascinò via, nel momento che una fucilata scoppiava a una delle fenestre.

– Vieni, insensato! – gridò Yanez, sollevandolo fra le braccia. – Vuoi farti ammazzare?

– Lasciami, Yanez, noi la rapiremo. All’assalto! All’assalto! – urlò il pirata afferrando la carabina.

Tre o quattro canne di fucile apparvero alle fenestre togliendoli di mira.

– Fuggi! Fuggi! Sandokan! – gridò una voce che il pirata riconobbe per quella di lady Marianna.

Il pirata fece un salto di quindici piedi salutato da una scarica di fucili, una palla dei quali gli portò via il grosso diamante del turbante. Si voltò ruggendo come una tigre, e scaricò la sua carabina contro una delle fenestre frantumando i vetri e colpendo un Inglese che cadde al suolo sfracellandosi la testa.

– Sono qua Marianna! Sono qua! – tuonò Sandokan tendendo le mani verso la giovanetta che si teneva disperatamente aggrappata alle sbarre della fenestra malgrado tutti gli sforzi del lord per trascinarla via.

– Fuggi! Fuggi! – gridò ella per l’ultima volta.

La porta della palazzina si aprì fragorosamente. Una mezza dozzina di soldati armati di carabine, guidati da un sergente che Sandokan riconobbe in Willis e una decina d’indigeni portanti torcie accese e armati di pistole. comparvero slanciandosi all’aperto. Il Portoghese fece fuoco attraverso il fogliame.

Il comandante barcollò e cadde gettando un urlo di dolore, e mentre gli altri si arrestavano attorno a lui spaventati dall’improvviso attacco, i due pirati si diedero alla fuga tenendosi sotto gli alberi per non offrire punti di mira, caricando le armi e cercando di dirigersi verso le palizzate, che quantunque nascoste dalle tenebre, sapevano trovarsi sulla loro via. Percorsero cinquanta passi prima che gl’Inglesi pensassero a inseguirli e si gettarono fra le aiuole scomparendo del tutto dai loro occhi abbagliati dal chiaror delle torcie.

– Fila diritto, se non vuoi farti prendere – disse il Portoghese, nel momento che Sandokan s’arrestava.

– Non so decidermi a partire, Yanez!… Io ho paura a lasciarla sola., sento le sue grida impresse nel mio cuore… Yanez, se noi ritornassimo? – disse il pirata con voce rotta armando la carabina per far fronte al nemico.

– Nemmen sognarlo, fratello mio! – esclamò il Portoghese, che gli afferrò le braccia deciso a impedirgli il passo. – Non correrà alcun pericolo lei; essa è una donna energica. Siamo noi che corriamo pericolo di buscarci una palla nella schiena. Fila diritto, che le canaglie vengono colle loro dannate torcie.

– Non sono che sedici, io li ho contati. Possiamo gettarci su di essi e sbaragliarli. Ritorniamo.

– Non commettiamo pazzie, testardo pirata! Essi, essi hanno sedici palle, noi ne abbiamo due. Che valgono le nostre forze e il nostro coraggio quando il piombo fischia? Domani, mi comprendi, Sandokan, daremo l’assalto.

Il pirata non si mosse. La sua testa era in rivoluzione, la passione lo faceva delirare. Egli guardò il Portoghese con occhio supplichevole. L’altro, cui premeva la pelle d’entrambi, fu inflessibile.

– I minuti volano, ti ho detto di fuggire, Sandokan. Vieni, lei lo vuole, io lo voglio: ti porterò se non fuggi.

Un soldato apparve quaranta passi lontano con una torcia in mano la cui luce illuminava la canna della carabina e la punta della baionetta. Altri quattro comparvero dietro di lui mettendosi a frugare le macchie.

I due pirati non esitarono più, e fuggirono d’accordo, cercando le palizzate. Passarono senza arrestarsi dinanzi al chiosco chinese, si tuffarono in mezzo ai fiori, guizzarono fra i cespugli, lasciando qualche lembo di veste nei rosai e si precipitarono verso il fondo del parco salutati da un nuovo colpo di carabina tirato a casaccio. Essi raggiunsero le palizzate senza essere scorti, mentre che i soldati e gli indigeni li cercavano su una falsa via, andando e venendo fra le macchie, sfogando il loro malumore con imprecazioni.

– Si screditano – mormorò il Portoghese che in fondo era ancora un po’ cristiano. – Andiamo, Sandokan, la via mi sembra libera, e mentre essi c’inseguono all’ovest o all’est, noi filiamo al sud con tutta sicurezza. Non aver paura per lei che saprà cavarsi d’impiccio meglio di noi. Lascia che le cose questa notte vadano così e vedrai che avrò l’onore di stringere la sua mano e tu di stringerla fra le braccia, dopo un brillante attacco.

– Sì, domani – rispose Sandokan, che si avvicinò quasi con ripugnanza alla palizzata.

Già stava per prendere lo slancio e varcarla, quando il Portoghese lo arrestò bruscamente, facendolo curvare fino a terra.

– Non moverti! – gli mormorò egli all’orecchio, accovacciandoglisi vicino. – Zitto!

Il pirata tese l’orecchio, ma non udì che il sibilar del vento che faceva gemere gli alberi della foresta e stormire le fronde.

– Che hai veduto? – gli chiese sotto voce Sandokan, che non vedeva nulla.

– Non ho veduto alcuno, ma ho udito un ramo spezzarsi dietro la palizzata.

– Può essere stata una bestia o il vento che ha fatto cadere qualche ramo morto. Non lo odi tu soffiare?

– No, non fu una bestia, fu un uomo, te l’assicuro, Sandokan. Mi è persino parso di udirne una voce. Ci scommetterei il diamante del mio turbante contro una piastra, che dietro la palizzata vi sono delle giacche rosse che ci aspettano colla sicurezza di prenderci. Non ti ricordi del drappello che abbandonò la villa al calar del sole?

– Hai ragione, Yanez. Esso andava a imboscarsi, ma noi saremo più astuti di quei soldati. Aspetta che vada ad assicurarmene.

Sandokan, diventato prudente, si alzò, senza fare più rumore di un insetto volante, lento per non far stridere le foglie secche, guardandosi dinanzi, di dietro e ai fianchi. Stette un momento così in ascolto, rattenendo persino il respiro, poi si arrampicò colla leggerezza di un gatto sulle palizzate. Non aveva ancora raggiunto la cima, che udì al di là alcune voci e dei passi.

Si issò con maggior precauzione e gettò un rapido sguardo sotto il bosco: vide una dozzina e più di ombre che si appostavano dietro gli alberi. Egli si affrettò a ritornare raggiungendo il Portoghese.

– Non ti sei ingannato, Yanez. Il nemico ci tende un agguato al di là delle palizzate; ma avrà da far con me prima di prenderci. È il drappello che tu hai veduto partire, e che allarmato dalle detonazioni dei fucili, è ritornato.

– Che abbiano sospettato la nostra presenza, che ci tendano un’imboscata? Affrettiamoci a battere in ritirata, fratello mio, finché la via è libera. I prahos possono essere giunti.

– Taci, Yanez – mormorò Sandokan. – Odi, essi parlano.

Due voci si udivano al di là delle palizzate, l’una imperiosa, l’altra rauca. Il vento portava i loro discorsi chiaramente agli orecchi dei pirati, che senza curarsi dei soldati che frugavano il parco a quattrocento metri di distanza, si misero in ascolto.

– Queste moschettate, non c’è dubbio, segnalano la presenza dei nemici – diceva la voce imperiosa. – Non perdiamo un istante in vane chiacchiere, giovanotti miei, allargatevi e imboscatevi dietro gli alberi. Chi dice che questi nemici non sieno pirati guidati dalla Tigre in persona, che tentano una delle loro solite mariuolerie? Mi comprendi, Bob, essi sono nel parco, e noi tendiamo la rete entro la quale cadranno. Non perdiamo colpi, soprattutto.

– State sicuro, luogotenente, che i maledetti non ci sfuggiranno questa volta. Non possono essere molti loro, mentre noi siamo in grosso numero capace di far fronte a un battaglione di essi. Fossero anche dodici noi siamo sempre trentasei.

– Le canaglie sono cresciute bene di numero – mormorò il Portoghese all’orecchio di Sandokan.

– Taci, Yanez – rispose egli, stringendo una delle sue mani con tal violenza da farne scricchiolar le ossa.

– Si dice che il mariuolo – ripigliò la voce imperiosa, – quello che si fa chiamare pomposamente la Tigre della Malesia, sia pazzamente innamorato della nepote di lord Guillonk, un boccone destinato al baronetto. Eh! Si vede che il selvaggio non manca di buon gusto, e vi ha di più, Bob, che milady ne è innamorata. Non lasciamoci sfuggire una sì bella preda amico mio, sulla cui testa pesa un migliaio di sterline.

– Se la Tigre della Malesia ha avuto l’imprudenza di cacciarsi in questi luoghi, per quanto sia astuta e coraggiosa non ci fuggirà sì facilmente come l’altra volta. Sapete, comandante, che bisogna essere ben bravi per filarsela a Mompracem dopo di averci spediti al sud, e per mostrarsi poi al baronetto senza curarsi dei cannoni del piroscafo e delle migliori carabine!

– Lo so, amico mio, quel mariuolo è l’uomo più audace che abbia incontrato in vita mia, ma non la farà lunga. Si parla di già di una poderosa spedizione a Mompracem, e chi sa che, a quest’ora, non abbiano intrapreso qualche cosa di buono intendendosela a meraviglia cogli indigeni e con qualche pirata corrotto a furia d’oro. Mi capirai bene, Bob, che, caduta Mompracem e appiccata la Tigre, Labuan brillerà.

– Lo so, comandante, ma stiamo in guardia. Ecco che gli uomini sono al loro posto; toccherà al lord e agli altri rimasti nella villa a scovarlo, se si trova nel parco. Si aveva ragione di temere e di mandarci all’agguato. La notte buona è venuta, e lo sfido io a uscire vivo dal recinto.

– Bene, Bob, al tuo posto laggiù a trenta passi dietro quell’artocarpo. Tre carabine su sessanta passi sono più che sufficienti per arrestare un pirata, per quanto corra. Va, e orecchi aperti! Dove odi il fischio, tutti dietro e senza perdere tempo. Le mille sterline mi sembrano di già in tasca.

I due pirati udirono il rumore secco delle carabine che si armavano, e il passo dell’uomo chiamato Bob che andava allontanandosi, a prendere il suo posto. Il comandante non si mosse e restò senza dubbio lì dietro.

– Egli conta sulle mille sterline senza di me – disse Sandokan sogghignando. – Bisogna bene che sia un uomo prezioso per mettermi una simile taglia sul capo; tocca a me a farli viaggiare ancora.

– Che facciamo noi? – domandò il Portoghese guardando il compagno che pareva pensasse.

Egli gettò uno sguardo verso i soldati e gl’indigeni. Cercavano sempre all’estremità opposta del parco.

– Siamo circondati – disse Sandokan. – Se tentiamo la fuga avremo una quarantina d’uomini alle spalle prima di aver percorso cento passi. Tu mi hai detto che la vita è preziosa, lei mi ha detto che morto io morrà anch’essa! Bene, se non sono più la Tigre per tentare quelle pazze imprese dove l’audacia suppliva il coraggio, giuocherò coll’astuzia dell’uomo dei boschi. Vieni, Yanez, la vedrai bella.

– Ecco che parli bene, Sandokan. Ma dove andremo noi, che siamo circondati?

– Fida in me, Yanez, e vedrai che non te ne lagnerai. Questa notte accontentiamoci di far perdere le traccie e di nasconderci in un luogo dove non sapranno trovarci. Domani, accada ciò che si vuole, prenderemo il volo. Spicciati.

I due pirati si alzarono colle carabine sotto al braccio, e si allontanarono a lenti passi tenendosi sotto le piante per non essere scorti dai soldati, che gironzolavano nel parco.

Sandokan condusse il suo compagno in mezzo alle aiuole e di là al chiosco chinese. Vi entrò e camminò fino al fondo dove sapeva esservi una serra di fiori; aprì, senza far rumore, la porta e gettò uno sguardo nell’interno.

Vi erano entro dei vasi di tutte le forme e dimensioni, i cui fiori delle piante esalavano un penetrante profumo, e qua e là delle sedie di bambù d’estrema leggerezza. Non era ciò che cercava, ma un’enorme stufa che poteva nascondere nel suo interno tre uomini della fatta dei due pirati.

– Dove diavolo mi conduci? – domandò il Portoghese che non capiva nulla. – Credi tu che le giacche rosse non penetreranno in questa serra con un migliaio di sterline che luccicano davanti ai loro occhi?

– Certamente, Yanez, che penetreranno in questa serra – disse Sandokan. – Ma io credo che non salterà a loro il ticchio di venirci a cercare nel fondo di una stufa.

Il Portoghese diede in un grande scoppio di risa.

– In una stufa?…

– Sicuro, ci nasconderemo in questa stufa.

– Ma sai, Sandokan, che noi diverremo più neri del più nero africano?

– Non importa, Yanez; l’avventura sarà più magnifica. GI’Inglesi, e soprattutto il lord, mai più s’immaginarono che un giorno in questa stufa si nasconderebbe la Tigre della Malesia. Andiamo, fratello mio, entra pel primo.

– Ma, Sandokan… ti pare?

– Se vi entra la Tigre, puoi entrarvi anche tu. O la stufa o le moschettate degli Inglesi, Yanez: non vi ha da scegliere.

Il Portoghese non esitò più e sparve nell’interno della stufa strisciando per l’imboccatura. Sandokan, dopo di aver dato un ultimo sguardo agl’Inglesi che cominciavano a dividersi, ma accresciuti di numero, lo seguì. I due pirati si trovarono nell’interno della stufa annerita afferrandosi per le mani, ma senza vedersi tanto l’oscurità era profonda. Il Portoghese lasciò libero sfogo alla sua ilarità non ostante la pericolosa situazione.

– Chi potrà immaginarsi che noi ci troviamo in una stufa? – diss’egli tasteggiando le pareti caliginose.

– Non parliamo troppo, Yanez, potrebbero udirci e trovarci: gl’Inglesi si dirigevano verso il chiosco.

– E se essi venissero a vedere nella stufa? – esclamò il Portoghese che rabbrividì al solo pensarlo. – Sai, Sandokan, che essi ci prenderebbero senza che noi avessimo a difenderci. Corpo di una spingarda! La sarebbe magnifica.

– Ma non tanto facile a farsi, amico Yanez. Siamo come in una fortezza quantunque oscura e troppo ristretta, e non vi riusciranno che dopo un lungo assedio, e vedrai che noi al bisogno lo sosterremo gagliardamente.

– Sì, noi abbiamo le nostre carabine e munizioni sufficienti per mandare al diavolo tutti gli assedianti, ma bisognerà capitolare quando si morrà di fame, a meno che tu non trovi maniera di cangiare la caligine in viveri belli e buoni. E poi, la nostra fortezza ha delle muraglie deboli a quanto sembra, e quelle canaglie pur di guadagnare mille sterline sarebbero capaci di porre in batteria un pezzo di cannone e di fulminarci.

– Sei tu ora che corri, Yanez – disse il pirata che fidava forse troppo nelle sue forze e nelle scarse risorse che aveva a sua disposizione. – Prima che il cannone abbatta le muraglie, ci slanceremo noi all’assalto. Il foro è ristretto, ma si uscirà a dispetto delle loro carabine.

– Taci, mi fai venire i brividi, Sandokan, colle tue parole. Io non so come l’andrebbe a finire una volta assediati, ma certamente a nostro svantaggio. Io ho paura delle palle che non si vedono.

– Non parlare: ecco gl’Inglesi – mormorò Sandokan, che trasse il kriss impugnandolo con mano ferma.

Si udivano delle voci che andavano avvicinandosi assieme ad un calpestio. Sandokan, dopo di aver raccomandato assolutamente silenzio e immobilità completa al compagno, si abbassò tasteggiando il suolo coperto di cenere e di fuliggine e strisciando verso l’apertura sporse il capo.

Il chiosco era ancora oscuro, ma dieci passi lontano vide un drappello di sette od otto soldati che andava avvicinandosi seguiti da due indigeni che portavano le torcie. Capì che si preparavano a visitare la piccola e graziosa abitazione, e si ritirò lestamente chiudendo con precauzione lo sportello di ferro della stufa.

– Eccoli – mormorò egli toccando il Portoghese, che non fiatava più. – Stiamo pronti a tutto, e se ci scoprono non indugiamo a saltar fuori appoggiando la fuga con due colpi di carabina. Tiriamo giusto e picchiamo sodo.

Un filo di luce penetrò nella stufa, attraverso le fessure dello sportello. I due pirati si gettarono sulle ceneri spiando le mosse del nemico colle mani sulle carabine. Il drappello fece la sua entrata nel chiosco e si mise a rovistarlo spostando i grandi vasi di fiori e sollevando persino i sedili. Il Portoghese rabbrividì.

Se gl’Inglesi, ai quali premeva, senza dubbio, guadagnare le mille sterline e liberarsi da un uomo sì pericoloso che ogni dì cresceva d’audacia, minacciando direttamente le sorti di Labuan, rovistavano a quel modo, era da vedersi che l’ampiezza della stufa avrebbe loro dato nell’occhio.

Sandokan stesso ebbe questo timore, e si affrettò a battere in ritirata verso il fondo della negra fortezza, sollevando una nube di cenere e di caligine, seguito dal Portoghese.

– Teniamoci pronti a saltar fuori – diss’egli al compagno. – Le nostre negre figure sono sicuro che faranno scappare quei poltroni.

– Zitto che parlano, Sandokan. Odi?

– Che il maledetto pirata abbia preso il volo – disse un soldato, che andava smovendo con precauzione i vasi – o che si sia inabissato nelle viscere della terra? Quel diavolo d’uomo sarebbe capace di farlo, poiché per parte mia, non esito a prenderlo per un figlio di Belzebù, checché se ne dica.

– E io, credi che sia di parere contrario? – disse un altro soldato, che doveva avere la sua parte di paura dalla voce tremula. – Non l’ho veduto io per la prima volta avventarsi da solo contro cento soldati? E non l’ho veduto io la seconda volta cadere da un secondo piano senza fracassarsi né una gamba né un braccio? Questa Tigre della Malesia mi mette paura nel sentirla solo a nominare.

– Ma Tigre o non Tigre, il miserabile qui è venuto e qui vi lascierà le ossa – disse un terzo soldato. – Noi battiamo il parco, i nostri compagni circondano le palizzate, come vuoi, James, che abbia a fuggire? Scommetterei la paga di due mesi contro un solo penny che noi lo prenderemo.

– Ma come vuoi trovarlo, se egli è uno spirito? – ripigliò la prima voce.

– Uno spirito?… Tu sei matto, James. Guarda mò se i marinai dell’incrociatore che distrussero i suoi prahos alla foce del fiumicello non gli allogarono una buona palla nelle costole? Lord Guillonk, che ebbe la sfortuna di curare il maledetto, asserì che la ferita gettava sangue eguale al nostro. Ora ammetti tu che gli spiriti abbiano sangue?

– No.

– Allora non è più uno spirito, ma un uomo in carne ed ossa. Cerchiamo attivamente e vedrai che lo troveremo, il brigante.

– Uhm! – fe’ colui che si chiamava James. – Non ho speranza che lo si abbia a trovare. Se si crede a me, io dico che ormai fila come un cervo fra le foreste, e chi sa? forse si è anche imbarcato, quantunque il mare non sia troppo calmo.

– E poi – disse un altro soldato, – credete, amici, che anche scovato, si lascierà prendere sì facilmente? Quel demonio d’uomo, se è veramente un uomo, poiché anch’io ho i miei rispettabili dubbi, prenderà il volo passando dinanzi alle nostre carabine, senza che le palle l’abbiano a toccare. Andate a domandare al povero Willis, se è ancora vivo, come il pirata l’ha giuocato sotto le foreste. My-God! mi narrava che dinanzi al terribile uomo, tremava come una foglia.

– E credi tu che io non tremi la mia parte, malgrado le mille sterline che mi luccicano dinanzi agli occhi? Non è da dubitarsi, amici miei, che tre o quattro di noi andranno domani a trovare Belzebù, prima di prenderlo. La Tigre non ischerza, signori: morde e graffia mortalmente.

Un brivido di spavento corse per le ossa dei soldati, che investigavano con maggior prudenza, temendo la improvvisa comparsa del pirata. Se Sandokan non avesse saputo che il parco era circondato, non avrebbe esitato a balzar fuori, sicuro di porre in fuga quel drappello non troppo coraggioso.

– Il pirata non è venuto a nascondersi in questo chiosco – disse un soldato. – Orsù andiamo a cercarlo altrove.

– Oibò – disse un altro, cui il premio di mille sterline metteva un certo coraggio addosso. – Vedo là una serra con certi vasi, dove il valentuomo potrebbe tenersi celato. Mano alle carabine e dito sul grilletto, amici miei.

I soldati in gruppo coi due indigeni s’avanzarono in mezzo alle piante. La luce penetrava nella stufa attraverso le fessure, illuminando i volti anneriti dei due pirati, che si tenevano immobili come due statue.

– Guarda, James – disse d’un tratto un soldato. – Ecco là una stufa che mi sembra ben ampia per contenere una mezza compagnia di pigmei del re d’Abissinia. Hanno bisogno di gran caldo questi fiori rari.

– Possibile, amico mio; ma io penso che si potrebbe trovare là entro il nostro uomo.

Lo sportello fu aperto e un guizzo di luce penetrò nell’interno, ma insufficiente per rischiarare l’intera stufa. Il soldato vi cacciò a metà la testa, ma la ritirò quasi subito starnutando.

– Non vi ha che caligine che mi ha acciecato – disse egli bestemmiando. – Tutto è nero come la notte più buia di questo mondo. Al diavolo le stufe e l’idea che un uomo si possa trovare in quell’inferno!

– Era ridicola – disse un soldato, ridendo. – Ed ecco il nostro amico più nero di un africano.

I soldati dettero in uno scroscio di risa a cui vi si associò l’annerito, e dopo di aver fatto il giro della serra, sicuri che il pirata non si trovava più nel chiosco, si allontanarono, ripigliando le loro ricerche nel parco.

Il Portoghese quando non li udì più, emise un sospirone che pareva volesse durare un quarto d’ora.

– Corpo di una spingarda! – esclamò egli. – Credo di aver vissuto dieci anni in dieci minuti. Sai, fratellino mio, che noi possiamo accendere un cero alla madonna di Lisbona, d’averla scappata bella. Io credevo di non dover uscire più vivo da questa stufa.

– Lo credo bene, Yanez – disse Sandokan, che rideva fino a slogarsi le mascelle. – Nel momento che quella canaglia d’Inglese introduceva la testa nella stufa, ho veduto passare come una nube rossa dinanzi ai miei occhi. Ti assicuro, Yanez, che non mi sarei, però, lasciato prendere sì facilmente; avrei avuto denti e artigli per tutti e dieci.

– E avresti dato così l’all’armi mettendoci alle calcagna tutti quelli che sono imboscati dietro le palizzate. È meglio che sia passata così liscia.

– Lo so, Yanez, e voglio sperare che a quei codardi non salterà più in capo di ritornare al chiosco. Possiamo ormai considerare questa serra come casa nostra.

– E vorrai tu rimanere in eterno fra questi fiori che ci soffocano? Non abbiamo viveri, e per di più non si può dormire con tutta tranquillità. Non ti nascondo che mi trovo a disagio in questo luogo, sapendo che i prahos sono in viaggio e che forse sono anche arrivati.

– Io non dico di rimanere lungo tempo qui, Yanez; appena che la vigilanza delle giacche rosse sarà rallentata, noi prenderemo il volo. I prahos, non aver timore che possano venir scoperti; Giro Batoë, tu sai che è un uomo che la sa lunga e che è pratico più di me di questi luoghi.

– Ma i viveri?

– Ne troveremo. Ho veduto nella serra degli ananassi e degli aranci d’inverosimile grossezza che non aspettano che il momento di venire mangiati. Usciamo, Yanez, dalla nostra fortezza, e andiamo a fare le nostre provviste dopo di aver dato un’occhiata alle mosse delle giacche rosse. Animo, cammina innanzi.

Il Portoghese, che in quella stufa sentivasi mancare il respiro, non se lo fece ripetere e spingendo innanzi la carabina per ogni precauzione, strisciò all’aperto avendo cura di saltare immediatamente sui vasi per non lasciare traccie nere sul suolo. Sandokan lo seguì quasi subito.

Al di fuori era sempre oscuro, ma i loro occhi abituati alla oscurità della stufa distinsero facilmente gli aranci che non indugiarono a saccheggiare per ispegnere la sete e calmare gli stiracchiamenti dello stomaco.

– Non far rumore e non moverti, Yanez, io andrò a vedere come va la faccenda – disse Sandokan.

– Io stimo cosa imprudente allontanarsi dal chiosco, fratello mio. Rimani e lascia che le cose corrano da sé senza arrischiare di venir scoperto, o peggio ancora, di ricevere qualche scarica in pieno volto.

– Sarò prudente, lo vedrai, Portoghese. Bisogna che io vada a vedere qualche cosa per ideare il mio piano.

– E che vuoi vedere, quando noi ci troviamo in una fortezza dove il nemico non torna più? Al diavolo il tuo piano, che con simile notte non può diventare che pericoloso. Vedremo domani mattina ciò che bisognerà fare.

Il pirata crollò il capo, mise la sua carabina nelle mani del Portoghese e traendo il kriss, la sua arma favorita, disse:

– Lasciami andare; io sarò più agile della scimia e più prudente d’un babirussa. Fra dieci minuti ritorno.

Il Portoghese non si oppose più, quantunque paventasse per ciò che poteva fare Sandokan. Questi uscì, aprendo senza far rumore i cristalli ed entrando nel chiosco diede una rapida occhiata all’interno, rattenendo il respiro cogli orecchi tesi, e assicurato dal silenzio che regnava, lo attraversò, camminando sulla punta dei piedi.

Il drappello poco prima composto di soli sedici soldati era cresciuto fino a una ventina di più, e diviso in piccoli gruppi batteva le aiuole e i cespugli, procedendo colle torcie, e decisi più che mai a impadronirsi del pirata quantunque mettesse loro un certo spavento addosso, sicuri che era ancora nel parco. Egli si strinse nelle spalle.

Uscì del tutto dal chiosco e guardò attentamente la villa lontana un trecento passi. Vide la fenestra della giovanetta illuminata e sussultò impugnando il kriss.

– Se potessi rapirla! – mormorò il pirata, che aveva l’idea di tentare un ardito colpo di mano.

Fece tre o quattro passi tenendosi più basso che poteva per non essere scorto dai soldati, poi si arrestò cogli occhi fissi sulla fenestra sempre illuminata.

Egli poté distinguere un’ombra che passava dinanzi ai vetri seguita da un’altra.

Abbassò lo sguardo dinanzi alla porta e vide una terza ombra, una sentinella che si teneva immobile ma sbarrando l’entrata colla carabina, e che senza dubbio non si sarebbe lasciata sì facilmente avvicinare né ammazzare come la prima caduta sotto il kriss del Portoghese.

Sandokan che aveva già progettato il suo piano si arrestò indeciso guardando fissamente la sentinella immobile.

– Soldati di sopra, soldati di sotto! – mormorò egli coi denti stretti, tormentando l’impugnatura del kriss.

L’esitazione non durò che un lampo per quell’uomo che non conosceva paure. Tentò l’avventura e si mise ad avanzare coll’occhio fisso sui gruppi dei soldati, che andavano e venivano pel parco per non lasciarsi tagliare la ritirata. Ma non aveva ancor fatto venti passi che la sentinella si scosse, alzando la carabina.

– Chi va là? – gridò il soldato con voce rauca e puntò l’arma verso la nera ombra che si arrestò.

CAPITOLO XX. Il fantasma delle giacche rosse

La partita oltre essere compiutamente perduta, minacciava diventare seriamente pericolosa pel pirata. Non era da presumersi che la sentinella, stante la oscurità e la distanza, avesse potuto ben scorgerlo dietro il cespuglio dov’erasi nascosto, tuttavia poteva sparargli addosso almeno per assicurarsi se era stata una visione dell’occhio, o realmente un uomo. L’intimazione si ripeté, ma senza che il soldato scaricasse l’arma e abbandonasse il posto e senza che Sandokan ardisse fare il più piccolo passo. Alla terza, il pirata, temendo che chiamasse all’armi, quantunque ardesse dalla smania di compiere la sua temeraria impresa, si mise a indietreggiare a lenti passi tenendosi dietro ai tronchi d’albero, cogli occhi sempre fissi sul soldato, che non abbandonava la sua minacciosa posizione.

Bestemmiando in cuor suo e digrignando i denti per l’ira, Sandokan in pochi istanti raggiunse il chiosco e guadagnò la serra dove il Portoghese l’aspettava con viva ansietà.

– Ebbene, che hai veduto? – chiese quest’ultimo, che nel rivederlo respirò largamente.

– Nulla che sia in nostro favore, Yanez – rispose Sandokan con collera. – La casa è guardata da sentinelle, il parco è battuto da soldati, le palizzate sono circondate. Questa notte non si potrà tentare nulla.

– Benissimo, fratello mio, a meraviglia! Agiremo col sole, se quelle giacche rosse, che il buon Dio confonda, ci lascieranno fare. Voglio credere che non rimarranno in eterno in questo parco.

– Ma non hai tu pensato alla giovanetta che forse si strugge dal dolore credendomi forse morto o prigioniero? Giusto Allah! vorrei dare cento goccie del mio sangue per risparmiarle una sola lagrima!

– Lo so, Sandokan, ma checché sia, lei si trova in una situazione mille volte migliore della nostra. Non dartene pensiero di lei ora, e occupiamoci invece di noi che ci troviamo abbastanza in male acque.

– Ci occuperemo, Yanez, e una volta salvi, penseremo allora a liberar lei. Orsù, questa notte nulla si può fare. Cerchiamo di approfittare della tregua che ci lasciano le giacche rosse e dormiamo un po’.

– Dormire! – esclamò il Portoghese. – E non sai tu che questa tregua potrebbe venire rotta da un momento all’altro?

– Il nemico non ritornerà in questi luoghi che ha già visitato, te l’assicuro, Yanez. Andiamo, coricati dietro questi vasi, dormiremo con un occhio aperto.

Il Portoghese quantunque non si fidasse troppo di dormire colle giacche rosse così vicine, ubbidì, e si stese dietro ai vasi, imitato da Sandokan. Ma né l’uno né l’altro furono capaci di chiudere un occhio e passarono il rimanente della notte, il Portoghese pensando ai mezzi per tentar la fuga e ai prahos e Sandokan alla giovanetta verso alla quale aveva dei timori che non riusciva a scacciare e levandosi di tratto in tratto per spiare le mosse delle giacche rosse.

Quando spuntò il giorno gl’Inglesi rovistavano ancora i cespugli e le aiuole, accresciuti assai di numero.

Se li vedevano andare e venire, senza mai stancarsi e sempre dubbiosi di non aver ben frugato, gettando sotto sopra i fiori e sfogando la loro ira con frequenti imprecazioni all’indirizzo della Tigre Malese.

I due pirati, dato nuovamente il sacco agli aranci che abbondavano nel fondo della serra, di una grossezza meravigliosa non inferiore alla testa di un fanciullo, di quella specialità chiamata dai malesi buà kadangsa, per ogni prudenza tornarono a cacciarsi nella stufa, dopo di aver cancellato minutamente le traccie di fuligine lasciate sul terreno e sui vasi. Quantunque il chiosco fosse stato scrupolosamente esaminato, gli Inglesi potevano ritornare, per assicurarsene meglio alla luce del giorno.

Un filo di luce che penetrava per lo sportello bastava a illuminare vagamente sì, ma sufficientemente l’interno della negra fortezza, e la medesima fessura permetteva altresì con un po’ di pazienza di spiare le mosse delle giacche rosse. I due fuggiaschi si accomodarono fra la cenere e la caligine che li soffocava, ponendo mano tranquillamente al frutto del saccheggio, e aspettando pazientemente il momento di spiccare il volo, senza destare all’armi e correre nuovi pericoli.

– Verrà bene il momento in cui essi sgombreranno il parco – disse Sandokan sbucciando uno degli enormi aranci. – Quando essi vedranno che io non sono più nascosto né fra i cespugli né in mezzo ai fiori si metteranno in campagna seguendo qualche nuova traccia che crederanno la mia. Sarà allora che noi guadagneremo la foresta.

– Anche di giorno? – chiese il Portoghese che trovava più che pericoloso prendere il largo col sole.

– Se sarà possibile, lo tenteremo anche di bel mezzogiorno, fratello mio. Sono impaziente di prendere il largo e di raggiungere i miei prahos, che devono essere di già arrivati o che arriveranno durante la giornata. Bisogna spicciarsi prima che il lord se ne fugga a Vittoria nel bel mezzo dei suoi compatrioti, dove sarà ben difficile assalirlo nel cuore della colonia sotto il fuoco del fortino e degli incrociatori.

– E poi – disse Yanez – hai tu udito ciò che diceva quell’ufficiale questa notte? Egli parlava di una spedizione che si prepara su Mompracem o che si è di già preparata. Io ho i miei timori; quell’uomo non parlava per spaventarci poiché ignorava che dietro la palizzata vi eravamo noi, che ne dici Sandokan?

– Gli è ben anche per questo, che vorrei spicciarmi a compiere il rapimento – rispose il pirata, che aggrottò ripetutamente la fronte. – Se essi attaccano la nostra isola, quando il fiore delle genti si trova lontano, non so come andrà a finire. Tu sai, Yanez, che i sessanta uomini che sono con noi formano il nucleo dei pirati, che tutti gli altri quantunque più numerosi non sono che Cinesi, Siamesi, Birmani e pochi Bughisi, Giavanesi o Malesi su cui contare; di più le trincee sono ancora deboli e le artiglierie più grosse e meno vecchie trovansi ancora imbarcate a bordo dei prahos.

– E se, al nostro ritorno, trovassimo il nido occupato? – chiese il Portoghese, che rabbrividì tutto al solo dirlo.

– Lo rioccuperemo – rispose calmo calmo Sandokan. – Sessanta pirati, guidati dalla Tigre della Malesia, tu sai che sono capaci di fare miracoli. Vorrei vederlo, Yanez: ne farei un massacro di tutte le giacche rosse, facendo scorrere veri fiumi di sangue e formar trincee a furia di cadaveri.

– E se le nostre forze fossero così deboli da non poter tentare la conquista di Mompracem?…

Il pirata ammutolì, guardandolo fisso al vago chiarore che penetrava dallo sportello della stufa.

– Bene – diss’egli dopo qualche istante di silenzio, – allora volgerò la prua al sud o al nord, e me ne andrò su altre isole. Allora avrò la giovanetta assieme con me e per me sarà tutto.

– E tu, disgraziato, lascieresti la tua Mompracem nelle mani delle giacche rosse senza nulla fare per riconquistarla?

Sandokan scattò in piedi col kriss stretto convulsivamente in mano e gli occhi accesi. Sentì per un istante l’odio per quella razza maledetta riprenderlo, sentì per un istante di ridiventare la terribile Tigre della Malesia, ma fu un lampo. Egli ricadde nella cenere mandando un profondo sospiro.

– Ebbene, Sandokan?

– La lascierò nelle loro mani – rispose freddamente, ma cupamente, la Tigre. – Marianna basterà per consolarmi della perdita della mia isola.

– È inutile, tutto è inutile! – esclamò il Portoghese. – La Tigre è stregata, è moribonda.

Egli lasciò il compagno nel fondo della stufa e strisciò verso lo sportello mettendosi in osservazione.

Di là, egli poté vedere una diecina di giacche rosse, che battevano ancora, ma quasi svogliatamente, i cespugli é le ultime aiuole del parco.

Era evidente che tutti gli altri, sicuri che il pirata avesse di già preso il largo, si erano messi in campagna, prendendo diverse direzioni, e guardando attentamente la costa per agguantarlo prima che si mettesse in mare.

Il Portoghese che le pensava tutte cominciò ad avere qualche paura per i prahos che potevano veleggiare al largo e forse trovarsi di già nel fiumicello. Se gl’Inglesi guardavano la costa, i legni correvano pericolo di venire scoperti. Il Portoghese sentì assalirsi dalle caldane.

– Eccoci in un bell’impiccio – mormorò egli. – Da che la Tigre della Malesia è stata stregata, tutto va di male in peggio e a rapidi passi. Una tempesta sulle spalle che ci ha abbandonati nel bel mezzo dei nemici e che forse ci ha affondato un prahos coi suoi venti valentuomini; un inseguimento che minaccia di non finir più o di terminare con qualche palla nelle costole; dei prahos che minacciano di venire scoperti e bombardati magnificamente da quei maledetti piroscafi di ferro e una spedizione al nostro nido nel fondo della quale si vede e con molte probabilità l’ultimo colpo di grazia per Mompracem! Non ci voleva di più. Che hai fatto mai, Sandokan?

Il Portoghese scosse la testa pur rassegnato e sospirò pensando con visibile spavento alle conseguenze della presa di Mompracem che lo precipitava nella miseria. Certamente che gl’Inglesi non avrebbero mancato nella loro visita di struggere il villaggio e di saccheggiarlo ben bene prima, rubandone le incalcolabili ricchezze di Sandokan, sulle quali egli si avvoltolava pensando di finire la vita in mezzo all’oro in qualche città d’Oriente, come andava da qualche tempo sognando. Il Portoghese ebbe paura e tornò a sospirare.

– Noi rimarremo senza una piastra e senza un risdagliero – mormorò egli. – Vorrò vedere che diavolo penserà di fare Sandokan colla milady, quantunque i nostri kriss non manchino di grossi diamanti.

Gettò un’occhiata verso gl’Inglesi mandandoli ben volentieri al diavolo e rientrò.

– Che hai veduto Yanez? – domandò Sandokan sempre seduto nel fondo della caliginosa stufa.

– Pochi soldati e molta miseria dinanzi agli occhi, fratello mio – disse il Portoghese.

– Non ti comprendo. Che diamine mi vai parlando di miseria? – chiese Sandokan sforzandosi a sorridere.

– Hai tu dimenticato di già la spedizione di Mompracem? Ci porterà la miseria, amico mio.

– Hai veduto tu quegl’Inglesi partire o hai udito forse il cannone tuonare? – domandò Sandokan ridendo.

– In fede mia no, ma l’ufficiale lo ha detto e tu pure udisti le sue parole.

– Dal parlare al fare amico mio, corre un gran tratto. Io non parlo di Mompracem ora, parlo di prendere il largo abbandonando questa stufa entro la quale mi sento soffocare. Come stanno le cose al di fuori?

– Non ho veduto che una decina di soldati e mi sembrano stanchi di frugare. Tutti gli altri a quanto pare si sono messi in campagna, correndo dietro al fantasma cercandolo nella foresta e forse, forse in riva al mare, implicando pericolosamente l’avvicinarsi dei prahos che sono forse al largo.

– Ah! – fe’ Sandokan che meditava qualche piano. – Non aver paura pei nostri prahos, Yanez, essi non si lascieranno sì facilmente scoprire o non si avvicineranno se hanno pur qualche sospetto. E poi, credi tu che tutti possano distinguere un prahos corsaro da un mercantile? Nascosto una parte dell’equipaggio e qualche spingarda o qualche cannone, cacciato un nuovo timone nell’acqua per farne i due, e messa un po’ di zavorra sottovento nel sostegno di bambù, improvvisato con quattro tavole l’attap (casotto o tettoia di bambù che sogliono avere al centro della coperta i prahos specialmente mercantili) e ammainati i fiocchi, ecco di che ingannare i più astuti soldati e fors’anche un incrociatore. Ciò non mi preoccupa, Yanez, bensì mi dà da pensare la via che hanno preso le giacche rosse. Se non sappiamo dove sono quei maledetti, la fuga riesce difficile se non impossibile.

– Sarà difficile il saperlo – disse il Portoghese che non trovava modo di uscire da quel garbuglio.

– L’oscurità questa notte è abbastanza fitta per potersi arrischiare senza sapere se i nemici sieno al sud o al nord. Ah! se potessi rapire uno di quegli uomini che girano pel parco!

– Bella pazzia. Sarebbe un farci scoprire.

Sandokan alzò le spalle.

– Aspetta – diss’egli improvvisamente al Portoghese. – Credo di avere una buona idea; rimani nella stufa e lascia che io veda coi miei propri occhi come stanno le cose al di fuori: chi sa che non abbiamo a tentare un bel colpo?

Abbandonò silenziosamente la stufa, attraversò il chiosco e spintosi fino alla porta guardò la posizione che occupavano gli Inglesi. Erano ridotti in minor numero di prima quando li aveva contati il Portoghese; erano cinque o sei, qualcuno disperso fra le aiuole, gli altri sdraiati all’ombra degli alberi fumando pacificamente colle loro pipe.

Il pirata guardò le palizzate con uno sguardo d’onde trapelava ira e dolore.

Una sentinella vegliava alla porta come la notte precedente allontanandosi raramente di più di due o tre passi, un’altra colla baionetta in canna, stava appoggiata a una fenestra del primo piano. Tutte le altre fenestre erano chiuse o semi-chiuse, eccetto quelle del lord.

– Dormono o fingono dormire – mormorò Sandokan – ma vegliano attentamente le sentinelle. La fanciulla è ancora là, guardata chi sa come, ma sempre là. Vegliate pure maledetti, cingetela pure d’armi la mia Perla, io la strapperò dalle vostre unghie. Oh, sì, ve la rapirò prima che vi salti l’idea di trascinarla a Vittoria.

Stette un momento cogli occhi fissi sulle fenestre della giovanetta colla fronte aggrottata, poi alzò macchinalmente la testa verso quella del lord. Egli strinse i pugni e fece atto di slanciarsi innanzi.

Aveva veduto una persona a quella fenestra che riconobbe subito.

– Ah! Sei tu, maledetto lord! Sei tu il carnefice della mia Perla. Se ti potessi avere in mia mano!…

Lo mirò con indicibile espressione di ira, poi, quando lo vide rientrare gettò uno sguardo sui soldati lontani un seicento passi e notò che uno di essi stava allontanandosi dai compagni, prendendo l’ombroso sentiero che conduceva al chiosco. Si ritirò rapidamente guadagnando la serra e chiamò il Portoghese sdraiato sul fondo della stufa.

– Fratel mio, spicciati, salta fuori che il nostro uomo si avvicina – disse Sandokan rapidamente.

Il Portoghese che lo aveva perfettamente compreso strisciò lestamente all’aperto più nero d’un africano.

– Hai veduto qualche giacca rossa avvicinarsi al chiosco? – domandò egli scuotendo la caligine di dosso.

– Sì, un Inglese ha preso il sentiero che mena a questa parte. Guarda, fratello mio, a me occorre quest’uomo per sapere qualche cosa sulla caccia che ci danno i suoi compagni nella foresta.

– E vorresti tu impadronirtene? – domandò il Portoghese che ebbe paura.

– Certamente e per farlo ben parlare sulla punta del mio kriss – disse Sandokan entrando nel chiosco.

– E i suoi compagni? Non pensi tu, Sandokan, che abbiano a vederci o a udirlo, poiché non sarà tanto facile strozzargli la voce e portarlo qua entro senza destare all’armi, e tu sai che la nostra situazione è scabrosa.

– Lo so, ma ho tutto calcolato. I suoi compagni sono distanti più di seicento passi quindi non possono udire facilmente qualche gemito o qualche rumore, e gli alberi bastano per nasconderci. Mi occorre assolutamente questa canaglia se vuoi prendere il largo e marciare con qualche sicurezza nella foresta senza andarci a gettare in bocca al leone. Orsù, spicciati, egli è appena distante quattrocento passi.

– Non ti fidare troppo, Sandokan, delle nostre forze – disse il Portoghese che esitava. – Se getta un grido o se manchiamo il colpo la sarà finita per noi. E poi credi tu che se parlerà dirà il vero? Questi cani di Inglesi hanno due lingue come hanno due cuori.

– Lascia pensare a me, Yanez: io lo farò cantare e a voce alta, è la verità, e credilo che avrà tanta paura nel trovarsi fra le mani della Tigre che non mi ingannerà. Presto, mettiti in mezzo a quei fiori dietro la porta e non fiatare.

«Quando salterò alla gola strozzandogli la voce, afferralo bene per le mani e gettatelo sulle spalle. Lo porteremo nella serra e una volta là racconterà ciò che noi vorremo sapere.

– Uhm! Tu ti cacci in un ginepraio donde non so come farai a uscire. Tu pensi più a farlo cantare su ciò che successe alla palazzina che riguardo la nostra fuga. E se egli, a mo’ di esempio, gridasse?

– Non perderemo tempo, Yanez, e prenderemo il largo a costo di farci inseguire da tutti i mariuoli della villa dopo di avergli cacciato dieci pollici di lama fra le costole – disse Sandokan freddamente. – Non esitare più, prepara i garretti per fare un magnifico salto appena che io l’avrò atterrato e guardati bene dalla carabina della sentinella che è abbastanza vicina per farti scoppiare la testa con una palla.

– E hai pensato tu a questa, Sandokan? – domandò il Portoghese doppiamente allarmato.

– Non aver paura di quel poltrone, Yanez; i cespugli che sono abbastanza fitti non gli permetteranno di vederci. Spicciati, non fare rumore né muoverti prima che il nostro uomo sia passato. Eccolo che si avvicina, presto, getta a terra la carabina che per ora non ci è di alcuna utilità.

– Farò ciò che tu vorrai, Sandokan, ma ho paura che la cosa non passi così tranquilla come tu credi.

Il pirata, la cui audacia non cedeva ad alcun timore né ad alcuna esitazione, si strinse nelle spalle e andò ad appostarsi dietro alla porta del chiosco, pronto a piombare con un salto da tigre sul soldato e afferrarlo pel collo onde strozzargli la voce. Il Portoghese, deposta la carabina, gli si mise di dietro.

Il soldato era allora lontano un centinaio di passi. Era un uomo mingherlino, che dovea mancare di forza, ma non di agilità né di energia, e che veniva innanzi con un dondolamento di lupo marino, col naso alzato, gli occhi volti sbadatamente sugli alberi.

La sua carabina gli pendeva da una spalla colla bocca rivolta verso a terra mille miglia lontano di sospettare di correre pericolo.

Sandokan urtò col gomito il Portoghese e strizzò l’occhio furbescamente, poi, dopo di aver dato uno sguardo al soldato, gli si accostò, avvicinando le labbra a uno dei suoi orecchi.

– La faccenda non sarà difficile – mormorò egli. – In un volger di mani il nostro uomo sarà a terra senza emettere un lamento.

– Prudenza, fratello mio – rispose il Portoghese, che, per ogni precauzione, trasse il kriss.

Il soldato percorse cinquanta passi, sempre col naso all’aria; era ormai fuori di vista dei suoi compagni, che andavano frugando i cespugli presso le palizzate. Sandokan allargò le gambe, tese le mani innanzi e si raccolse su sé stesso.

Il soldato percorse altri trenta passi.

Sandokan si slanciò, l’afferrò pel collo serrandoglielo come preso fra una morsa d’acciaio e in meno che non si dica lo atterrò. Per quanto fosse stata rapida e potente la stretta, il disgraziato poté gettare un grido.

– Yanez! – esclamò Sandokan.

Il Portoghese era lì. Afferrò per le braccia il soldato e lo sbatté violentemente contro il suolo stordendolo, poi se lo caricò sulle spalle e rientrò precipitosamente nel chiosco mentre che i soldati, allarmati da quel grido lamentevole, si precipitavano sul sentiero.

– Fa presto, Yanez, entra nella serra – disse rapidamente Sandokan stringendo sempre più la gola del prigioniero a segno di farvi penetrare le dita e farne uscire il sangue.

– Per Giove! Siamo stati scoperti! – esclamò il Portoghese entrando in furia nella serra.

– Non aver paura, Yanez, hanno udito solamente il grido e il nostro uomo non griderà mai più. Gettalo a terra.

Il Portoghese si affrettò ad ubbidire. Sandokan, stracciando un lembo del suo turbante, lo imbavagliò strettamente e gli legò le mani dietro il dorso.

– Portalo nella stufa e resta vicino ad esso. Non far rumore, fratello mio, io vado a spiare il nemico.

Il pirata si slanciò nel chiosco armando la carabina, e, nascondendosi prudentemente fra le piante, guardò.

I sette od otto soldati avevano udito il grido ed erano stati allarmati, ma senza, a quanto pareva, aver ben compreso di che si trattasse, e ben lungi dal credere che il loro compagno fosse stato così arditamente rapito.

Sandokan li vide avvicinarsi al sentiero che menava al chiosco, guardando sotto gli alberi e interrogandosi a vicenda, indecisi sul da farsi, poi uno di essi additava la carabina gettata fra le erbe, che i pirati non avevano avuto la precauzione di raccogliere. Egli lanciò una bestemmia e per un istante ebbe l’idea di darsi precipitosamente alla fuga, ma si rattenne deciso di aspettar la fine degli avvenimenti, risoluto a strappar qualche rivelazione al prigioniero così audacemente conquistato e al prezzo di tanti pericoli. I soldati che ormai avevano la certezza che chi aveva gettato il grido era stato il loro compagno, si slanciarono sul sentiero avvicinandosi a rapidi passi verso la malaugurata carabina e gettando uno sguardo abbastanza diffidente sul chiosco.

Sandokan si affrettò a battere in ritirata e raggiunse nella serra il Portoghese che teneva il soldato sotto le ginocchia mostrandogli in modo espressivo la punta del kriss assicurando che era avvelenata.

– I soldati vengono da questa parte, Yanez, cacciati nella stufa e trascina con te il prigionero.

– Ma se vengono, ci scopriranno! – esclamò il Portoghese che si guardò attorno con ispavento.

– Lascia pensare a me, non ci hanno ancora scoperti. Solo hanno trovato la carabina che abbiamo lasciata a terra.

– Non perdiamo tempo allora, fratello mio, filiamo raccomandandoci alle nostre gambe.

– Sei matto, per farci passare per le armi prima di giungere alla cinta. Cacciati nella stufa mentre che io faccio scomparire le nostre traccie. Spicciati, fratello mio, io li sento venire rapidamente.

Non ci voleva di più. Il Portoghese gettò nella sua oscura fortezza, come aveva chiamato ma che ora chiamava una magnifica trappola, le due carabine e vi si cacciò lestamente entro ritirando colle braccia il prigioniero, che legato e imbavagliato non faceva veruna resistenza né gettava il più piccolo gemito. Sandokan, soffiate via le traccie che potevano tradirli e cancellate frettolosamente le macchie di sangue, si affrettò a imitarlo chiudendo prudentemente lo sportello.

Era tempo. Un istante dopo, i soldati giungevano dinanzi al chiosco e facevano le loro supposizioni sul grido e sull’arma trovata e sulla scomparsa del suo padrone che aveva un non so che di soprannaturale che sgomentava i più coraggiosi.

– Che Harry abbia voluto burlarsi di noi nascondendosi dietro a qualche cespuglio? – diceva un soldato la cui voce robusta giungeva distintamente alle orecchie dei due pirati.

– Il ragazzo è burlone – disse un altro soldato. – Ma credo che in questi momenti non sia d’umore di fare degli scherzi. Non avete udito che il suo grido era strozzato come quello di un uomo che viene improvvisamente preso per la gola?

– Che si sia nascosto entro il chiosco? Non è ammissibile che l’abbiano portato via, così, sotto ai nostri occhi.

– E perché no? – disse una voce nasale dalla pronuncia scozzese. – Avete dimenticato che questa notte il pirata trovavasi nel parco? Chi l’ha veduto varcare le palizzate? Non sarebbe da meravigliarsi, se il terribile uomo che beve sangue umano avesse rapito il nostro camerata per dissanguarlo.

– E che? Vorresti tu, Dik, che fosse ancora nel parco?

– Chi dice che il birbante non sia un fantasma, uno spirito infernale che abbia la proprietà di scomparire nel tronco di un albero o di nascondersi dietro a una foglia?

– Non può essere, te lo ripeto, non è uno spirito. Io scommetto invece, che Harry ci ha fatto una burla fingendo di essere stato portato via e che si tiene nascosto dietro qualche vaso del chiosco, ascoltando i nostri discorsi.

– Ohe! Harry! – gridò una voce nasale. – Da una banda gli scherzi. My God! Ti pare che abbiamo voglia di scherzare? Ohe! Rispondi, birbante.

Naturalmente nessuno rispose. Il povero prigioniero, mezzo strangolato, legato e imbavagliato, quantunque udisse i discorsi dei suoi camerati e si struggesse dall’ira, non poteva non solo articolar sillaba ma nemmeno muoversi. E non l’avrebbe d’altronde ardito, vedendo le due lame dei kriss dei pirati a pochi pollici dalla sua gola.

Questo prolungato silenzio rinnovò fra i soldati il timore che lo sfortunato Harry fosse caduto vittima della Tigre Malese.

– Che facciamo? – chiese alfine un soldato.

– Per Bacco! Cerchiamolo, amici; non bisogna abbandonare un simile camerata. Orsù, entriamo prima nel chiosco.

I due pirati, nell’udire che i soldati si preparavano a visitare il chiosco, malgrado il loro coraggio, sentirono rizzarsi i capelli sulla fronte.

– Che facciamo, fratello mio? – chiese il Portoghese con un filo di voce.

– Cominciamo col cacciare dieci pollici di lama nella gola di questo prigioniero, che potrebbe tradirci – rispose freddamente Sandokan.

– Sei matto! Potrebbe agitarsi, potrebbe mandare qualche gemito. Non muoviamoci anzi e prepariamoci a difenderci.

– Credo che tu abbi ragione, Yanez. Non far rumore allora e mettiti dinanzi allo sportello a fracassarmi la testa del primo Inglese che appare. Io preparerò dal canto mio un bel gioco per prendere il largo.

Il Portoghese armò la carabina dirigendone la canna verso lo sportello, mentre che il pirata scandagliava senza far rumore la grossezza delle pareti colla punta del kriss. Contento di quell’esame si curvò sul prigioniero.

– Giovanotto mio – diss’egli con voce da non mettersi in dubbio, – se tu cerchi di parlare farai conoscenza col mio kriss e bada bene, Harry, che la punta l’ho avvelenata di fresco col succo dell’upas. Bada ora ai casi tuoi se vuoi vivere.

I soldati erano penetrati allora nel chiosco e rovistavano minutamente i cuscini, i vasi e le tavolette, procedendo con somma cautela, coll’idea che il fantasma si trovasse nascosto sotto o dietro a essi.

– Io non vorrei trovarmi di fronte alla Tigre – disse uno di essi la cui voce tremava. – Sapete, compagni, che non sarei sorpreso di trovarlo dietro a qualche vaso occupato a bere il sangue del povero Harry.

– Ma io non vedo nulla. Entriamo nella serra ma armi in mano, giovanotti miei, io sento un certo odore che lo si direbbe di sangue caldo. To’! Cos’è questo che macchia la soglia della porta?

– Per mille bombe, sangue! – esclamò un soldato che dovette impallidire nel riconoscerlo. – La faccenda diventa seria e il povero Harry, amici miei, è bell’e spacciato. Io credo che troveremo il suo corpo dietro un vaso.

– Se si ritornasse a chiamare un rinforzo? Io vi giuro che se vedo comparire la Tigre io me la batto, e in fede scozzese che lascio le mille sterline e il corpo di Harry. Non so chi inseguirà uno spirito che beve sangue umano e che si nasconde dietro una foglia diventando un moschino o una farfalla. – Ora che siamo qui tiriamo innanzi – disse uno che doveva essere il più coraggioso della banda. – Ve lo ripeto che non può essere uno spirito. Orsù, non lasciamoci sfuggire una sì bella occasione per comperare cento botti di gin e per fare una baracca tremenda. Un po’ di coraggio, tiriamo innanzi.

A onta delle sue parole incoraggianti, i soldati e lui medesimo procedevano con estrema lentezza.

– Dio! Dell’altro sangue che va sino alla stufa! – esclamò una voce. – Oh! Oh! Il nostro uomo si nasconderebbe nella stufa?… L’esclamazione repentina fu udita dai due pirati. Il Portoghese sentì rizzarsi i capelli sulla fronte; Sandokan balzò in piedi gettando un sordo ruggito che fu inteso dal nemico spaventato.

– Afferra la carabina e tienti pronto a seguirmi! – esclamò Sandokan al Portoghese.

Egli si appoggiò colla spalla contro la parete che dava nel fondo della serra, l’unica via libera. Si udì un sordo scricchiolìo seguito da un rauco brontolio.

– La Tigre! – esclamarono i soldati che si diedero a precipitosa fuga. Quasi nel medesimo istante la parete fu sfondata, e i due pirati approfittando dello spavento del nemico, balzando attraverso i rottami, si diedero alla fuga dirigendosi a tutte gambe verso le palizzate.

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30 avgust 2016
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