Kitobni o'qish: «Prima Che Uccida»
PRIMA CHE UCCIDA
(UN MISTERO DI MACKENZIE WHITE—LIBRO 1)
B L A K E P I E R C E
TRADUZIONE ITALIANA
A CURA DI VALENTINA SALA
Blake Pierce
Blake Pierce è l’autore della serie di successo I misteri di RILEY PAGE, che include i seguenti gialli thriller: IL KILLER DELLA ROSA (libro #1), IL SUSSURRATORE DELLE CATENE (libro #2), OSCURITA’ PERVERSA (libro #3) e IL KILLER DELL’OROLOGIO (libro #4). Blake Pierce è anche autore della serie I misteri di MACKENZIE WHITE e della serie I misteri di AVERY BLACK.
Avido lettore e appassionato da sempre di gialli e thriller, Blake riceve con piacere i vostri commenti, perciò non esitate a visitare la sua pagina www.blakepierceauthor.com per saperne di più e restare in contatto con l’autore.
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LIBRI DI BLAKE PIERCE
I MISTERI DI RILEY PAIGE
IL KILLER DELLA ROSA (Libro #1)
IL SUSSURRATORE DELLE CATENE (Libro #2)
OSCURITA’ PERVERSA (Libro #3)
IL KILLER DELL’OROLOGIO (Libro #4)
I MISTERI DI MACKENZIE WHITE
PRIMA CHE UCCIDA (Libro #1)
UNA NUOVA CHANCE (Libro #2)
I MISTRI DI AVERY BLACK
IL KILLER DI COLLEGIALI (Libro #1)
CORSA CONTRO IL TEMPO (Libro #2)
INDICE
PROLOGO
CAPITOLO UNO
CAPITOLO DUE
CAPITOLO TRE
CAPITOLO QUATTRO
CAPITOLO CINQUE
CAPITOLO SEI
CAPITOLO SETTE
CAPITOLO OTTO
CAPITOLO NOVE
CAPITOLO DIECI
CAPITOLO UNDICI
CAPITOLO DODICI
CAPITOLO TREDICI
CAPITOLO QUATTORDICI
CAPITOLO QUINDICI
CAPITOLO SEDICI
CAPITOLO DICIASSETTE
CAPITOLO DICIOTTO
CAPITOLO DICIANNOVE
CAPITOLO VENTI
CAPITOLO VENTUNO
CAPITOLO VENTIDUE
CAPITOLO VENTITRE’
CAPITOLO VENTIQUATTRO
CAPITOLO VENTICINQUE
CAPITOLO VENTISEI
CAPITOLO VENTISETTE
CAPITOLO VENTOTTO
CAPITOLO VENTINOVE
CAPITOLO TRENTA
CAPITOLO TRENTADUE
CAPITOLO TRENTATRE’
CAPITOLO TRENTAQUATTRO
CAPITOLO TRENTACINQUE
CAPITOLO TRENTASEI
PROLOGO
In qualsiasi altro momento, le prime luci dell’alba che sfioravano il granoturco le sarebbero parse bellissime. Osservò la prima luce del giorno che danzava tra gli steli creando una tenue sfumatura dorata, e si sforzò con tutta se stessa di apprezzarne la bellezza.
Doveva cercare di distrarsi, altrimenti il dolore sarebbe stato insopportabile.
Era legata a un grosso palo di legno che si ergeva contro la sua schiena terminando mezzo metro sopra la sua testa. Aveva le mani strette dietro di sé, legate al palo. Addosso aveva soltanto delle mutandine nere di pizzo e un reggiseno che rendeva i suoi abbondanti seni più alti e ravvicinati. Era il reggiseno che le faceva guadagnare più mance allo strip club, lo stesso che faceva sembrare il suo seno quello di una ventunenne, non quello di una trentaquattrenne madre di due figli.
Il palo le grattava la schiena nuda, scorticandola. Tuttavia, non era lontanamente paragonabile al dolore che le infliggeva l’uomo dalla voce cupa e inquietante.
Si tese quando lo sentì avvicinarsi dietro di lei, i passi attutiti sulla radura del campo. C’era anche un altro rumore, più tenue. Stava trascinando qualcosa. La frusta, realizzò, quella che usava per colpirla. Aveva delle specie di punte, e l’estremità si apriva a ventaglio. Era riuscita a vederla una volta soltanto – e le era bastato.
La schiena le doleva per le decine di frustate e il solo sentire l’arnese trascinato sul terreno le provocò un’ondata di panico. Lanciò un grido – quello che le parve il centesimo della notte – che sembrò disperdersi e morire nel campo. All’inizio le sue grida erano state grida d’aiuto, nella speranza che qualcuno le sentisse. Col tempo, però, erano diventate inarticolati gemiti di dolore, grida emesse da qualcuno che sapeva che non sarebbe giunto nessuno in suo soccorso.
“Potrei lasciarti andare” disse l’uomo.
Aveva la voce di una persona che fumava o urlava molto. Inoltre, parlava con una strana pronuncia blesa.
“Ma prima devi confessare i tuoi crimini.”
Era la quarta volta che lo diceva. Lei si arrovellò di nuovo il cervello, la mente alla ricerca di una risposta. Non aveva crimini da confessare. Era stata una brava persona con tutti quelli che conosceva. Era stata una brava madre; non brava quanto avrebbe voluto – ma ci aveva provato.
Che cosa voleva da lei?
Gridò di nuovo e tentò di piegare la schiena contro il palo. Quando lo fece, sentì la morsa ai polsi cedere leggermente e il sangue appiccicoso colare sulla corda.
“Confessa i tuoi crimini” ripeté.
“Non so di cosa parli!” gemette la donna.
“Ti verrà in mente” disse.
Anche questo l’aveva già detto. L’aveva detto appena prima di...
Si udì come un sussurro mentre la frusta si inarcava nell’aria.
Quando l’arnese la colpì, lei urlò e si contorse contro il palo.
Altro sangue le uscì dalla nuova ferita, ma se ne accorse a malapena. Invece, si concentrò sui propri polsi. Il sangue che si era raccolto lì nell’ultima ora si era mescolato al sudore. Tra la corda e i polsi riusciva a sentire uno spazio vuoto e pensò che forse sarebbe riuscita a fuggire. Sentì la mente cercare di allontanarsi, di distaccarsi dalla situazione.
Crac!
Il colpo la prese in pieno sulla spalla, facendola strillare.
“Ti prego” disse. “Farò tutto quello che vuoi! Lasciami andare!”
“Confessa i tuoi...”
Lei strattonò la corda più forte che poté, portando le braccia in avanti. Un dolore lancinante alle spalle la fece strillare, ma fu subito libera. Avvertì un leggero bruciore quando la corda le sfregò sul dorso della mano, ma non era niente paragonato al dolore impresso sulla sua schiena.
Tirò in avanti così forte che per poco non cadde in ginocchio, rovinando così la sua fuga. Ma il bisogno primitivo di sopravvivere prese il controllo dei suoi muscoli e, senza nemmeno rendersene conto, aveva iniziato a correre.
Scattò in avanti, stupita di essere davvero libera, stupita che le gambe le funzionassero ancora dopo essere rimaste legate così a lungo. Non si sarebbe fermata a porsi domande.
Si lanciò attraverso il granoturco, i fusti che la sferzavano. Le foglie e i rametti sembravano volerla ghermire, sfiorando la sua schiena lacerata come vecchie dita avvizzite. Faticava a respirare ed era concentrata a mettere un piede davanti all’altro. Sapeva che l’autostrada era nelle vicinanze. Tutto ciò che doveva fare era continuare a correre e ignorare il dolore.
Dietro di lei, l’uomo iniziò a ridere. La sua voce la faceva sembrare la risata di un mostro che era rimasto nascosto nel campo per secoli.
La donna gemette poi proseguì la corsa, i piedi nudi che sbattevano contro la terra e il corpo praticamente nudo che abbatteva le pannocchie. Il seno ballava in su e giù in modo ridicolo, e quello destro uscì dal reggiseno. Promise a se stessa in quel momento che, se ne fosse uscita viva, non avrebbe più fatto spogliarelli. Si sarebbe trovata un lavoro migliore, un modo migliore per mantenere i suoi figli.
Questo accese in lei una nuova fiamma e corse più forte, sfrecciando tra il grano. Corse più forte che poté. Doveva solo continuare a correre e si sarebbe liberata di lui. L’autostrada doveva essere vicinissima. Giusto?
Forse. Ma, anche se fosse stato così, non c’erano garanzie che ci fosse qualcuno. Non erano nemmeno le sei del mattino, e le autostrade del Nebraska erano spesso molto solitarie a quell’ora.
Poco avanti, i filari di granoturco si interrompevano. La torbida luce dell’alba si riversava su di lei e il suo cuore fece un balzo alla vista dell’autostrada.
Si aprì un varco tra le pannocchie e, incredula, udì il suono di un motore che si avvicinava. La speranza si accese in lei.
Vide il bagliore delle luci in avvicinamento e corse ancora più veloce, così vicina da sentire l’odore dell’asfalto caldo.
Raggiunse il margine del campo proprio mentre passava un furgone rosso. Si mise a urlare e agitare le braccia freneticamente.
“PER FAVORE!” gridò.
Ma con suo grande orrore, il furgone proseguì ruggendo.
Agitò le braccia piangendo. Se il guidatore avesse guardato nello specchietto retrovisore...
Crac!
Un dolore lancinante le esplose dietro il ginocchio sinistro, facendola cadere a terra.
Gridò e tentò di rimettersi in piedi, ma sentì una mano forte afferrarla per i capelli e subito dopo lui la stava riportando nel capo trascinandola.
Provò a muoversi, a liberarsi, ma stavolta non ci riuscì.
Ci fu un ultimo colpo di frusta e infine, per fortuna, perse conoscenza.
Presto, lo sapeva, sarebbe finito tutto: il suono, la frusta, il dolore – e la sua breve vita piena di sofferenza.
CAPITOLO UNO
La detective Mackenzie White si preparò al il peggio mentre attraversava il campo di granoturco quel pomeriggio. Il rumore emesso dalle pannocchie al suo passaggio la inquietava; era un suono morto, che le strisciava contro la giacca mentre passava fila dopo fila. La radura che cercava sembrava distare chilometri.
Quando infine la raggiunse, si fermò di colpo, desiderando di trovarsi ovunque tranne lì. C’era il cadavere seminudo di una donna sui trent’anni legato ad un palo, il volto congelato in un’espressione di sofferenza. Era un’espressione che Mackenzie desiderò non aver mai visto – e che sapeva non avrebbe più dimenticato.
Cinque poliziotti gironzolavano lì intorno, senza fare niente in particolare. Cercavano di sembrare indaffarati, ma lei sapeva che stavano semplicemente tentando di dare un senso alla scena. Era sicura che nessuno di loro avesse visto qualcosa del genere prima di allora. A Mackenzie era bastato guardare la donna bionda legata al palo di legno per appena cinque secondi per capire che c’era sotto qualcosa di grosso. Qualcosa di diverso da tutto quello in cui si era imbattuta finora. Queste non erano cose che accadevano nei campi di granoturco del Nebraska.
Mackenzie si avvicinò al cadavere e descrisse lentamente un cerchio. Mentre si muoveva, percepiva lo sguardo degli altri agenti su di sé. Sapeva che alcuni di loro pensavano che prendesse il suo lavoro fin troppo sul serio. Si avvicinava troppo alle cose, cercava fili e collegamenti che erano quasi astratti. Era la giovane donna che aveva raggiunto la posizione di detective fin troppo rapidamente agli occhi di molti degli uomini del distretto, e lei lo sapeva. Era la ragazza ambiziosa che tutti supponevano puntasse a ben altro che lavorare come detective nelle forze dell’ordine del Nebraska.
Mackenzie li ignorò. Si concentrò unicamente sul cadavere, scacciando le mosche che guizzavano ovunque. Turbinavano disordinatamente intorno al corpo della donna, creando una nuvoletta nera, e il caldo non giocava certo a favore del cadavere. Aveva fatto caldo per tutta l’estate e sembrava che tutto quel calore si fosse concentrato in quel punto del campo.
Mackenzie si avvicinò e lo studiò, cercando di reprimere la sensazione di nausea e un’ondata di tristezza. La schiena della donna era ricoperta di ferite. Sembravano di natura uniforme, probabilmente erano state inflitte con lo stesso strumento. La schiena era ricoperta di sangue, perlopiù secco e appiccicoso. Anche la parte posteriore del tanga ne era incrostata.
Quando Mackenzie terminò il giro intorno al corpo, un poliziotto basso e corpulento si avvicinò a lei. Lo conosceva bene, anche se non le piaceva.
“Buongiorno, Detective White” disse il Comandante Nelson.
“Comandante” rispose lei.
“Dov’è Porter?”
Non c’era presunzione nella sua voce, ma lei la percepì ugualmente. Quel temprato comandante della polizia cinquantenne non voleva che fosse una donna di venticinque anni a fare luce sul caso. Walter Porter, il suo collega cinquantacinquenne, sarebbe stato più adatto per quel lavoro.
“È sull’autostrada” disse Mackenzie. “Sta parlando con il contadino che ha scoperto il corpo. Ci raggiungerà a breve”.
“Va bene” disse Nelson, chiaramente più tranquillo. “Tu che ne pensi?”
Mackenzie non era sicura di come rispondere. Sapeva che la stava mettendo alla prova. Lo faceva di tanto in tanto, anche al distretto, su cose insignificanti, tuttavia mai con altri agenti e detective. Era piuttosto certa che lo facesse solo con lei perché era giovane e perché era una donna.
Il suo istinto le diceva che si trattava di qualcosa di più di un omicidio plateale. Era per le innumerevoli frustate sulla schiena? Oppure perché la donna aveva un corpo da pin-up? Il seno era chiaramente finto e se Mackenzie avesse dovuto tirare a indovinare, anche il didietro aveva subito qualche ritocco. Il trucco era piuttosto pesante, in parte colato e sbavato a causa delle lacrime.
“Credo” disse Mackenzie infine, rispondendo alla domanda di Nelson, “che si tratti di un crimine puramente violento e che la scientifica non troverà segni di violenza sessuale. Raramente gli uomini che rapiscono una donna per sesso abusano in questo modo della vittima, anche se progettano di ucciderla in seguito. Inoltre, il tipo di biancheria che indossava suggerisce che la donna avesse una natura provocante. Onestamente, a giudicare dal trucco pesante e dal seno prosperoso, inizierei a fare qualche chiamata agli strip club di Omaha per vedere se qualche ballerina è scomparsa l’altra notte.”
“Già fatto” rispose Nelson in modo compiaciuto. “La deceduta è Hailey Lizbrook, trentaquattro anni, madre di due ragazzi e ballerina di livello intermedio al Runaway di Omaha.”
Snocciolò i fatti come se leggesse da un manuale di istruzioni. Mackenzie ipotizzò che avesse ricoperto così a lungo il suo ruolo che le vittime di omicidio non erano più persone, ma un rompicapo da risolvere.
Mackenzie però, nella carriera da soli due anni, non era così indurita e senza cuore. Studiava la donna con un occhio rivolto a scoprire cosa fosse successo, ma la vedeva anche come una donna che lasciava due ragazzi, che avrebbero vissuto il resto della propria vita senza una madre. Se una madre di due bambini faceva la spogliarellista, Mackenzie immaginò che avesse problemi di soldi e che fosse disposta a fare praticamente tutto per mantenere i suoi figli. Invece ora eccola lì, legata ad un palo e straziata da un uomo senza volto che-
Il fruscio delle pannocchie dietro di lei interruppe i suoi pensieri. Si voltò e vide Walter Porter avanzare tra il granoturco. Entrò nella radura con aria seccata, pulendosi il cappotto da terra e polvere di mais.
Si guardò attorno per un momento prima che i suoi occhi si posassero sul cadavere di Hailey Lizbrook al palo. Una smorfia di stupore gli attraversò il volto, i baffi grigi inclinati verso destra in un angolo duro. Quindi guardò Mackenzie e Nelson, avvicinandosi senza perdere tempo.
“Porter” disse il Comandante Nelson. “La White qui sta già risolvendo il caso. È piuttosto sveglia.”
“A volte lo è” disse Porter sprezzante.
Andava sempre così. Nelson non le stava facendo un vero complimento. Piuttosto, stava prendendo in giro Porter per essersi ritrovato con la ragazza carina che era spuntata dal nulla e si era accaparrata il posto di detective – la ragazza carina che pochi degli uomini del distretto con più di trent’anni prendevano sul serio. E dio, se a Porter dava fastidio.
Anche se le piaceva vedere Porter punzecchiato, non valeva la pena sentirsi inadeguata e sottovalutata. Più e più volte aveva risolto casi che gli altri uomini non erano riusciti a risolvere e questo, lo sapeva, li faceva sentire minacciati. Aveva solo venticinque anni, era troppo giovane per iniziare a sentire l’entusiasmo per una carriera che un tempo amava esaurirsi. Eppure adesso, bloccata con Porter e con quella squadra, stava iniziando ad odiarla.
Porter si frappose fra Nelson e Mackenzie, per farle capire che adesso era lui l’uomo di scena. Mackenzie iniziava a ribollire di rabbia, ma soffocò il sentimento. Erano tre mesi che lo soffocava, fin da quando era stata assegnata in coppia con lui. Fin dal primo giorno, Porter non aveva tenuto nascosto il proprio disprezzo per lei. Dopotutto, aveva sostituito il collega che Porter aveva avuto per ventotto anni, e che era stato fatto andare via dall’unità, secondo Porter, solo per lasciare spazio ad una giovane donna.
Mackenzie ignorò la sua sfacciata mancanza di rispetto; si rifiutava di lasciare che influisse sulla sua etica professionale. Senza una parola, tornò al cadavere e lo studiò attentamente. Esaminarlo era doloroso eppure, per quanto la riguardava, nessun cadavere avrebbe mai avuto su di lei lo stesso effetto del primo che aveva visto. Era quasi giunta al punto in cui non vedeva più il corpo di suo padre quando metteva piede su una scena del crimine. Quasi. Aveva sette anni quando era entrata in camera da letto e l’aveva visto semidisteso sul letto, in un lago di sangue. E da allora non aveva più smesso di vederlo.
Mackenzie cercò indizi che dimostrassero che l’omicida non aveva un movente sessuale. Non vide lividi o graffi né sui seni né sui glutei, e a vista non c’era sangue intorno alla vagina. Poi controllò le mani e i piedi della donna, domandandosi se potesse esserci una motivazione religiosa; segni di fori su palmi, caviglie e piedi potevano essere un richiamo alla crocifissione. Tuttavia, non c’erano nemmeno segni del genere.
Dal breve rapporto che lei e Porter avevano ricevuto, sapeva che gli abiti della vittima non erano stati ritrovati. Mackenzie rifletté che probabilmente significava che li aveva l’assassino, oppure che se ne era disfatto. Questo faceva pensare che fosse cauto, oppure al limite dell’ossessione. Se si aggiungeva che il movente non era di natura sessuale, si poteva dedurre che avessero a che fare con un killer determinato e potenzialmente inafferrabile.
Mackenzie arretrò fino al limitare della radura per osservare la scena nella sua interezza. Porter la guardò di sfuggita per poi ignorarla del tutto e continuare a parlare con Nelson. Lei si accorse che gli altri poliziotti la stavano osservando. Alcuni di loro almeno la stavano osservando all’opera. Aveva iniziato la carriera di detective con la reputazione di essere eccezionalmente brava e tenuta in grande considerazione da molti istruttori della Scuola di Polizia e a volte gli agenti più giovani, sia uomini che donne, le facevano domande pertinenti o chiedevano il suo parere.
Dall’altro canto, però, sapeva che era possibile che alcuni degli uomini lì con lei in quel campo la stessero guardando in modo lascivo. Non sapeva cosa fosse peggio: gli uomini che le guardavano il culo quando passava o quelli che ridevano alle sue spalle e la consideravano soltanto una ragazzina che giocava a fare la detective tosta.
Mentre studiava la scena, fu ancora una volta assalita dalla sensazione che ci fosse qualcosa di tremendamente sbagliato. Era come leggere la prima pagina di un libro che sapeva si sarebbe fatto difficile più avanti.
Questo è solo l’inizio, pensò.
Ispezionò la terra intorno al palo e vide degli indistinti segni di stivali, ma nulla che potesse fornire vere impronte. Sulla terra c’erano anche segni che sembravano a forma di serpenti. Si accovacciò per guardarli più da vicino e notò che ce n’erano tanti affiancati che giravano intorno al palo in modo sconnesso, come se qualunque cosa li avesse lasciati avesse girato intorno al palo più volte. Guardando la schiena della donna, si accorse che le ferite avevano la stessa forma dei segni a terra.
“Porter” chiamò.
“Che c’è?” rispose lui, chiaramente seccato di essere stato interrotto.
“Mi sa che ho trovato le impronte dell’arma.”
Porter esitò per un istante, quindi raggiunse Mackenzie nel punto in cui ara accucciata a terra. Nel chinarsi si lamentò e lei sentì la cintura che scricchiolava. Aveva almeno venti chili di troppo, che diventavano sempre più evidenti mano a mano che si avvicinava ai cinquantacinque anni.
“È una specie di frusta?” domandò.
“Così pare.”
La detective esaminò il terreno, seguendo con lo sguardo i segni nella sabbia fino al palo, poi notò qualcos’altro. Si trattava di qualcosa di minuscolo, così piccolo che le era quasi sfuggito.
Camminò fino al palo, facendo attenzione a non toccare il corpo prima che la Scientifica avesse fatto il suo lavoro. Si accovacciò di nuovo si sentì schiacciare dal peso del calore pomeridiano. Senza scoraggiarsi, avvicinò la testa al palo, così tanto che quasi lo toccava con la fronte.
“Che diavolo stai facendo?” chiese Nelson.
“C’è inciso qualcosa qui” gli rispose. “Sembrano dei numeri.”
Porter si avvicinò per verificare, ma stavolta fece di tutto per non doversi chinare. “White, quel pezzo di legno avrà vent’anni” replicò. “E l’incisione sembra altrettanto vecchia.”
“Può essere” rispose Mackenzie. Ma non lo credeva affatto.
Avendo già perso interesse nella scoperta, Porter tornò a parlare con Nelson, confrontando le informazioni che aveva ottenuto dal contadino che aveva scoperto il cadavere.
Mackenzie prese il cellulare e scattò una foto ai numeri, poi ingrandì l’immagine facendoli diventare più leggibili. Osservandoli così da vicino ebbe di nuovo la sensazione che quello fosse l’inizio di qualcosa di molto più grande.
N511/G202
Quei numeri non le dicevano niente. Forse aveva ragione Porter. Forse non significavano assolutamente niente. Forse erano stati incisi dal boscaiolo che aveva tagliato il palo. Forse era stato un ragazzino annoiato a scolpirli anni fa.
Eppure, c’era qualcosa che non andava.
Anzi, tutto sembrava non andare.
E lei sapeva, nel suo cuore, che era soltanto l’inizio.
CAPITOLO DUE
Mackenzie avvertì un nodo allo stomaco quando guardò fuori dal finestrino e vide un mucchio di truppe televisive e reporter che si accalcavano per accaparrarsi il posto migliore, in attesa di assalire lei e Porter non appena avessero raggiunto il distretto. Mentre Porter parcheggiava, vide molti giornalisti avvicinarsi percorrendo di corsa il prato, seguiti a ruota dai cameraman.
Mackenzie vide che Nelson era già all’ingresso, intento a tenerli a bada in qualche modo, con un’aria agitata e imbarazzata. Anche a distanza si vedeva il sudore che gli imperlava la fronte.
Quando scesero dalla macchina, Porter si avvicinò a Mackenzie, facendo in modo che non fosse lei la prima detective che i media avrebbero visto. Quando le fu accanto, disse “Non dire niente a questi succhia sangue.”
Sentì un’ondata di indignazione a quel commento superfluo.
“Lo so, Porter.”
Il corteo di giornalisti e telecamere li raggiunse. Almeno una dozzina di microfoni spuntavano dalla calca, puntati sulle loro facce mentre passavano. Le domande giungevano alle loro orecchie come un ronzare di insetti.
“I figli della vittima sono già stati avvertiti?”
“Qual è stata la reazione del contadino quando ha rinvenuto il cadavere?”
“Si tratta di un caso di violenza sessuale?”
“È opportuno assegnare un caso del genere a una donna?”
L’ultima domanda punse Mackenzie sul vivo. Certo, sapeva che stavano solo cercando di provocare una reazione, nella speranza di ottenere un’esclusiva di venti secondi per l’edizione pomeridiana del telegiornale. Erano solo le quattro; se facevano in fretta, potevano avere un bel pezzo per l’edizione delle sei.
Mentre entrava varcando le porte, l’ultima domanda le rimbombava in testa come un tuono.
È opportuno assegnare un caso del genere a una donna?
Le tornò in mente Nelson che leggeva con voce completamente priva di emozioni le informazioni su Hailey Lizbrook.
Certo che lo è, rifletté Mackenzie. Anzi, è fondamentale.
Quando furono infine all’interno del distretto, le porte si chiusero dietro di loro. Finalmente in silenzio, Mackenzie emise un respiro di sollievo.
“Sanguisughe del cazzo” sbottò Porter.
Adesso che non era più davanti alle telecamere aveva abbandonato la sua spavalderia. Oltrepassò lentamente il bancone della reception e si diresse verso il corridoio che conduceva alla sala conferenze e agli uffici. Sembrava stanco, pronto a tornarsene a casa e chiudere con il caso.
Mackenzie entrò per prima nella sala conferenze. C’erano molti altri agenti seduti a un grande tavolo, alcuni in uniforme, altri in abiti civili. Data la loro presenza e l’improvvisa apparizione delle troupe televisive, Mackenzie capì che la storia era già trapelata nelle due ore e mezza che le ci erano volute per lasciare l’ufficio, raggiungere il campo e tornare indietro. Non si trattava più soltanto di un raccapricciante omicidio qualsiasi; adesso era diventato uno spettacolo.
Mackenzie afferrò una tazza di caffè e prese posto al tavolo. Qualcuno aveva già distribuito dei fascicoli con le poche informazioni che erano state raccolte sul caso. Mentre dava un’occhiata al suo, altre persone entrarono nella stanza. Arrivò anche Porter, che sedette all’altro capo del tavolo.
Mackenzie si concesse un attimo per controllare il cellulare e scoprì di avere otto chiamate perse, cinque messaggi vocali e una dozzina di email. Era un duro promemoria del fatto che era già oberata di lavoro prima di essere mandata nel campo di granoturco quella mattina. La triste ironia era che, mentre i suoi colleghi più anziani passavano un sacco di tempo a umiliarla e lanciarle velati insulti, avevano anche compreso il suo talento. Il risultato era che le venivano assegnati più casi che a chiunque altro della squadra. Tuttavia, finora non era mai rimasta indietro e aveva una percentuale eccezionale di casi risolti.
Pensò di rispondere ad alcune delle email nell’attesa ma, prima che potesse farlo, il capitano Nelson entrò e si affrettò a richiudere la porta dietro di sé.
“Non so come abbiano fatto i media a scoprire il caso così in fretta” ringhiò, “ma se scopro che il responsabile è qualcuno in questa stanza, saranno guai seri.”
Sulla stanza calò il silenzio. Alcuni agenti iniziarono a scorrere nervosamente i contenuti del fascicolo che avevano davanti. Anche se a Mackenzie Nelson non piaceva granché, non si poteva negare che la sua presenza e la sua voce bastassero a tenere tutti i presenti sotto controllo senza sforzo.
“Ecco il punto della situazione” disse Nelson. “La vittima è Hailey Lizbrook, una spogliarellista di Omaha. Trentaquattro anni, due figli di nove e quindici anni. Da quello che siamo riusciti a capire, è stata sequestrata prima di iniziare il turno, infatti il suo datore di lavoro afferma che non si è presentata quella sera. Il video di sorveglianza del Runaway, il posto dove lavora, non ha mostrato nulla. Per questo partiamo dal presupposto che sia stata rapita da qualche parte tra il suo appartamento e il Runaway. Parliamo di un’area di dodici chilometri – sul posto sono già al lavoro le squadre della polizia di Omaha.”
Poi guardò Porter come se fosse il suo allievo migliore e disse:
“Porter, perché non ci descrivi la scena?”
Era scontato che avrebbe scelto Porter.
Porter si alzò e si guardò intorno, come per assicurarsi che tutti gli prestassero la massima attenzione.
“La vittima era legata a un palo di legno con le mani dietro la schiena. Il luogo del decesso si trova in uno spiazzo in un campo di granoturco, a circa un chilometro dall’autostrada. La schiena era ricoperta di colpi, inflitti probabilmente con una frusta. Abbiamo trovato delle impronte per terra della stessa forma e dimensione delle ferite. Anche se non possiamo averne l’assoluta certezza finché il medico legale si sarà pronunciato, siamo abbastanza sicuri che non ci sia stata violenza sessuale, nonostante la vittima fosse in biancheria intima e i vestiti non siano stati rinvenuti.”
“Grazie, Porter” disse Nelson. “A proposito del medico legale, ho parlato con lui al telefono una ventina di minuti fa. Afferma che, anche se lo potrà confermare soltanto l’autopsia, la causa del decesso è probabilmente la perdita di sangue, oppure un trauma cranico o cardiaco.”
I suoi occhi si posarono su Mackenzie e mostravano ben poco interesse quando chiese:
“Hai qualcosa da aggiungere, White?”
“I numeri” rispose lei.
Nelson levò gli occhi al cielo davanti a tutti. Era un chiaro segno di mancanza di rispetto, ma lei lasciò correre, decisa a tirar fuori la cosa davanti a tutti i presenti prima di poter essere interrotta.
“Ho scoperto due serie di numeri separate da una barra, intagliate nella parte inferiore del palo.”
“Quali erano i numeri?” domandò uno dei giovani agenti seduti al tavolo.
“In realtà si tratta di numeri e lettere” rispose Mackenzie. “N 511 e G 202. Ho una foto sul cellulare.”
“Avremo altre foto a breve, non appena Nancy le avrà fatte stampare” si intromise Nelson. Parlò in fretta e con risolutezza, facendo capire a tutti che la questione dei numeri era chiusa.
Mackenzie ascoltò mentre Nelson si dilungava a spiegare il da farsi per coprire l’area di dodici chilometri tra l’abitazione di Hailey Lizbrook e il Runaway. In realtà però stava ascoltando solo per metà. La sua mente continuava a tornare al modo in cui il corpo della donna era stato appeso. C’era qualcosa nell’esposizione del corpo che le era sembrato familiare da subito, e anche lì in sala conferenze era impresso nella sua mente.
Rilesse gli appunti nel fascicolo, nella speranza che un piccolo dettaglio facesse scattare qualcosa nei suoi ricordi. Sfogliò le quattro pagine di informazioni, sperando di svelare qualcosa. Sapeva già tutto quello che c’era scritto nel fascicolo, ma controllò comunque tutti i dettagli.
Donna di trentaquattro anni, presumibilmente uccisa la notte precedente. Legata ad un palo di legno, sferzate, tagli e varie abrasioni sulla schiena. Possibile causa di morte la perdita di sangue o un trauma cardiaco. Il modo in cui è stata legata potrebbe avere collegamenti con la religione, mentre il fisico della donna fa supporre un movente sessuale.
Mentre leggeva, qualcosa scattò nella sua mente. Si distrasse un attimo, per lasciare i pensieri liberi di andare dove dovevano senza che quello che la circondava interferisse.
Mentre metteva insieme i pezzi e trovava un collegamento che sperava essere sbagliato, Nelson stava concludendo il discorso.
“... e dato che è troppo tardi per ricorrere ai posti di blocco, dovremo affidarci principalmente alle testimonianze, anche i dettagli più piccoli e apparentemente inutili. Bene, qualcuno ha qualcosa da aggiungere?”
“Una cosa, signore” rispose Mackenzie.
Si capiva che Nelson stava trattenendo un sospiro. Dall’altro capo del tavolo, udì Porter emettere una specie di risolino. Lo ignorò e attese la reazione di Nelson.
“Sì, White?” domandò.
“Ricordo un caso simile a questo che risale al 1987. Sono sicura che accadde appena fuori Roseland. Sia il tipo di donna che il modo in cui era legata corrispondono. Sono praticamente certa che sia stata brutalizzata allo stesso modo.”
“Nel 1987?” Chiese Nelson. “White, ma se nemmeno eri nata!”
Questo suscitò risate da parte di metà dei presenti. Mackenzie lasciò che le scivolassero addosso. Avrebbe avuto tempo di sentirsi in imbarazzo più tardi.
“È vero” confermò, senza timore di tenergli testa. “Però ho letto il rapporto.”
“Signore, lei dimentica” intervenne Porter, “che Mackenzie passa il suo tempo libero a leggere di vecchi casi irrisolti. Per cose del genere, la ragazza è una specie di enciclopedia ambulante.”
A Mackenzie non sfuggì che Porter si era riferito a lei chiamandola per nome e definendola ragazza, non donna. La cosa triste era che non credeva si fosse nemmeno reso conto di averle mancato di rispetto.
Nelson si gratto la testa e infine emise un sospiro rumoroso che aveva trattenuto fino a quel momento.
“Nel 1987? Sicura?”
“Ne sono quasi certa.”
“A Roseland?”
“O comunque nelle immediate vicinanze” rispose.
“D’accordo” disse Nelson, volgendo lo sguardo all’estremità del tavolo, dove una donna di mezza età sedeva ascoltando diligentemente. Davanti a lei c’era un portatile sul quale aveva scritto per tutto il tempo. “Nancy, puoi cercare quel caso nell’archivio?”
“Certo, signore” rispose. Iniziò subito a digitare qualcosa nel server interno del distretto.
Nelson lanciò a Mackenzie un’altra occhiata di disapprovazione che in pratica si poteva interpretare come: Sarà meglio che tu non ti stia sbagliando, altrimenti avrai sprecato venti secondi del mio tempo prezioso.
“Bene, signore e signori” proseguì Nelson. “Ecco come ci muoveremo: appena questa riunione sarà finita, voglio che Smith e Berryhill vadano ad Omaha per dare man forte alla polizia locale. Se sarà necessario, faremo dei turni a coppie. Porter e White, voi due parlerete con i figli della deceduta e con il suo datore di lavoro. Stiamo anche cercando di ottenere l’indirizzo della sorella.
“Mi scusi, signore” intervenne Nancy sollevando lo sguardo dal computer.
“Sì, Nancy?”
“La detective White aveva ragione. Nell’ottobre del 1987, una prostituta fu trovata morta e legata a un palo del telefono, appena fuori la città di Roseland. Il documento che ho qui riporta che era in biancheria ed era stata pesantemente fustigata. Non sono stati trovati segni di violenza sessuale e il movente resta ignoto.”
La stanza ripiombò nel silenzio, mentre molti si chiedevano cosa significasse tutto questo. Infine fu Porter a parlare per primo e, anche se a Mackenzie fu chiaro che stesse cercando di accantonare il caso, percepì una nota di preoccupazione nella sua voce.
“Ma parliamo di quasi trent’anni fa”, disse. “Mi sembra un collegamento debole.”
“Però è pur sempre un collegamento” ribatté Mackenzie.
Nelson sbatté una robusta mano sul tavolo, fissando Mackenzie con occhi infuocati. “Se davvero esiste un collegamento sai cosa significa, vero?”
“Significa che potremmo avere a che fare con un serial killer” replicò lei, “E anche solo la possibilità che potremmo avere a che fare con un serial killer significa che dobbiamo pensare di chiamare l’FBI.”
“Ah, diamine” disse Nelson. “Stai correndo un po’ troppo. Anzi, stai proprio facendo una maratona.”
“Con tutto il rispetto” disse Mackenzie, “vale la pena indagare.”
“E adesso che il tuo super cervello ce l’ha fatto notare, dobbiamo farlo.” disse Nelson. “Farò un paio di chiamate così potrai occupartene tu. Per ora, preoccupiamoci di cose più immediate e pertinenti. È tutto per adesso. Mettetevi al lavoro.”
Il gruppetto di persone al tavolo iniziò a disperdersi, ognuno prendendo con sé i fascicoli. Mentre Mackenzie usciva dalla stanza, Nancy le rivolse un timido sorriso. Era il massimo dell’incoraggiamento che Mackenzie avesse ricevuto sul lavoro da più di due settimane. Nancy lavorava al commissariato come segretaria e a volte si occupava di verificare le informazioni. Per quanto ne sapeva Mackenzie, era uno dei pochi membri più anziani della polizia a non avere problemi nei suoi confronti.
“Porter, White, aspettate” disse Nelson.
Vide che adesso Nelson mostrava la stessa preoccupazione che aveva avvertito in Porter quando aveva preso parola poco prima. Sembrava quasi che gli desse la nausea.
“Sei stata brava a ricordarti di quel caso del 1987” ammise Nelson con Mackenzie. Sembrava che farle quel complimento gli provocasse dolore fisico. “È vero che è soltanto un’ipotesi, ma viene da chiedersi...”
“Viene da chiedersi?” sollecitò Porter.
Mackenzie, a cui non piaceva girare intorno alle questioni, rispose al posto di Nelson.
“Perché abbia deciso di tornare attivo adesso” spiegò.
Quindi aggiunse:
“E quando ucciderà di nuovo.”
CAPITOLO TRE
Era seduto nella propria auto, godendosi il silenzio. I lampioni gettavano un bagliore spettrale sulla strada. Non c’erano molte auto in giro a quell’ora tarda, per questo la tranquillità era inquietante. Sapeva che chiunque fosse in giro in quella parte della città a quell’ora doveva essere impegnato a tenere segreti i propri traffici. Questo gli rendeva più semplice concentrarsi sul suo lavoro – un Buon Lavoro.
I marciapiedi erano bui, tranne per qualche sporadico bagliore dei neon di squallidi locali. La volgare sagoma di una donna prosperosa illuminava la vetrina dell’edificio che stava studiando. Tremolava come un faro in un mare in tempesta. Tuttavia non c’era riparo in quei posti – o per lo meno, non un riparo rispettabile.
A sedere nella propria auto, più lontano dai lampioni che poteva, pensò alla sua collezione a casa. Prima di uscire quella notte l’aveva studiata attentamente. Sulla piccola scrivania c’era quello che restava del suo lavoro: una borsetta, un orecchino, una collanina d’oro, una ciocca di capelli biondi dentro un contenitore Tupperware. Erano dei promemoria che il lavoro era stato assegnato a lui – e che aveva altro lavoro da svolgere.
Un uomo emerse dall’edificio dall’altra parte della strada, interrompendo i suoi pensieri. Osservando, rimase lì a sedere e aspettò pazientemente. Aveva imparato molte cose sulla pazienza nel corso degli anni. Per questo sapere che ora doveva lavorare in fretta lo rendeva ansioso. E se non era preciso?
Aveva poca scelta. L’omicidio di Hailey Lizbrook era già nei notiziari. Gli stavano già dando la caccia – come se fosse lui ad aver fatto qualcosa di sbagliato. Loro non capivano. Lui aveva fatto un dono a quella donna.
Un atto di grazia.
Una volta, lasciava passare molto tempo tra i suoi atti sacri. Adesso però si sentiva oppresso da un senso di urgenza. C’era così tanto da fare. C’erano sempre donne là fuori – agli angoli delle strade, negli annunci, in televisione.
Alla fine avrebbero capito. Avrebbero capito e l’avrebbero ringraziato. Gli avrebbero chiesto come raggiungere la purezza, e lui avrebbe aperto loro gli occhi.
Qualche istante dopo, l’immagine al neon della donna in vetrina si spense e il bagliore all’interno del locale sparì. Il posto era diventato buio, le luci spente per la chiusura notturna.
Sapeva che questo significava che le donne sarebbero uscite dal retro a momenti, per dirigersi alle proprie macchine e andare a casa.
Mise in moto e guidò lentamente intorno all’isolato. Le luci dei lampioni sembravano inseguirlo, ma sapeva che non c’erano occhi indiscreti lì a osservarlo. In quella parte di città, a nessuno importava.
Sul retro dell’edificio erano parcheggiate quasi esclusivamente macchine costose. Si facevano un sacco soldi mettendo in mostra il proprio corpo. Parcheggiò in un angolo distante e si rimise in attesa.
Dopo un bel po’, infine si aprì la porta dei dipendenti. Ne uscirono due donne, accompagnate da un uomo che sembrava un addetto alla sicurezza. Scrutò l’uomo, chiedendosi se potesse costituire un problema. Sotto il sedile teneva una pistola che avrebbe usato solo se costretto, anche se preferiva di no. Finora non aveva ancora dovuto usarla. In realtà detestava le pistole. Avevano un che di impuro, di quasi accidioso.
Infine si divisero e ognuno salì nella propria macchina.
Osservò gli altri passare, poi si rizzò a sedere. Sentiva il cuore battere all’impazzata. Eccola, era lei.
Era bassa, con capelli biondi tinti che le sfioravano le spalle. La osservò entrare in auto ma non mise in moto fino a che non vide le luci posteriori sparire dietro l’angolo.
Per non attirare l’attenzione, aggirò l’edificio dall’altro lato. Poi si mise dietro di lei, il cuore che iniziava ad accelerare. Istintivamente, portò la mano sotto il sedile per toccare la corda arrotolata.
Questo lo tranquillizzò.
Lo calmava sapere che, dopo l’inseguimento, ci sarebbe stato il sacrificio.
E così sarebbe stato.
CAPITOLO QUATTRO
Mackenzie sedeva sul sedile del passeggero con molti documenti sparsi in grembo e Porter dietro al volante che batteva le dita al ritmo di una canzone dei Rolling Stones. Quando guidava, teneva sempre la radio sintonizzata su un canale di rock classico, e Mackenzie alzò lo sguardo, seccata che la sua concentrazione fosse stata interrotta. Guardò le luci della macchina sfrecciare lungo l’autostrada a centotrenta chilometri orari, quindi si voltò verso di lui.
“Potresti abbassarla?” sbottò.
Di solito non le dava fastidio, ma stava cercando di entrare nel giusto stato mentale per comprendere il modus operandi del killer.
Scuotendo la testa e sospirando, Porter abbassò il volume della radio. Le lanciò uno sguardo sprezzante.
“Cos’è che speri di trovare?” le chiese.
“Non sto cercando di trovare niente” disse Mackenzie. “Sto cercando di mettere insieme i pezzi per capire meglio la personalità dell’assassino. Se riusciamo a pensare come lui, avremo molte più possibilità di scovarlo.”
“Oppure” disse Porter, “potresti semplicemente aspettare che arriviamo a Omaha e parliamo con i figli e la sorella della vittima, come ci ha detto Nelson.”
Anche senza guardarlo, Mackenzie sapeva che stava trattenendo a stento qualche commento cretino. Immaginò di dovergli dare un po’ di credito. Quando erano solo loro due in viaggio o sulla scena di un crimine, Porter limitava al minimo sia le battute che il suo atteggiamento umiliante.
Per il momento ignorò Porter e guardò gli appunti che aveva in grembo. Stava confrontando gli appunti sul caso del 1987 con quelli sull’omicidio di Hailey Lizbrook. Più leggeva, più si convinceva che fossero stati portati a termine dalla stessa mano. Tuttavia, quello che continuava a farla sentire frustrata era che non ci fosse un movente chiaro.
Lesse e rilesse i documenti, sfogliando le pagine ed esaminando le informazioni. Iniziò a sussurrare tra sé, facendo domande ed esponendo i fatti ad alta voce. Era qualcosa che faceva fin dai tempi della scuola superiore, una mania che non aveva più abbandonato.
“Nessuna prova di violenza sessuale in nessuno dei due casi” bisbigliò. “Nessun legame ovvio tra le vittime, a parte la professione. Nessuna prova concreta che ci sia un movente religioso. Se c’entrasse la religione, perché si sarebbe limitato ad un palo, invece di usare un vero e proprio crocifisso? I numeri erano presenti in entrambi i casi, però il significato delle cifre in relazione alle uccisioni non è chiaro.”
“Non offenderti” disse Porter, “ma preferirei davvero ascoltare gli Stones.”
Mackenzie smise di parlare tra sé e notò che la luce di notifica sul suo cellulare lampeggiava. Dopo che lei e Porter erano partiti, aveva chiesto a Nancy tramite email di fare delle rapide ricerche tra i casi di omicidio degli ultimi trent’anni usando i termini palo, spogliarellista, prostituta, cameriera, granoturco, frustate, e la sequenza di numeri N511/G202. Quando guardò il cellulare, Mackenzie vide che Nancy, come sempre, aveva agito in fretta.
L’email che Nancy le aveva inviato diceva: Purtroppo non c’è molto, però ti ho allegato i rapporti sui casi che ho trovato. Buona fortuna!
Gli allegati erano solo cinque, e Mackenzie fu piuttosto rapida a esaminarli. Tre di essi non avevano chiaramente nulla a che fare con l’omicidio Lizbrook, né con il caso dell’87. Gli altri due, invece, erano abbastanza interessanti da essere almeno presi in considerazione.
Uno era un caso del 1994, in cui una donna era stata trovata morta dietro un fienile abbandonato in una zona rurale a circa centotrenta chilometri da Omaha. Era stata legata a un palo di legno e si ritiene che il corpo sia rimasto lì per sei giorni prima di essere rinvenuto. Il corpo era rigido e degli animali selvatici – probabilmente delle linci rosse – avevano iniziato a mangiarle le gambe. La donna aveva parecchi precedenti penali, compresi due arresti per adescamento. Anche in quel caso, non c’erano evidenti segni di violenza sessuale e, nonostante sulla schiena ci fossero delle frustate, non erano affatto estese come quelle trovate sul corpo di Hailey Lizbrook. Il rapporto sull’omicidio però non accennava a numeri trovati sul palo.
Il secondo file che forse era collegato riguardava una ragazza diciannovenne, dichiarata rapita dopo che non era tornata a casa per le vacanze natalizie del suo primo anno all’Università del Nebraska, nel 2009. Quando il corpo fu rinvenuto in un campo abbandonato tre mesi dopo, in parte sotterrato, c’erano delle frustate sulla schiena. In seguito giunsero alla stampa immagini che ritraevano la giovane nuda nel mezzo di uno squallido festino sessuale in una casa della confraternita. Le foto erano state scattate una settimana prima della denuncia di scomparsa.
Quell’ultimo caso era un po’ una forzatura, ma Mackenzie pensò che entrambi potessero potenzialmente essere collegati all’omicidio dell’87 e a Hailey Lizbrook.
“Che hai lì?” chiese Porter.
“Nancy mi ha inviato i rapporti di altri casi che potrebbero essere collegati.”
“Trovato qualcosa?”
Esitò, poi però lo aggiornò sui due potenziali collegamenti. Quando ebbe finito, Porter annuì mentre guardava fuori nella notte. Superarono un segnale che annunciava che mancavano trentacinque chilometri a Omaha.
“Io penso che a volte ti sforzi troppo” commentò Porter. “Ti fai il culo, e questo l’hanno notato in molti. Però siamo onesti: per quanto ti impegni, non tutti i casi hanno collegamenti lampanti che ti porteranno a un unico colossale caso.”
“Allora, sentiamo” ribatté Mackenzie. “In questo preciso istante, cosa ti dice il tuo istinto su questo caso? Con che cosa abbiamo a che fare?”
“È solo un criminale qualsiasi con un complesso materno” disse Porter con noncuranza. “Basterà parlare con le persone giuste e lo troveremo. Tutta questa analisi è uno spreco di tempo. Non trovi le persone entrando nella loro testa. Le trovi facendo domande, con i pattugliamenti, andando di porta in porta e di testimone in testimone.”
Mentre tra loro calava il silenzio, Mackenzie iniziò a preoccuparsi per quanto fosse semplicistica la visione del mondo di Porter. Per lui era tutto o bianco o nero, non lasciava spazio alle sfumature, a niente al di fuori di convinzioni prestabilite. Lei riteneva che lo psicopatico con cui avevano a che fare fosse ben più complesso di così.
“E qual è la tua opinione sul nostro killer?” chiese infine lui.
Si avvertiva risentimento nella sua voce, come se in realtà non avrebbe voluto domandarglielo, ma il silenzio aveva avuto la meglio su di lui.
“Io credo che odi le donne per quello che rappresentano” rispose lei a bassa voce, elaborando l’idea nella mente mentre parlava. “Potrebbe essere un cinquantacinquenne ancora vergine che pensa che il sesso sia sporco – eppure in lui c’è anche il bisogno del sesso. Uccidere le donne lo fa sentire come se stesse sconfiggendo i suoi stessi istinti, che vede come sporchi e inumani. Se riesce ad eliminare la fonte di quegli istinti sessuali, sente di avere il controllo. Le frustate sulla schiena indicano che le sta quasi punendo, probabilmente perché sono provocanti. E poi c’è il fatto che non ci sono segni di violenza sessuale. Mi domando se questo sia una specie di tentativo di restare puro agli occhi del killer.”
Porter scosse la testa, quasi come un genitore deluso.
“È proprio come dicevo io” disse. “Una perdita di tempo. Ti sei spinta così in là da non essere nemmeno più sicura di quello che pensi – e questo non ci aiuterà. Non riesci a vedere le cose per quello che sono.”
Furono di nuovo avvolti da un imbarazzato silenzio. Porter, che sembrava aver finito di parlare, alzò il volume della radio.
Durò solo pochi minuti, però. Avvicinandosi a Omaha, Porter abbassò di nuovo il volume, stavolta senza che gli venisse chiesto. Quando iniziò a parlare pareva nervoso, ma Mackenzie intuì che si sforzava comunque di sembrare quello che aveva il comando.
“Hai mai interrogato dei bambini dopo che hanno perso un genitore?” domandò Porter.
“Una volta” disse lei. “In seguito a una sparatoria. Era un bambino di undici anni.”
“Anche a me è capitato un paio di volte. Non è divertente.”
“No, non lo è” concordò Mackenzie.
“Ok, senti, stiamo per fare a due ragazzi delle domande sulla morte della loro madre. Il fatto che lavorasse come spogliarellista è destinato a saltar fuori. Dobbiamo andarci piano.”
Mackenzie ribolliva di rabbia. Porter si rivolgeva a lei come se fosse una bambina.
“Lascia fare a me. Tu potrai offrire una spalla su cui piangere, se ne avranno voglia. Nelson ha detto che ci sarà anche la sorella, ma dubito che possa essere di conforto. Probabilmente è distrutta quanto i ragazzini.”
Mackenzie in realtà non credeva fosse una buona idea, però sapeva anche che quando c’erano di mezzo Porter e Nelson, doveva scegliere con cura le sue battaglie. Perciò, se Porter ci teneva a interrogare due ragazzini in lutto sulla morte della madre, lei gli avrebbe lasciato soddisfare il proprio ego.
“Come vuoi” disse a denti stretti.
L’auto ritornò silenziosa. Stavolta, Porter lasciò la radio abbassata e gli unici suoni erano quelli delle pagine che Mackenzie stava sfogliando. C’era una storia più grande tra quelle pagine e nei documenti che Nancy le aveva inviato; Mackenzie ne era sicura.
Ovviamente, perché si potesse raccontare questa storia, tutti i personaggi dovevano essere svelati. E per ora, il personaggio centrale era ancora nascosto nell’ombra.
La macchina rallentò e Mackenzie sollevò la testa mentre svoltavano in un isolato tranquillo. Avvertì una familiare stretta allo stomaco, e desiderò di trovarsi ovunque tranne lì.
Stavano per parlare con i figli di una donna che era appena morta.
CAPITOLO CINQUE
Entrando nell’appartamento di Hailey Lizbrook, Mackenzie si stupì: non era come si aspettava. Era in ordine e pulito, con i mobili ben disposti e senza un granello di polvere. L’arredamento era quello di una donna dedita alla casa, incluse le tazze con frasi simpatiche e le presine appese a gancini decorati vicino ai fornelli. Si capiva che aveva un’organizzazione perfetta, anche dal taglio dei capelli e dai pigiami dei suoi figli.
Era proprio come la casa e la famiglia che aveva sempre sognato per sé.
Mackenzie ricordò di aver letto nei fascicoli che i ragazzi avevano nove e quindici anni; il più grande si chiamava Kevin, il piccolo Dalton. Appena lo vide, capì che Dalton aveva pianto molto; i suoi occhi azzurri erano gonfi e rossi.
Kevin, invece, sembrava più che altro arrabbiato, e si notò ancora di più quando si furono accomodati e Porter iniziò a rivolgersi a loro in un tono che era a metà tra il paternalistico e quello di un insegnante d’asilo. Mackenzie trasalì senza darlo a vedere mentre Porter parlava.
“Adesso devo sapere se vostra madre aveva amici maschi” disse Porter.
Stava in piedi al centro del soggiorno, mentre i ragazzi erano su un divano. Jennifer, la sorella di Hailey, se ne stava in piedi nella cucina adiacente, a fumare una sigaretta davanti ai fornelli con la cappa accesa.
“Tipo un fidanzato?” chiese Dalton.
“Certo, anche quello è un amico maschio” disse Porter. “Ma quello che intendo è qualsiasi uomo con cui abbia parlato più volte. Anche uno come il postino o una persona al supermercato.”
Entrambi i ragazzi guardavano Porter come se si aspettassero che facesse un numero di magia, oppure che prendesse fuoco spontaneamente. Anche Mackenzie lo fissava. Non l’aveva mai sentito usare un tono di voce tanto delicato. Era quasi buffo sentire una voce così rassicurante uscire dalla sua bocca.
“No, non direi” disse Dalton.
“No” concordò Kevin. “E non aveva neanche un ragazzo. Non che io sappia.”
Mackenzie e Porter guardarono Jennifer aspettando una risposta. Tutto ciò che ottennero fu un’alzata di spalle. Mackenzie era certa che Jennifer fosse sotto shock. Si chiese se ci fosse qualche altro familiare che potesse prendersi cura di quei ragazzi per un periodo, dato che Jennifer al momento non sembrava la persona più adatta.
“E che mi dite di persone con cui voi e vostra madre non andavate d’accordo?” proseguì Porter. “L’avete mai sentita litigare con qualcuno?”
Dalton si limitò fare di no con la testa. Mackenzie era sicura che il bimbo stesse per scoppiare in lacrime. Kevin invece fece roteare gli occhi proprio in faccia a Porter.
“No” rispose. “Non siamo stupidi. Sappiamo cosa sta cercando di chiederci. Vuole sapere se ci viene in mente qualcuno che possa aver ucciso la mamma. Giusto?”
Sembrava che Porter avesse ricevuto un pugno nello stomaco. Lanciò un’occhiata nervosa verso Mackenzie, ma riuscì rapidamente a riacquistare compostezza.
“Be’, sì” ammise. “È proprio lì che volevo arrivare, ma mi sembra chiaro che non avete nessuna informazione utile.”
“Lei crede?” lo sfidò Kevin.
Ci fu un momento di tensione e Mackenzie era sicura che Porter se la sarebbe presa col ragazzino. Kevin fissava Porter con un’espressione addolorata, quasi a sfidarlo di continuare.
“Bene” disse Porter, “credo di avervi già dato abbastanza disturbo. Grazie per il vostro tempo.”
“Un momento” intervenne Mackenzie, senza riuscire a trattenere la sua obiezione.
Porter le lanciò un’occhiata che avrebbe potuto sciogliere la cera. Evidentemente pensava fosse solo una perdita di tempo parlare con i due ragazzi distrutti dal dolore, soprattutto con un quindicenne che aveva chiari problemi con l’autorità. Mackenzie ignorò il suo sguardo e si abbassò per essere faccia a faccia con Dalton.
“Senti, che ne dici di andare un po’ di là in cucina da tua zia?”
“Va bene” disse Dalton con voce sommessa e arrochita.
“Detective Porter, perché non va con lui?”
Ancora una volta, Porter le rivolse uno sguardo carico di odio. Mackenzie sostenne il suo sguardo senza fare una piega. Indurì l’espressione fino a farla sembrare di pietra; era determinata a non cedere. Se voleva discutere con lei, l’avrebbero fatto fuori da lì. Invece, evidentemente, non voleva mettersi in imbarazzo, anche se si trattava solo di due ragazzini e una donna in stato catatonico.
“Ma certo” disse infine a denti stretti.
Mackenzie aspettò che Dalton e Porter entrassero in cucina.
Mackenzie si rialzò. Sapeva che il trucchetto di abbassarsi smetteva di funzionare più o meno a dodici anni.
Guardò Kevin e vide che lo sguardo di sfida che aveva mostrato a Porter era ancora lì. Mackenzie non aveva nulla contro gli adolescenti, però sapeva che spesso era difficile averci a che fare, soprattutto in circostanze tragiche come quella. Però aveva visto come Kevin aveva reagito a Porter e forse sapeva come poteva comunicare con lui.
“Dimmi la verità, Kevin” gli disse. “Secondo te siamo arrivati qui troppo presto? Pensi che siamo degli insensibili a farvi domande così presto dopo che avete avuto la notizia su vostra madre?”
“Più o meno” rispose.
“Magari non ti va di parlare adesso?”
“No, possiamo anche parlare” disse Kevin. “Ma quel tipo è uno stronzo.”
Mackenzie sapeva che quella era la sua occasione. Poteva affrontare la cosa con professionalità, come avrebbe fatto normalmente, oppure poteva sfruttare quell’occasione per stabilire una connessione con l’adolescente arrabbiato. Gli adolescenti apprezzavano soprattutto l’onestà. Riuscivano a percepire molte cose quando erano guidati dalle emozioni.
“Hai ragione” gli disse. “È uno stronzo.”
Kevin la fissò con gli occhi sbarrati. Era rimasto di stucco; evidentemente, non era la risposta che si aspettava.
“Ma questo non cambia il fatto che devo lavorare con lui” aggiunse, la voce un misto di compassione e comprensione. “E non cambia neanche il fatto che siamo qui per aiutarvi. Vogliamo scoprire chi è che ha fatto questo a vostra madre. Non lo vuoi anche tu?”
Restò in silenzio a lungo, ma alla fine annuì.
“Allora pensi di poter parlare con me?” chiese Mackenzie. “Solo qualche domanda veloce, poi ce ne andiamo.”
“E dopo di voi chi verrà?” chiese Kevin diffidente.
“Onestamente?”
Kevin annuì, e lei vide che era vicino alle lacrime. Si chiese se le avesse trattenute per tutto il tempo, cercando di essere forte per il fratello e la zia.
“Dopo che ce ne saremo andati, riferiremo le informazioni che abbiamo ottenuto e i servizi sociali verranno per accertarsi che Jennifer sia la persona adatta a prendersi cura di voi mentre vengono fatti gli ultimi preparativi per vostra madre.”
“Di solito è una in gamba” disse Kevin guardando verso la zia. “È solo che lei e la mamma erano molto unite, proprio come due migliori amiche.”
“Già, tra sorelle è spesso così” disse Mackenzie, anche se non aveva idea se fosse vero o no. “Adesso però ho bisogno che ti concentri su quello che sto per chiederti. Pensi di poterlo fare?”
“Sì.”
“Bene. Odio dovertelo chiedere, ma è necessario. Tu sai che lavoro faceva tua madre?”
Kevin annuì abbassando lo sguardo sul pavimento.
“Sì” rispose. “E non so come, ma anche i ragazzi della mia scuola lo sanno. Probabilmente qualche papà arrapato è stato al club, l’ha vista e l’ha riconosciuta da qualche riunione scolastica. È uno schifo. Mi prendono in giro in continuazione.”
Mackenzie non riusciva a immaginare quale tormento dovesse essere, però questo le fece rispettare Hailey Lizbrook molto di più. Certo, di notte si spogliava per soldi, ma durante il giorno era una madre molto attenta ai suoi figli.
“Ho capito” disse Mackenzie. “Dato che sai del suo lavoro, ti puoi immaginare il tipo di uomini che frequentano quel posto, vero?”
Kevin annuì e Mackenzie vide la prima lacrima scivolargli lungo la guancia. Fu tentata di stringergli la mano per confortarlo, ma non voleva inimicarselo.
“Adesso prova a pensare se tua madre sia mai tornata a casa particolarmente turbata o arrabbiata per qualcosa. Devi anche cercare di ricordare se c’è stato qualche uomo con cui lei...insomma, un uomo che si è portata a casa.”
“Non veniva mai nessuno a casa con lei” rispose. “E non ho quasi mai visto la mamma arrabbiata o sconvolta. L’unica volta che l’ho vista furiosa è stato l’anno scorso, quando parlava con l’avvocato.”
“Avvocato?” ripeté Mackenzie. “E sai perché stesse parlando con un avvocato?”
“Più o meno. So solo che una sera è successo qualcosa al lavoro che l’ha spinta a contattare un avvocato. Mentre era al telefono ho sentito parte della conversazione. Sono quasi certo che stesse parlando di un’ordinanza restrittiva.”
“E credi che c’entrasse il suo posto di lavoro?”
“Non lo so per certo” disse Kevin. Pareva un po’ più calmo quando capì che quello che aveva detto poteva essere utile. “Ma credo di sì.”
“Mi sei stato di grande aiuto, Kevin” disse Mackenzie. “C’è altro che ti viene in mente?”
Fece lentamente di no con la testa, poi guardò Mackenzie negli occhi. Cercava di essere forte, ma c’era così tanta tristezza nei suoi occhi che Mackenzie non aveva idea di come avesse fatto a non essere ancora crollato.
“Sa, la mamma si vergognava del suo lavoro” disse Kevin. “Durante il giorno lavorava un po’ da casa, come scrittrice tecnica. Creava siti web e roba così. Però non credo che guadagnasse molti soldi. Faceva l’altro lavoro per guadagnare di più, perché nostro padre... be’, lui è sparito da un sacco di tempo. Ormai non ci manda più soldi. Quindi la mamma... ha dovuto accettare l’altro lavoro. L’ha fatto per me e per Dalton e...”
“Ma certo” disse Mackenzie, e stavolta gli poggiò la mano sulla spalla. Lui le sembrò grato. Intuì che doveva avere una gran voglia di piangere, ma probabilmente non se lo sarebbe concesso davanti a degli estranei.
“Detective Porter” chiamò Mackenzie, e lui arrivò dall’altra stanza, guardandola male.
“Aveva altre domande da fare?” Chiese lei scuotendo impercettibilmente la testa e sperando che lui capisse.
“No, direi che abbiamo finito qui” rispose Porter.
“D’accordo” disse Mackenzie. “Ragazzi, grazie di nuovo per il vostro tempo.”
“Sì, grazie” disse Porter raggiungendo Mackenzie nel salotto. “Jennifer, ha il mio numero, se le viene in mente qualcosa che potrebbe aiutarci, non esiti a chiamarmi. Anche il dettaglio più insignificante potrebbe rivelarsi utile.”
Jennifer annuì e con voce rauca disse: “Grazie.”
Mackenzie e Porter uscirono dall’appartamento e scesero i gradini di legno che portavano al parcheggio del condominio. Mackenzie si avvicinò a Porter, ignorando l’immensa rabbia che emanava da lui come calore.
“Ho trovato una pista” gli disse. “Kevin ha detto che sua madre stava cercando di ottenere un’ordinanza restrittiva contro qualcuno sul posto di lavoro. Ha detto che è stata l’unica volta in cui l’ha vista visibilmente furiosa o turbata per qualcosa.”
“Bene” disse Porter. “Almeno ostacolarmi ha portato a qualcosa di buono.”
“Non ti stavo ostacolando” si difese Mackenzie. “Ho soltanto visto che la situazione fra te e il ragazzo ti stava sfuggendo di mano e sono intervenuta per rimediare.”
“Cazzate” disse Porter. “Mi hai fatto sembrare debole e inferiore davanti ai ragazzi e alla loro zia.”
“Non è vero” insisté Mackenzie. “E anche se fosse, che importa? Parlavi a quei ragazzi come se fossero degli idioti che non capivano la nostra lingua.”
“Le tue azioni sono state una chiara mancanza di rispetto” disse Porter. “Ti vorrei ricordare che faccio questo lavoro da prima che tu nascessi. Se ho bisogno del tuo intervento, stai pur certa che te lo farò sapere.”
“Avevi concluso, Porter” rispose lei. “Era finita, ricordi? Non c’era niente da ostacolare. Eri già alla porta. Hai avuto la tua occasione e non l’hai saputa sfruttare.”
Erano arrivati alla macchina e mentre Porter l’apriva, lanciò uno sguardo rovente a Mackenzie da sopra il tettuccio.
“Quando arriviamo in centrale andrò dritto da Nelson e chiederò di cambiare partner. Ne ho abbastanza della tua mancanza di rispetto.”
“Rispetto” ripeté Mackenzie scuotendo la testa. “Non sai nemmeno cosa significhi questa parola. Basta guardare come mi tratti.”
Porter emise un sospiro tremante e salì in macchina senza aggiungere altro. Anche Mackenzie entrò, decisa a non lasciarsi influenzare dall’umore di Porter. Si voltò a guardare il condominio e si domandò se Kevin si fosse finalmente lasciato andare alle lacrime. Se guardava le cose in prospettiva, la scaramuccia tre lei e Porter non sembrava così importante.
“Chiami tu la centrale?” domandò Porter, chiaramente seccato di essere stato scavalcato.
“Va bene” disse lei, tirando fuori il cellulare. Mentre cercava il numero di Nelson, non poté negare la lenta soddisfazione che stava montando dentro di lei. Un’ordinanza restrittiva emanata un anno prima, e adesso Hailey Lizbrook era morta.
Abbiamo beccato il bastardo, pensò.
Allo stesso tempo, però, non poté fare a meno di chiedersi se chiudere il caso sarebbe stato davvero così facile.
CAPITOLO SEI
Erano le 22:45 quando finalmente Mackenzie arrivò a casa, esausta. La giornata era stata lunga ed estenuante, ma sapeva che non sarebbe riuscita ad addormentarsi per parecchio tempo. La sua mente era troppo fissata sulla pista fornita da Kevin Lizbrook. Aveva passato le informazioni a Nelson e lui le aveva assicurato che avrebbe fatto chiamare lo strip club e lo studio legale che Hailey Lizbrook aveva contattato riguardo l’ordinanza restrittiva.
Mentre la sua mente sfrecciava in centinaia di direzioni diverse, Mackenzie mise della musica, prese una birra dal frigo e si preparò un bagno. Di solito non amava fare il bagno, ma quella sera tutti i muscoli del suo corpo erano tesi. Mentre la vasca si riempiva d’acqua, andò in giro per casa a ripulire dove Zack aveva trascorso fino all’ultimo minuto prima di andare al lavoro.
Lei e Zack avevano iniziato a vivere insieme da poco più di un anno, cercando di compiere ogni passo che potesse rimandare il matrimonio il più possibile. Mackenzie si sentiva pronta per il matrimonio, mentre Zack ne era terrorizzato. Ormai stavano insieme da tre anni e, mentre i primi due erano stati fantastici, la loro relazione nell’ultimo periodo si basava unicamente sulla monotonia e sulla paura di Zack sia di restare solo che di sposarsi. Lui sarebbe stato felice di continuare a restare in bilico tra le due cose, usando Mackenzie come riempitivo.
Mentre raccoglieva due piatti sporchi dal tavolino e calpestava un disco della Xbox rimasto sul pavimento, Mackenzie rifletté che forse era stufa di quella situazione. Tra l’altro, non era nemmeno sicura che avrebbe sposato Zack, se anche lui glielo avesse chiesto. Lo conosceva troppo a fondo; era come se avesse già visto come sarebbe stato essere sposati e, francamente, non prometteva bene.
Era bloccata in una relazione senza futuro, con un compagno che non l’apprezzava. Allo stesso modo, capì di essere bloccata in un lavoro con colleghi che non l’apprezzavano. Tutta la sua vita sembrava bloccata. Sapeva che le cose dovevano cambiare, ma aveva troppa paura. E dato il suo sfinimento, non ne aveva nemmeno la forza.
Mackenzie andò in bagno e chiuse il rubinetto. Dalla superficie dell’acqua si alzarono ondate di vapore, come a invitarla ad entrare. Si spogliò e, guardandosi allo specchio, diventò ancora più consapevole di aver sprecato otto anni della sua vita con un uomo che non aveva nessun desiderio di impegnarsi con lei. Pensava di essere attraente in modo semplice. Il suo viso era carino (ancora di più quando aveva i capelli raccolti in una coda) e aveva un bel fisico, leggermente magro e muscoloso. Il ventre era piatto e sodo, al punto che a volte Zack diceva scherzando che i suoi addominali lo mettevano in soggezione.
Si infilò nella vasca, posando la birra su un asciugamano. Emise un profondo sospiro e lasciò che l’acqua calda facesse il suo lavoro. Chiuse gli occhi e cercò di rilassarsi, ma gli occhi di Kevin Lizbrook continuavano a tornarle alla mente senza tregua. La loro incredibile tristezza era stata quasi insopportabile, e parlava di un dolore che Mackenzie stessa aveva conosciuto, ma che era riuscita a spingere nell’angolo più remoto del suo cuore.
Chiuse gli occhi e si appisolò, l’immagine a tormentarla per tutto il tempo. Avvertiva una presenza palpabile, come se Hailey Lizbrook fosse lì con lei nella stanza per esortarla a risolvere il suo omicidio.
*
Zack rincasò un’ora dopo, reduce da un turno di dodici ore in uno stabilimento tessile del posto. Ogni volta che Mackenzie sentiva su di lui l’odore di sporcizia, sudore e grasso si ricordava della poca ambizione che aveva Zack. Mackenzie non aveva problemi con quel lavoro di per sé; era un lavoro rispettabile per uomini adatti alla fatica e alla dedizione. Tuttavia Zack possedeva una laurea che avrebbe voluto sfruttare per ottenere un master e diventare insegnante. Il progetto era finito cinque anni prima e da allora era rimasto bloccato nel ruolo di capoturno allo stabilimento tessile.
Quando lui entrò, Mackenzie era alla seconda birra, seduta sul letto a leggere un libro. Aveva deciso di provare ad addormentarsi verso le tre, per farsi cinque ore di sonno prima di recarsi al lavoro la mattina seguente alle nove. Non le importava molto dormire e aveva scoperto che se dormiva più di sei ore, il giorno seguente si sentiva apatica e fuori fase.
Zack entrò nella stanza con addosso gli abiti sporchi da lavoro. Gettò le scarpe di fianco al letto e la guardò. Lei indossava una canottiera e un paio di shorts da ciclista.
“Ehi, piccola” le disse, percorrendo il suo corpo con lo sguardo. “Mi piace tornare a casa e trovare questo.”
“Com’è andata oggi?” chiese lei, quasi senza alzare gli occhi dal libro.
“È andata bene. Poi torno a casa e ti vedo così, e va ancora meglio.” Salì sul letto e le si avvicinò. Le posò la mano sulla guancia e inclinò il viso per baciarla.
Lei lasciò cadere il libro e si ritrasse subito. “Zack, sei fuori di testa?”
“Che cosa?” fece lui, chiaramente confuso.
“Sei completamente sudicio. A parte il fatto che mi sono appena fatta il bagno, stai sporcando le lenzuola di terra, grasso e dio solo sa che altro.”
“Oddio” esclamò Zack seccato. Scese dal letto, rotolandosi di proposito sulle lenzuola. “Perché sei così rigida?”
“Non sono rigida” replicò lei. “Semplicemente, preferirei non vivere in un porcile. A proposito, grazie per aver ripulito tutto prima di andare al lavoro.”
“Oh, che bello essere a casa” disse Zack sarcastico prima di andarsene in bagno sbattendo la porta dietro di sé.
Mackenzie sospirò e trangugiò il resto della birra, poi guardò gli stivali di Zack ancora lì per terra, dove sarebbero rimasti fino a quando li avrebbe rimessi l’indomani. Sapeva anche che, andando in bagno a prepararsi la mattina dopo, avrebbe trovato i suoi vestiti sporchi ammucchiati per terra.
Al diavolo, pensò, ritornando alla lettura. Lesse soltanto poche pagine mentre ascoltava l’acqua della doccia provenire dal bagno. Poi mise da parte il libro e tornò in soggiorno. Prese la sua ventiquattrore, se la portò in camera da letto e tirò fuori i documenti aggiornati sull’omicidio Lizbrook, che aveva recuperato dalla centrale prima di tornare a casa. Per quanto avesse voluto riposare, anche solo per poche ore, non ci riusciva.
Lesse i documenti, a caccia di un qualunque dettaglio che potesse esserle sfuggito. Una volta che fu sicura che niente era stato tralasciato, rivide gli occhi pieni di lacrime di Kevin, e fu spinta a controllare di nuovo.
Mackenzie era così presa dai documenti che non si accorse che Zack era entrato nella stanza. Adesso aveva un odore decisamente migliore e, con solo un asciugamano in vita, anche un aspetto migliore.
“Scusa per le lenzuola” disse Zack distrattamente, mentre si toglieva l’asciugamano e si infilava un paio di boxer. “Io... Non lo so... Non ricordo quando è stata l’ultima volta che mi hai dato un po’ di attenzione.”
“Parli del sesso?” gli chiese. Con sua sorpresa, in realtà aveva voglia di farlo. Magari era quello che le serviva per rilassarsi e riuscire a dormire.
“Non è solo il sesso” disse Zack. “Intendo attenzione di qualsiasi tipo. Quando arrivo a casa tu dormi già, oppure stai studiando un caso.”
“Sì, ma solo dopo che ho tolto la tua robaccia sparsa in giro” puntualizzò lei. “Tu vivi come un ragazzino che aspetta che sia la mamma a ripulire tutto. Quindi sì, a volte mi butto sul lavoro per dimenticare quanto sai essere frustrante.”
“Siamo di nuovo a questo punto?” le chiese.
“Quale punto?”
“Il punto in cui usi il lavoro come scusa per ignorarmi.”
“Non lo uso come scusa per ignorarti, Zack. Adesso mi preme di più scoprire chi ha brutalmente assassinato la madre di due ragazzi piuttosto che accertarmi che tu riceva le attenzioni di cui hai bisogno.”
“Ecco, è precisamente per questo” disse Zack, “che non ho nessuna fretta di sposarmi. Tu sei già sposata col tuo lavoro.”
Avrebbe potuto controbattere con un milione di osservazioni, ma Mackenzie sapeva che era inutile. Sapeva che in un certo senso aveva ragione lui. Il più delle volte, la sera trovava i casi che si portava a casa dal lavoro più interessanti di Zack. Gli voleva ancora bene, su quello non c’erano dubbi, ma in lui non c’era niente di nuovo, niente di stimolante.
“Buonanotte” le disse in tono rancoroso infilandosi a letto.
Lei guardò la sua schiena nuda e si chiese se fosse in un certo senso suo dovere dargli attenzione. Questo l’avrebbe resa una brava fidanzata? L’avrebbe resa un investimento migliore per un uomo che era terrorizzato dal matrimonio?
Con l’idea impulsiva di fare sesso ormai accantonata, Mackenzie si limitò a fare spallucce, per poi tornare sui documenti.
Se la sua vita privata doveva restare nascosta in secondo piano, pazienza. Tanto era quella vita, la vita dentro il caso, che le sembrava più reale.
*
Mackenzie andò verso camera da letto dei genitori e, prima ancora di varcare la soglia, il suo stomaco di bambina di sette anni si contrasse nel sentire uno strano odore. Era un odore pungente, che le ricordava il contenuto del suo salvadanaio – un odore che somigliava al rame delle monetine.
Entrò nella stanza e si fermò ai piedi del letto, un letto dove sua madre non dormiva da quasi un anno e che ora sembrava fin troppo grande solo per suo padre.
Lo vide lì, con le gambe che penzolavano dal lato del letto, le braccia distese come se stesse tentando di volare. C’era sangue ovunque: sul letto, sulle pareti, persino sul soffitto. La testa era rivolta a destra, come se avesse distolto lo sguardo da lei.
Capì all’istante che era morto.
Avanzò verso di lui, non volendo avvicinarsi ma sentendo di doverlo fare, i piedi nudi che pestavano gli schizzi di sangue.
“Papà” mormorò, già in lacrime.
Allungò una mano verso di lui, terrorizzata ma al tempo stesso attratta come una calamita.
Improvvisamente, lui voltò la testa e la fissò, ancora morto.
Mackenzie gridò.
Mackenzie aprì gli occhi guardandosi attorno confusa. Aveva i fascicoli sparsi sulle gambe. Zack dormiva ancora rivolgendole la schiena. Fece un respiro profondo, asciugandosi il sudore dalla fronte. Era stato solo un sogno.
Poi udì un cigolio.
Mackenzie si immobilizzò. Guardò in direzione della porta della camera e lentamente si alzò dal letto. Aveva sentito il cigolio dell’asse del pavimento del soggiorno, un suono che faceva solo quando qualcuno ci camminava sopra. Certo, stava dormendo ed era nel bel mezzo di un incubo, però lo aveva sentito.
O no?
Si allontanò dal letto e prese la pistola di servizio che teneva sulla cassettiera, di fianco al suo distintivo e alla borsetta. In silenzio, si mise in posizione di fianco alla porta, quindi uscì nel corridoio. Il bagliore dei lampioni che filtrava dalle persiane del soggiorno rivelò una stanza vuota.
Entrò tenendo la pistola in posizione di attacco. Il suo istinto le diceva che non c’era nessuno, ma si sentiva ancora scossa. Era certa di aver sentito l’asse scricchiolare. Quando andò in quella zona del soggiorno, proprio davanti al tavolino, la fece cigolare.
Dal nulla, l’immagine di Hailey Lizbrook le attraversò la mente. Vide le frustate sulla schiena della donna e le impronte sul terreno. Rabbrividì. Guardò la pistola che impugnava e provò a ricordare l’ultima volta che un caso l’avesse turbata a quel modo. Che diavolo credeva? Che il killer fosse lì nel suo salotto, pronto ad aggredirla?
Irritata, Mackenzie tornò in camera da letto. Senza fare rumore, rimise la pistola sulla cassettiera e si infilò dal suo lato del letto.
Si distese sentendosi ancora un po’ impaurita, i residui del sogno che le galleggiavano in testa. Chiuse gli occhi e provò a riaddormentarsi.
Però sapeva che sarebbe stato difficile. Era tormentata sia dai vivi che dai morti.
CAPITOLO SETTE
Mackenzie non ricordava che la centrale fosse mai stata così caotica. La prima cosa che vide entrando fu Nancy che si precipitava lungo il corridoio verso un ufficio. Non aveva mai visto Nancy muoversi così veloce. Inoltre, tutti i poliziotti che incrociò andando in sala conferenze avevano in viso un’espressione ansiosa.
Si preannunciava una mattina movimentata. La tensione che c’era nell’aria le ricordava la pesantezza che si avvertiva prima di un temporale estivo.
Lei stessa aveva avvertito tensione ancora prima di uscire di casa. Erano le 7:30 quando aveva ricevuto la prima chiamata che la informava che nel giro di poche ore si sarebbero mobilitati. A quanto pareva, mentre lei dormiva la pista che era riuscita ad ottenere grazie Kevin si era rivelata molto promettente. Si stavano già procurando un mandato e stavano studiando un piano. Una cosa però era già stata stabilita: Nelson voleva che fossero lei e Porter ad andare a prelevare il sospettato.
Nei dieci minuti che passò alla centrale, le sembrò di trovarsi in mezzo ad un uragano. Mentre si riempiva una tazza di caffè, Nelson abbaiava ordini a tutti, mentre Porter sedeva con aria solenne al tavolo delle conferenze. Sembrava un bambino imbronciato in cerca di attenzione. Mackenzie sapeva che gli rodeva il fatto che la pista provenisse da un ragazzo con il quale aveva parlato lei – lo stesso ragazzo che lui era stato pronto a lasciar perdere.
Il comando fu assegnato a Mackenzie e Porter, mentre due auto furono incaricate di seguirli per aiutarli se necessario. Era la quarta volta nella sua carriera che aveva il compito di eseguire un arresto del genere, e la scarica di adrenalina non la stancava mai. Nonostante la grande energia che scorreva dentro di lei, Mackenzie rimase calma e controllata. Uscì dalla sala conferenze camminando sicura e disinvolta e stava iniziando ad avere la sensazione che quello adesso fosse il suo caso, per quanto Porter lo volesse per sé.
Mentre usciva, Nelson la avvicinò e la prese a braccetto.
“White, devo parlarti un secondo, ti spiace?”
Prima che potesse rispondergli, la condusse nella stanza delle fotocopie. Si guardò intorno con aria cospiratoria, controllando che nessuno potesse sentirli. Quando fu certo che fossero al riparo, la guardò in un modo che la portò a chiedersi se avesse fatto qualcosa di male.
“Senti” disse Nelson. “Ieri sera Porter è venuto da me e mi ha chiesto di assegnargli un altro partner. Gli ho detto senza mezzi termini di no. Gli ho anche detto che sarebbe da stupidi abbandonare il caso adesso. Lo sai perché voleva cambiare partner?”
“Crede che gli abbia pestato i piedi, ieri” disse Mackenzie. “Ma era evidente che i ragazzi non reagivano come avrebbe voluto e lui non aveva intenzione di sforzarsi più di tanto per cercare di comunicare con loro.”
“Guarda che non mi devi delle spiegazioni” disse Nelson. “Per me hai fatto ottimo lavoro con il figlio maggiore. Il ragazzo ha persino detto a quelli che sono andati lì dopo di voi (inclusi quelli dei servizi sociali) che gli sei piaciuta molto. Ci tenevo solo a farti sapere che Porter è sul piede di guerra oggi. Se ti rompe le palle dimmelo, anche se non credo ti darà problemi. Anche se non è esattamente un tuo fan, in pratica mi ha detto che ti rispetta un casino. Ma questo deve restare tra me e te, chiaro?”
“Sì, signore” disse Mackenzie, sorpresa dall’improvviso appoggio e incoraggiamento.
“Bene” disse Nelson dandole piccole pacche sulla schiena. “Va’ a prendere il nostro uomo.”
Così, Mackenzie si diresse al parcheggio, dove Porter sedeva già dietro al volante della loro auto. Mentre lei si affrettava ad entrare, Porter le lanciò uno sguardo come a dire perché diavolo ci hai messo tanto? Appena fu salita, partì senza aspettare che Mackenzie avesse chiuso del tutto la portiera.
“Immagino che tu abbia ricevuto il rapporto completo sul nostro uomo stamattina, giusto?” chiese Porter immettendosi in autostrada. Altre due auto si accodarono a loro, con a bordo Nelson e altri quattro poliziotti come rinforzi.
“Esatto” disse Mackenzie. “Clive Traylor, quarantun anni, precedenti per molestie sessuali. Ha passato sei mesi in carcere per aver aggredito una donna nel 2006. Al momento lavora in una farmacia del posto, ma fa anche lavori di falegnameria in un capanno sulla sua proprietà.”
“Ah, vedo che ti sei persa le ultime informazioni di Nancy” commentò Porter.
“Davvero?” domandò lei. “Che mi sono persa?”
“Il bastardo tiene un sacco di pali di legno dietro il capanno. Secondo le informazioni, sono circa delle stesse dimensioni di quello che abbiamo visto in quel campo di granoturco.”
Mackenzie scorse le email sul suo cellulare e vide che Nancy aveva inviato le informazioni da meno di dieci minuti.
“Sembra proprio il nostro uomo” confermò.
“Puoi dirlo forte” disse Porter. Parlava come un robot, come se fosse stato programmato per dire determinate cose. Non si voltò a guardarla neanche una volta. Era chiaramente seccato, ma a Mackenzie andava bene così. A patto che lui incanalasse quella rabbia e determinazione per acciuffare il colpevole, non gliene importava assolutamente niente.
“D’accordo, prenderò il toro per le corna” saltò su Porter. “Mi sono incazzato di brutto per quello che hai fatto ieri sera, ma mi venisse un colpo se non hai fatto una specie di miracolo con quel ragazzino. Sei più intelligente di quello che credevo, lo ammetto. Però la tua mancanza di rispetto...”
E lasciò la frase in sospeso, come se non fosse sicuro di come proseguire. Mackenzie non disse nulla in risposta. Si limitò a guardare davanti a sé e provò a digerire il fatto che nel giro di quindici minuti avesse ricevuto dei quasi complimenti dalle due persone da cui meno se lo sarebbe aspettato.
All’improvviso le parve che quella avrebbe potuto rivelarsi un’ottima giornata. Se tutto andava per il verso giusto, entro sera avrebbero arrestato l’uomo responsabile della morte di Hailey Lizbrook e di molti altri omicidi irrisolti degli ultimi vent’anni. Se quella era la ricompensa, certamente poteva sopportare il pessimo umore di Porter.
*
Mackenzie guardò fuori dal finestrino e si sentì depressa nel vedere i quartieri cambiare davanti ai suoi occhi mentre Porter guidava verso i sobborghi più derelitti di Omaha. Gruppi di case benestanti cedevano il passo a complessi di appartamenti popolari, che poi divenivano quartieri ancora più squallidi.
Presto raggiunsero il quartiere di Clive Traylor, che era costituito da case a basso reddito che sorgevano per lo più su giardini morti, con le cassette della posta sbilenche lungo i vialetti. Le file di case sembravano non avere fine, e ognuna sembrava più malridotta della precedente. Non sapeva cosa la deprimeva di più, se il loro stato di abbandono o la loro monotonia quasi anestetizzante.
L’isolato dove abitava Clive era silenzioso, e quando vi svoltarono con l’auto Mackenzie provò la familiare scarica di adrenalina. Si rizzò senza volerlo sul sedile, preparandosi ad affrontare un assassino.
Stando a quanto aveva detto la squadra che aveva sorvegliato la proprietà dalle 3 di quella notte, Traylor era ancora in casa. Non doveva presentarsi al lavoro fino all’una di pomeriggio.
Porter rallentò, mentre si inoltravano nella strada e parcheggiò proprio davanti all’abitazione di Traylor. Quindi guardò Mackenzie per la prima volta quella mattina. Sembrava un po’ teso, ma realizzò che probabilmente valeva lo stesso per lei. Eppure, nonostante le loro divergenze, Mackenzie si sentiva comunque al sicuro ad affrontare un potenziale pericolo insieme a lui. Rompipalle sessista o no, quell’uomo aveva un mucchio di esperienza e la maggior parte delle volte sapeva quello che faceva.
“Pronta?” le chiese Porter.
Lei annuì e prese il trasmettitore dall’unità radio sul cruscotto.
“Qui White” disse nel microfono. “Siamo pronti ad entrare al vostro via.”
“Andate” fu la semplice risposta di Nelson.
Mackenzie e Porter uscirono lentamente dall’auto, per non dare a Traylor motivo di allarmarsi se avesse guardato per caso fuori dalla finestra e avesse visto due estranei nel suo giardino. Porter prese il comando mentre salivano i traballanti gradini del portico. Il portico era coperto di vernice scrostata bianca e innumerevoli gusci di insetti morti. Mackenzie si mise sull’attenti, tesa. Cosa avrebbe fatto vedendo in faccia l’uomo che aveva ucciso quelle donne?
Porter aprì la fragile zanzariera e bussò alla porta d’ingresso.
Mackenzie era accanto a lui in attesa, col cuore che batteva all’impazzata. Sentiva i palmi delle mani che iniziavano a sudare.
Passarono un paio di secondi, poi sentì dei passi avvicinarsi. Si udì lo scatto della serratura che veniva aperta, la porta si aprì di un piccolissimo spiraglio, e Clive Traylor li guardò. Sembrava molto confuso – poi molto allarmato.
“Posso esservi d’aiuto?” chiese Traylor.
“Signor Traylor” disse Porter. “Sono il detective Porter e questa è la detective White. Se ha un momento, vorremmo parlare con lei.”
“Riguardo a cosa?” chiese Traylor, subito sulla difensiva.
“A proposito di un crimine commesso due notti fa” disse Porter. “Abbiamo solo qualche domanda e se ci risponde onestamente saremo fuori dai piedi in cinque o dieci minuti.”
Traylor sembrò considerare la cosa per un momento. Mackenzie era abbastanza sicura di sapere cosa gli stesse passando per la testa. Aveva precedenti per molestie sessuali e qualunque reticenza a collaborare con la polizia quando gli veniva chiesto avrebbe destato allarme e forse fatto scattare ulteriori investigazioni sulle sue attuali attività.
E quella era l’ultima cosa che un uomo come Clive Traylor desiderava.
“Ok, entrate” disse infine Traylor, chiaramente non contento della situazione. Però li lasciò entrare comunque, facendo loro strada in una casa che sembrava un dormitorio universitario.
C’erano libri ammonticchiati ovunque, lattine di birra vuote sparse qua e là e mucchi di vestiti piazzati su ogni superficie disponibile. Dall’odore, pareva che Traylor avesse recentemente bruciato qualcosa sui fornelli.
Li condusse nel piccolo soggiorno e Mackenzie lo osservò per bene, analizzando tutto rapidamente per determinare se era la casa di un killer. C’erano altri libri ammucchiati sul divano e il tavolino era ricoperto di piatti sporchi e un portatile. Vedere un tale disordine fece realizzare a Mackenzie che forse le abitudini di Zack non erano male come pensava.
Traylor non li invitò a sedersi – il che era un bene, perché Mackenzie non si sarebbe mai seduta da nessuna parte in quella casa.
“La ringraziamo per il suo tempo” disse Porter. “Come ho detto prima, due sere fa è stato commesso un crimine, un omicidio. Siamo qui perché lei ha un passato piuttosto instabile con la vittima.”
“Di chi si tratta?” volle sapere Traylor.
Mackenzie lo osservò attentamente, studiando le sue espressioni facciali e la sua postura, nella speranza di captare degli indizi. Finora intuiva solo che si sentiva molto a disagio ad avere dei poliziotti dentro casa.
“Una donna di nome Hailey Lizbrook.”
Traylor parve pensarci su un momento, poi scosse la testa.
“Non conosco nessuno con quel nome”.
“Ne è sicuro?” chiese Porter. “Abbiamo le prove che l’anno scorso ha fatto emettere un’ordinanza restrittiva nei suoi confronti.”
La realizzazione lo investì e alzò gli occhi al cielo.
“Oh, quella. Non sapevo il suo nome.”
“Però sapeva dove abitava?” domandò Mackenzie.
“Sì” rispose Traylor. “È così, un paio di volte l’ho seguita fino a casa dal Runaway. Poi dei poliziotti sono venuti a casa a parlarmi proprio di quello. Però non ho violato l’ordinanza. Lo giuro.”
“Quindi non nega di averla molestata a un certo punto?” chiese Porter.
Mackenzie vide Traylor arrossire di vergogna e sentì il cuore sprofondarle. Era quasi sicura che non si trattasse del loro uomo.
“Non lo nego, no. Però dopo l’ordinanza restrittiva mi sono tenuto alla larga. Ho anche smesso di andare a quello strip club.”
“D’accordo” disse Porter. “Può dirmi dove si trovava due sere fa?”
“Be’, ho lavorato fino alle nove poi sono tornato a casa. Ho guardato un po’ la TV e sono andato a letto più o meno a mezzanotte.”
“Lo può provare?” chiese Porter.
Traylor parve preso in contropiede, e tentò di trovare una risposta adatta. “Dannazione, non lo so. Ho fatto l’accesso al mio conto in banca online. Potete verificarlo?”
“Sì” disse Porter, indicando il portatile sul tavolino. “Ci faccia vedere”.
Traylor sembrava combattuto. Lentamente allungò la mano verso il computer, poi però esitò. “Questa... Questa è una violazione della mia privacy. Tornate con un mandato e vi...“
“Non sono un novellino” disse Porter. “Ci sono altri agenti qui fuori e a un mio cenno sarebbero qui in trenta secondi. Abbiamo già un mandato. Perciò non renda le cose più difficili e ci faccia vedere la cronologia di navigazione.”
Traylor stava praticamente sudando. Mackenzie era abbastanza sicura che non fosse lui l’omicida, però stava chiaramente nascondendo qualcosa.
“Qual è il problema?” chiese Mackenzie.
“Dovrete chiedere l’informazione direttamente alla mia banca” disse.
“Perché?”
“Perché su questo computer non c’è traccia della mia cronologia.”
Porter fece un passo avanti e ripeté il suo ordine precedente. “Ci faccia vedere”.
Mackenzie e Porter erano in piedi affianco a Traylor, uno su ciascun lato. Mackenzie osservò attentamente, notando che Traylor aprì molto velocemente il browser. Mackenzie però era riuscita a intravedere la schermata principale ed era convinta di averne visto abbastanza.
Si allontanò da Traylor mentre lui faceva vedere a Porter che la cronologia era vuota. Ascoltò anche mentre gli spiegava che cancellava sempre la cronologia per eliminare i cookie e liberare la cache. Lasciò che si occupasse Porter di discutere di quella vecchia scusa mentre lei si affacciò nel corridoio. Sui muri non c’erano quadri, solo cianfrusaglie per terra addossate alle pareti. In mezzo al caos, vide una scatola vuota che la allarmò.
Mackenzie torno in soggiorno mentre la discussione tra Porter e Traylor si faceva più animata.
“Scusate” li interruppe. “Signor Traylor, non dubito di lei. Sono piuttosto certa che lei non abbia avuto nulla a che fare con l’omicidio di Hailey Lizbrook. Posso dirle che c’erano molti elementi che puntavano a lei, compresi i pali dietro al suo capanno sul retro. Però non credo che abbia ucciso qualcuno.”
“Grazie tante” replicò sarcastico.
“White” disse Porter “ma che stai...“
“Però devo chiederle in quali altri loschi affari è coinvolto.”
Lui sembrò sorpreso, quasi insultato. “Nessuno” disse. “So che la mia fedina penale non è eccezionale. Una volta che ti denunciano per molestie sessuali, la vita non torna più com’era prima. La gente ti guarda in modo diverso e...“
“Se la risparmi, la prego.” disse Mackenzie. “È sicuro di non essere coinvolto in qualcosa che non dovrebbe?”
“Lo giuro.”
Mackenzie annuì, poi si rivolse a Porter con un sorriso tirato. “Detective Porter, lo ammanetta lei o lo faccio io?”
Prima che avesse il tempo di risponderle, Traylor scattò. Si scontrò con Mackenzie, cercando di farla cadere per arrivare in corridoio. Evidentemente non si aspettava che lei fosse così resistente. Lei piantò i piedi per terra e irrigidì le ginocchia quando Traylor le si scagliò contro, facendolo rimbalzare confuso.
“Cazzo” brontolò Porter, portando la mano verso la pistola di servizio.
Mentre armeggiava, Mackenzie diede una gomitata al petto di Traylor mentre lui cercava di aggirarla. Lui buttò fuori l’aria lanciandole uno sguardo sorpreso. Fece per chinarsi su un ginocchio ma, prima che ci riuscisse, Mackenzie lo afferrò da dietro il collo e lo scaraventò di faccia a terra.
Traylor gridò quando Mackenzie gli piantò un ginocchio nella schiena e tirò fuori le manette come un mago che tira fuori un coniglio dal cilindro.
“Lascia stare” disse guardando Porter. “Ci penso io.”
Detto ciò, schiaffò le manette sui polsi di Traylor mentre Porter restava immobile con la mano ancora all’altezza dei fianchi, dove la pistola era ancora nella fondina.
*
Mackenzie guardò la sportina di plastica e si sentì male al solo pensiero di quello che probabilmente contenevano le chiavette USB al suo interno. Ce n’erano undici in tutto. Dopo un duro interrogatorio, avevano scoperto che quando Traylor aveva commesso l’errore di cercare di scattare oltre Mackenzie, stava provando a raggiungere quelle.
“Porca miseria” disse Nelson con aria un po’ troppo felice mentre Clive Traylor veniva fatto salire sul retro di un’auto della polizia. “Non è l’arresto che mi aspettavo oggi, ma non mi lamento.”
Era passata poco più di un’ora da quando Traylor aveva negato di essere coinvolto in qualcosa di sospetto. In quell’ora, il suo computer era stato confiscato e la cronologia ripristinata.
In casa erano anche state trovate molte chiavette USB, piene di foto e video. Contando quello che era stato trovato sul computer, inclusi i siti visitati negli ultimi due giorni, e le chiavette USB, Clive Traylor era in possesso di più di cinquecento immagini e venticinque video di pornografia infantile. Cosa ancor più grave, vendeva i file online. La transazione più recente era verso un IP francese per la somma di duemila dollari. La banca di Traylor aveva confermato la transazione.
Clive Traylor non si trovava nelle vicinanze del campo di granoturco dove Hailey Lizbrook era stata assassinata due sere prima. Era online, a distribuire pornografia infantile.
Quando Mackenzie aveva visto sulla pagina home l’icona del software per navigare in incognito e la scatola di un apparecchio per bloccare l’IP nel corridoio, aveva messo insieme i pezzi. Il fatto che Traylor avesse precedenze per molestie sessuali aveva reso l’equazione ancora più facile da risolvere.
Mentre Traylor veniva portato via, Nelson era in piedi insieme a Mackenzie e Porter.
“Secondo me è questa solo la punta dell’iceberg” disse. “Una volta che saremo riusciti a bypassare il software che ha installato, penso che troveremo un sacco di altro materiale. Avete fatto davvero un ottimo lavoro voi due.”
“Grazie signore” disse Porter, chiaramente a disagio nel prendersi la lode che spettava maggiormente a Mackenzie.
“A proposito” disse Nelson, stavolta guardando direttamente Mackenzie. “Ho mandato degli uomini a controllare il capanno sul retro. Non c’era niente lì, solo degli oggetti artigianali incompleti – una libreria, dei tavoli, cose così. Ho anche voluto che controllassero i pali dietro il capanno, ma pare siano dello stesso legno di pino usato per le altre cose che sta costruendo. Quindi è stata soltanto un’enorme coincidenza.”
“Ero sicuro che fosse lui il nostro uomo” disse Porter.
“Bè, non lasciarti scoraggiare da questo” disse Nelson. “La giornata è appena iniziata.”
Nelson li lasciò per andare a parlare con la squadra di tecnici che stava lavorando sul portatile di Traylor.
“Sei stata davvero acuta” si complimentò Porter. “Io mi sarei fatto sfuggire tutte e due le cose, sia il programma sul computer che la scatola del dispositivo.”
Dalla voce pareva depresso, quasi triste.
“Grazie” disse Mackenzie, leggermente a disagio. Voleva dirgli come era giunta a quella conclusione, ma immaginò che l’avrebbe solo irritato. Quindi restò zitta, come sempre.
“Bene” disse Porter, battendo le mani come se la questione fosse stata completamente risolta.
“Torniamo in centrale e vediamo che altro riusciamo a scoprire sul nostro killer”.
Mackenzie annuì, prendendosi del tempo prima di salire in macchina. Si voltò a guardare la casa di Clive Traylor e il capanno sul retro. Da dove si trovava, riusciva a scorgere le estremità dei pali. All’apparenza era sembrata una cosa sicura. Ma adesso che si era rivelato essere qualcosa di completamente diverso, doveva affrontare il fatto che si trovassero praticamente di nuovo al punto di partenza.
C’era un killer là fuori, e ogni minuto che passava gli stavano dando l’occasione per uccidere di nuovo.
CAPITOLO OTTO
Da bambino, uno dei suoi passatempi preferiti era sedere nella veranda sul retro e guardare il loro gatto aggirarsi in giardino. Era particolarmente interessante quando incappava in un uccellino oppure, come una volta, in uno scoiattolo. Osservava il gatto pedinare l’uccellino anche per quindici minuti, giocando con lui finché alla fine gli balzava addosso, dilaniandogli il collo e mandando in aria le piume.
Pensò a quel gatto adesso, mentre guardava la donna arrivare a casa da un’altra giornata di lavoro – in un posto dove stava su un palco a compiacere la sua carne. Come il gatto della sua infanzia, lui l’aveva pedinata. Aveva bocciato l’idea di prenderla sul posto di lavoro; la sorveglianza era stretta e anche sotto il tetro bagliore dei lampioni al mattino presto, c’erano troppe possibilità di essere catturato. L’aveva quindi aspettata nel parcheggio del suo condominio.
Aveva parcheggiato sul lato destro, proprio davanti alle scale che usava per salire al suo appartamento al secondo piano. Poi, dopo le tre, era salito sulle scale e si era messo in attesa sul pianerottolo tra la prima e la seconda rampa di scale. L’illuminazione era scarsa e a quell’ora di notte c’era un silenzio di tomba. Comunque come diversivo aveva un vecchio cellulare che si sarebbe potuto rapidamente portare all’orecchio per fingere di parlare se qualcuno fosse passato di lì.
Erano due notti ormai che la seguiva e sapeva che sarebbe arrivata a casa fra le tre e le quattro del mattino. In entrambe le occasioni in cui l’aveva seguita e aveva parcheggiato dall’altro lato della strada, aveva visto soltanto una persona usare quelle scale fra le tre e le quattro del mattino, ed era chiaramente ubriaca.
In piedi sul pianerottolo, vide l’auto della donna accostare e la osservò scendere. Anche vestita normalmente, sembrava ostentare le gambe. E cos’è che aveva fatto per tutta la notte? Aveva messo in mostra quelle gambe, per far sognare gli uomini.
Quando lei si avvicinò alle scale, lui si portò il cellulare all’orecchio. Ancora pochi gradini e si sarebbe trovata proprio davanti a lui. Sentì i polpacci irrigidirsi, pronti a scattare, e ancora una volta pensò al suo gatto.
Quando sentì il rumore dei suoi passi che si avvicinavano, iniziò a fingere di parlare. Parlò a bassa voce, ma non in modo cospiratorio. Pensò persino di sorriderle quando fosse arrivata.
E poi eccola lì, che arrivava sul pianerottolo e si dirigeva verso la seconda rampa di scale. Lo guardò e, vedendo che era impegnato e che sembrava innocuo, gli rivolse un cenno del capo. Lui rispose al cenno sorridendo.
Quando gli diede le spalle, agì in fretta.
La mano destra gli corse alla tasca della giacca, estraendo una pezza che aveva intriso di cloroformio appena prima di scendere dall’auto. Usò l’altro braccio per afferrarla per il collo da dietro, trascinandola sollevandola da terra. Lei riuscì soltanto ad emettere un gridolino sorpreso prima che la bocca le fosse coperta dalla pezza.
Iniziò subito a dibattersi, cercando di morderlo e riuscendo ad affondare i denti nel suo mignolo. Il morso fu così forte che inizialmente pensò gli avesse staccato il dito di netto. Si tirò indietro soltanto per un secondo, ma fu abbastanza perché lei riuscisse a sfuggirgli, divincolandosi dalla stretta che lui le aveva applicato intorno al collo con l’incavo del braccio sinistro.
Iniziò a salire le scale emettendo un lamento. Lui sapeva che in men che non si dica quel lamento sarebbe diventato un grido. Si tuffò in avanti, afferrandole la gamba nuda e setosa. Le scale lo colpirono sul petto e sullo stomaco, togliendogli il fiato, ma riuscì comunque a strattonarle la gamba. Con un gridolino disperato, lei cadde. Si udì un raccapricciante crac quando la faccia colpì le scale.
Si accasciò, e lui immediatamente si arrampicò sulle scale per guardarla da vicino. Aveva sbattuto la tempia sul gradino. Sorprendentemente non c’era sangue, ma anche alla luce fioca si capiva che si stava già formando un bernoccolo.
Muovendosi rapidamente, si rimise il pezzo di stoffa in tasca, e constatò che gli aveva rosicchiato il mignolo per bene. Poi la sollevò da terra e notò che le gambe erano completamente molli. Aveva perso conoscenza.
Aveva già affrontato una situazione del genere. La sollevò dal lato su cui si stava formando il bernoccolo e le fece poggiare tutto il peso su quel lato. Poi la trascinò giù dalle scale con un braccio intorno alla vita, i piedi che si trascinavano inermi dietro di lei. Con l’altra mano si portò il cellulare all’orecchio, nel caso che incrociassero qualcuno nei cinque metri circa che li separavano dall’auto. Aveva delle battute pronte proprio per quello: Non so che dirti, amico. È sbronza, anzi è proprio svenuta. Ho immaginato che fosse meglio riportarla a casa sua.
Ma la tarda ora non richiese quella recitazione. Le scale e il parcheggio erano del tutto deserti. La mise in macchina senza intoppi, senza vedere nessuno.
Mise in moto e uscì dal parcheggio, dirigendosi ad est.
Dieci minuti più tardi, con la testa che sbatteva leggermente contro il finestrino del passeggero, la donna mormorò qualcosa di incomprensibile.
Le accarezzò la mano.
“Va tutto bene” disse. “Andrà tutto bene”.
CAPITOLO NOVE
Mackenzie stava leggendo il rapporto finale su Clive Traylor, domandandosi dove avesse sbagliato, quando Porter entrò nel suo ufficio. Sembrava ancora un po’ contrariato per gli eventi della mattina. Mackenzie sapeva che lui era certo che Traylor fosse il loro uomo e lui odiava sbagliarsi. Ma il suo umore irascibile era qualcosa a cui Mackenzie si era abituata ormai da molto tempo.
“Nancy ha detto che mi cercavi” disse Porter.
“Esatto” confermò lei. “Credo che dovremmo fare una capatina allo strip club dove Hailey Lizbrook lavorava.”
“Perché?”
“Per parlare col suo capo.”
“Gli abbiamo già parlato al telefono” obiettò Porter.
“No, tu gli hai parlato al telefono” puntualizzò Mackenzie. “Per ben tre minuti, aggiungerei.”
Porter annuì lentamente. Entrò nell’ufficio, chiudendosi la porta alle spalle. “Senti” disse, “Mi sono sbagliato su Traylor stamattina. E mi hai impressionato un casino con quell’arresto. È evidente che non ti ho dimostrato il rispetto che meriti. Ma questo non ti dà comunque il diritto di parlarmi con superiorità.”
“Non ti sto parlando con superiorità” protestò Mackenzie. “Ti sto semplicemente facendo notare che in un caso dove abbiamo praticamente zero indizi, dobbiamo battere ogni pista fino in fondo.”
“E tu credi che il proprietario dello strip club potrebbe essere l’assassino?”
“Probabilmente no” rispose Mackenzie. “Però credo che valga la pena parlare con lui per vedere se ci può portare a qualcosa. A parte questo, hai controllato la sua fedina penale?”
“No” disse Porter. Dalla smorfia sul suo viso si capiva che odiava ammetterlo.
“Ha dei precedenti per violenza domestica. Inoltre, sei anni fa fu coinvolto in un caso dove a quanto pare aveva assunto una diciassettenne. Più tardi la ragazza aveva confessato di essere riuscita ad ottenere il lavoro soltanto in cambio di favori sessuali. Il caso fu accantonato però, perché la ragazza era scappata di casa e nessuno poteva confermare la sua età.”
Porter sospirò. “White, sai quando è stata l’ultima volta che ho messo piede in uno strip club?”
“Preferirei non saperlo” replicò Mackenzie. E, incredibile, era riuscita a tirargli fuori un sorriso?
“È passato un sacco di tempo” disse lui alzando gli occhi al cielo.
“Ok, ma qui si tratta di affari, non di piacere.”
Porter sghignazzò. “Quando si arriva alla mia età, il confine tra le due cose a volte diventa confuso. E adesso forza, andiamo. Immagino proprio che gli strip club non siano cambiati così tanto negli ultimi trent’anni.”
*
Mackenzie aveva visto gli strip club solo nei film e, anche se non si era azzardata a dirlo a Porter, non sapeva cosa aspettarsi. Entrarono che erano ancora le sei di sera. Il parcheggio stava cominciando a riempirsi di auto di uomini stressati che smontavano dal lavoro. Alcuni di questi uomini rivolsero a Mackenzie un po’ troppa attenzione quando lei e Porter attraversarono l’ingresso e si diressero verso il bancone del bar.
Mackenzie si sforzò di osservare il locale per quanto le riuscì. L’illuminazione era fioca, come se fosse sempre il tramonto, e la musica era alta. In quel momento, due donne si trovavano sul palco e stavano ballando con un palo fra loro. Con addosso soltanto delle mutandine sottili, stavano facendo del proprio meglio per ballare in modo sexy una canzone di Rob Zombie.
“Allora” disse Mackenzie mentre aspettavano il barman, “ti sembra diverso?”
“È tutto come un tempo, tranne la musica” disse Porter. “Questa musica è terribile.”
Doveva fargli i complimenti: non stava guardando lo spettacolo. Porter era un uomo sposato, da ben venticinque anni. Vedendo come si teneva concentrato sulle file di bottiglie di liquori dietro il bancone invece che sulle donne in topless sul palco, il rispetto che Mackenzie aveva per lui aumentò. Era difficile immaginare Porter come un uomo che rispettasse la moglie così tanto e per quello fu felice di essersi sbagliata.
Il barman finalmente si avvicinò a loro e subito la sua espressione si fece neutrale. Nonostante né Porter né Mackenzie fossero in uniforme, il loro abbigliamento faceva comunque capire che si trovavano lì per lavoro, e probabilmente non un lavoro gradito da quelle parti.
“Posso aiutarvi?” chiese il barista.
Posso aiutarvi? pensò Mackenzie. Non ci ha chiesto cosa poteva portarci da bere, ma se poteva esserci d’aiuto. Ha già visto tipi come noi qui. Un punto per il proprietario.
“Vorremmo parlare con il signor Avery” disse Porter. “E io prendo un rum e cola.”
“Al momento è impegnato”, disse il barman.
“Non ne dubito” replicò Porter. “Però dobbiamo parlare con lui.” Quindi estrasse con movimento fulmineo il distintivo dalla tasca interna del cappotto, rimettendolo a posto come se avesse appena fatto un numero di magia.
“Deve parlare con noi, oppure posso fare un paio di chiamate e rendere la cosa davvero ufficiale. Spetta a lui decidere.”
“Un secondo” disse il barman senza sprecare tempo. Andò dall’altra parte del bar e oltrepassò delle doppie porte che a Mackenzie ricordavano quelle dei saloon di certi film western scadenti.
Tornò a guardare il palco, dove adesso c’era una sola donna che ballava “Running with the Devil” dei Van Halen. Qualcosa nel modo in cui la donna si muoveva indusse Mackenzie a chiedersi se le spogliarelliste non avessero dignità e quindi non importasse loro di esporre il proprio corpo, oppure se avessero semplicemente così tanta sicurezza di sé. Sapeva che lei non avrebbe fatto qualcosa del genere per nessun motivo al mondo. Anche se era sicura di sé per molte cose, il suo corpo non rientrava fra queste, nonostante gli sguardi maliziosi che riceveva a volte dagli uomini.
“Mi sembri un po’ spaesata” disse qualcuno di fianco a lei.
Guardò alla sua destra e vide un uomo che si era avvicinato. Sembrava sulla trentina e sembrava che fosse al bancone del bar da un po’. Aveva un luccichio negli occhi che aveva visto in molti ubriachi.
“C’è un motivo” disse Mackenzie.
“Dicevo per dire” proseguì l’uomo. “Non si vedono molte donne in posti come questo. E quando si vedono, sono di solito insieme a mariti o fidanzati. Se devo essere sincero, voi due non sembrate affatto una coppia” disse indicando Porter.
Mackenzie sentì Porter sghignazzare. Non era sicura di cosa la infastidisse di più: il fatto che quell’uomo fosse così coraggioso da sedersi accanto a lei, oppure che Porter si stava divertendo per quella situazione.
“Non stiamo insieme” disse Mackenzie “Siamo colleghi.”
“Quindi siete qui per un drink dopo il lavoro, eh?” domandò. Si era avvicinato così tanto che Mackenzie sentiva l’odore di tequila del suo alito. “Perché non lasci che te ne offra uno io?”
“Senti” disse Mackenzie, sempre senza guardarlo. “Non sono interessata, quindi puoi anche andartene e passare alla prossima vittima ignara.”
L’uomo si avvicinò e la fissò per un momento. “Non c’è bisogno di fare la stronza.”
Alla fine Mackenzie si voltò verso di lui e, quando fissò gli occhi nei suoi, vide qualcosa cambiare nello sguardo dell’uomo. Intuiva che lei diceva sul serio, ma aveva bevuto qualche drink di troppo e non sembrava riuscire a trattenersi. Le mise una mano sulla spalla, sorridendole. “Scusa” le disse. “Quello che volevo dire era... Anzi, no, volevo proprio dire quello che ho detto. Non c’è bisogno di fare la...“
“Tieni giù le mani” intimò Mackenzie sottovoce. “Ultimo avvertimento”.
“Non ti piace il tocco della mano di un uomo?” chiese ridendo. La mano scese lungo il suo braccio, e più che semplicemente toccarla, sembrava palpeggiarla. “È per questo che sei qui a guardare delle donne nude, eh?”
Il braccio di Mackenzie si sollevò più veloce di un fulmine. Il povero ubriacone non si accorse nemmeno di quello che succedeva finché non si beccò un colpo nel collo che lo fece cadere dallo sgabello, annaspando. Quando finì a terra, fece abbastanza rumore da attirare l’attenzione di una delle guardie di sicurezza che era ai bordi dell’area bar.
Porter scattò in piedi, frapponendosi fra la guardia e Mackenzie. Mostrò il distintivo e, con sorpresa di Mackenzie, si mise praticamente faccia a faccia con la guardia, che era molto più grossa di lui. “Calma, ragazzone” disse Porter, praticamente sbattendo in faccia al ragazzo il distintivo. “Piuttosto, se vuoi evitare che diamo spettacolo arrestando qualcuno in questo postaccio, ti suggerisco di sbattere fuori questo coglione.”
La guardia spostò lo sguardo da Porter all’ubriaco a terra, che stava ancora tossendo e cercando di riprendere aria. La guardia capì qual era l’opzione migliore ed annuì. “Certo” disse, sollevando l’ubriaco e rimettendolo in piedi.
Mackenzie e Porter osservarono mentre la guardia scortava l’ubriaco fuori dal locale. Porter diede un colpetto a Mackenzie e rise. “Sei proprio piena di sorprese eh?”
Mackenzie si limitò a scrollare le spalle. Quando tornarono al bancone del bar, il barman era tornato. In piedi accanto a lui c’era un altro uomo, che osservava Mackenzie e Porter come fossero cani randagi di cui non ci si poteva fidare.
“Volete dirmi che è successo?” domandò l’uomo.
“Lei è il signor William Avery?” chiese Porter.
“Sì, sono io.”
“Bene, signor Avery” disse Mackenzie, “i suoi clienti devono imparare a tenere la bocca chiusa e le mani a posto.”
“Di che parla?” chiese Avery.
“C’è un luogo più appartato dove possiamo parlare?” chiese Porter.
“No, va bene qui. Questo per noi è il momento più impegnativo. Devo restare qui per aiutare a servire al bar.”
“Assolutamente” disse Porter. “Ho ordinato un rum e cola cinque minuti fa e non l’ho ancora visto”.
Il barman si acciglio, quindi tornò alle bottiglie dietro di sé. In sua assenza, Avery si sporse in avanti e disse: “Se si tratta di Hailey Lizbrook, ho già detto ai vostri amici poliziotti tutto quello che so.”
“Ma non ha parlato con me” disse Mackenzie.
“E quindi?”
“Quindi io ho un approccio diverso da tutti gli altri, e questo caso è nostro” disse, accennando a Porter. “Perciò ho bisogno che risponda ad altre domande.”
“E se non lo faccio?”
“Be’, se non lo fa” avvertì Mackenzie “posso interrogare una donna di nome Colby Barrow. Il nome le suona familiare? Mi pare che avesse diciassette anni quando ha iniziato a lavorare qui, no? E credo che abbia ottenuto il lavoro facendo sesso orale con lei. Lo so che il caso è chiuso, ma chissà che non abbia qualcosa da dirmi sulla sua gestione degli affari, qualcosa che potrebbe essere stato nascosto sotto il tappeto sei anni fa. Magari saprebbe dirmi perché sembra che non le importi un accidente che una delle sue ballerine è stata uccisa tre notti fa.”
Avery la guardò come se volesse prenderla a sberle. Lei quasi desiderò che ci provasse. Negli ultimi anni aveva incontrato fin troppi uomini come lui – uomini a cui non importava niente delle donne finché non era buio e avevano bisogno di sesso o di qualcuno da prendere a pugni. Sostenne lo sguardo dell’uomo, per fargli capire che lei era molto più che un sacco da boxe.
“Cosa volete sapere?” domandò.
Prima che lei rispondesse, il barman finalmente servì a Porter il suo drink. Porter lo sorseggiò sorridendo deliberatamente ad Avery e al barista.
“Hailey aveva uomini che di solito venivano per lei?” chiese Mackenzie. “Dei clienti regolari?”
“Un paio” disse Avery.
“Sa come si chiamano?” chiese Porter.
“No, non bado agli uomini che vengono qui. Sono uomini come tanti altri, capite?”
“Ma se ce ne fosse bisogno” disse Mackenzie, “crede che alcune delle sue altre ballerine potrebbe sapere quei nomi?”
“Ne dubito” disse Avery. “E poi, ammettiamolo: le ballerine di solito chiedono agli uomini come si chiamano solo per essere carine. Non gliene frega un cazzo dei loro nomi. Cercano solo di fare soldi.”
“Hailey era una brava dipendente?” chiese Mackenzie.
“Sì, in realtà sì. Era sempre disposta a fare straordinari. Amava i suoi figli, sapete?”
“Sì, li abbiamo conosciuti” disse Mackenzie.
Avery sospirò e si rivolse verso il palco. “Sentite, siete liberi di parlare con le altre ragazze se credete che questo vi possa aiutare a capire chi ha ucciso Hailey. Però non posso permettere che lo facciate qui, adesso. Questo le turberebbe e farebbe andare all’aria i miei affari. Però posso darvi un elenco con i loro nomi e numeri di telefono, se è assolutamente necessario.”
Mackenzie ci pensò su un momento, poi fece segno di no con la testa. “No, non credo che sarà necessario. La ringraziamo per il suo tempo.”
E con ciò, si alzò e diede un colpetto sulla spalla di Porter. “Abbiamo finito qui.”
“Io no” replicò lui. “Devo ancora finire il mio drink”.
Mackenzie stava per mettersi a discutere quando il telefono di Porter iniziò a squillare. Lui rispose, chiudendosi l’altro orecchio con la mano libera per isolarsi dal tremendo chiasso della canzone degli Skrillex sparata a tutto volume dagli altoparlanti. Parlò poco, facendo solo pochi cenni del capo prima di riagganciare. Quindi trangugiò il resto del drink e porse le chiavi della macchina a Mackenzie.
“Che c’è?” domandò lei.
“Adesso sì che ho finito” disse. Poi la sua espressione si fece seria. “C’è stato un altro omicidio.”
CAPITOLO DIECI
Dopo aver ricevuto la chiamata, se ne andarono dallo strip club e guidarono per poco più di due ore e mezza. Lungo la strada, la notte calava lentamente, aumentando l’umore depresso di Mackenzie, e quando arrivarono sul posto era già buio. Uscirono dall’autostrada per immettersi su una stretta strada asfaltata, poi su un sentiero sterrato che conduceva ad un campo aperto. Mentre si avvicinavano a destinazione, lei iniziò a provare un’incombente presagio di morte.
I fari dell’auto illuminavano il percorso polveroso e accidentato davanti a lei e, lentamente, cominciò ad individuare le numerose auto della polizia già sulla scena. Alcune erano rivolte verso il centro del campo, con i fanali che rivelavano una vista tanto macabra quanto familiare.
Non poté evitare di trasalire a quella vista.
“Oh Dio” commentò Porter.
Mackenzie parcheggiò e scese dall’auto camminando con lentezza, senza mai distogliere lo sguardo dalla scena. L’erba del campo era alta e in alcuni punti le arrivava alle ginocchia, ed erano evidenti le piste leggermente battute dove erano passati gli agenti. C’erano troppi poliziotti sul posto; era già preoccupata che la scena del crimine fosse stata contaminata.
Alzò lo sguardo ed inspirò bruscamente. Si trattava ancora una volta di una donna, lasciata in biancheria intima, legata a un palo che doveva essere alto circa due metri e mezzo. Stavolta, alla vista della donna appesa a quel modo, Mackenzie non riuscì a reprimere il ricordo di sua sorella. Anche Steph aveva fatto la spogliarellista. Mackenzie non sapeva con certezza cosa facesse adesso Steph, ma non era difficile immaginarla fare una fine del genere.
Mentre si avvicinava alla scena del crimine, Mackenzie si guardò intorno e contò sette agenti in tutto. Due erano in disparte a parlare con due adolescenti. Davanti a lei, a pochi passi dal palo e dalla vittima, c’era Nelson che parlava con qualcuno al telefono.
Quando li vide, fece loro cenno di avvicinarsi e concluse in fretta la telefonata.
“Scoperto niente di importante allo strip club?” volle sapere Nelson.
“No signore” rispose Mackenzie. “Sono convinta che non Avery non c’entri. Era disposto a darci tutti i nomi e i numeri di telefono delle ballerine se ne avessimo avuto bisogno, ma non credo ci servirà il suo aiuto.”
“Be’, ci serve l’aiuto di qualcuno” disse Nelson guardando il palo e sembrando sul punto di vomitare.
Mackenzie si avvicinò al corpo e si accorse subito che era in condizioni molto peggiori di quello di Hailey Lizbrook. Tanto per cominciare, sul lato sinistro del viso della donna c’era una brutta contusione. Intorno all’orecchio c’era anche sangue rappreso. Le frustate sulla schiena sembravano provenire dalla stessa arma, ma stavolta erano molte di più, ed erano state inflitte con forza maggiore.
“Chi ha scoperto il corpo?” chiese Porter.
“Quei due ragazzi laggiù” disse Nelson indicando il punto in cui uno degli agenti stava ancora parlando con gli adolescenti. “Hanno ammesso di essere venuti qui per pomiciare e fumarsi dell’erba. Dicono che è da un mese che lo fanno, ma stanotte hanno trovato questo.”
“Stesso fisico di Hailey Lizbrook” rifletté Mackenzie ad alta voce. “Credo che possiamo supporre che anche la professione fosse la stessa, o simile.”
“Voglio delle risposte, avete capito?” disse Nelson. “E le voglio adesso.”
“Ci stiamo provando” si difese Porter. “La White è davvero determinata per questa storia e...”
“Voglio dei risultati” disse Nelson quasi furente. “White, stavolta mi vanno bene anche le tue pensate fuori dagli schemi.”
“Mi presta una torcia?” domandò lei.
Nelson estrasse dalla tasca del cappotto una piccola torcia e gliela lanciò. Lei l’afferrò, l’accese e iniziò a studiare la scena. Ignorò Nelson che blaterava nervosamente, lasciando che si sfogasse su Porter.
Con la concentrazione estrema che si impossessava di lei in momenti come quello, il mondo sparì mentre lei perlustrava la scena in cerca di indizi. Ce n’erano molti che balzarono subito ai suoi occhi. Per esempio, sapeva che Nelson e gli altri poliziotti avevano camminato lungo lo stesso sentiero per evitare di contaminare la scena; a parte il percorso dove erano passati loro per andare dalle macchine al corpo, dove l’erba era schiacciata, c’erano molti altri segni nell’erba alta, probabilmente lasciati dall’assassino.
Si allontanò leggermente dal sentiero e lentamente illuminò la zona circostante con la torcia. Prese mentalmente nota di alcune cose, guardò dove erano i due adolescenti, poi di nuovo verso il palo. Osservò nuovamente il cadavere in cerca di ulteriori indizi ed ebbe la certezza che, proprio come nel caso di Hailey Lizbrook, non avrebbero trovato segni di violenza sessuale.
Si chiese se piantare il palo avesse in realtà un significato, oltre che essere un espediente scenico. Le dava l’impressione che per l’assassino fosse quasi una necessità. Per un breve istante le parve di poterlo vedere, con le mani sul palo che iniziava il lavoro.
Lo trascina con orgoglio, forse persino issandoselo sulla schiena. Il suo compito prevede del lavoro manuale, quasi fosse un requisito indispensabile per le uccisioni. Faticare con il palo, portarlo sul posto, scavare un buco e piantarcelo... È una sorta di soddisfazione guadagnata col sudore. Prepara il luogo per l’omicidio. Il suo lavoro e l’omicidio gli danno la stessa soddisfazione.
“Che ne pensi, White?” le chiese Nelson mentre la osservava girare intorno al corpo.
Mackenzie sbatté gli occhi, strappata dall’immagine del killer nella sua mente. Quando realizzò quanto si fosse estraniata da tutto, si sentì percorrere da un brivido gelido.
“Intanto, così a prima vista, si vede la scia lasciata dal palo trascinato dal killer dalla strada fino a qui” disse lei. “Questo vuol dire che il palo non si trovava già qui in origine, ma ce l’ha portato lui. E da questo possiamo supporre che guidi un pick-up o comunque un furgone.”
“È quello che penso anch’io” convenne Nelson. “Nient’altro?”
“Be’, non è facile esserne certi al buio” disse, “ma sono abbastanza sicura che il killer avesse avvolto la vittima con qualcosa per portarla qui.”
“Cosa te lo fa pensare?”
“Nell’erba non c’è sangue, eppure alcune delle ferite sulla schiena della donna, soprattutto sui glutei, sono ancora umide.”
Mentre Nelson digeriva l’informazione, Mackenzie si accucciò dietro al palo e premette una mano sull’erba, abbassandola. Con l’altra illuminò la base del palo.
Il cuore prese a galopparle in petto quando vide i numeri: N511/G202.
Usa un coltello o uno scalpello e dedica molto impegno e tempo per fare in modo che l’incisione sia leggibile. Queste incisioni sono importanti per lui e, oltretutto, vuole che siano viste. Consciamente o inconsciamente, vuole che qualcuno scopra perché sta facendo tutto questo. Ha bisogno che qualcuno comprenda le sue motivazioni.
“Capitano?” chiamò.
“Sì, White?”
“Ci sono di nuovo quei numeri.”
“Cazzo” esclamò Nelson, avvicinandosi a dove lei era inginocchiata. Diede un’occhiata ed emise un profondo sospiro. “Nessuna idea di cosa significhino?”
“Nessuna, signore.”
“D’accordo” disse Nelson. Aveva le mani sui fianchi e lo sguardo rivolto in alto, al cielo notturno, con l’aria di un uomo sconfitto. “Quindi abbiamo solo qualche risposta, ma niente che ci aiuti a chiudere il caso a breve. Un uomo che guida un pick-up o un furgone e che può procurarsi dei pali di legno, e...”
“Un momento” lo interruppe Mackenzie. “Mi ha appena fatto venire in mente una cosa.”
Tornò dietro al palo, chinandosi per guardare il punto in cui i polsi della donna erano legati da una corda.
“Che c’è?” chiese Porter, avvicinandosi.
“Ti intendi di nodi?” gli chiese lei.
“Non direi.”
“Io sì” disse Nelson, unendosi ai due. “Cos’hai scoperto?”
“Sono quasi sicura che questo sia lo stesso nodo usato per Hailey Lizbrook.”
“E se anche fosse?” chiese Porter.
“È piuttosto insolito come nodo” spiegò Mackenzie. “Tu sapresti farne uno così? Io no.”
Porter lo osservò di nuovo, con aria perplessa.
“Sono quasi sicuro che si tratti di un nodo da marinaio” disse Nelson.
“Anche secondo me” convenne Mackenzie. “E, anche se forse è un po’ azzardato, prenderei in considerazione la possibilità che il nostro killer potrebbe intendersi di imbarcazioni. Magari vive vicino all’acqua, o comunque ha vissuto vicino all’acqua in passato.”
“Guida un pick-up o un furgone, forse vive vicino all’acqua e ha dei complessi materni” riepilogò Nelson. “Non è molto, ma almeno ne sappiamo più di ieri.”
“Inoltre, dato il carattere rituale delle uccisioni” proseguì Mackenzie, “e il breve intervallo di tempo trascorso tra le due, possiamo solo concludere che lo farà ancora.”
Si voltò a guardarlo, invocando tutta la serietà di cui era capace.
“Signore, con tutto il rispetto, credo che sia il momento di chiamare l’FBI.”
Lui si accigliò.
“White, il loro modo di procedere ci rallenterebbe soltanto. Prima ancora che ci abbiano mandato qualcuno, ci ritroveremmo con altri due cadaveri.”
“Credo che valga la pena fare un tentativo” insisté lei. “Le cose ci stanno sfuggendo di mano.”
Non lo avrebbe mai ammesso, ma dall’espressione sul viso di Nelson si intuiva che era d’accordo con lei. Annuì solennemente e si girò a guardare il corpo legato al palo. “Li chiamo io” concesse infine.
Alle loro spalle, sentirono uno dei poliziotti sbottare in un’imprecazione colorita. Tutti si voltarono per vedere cosa succedeva e videro i fari di un’auto sobbalzare procedendo sulla strada sterrata.
“Chi diavolo è?” chiese Nelson. “Nessun altro dovrebbe essere a conoscenza di questo e...”
“Sono quelli della TV” disse l’agente che aveva imprecato.
“Come?” sbottò Nelson. “Dannazione, chi diavolo è che continua a passare informazioni a questi bastardi?”
L’attività sulla scena del crimine si fece febbrile mentre Nelson faceva il possibile per prepararsi all’arrivo dei giornalisti. Era furente e sembrava che la testa potesse esplodergli da un momento all’altro. Mackenzie colse l’opportunità per scattare più foto possibili; ritrasse le zone dove l’erba era schiacciata, il nodo ai polsi della vittima, i numeri alla base del palo.
“White, Porter, voi andatevene e tornate in centrale” ordinò Nelson.
“Ma, signore” protestò Mackenzie, “dobbiamo ancora...”
“Fate come vi dico” disse lui. “Il caso è affidato a voi due e se i media lo annasano, vi staranno sempre appiccicati al culo rallentandovi. Adesso sparite.”
Era un ragionamento sensato e Mackenzie fece come le fu ordinato. Mentre si dirigeva all’auto insieme a Porter, però, un altro pensiero le attraversò la mente. Si voltò verso Nelson dicendogli:
“Signore, credo che dovremmo far analizzare il legno, sia di questo palo che dell’altro. Si procuri un campione e lo faccia analizzare. Forse il tipo di legno utilizzato per questi pali potrebbe condurci a qualcosa.”
“Diamine, ottima pensata, White” disse. “Ora muovi il culo.”
Mackenzie non se lo fece ripetere quando vide i fari di altri due veicoli dietro il primo. Il primo era un furgoncino con la scritta WSQT sul lato. Aveva appena parcheggiato dalla parte opposta rispetto alle auto della polizia. Un giornalista e un cameraman si precipitarono fuori e a Mackenzie vennero subito in mente gli avvoltoi quando si buttano su una preda appena uccisa.
Mentre stava per rimettersi al posto di guida nell’auto, un altro membro della squadra di giornalisti uscì dal furgoncino e iniziò a scattare foto. Mackenzie notò con mortificazione che l’obiettivo era puntato su di lei. Abbassò la testa, entrò in macchina e avviò il motore. Intanto vide che tre poliziotti, con Nelson al centro, si stavano già affrettando verso il furgoncino. La giornalista però cercò comunque di avvicinarsi.
Alla fine se ne andarono, ma Mackenzie sapeva che era troppo tardi.
L’indomani la sua foto sarebbe stata sulla prima pagina di tutti i giornali.
CAPITOLO UNDICI
Venne fuori che Nelson si sbagliava sul conto dell’FBI. Mackenzie aveva ricevuto una telefonata alle 6:35 in cui le avevano chiesto di recarsi in aeroporto per andare a prendere un agente che era in arrivo. Aveva dovuto fare le cose in fretta, dato che il volo sarebbe arrivato alle 8:05, e si sentì in imbarazzo al pensiero che avrebbe fatto una prima impressione senza potersi sistemare i capelli.
Quello però era l’ultimo dei suoi problemi mentre aspettava al gate, seduta su una scomoda sedia. Stava ingurgitando una tazza di caffè, sperando di far scordare alla sua mente che era riuscita a farsi solo cinque ore di sonno quella notte. Era la terza tazza che beveva quella mattina e sapeva che se non ci dava un taglio le sarebbe venuta la tremarella. Tuttavia, non poteva permettersi di sentirsi stanca e distratta.
Ripassò tutto mentalmente mentre attendeva che l’agente scendesse dal volo, rivedendo la raccapricciante scena della sera prima. Non poteva evitare di sentirsi come se le fosse sfuggito qualcosa. Si sperava che l’agente dell’FBI sarebbe riuscito a metterli sulla pista giusta.
Nelson le aveva inviato per email un fascicolo sull’agente, che lei aveva letto rapidamente mentre faceva colazione con una banana e una ciotola di fiocchi d’avena. Fu grazie a quello che Mackenzie individuò subito l’agente, quando questi scese dalla passerella per entrare in aeroporto. Jared Ellington, trentun anni, laureato a Georgetown, con esperienza che comprendeva un periodo a fare profiling criminale in casi di antiterrorismo. Portava i capelli neri pettinati all’indietro come sulla foto e dal completo che indossava era chiaro che fosse un agente in missione ufficiale.
Mackenzie gli andò incontro. Odiava il fatto che continuasse a ritoccarsi gli stupidi capelli. Si sentiva esausta e fuori fase per aver dovuto fare tutto in fretta così presto quella mattina. Tra l’altro, non le era mai importato molto della prima impressione che dava alle persone, e non era una che si preoccupava troppo della propria apparenza. Quindi perché adesso sì?
Forse era perché l’agente era dell’FBI, un ente che lei rispettava. Oppure era perché, suo malgrado, era colpita dal suo aspetto. Si odiava per questo, non solo per via di Zack, ma per la natura urgente e raccapricciante del loro lavoro.
“Agente Ellington” lo salutò tendendogli la mano e cercando di far sembrare il suo tono il più professionale possibile. “Io sono Mackenzie White, uno dei detective impegnati in questo caso.”
“Piacere di conoscerti” disse Ellington. “Il capitano mi ha detto che sei la detective a capo del caso. È così?”
Lei face del suo meglio per nascondere lo shock, ma annuì.
“Esatto” confermò. “So che sei appena sceso dall’aereo, ma dobbiamo sbrigarci e andare alla centrale.”
“Ma certo” le rispose. “Ti seguo.”
Attraversarono l’aeroporto e lo accompagnò al parcheggio sul retro. Restarono in silenzio mentre camminavano e Mackenzie ne approfittò per studiarlo. Sembrava rilassato, non impettito e rigido come i pochi tizi dell’FBI che aveva incontrato. Sembrava anche molto serio e intenso. Aveva un’aria molto più professionale di tutti gli altri uomini con cui lavorava.
Mentre erano in viaggio sull’interstatale, lottando contro il traffico mattutino nei pressi dell’aeroporto, Ellington iniziò a scorrere una serie di email e documenti sul cellulare.
“Dimmi una cosa, Detective White” disse, “che tipo di persona pensi che sia quella che cerchiamo? Ho dato una letta agli appunti che mi ha mandato il Comandante Nelson e devo dire che mi sembri molto acuta.”
“Grazie” disse lei. Poi, liquidando rapidamente il complimento, aggiunse: “Per quanto riguarda il tipo di persona che cerchiamo, credo che tutto scaturisca da un abuso. Se consideri che le vittime non hanno subito violenza sessuale però sono state spogliate e lasciate in biancheria, ciò indica che questi omicidi sono basati su un qualche bisogno di vendetta verso una donna che gli ha fatto un torto in passato. Per questo credo si tratti di un uomo che prova imbarazzo per il sesso, o quantomeno lo trova ripugnante.”
“Vedo che non hai escluso che c’entri la religione” disse Ellington.
“No, non ancora. Il modo stesso in cui dispone le sue vittime ha chiari riferimenti alla crocefissione. Inoltre, il fatto che le donne che uccide siano tutte una rappresentazione del desiderio maschile, rende difficile escludere una pista religiosa.”
L’agente annuì, continuando a guardare il cellulare. Mentre si destreggiava nel traffico, gli lanciava occhiate furtive, colpita dalla sua bellezza. Non saltava subito all’occhio, ma Ellington aveva un fascino semplice ma al tempo stesso vigoroso in lui. Non sarebbe mai stato un leader, ma poteva essere un’aggiunta attraente alla squadra dell’eroe.
“So che ti sembrerò maleducato” disse, “ma sto cercando di assicurarmi di essere aggiornato sul caso. Come sono sicuro saprai, mi hanno convocato per questo caso meno di sei ore fa. Sono un po’ scombussolato.”
“Non sei affatto maleducato” lo rassicurò Mackenzie. Trovava piacevole essere in macchina con un uomo senza che la conversazione fosse farcita di insulti velati e sessismo. “Posso chiederti le tue prime impressioni sul nostro killer?”
“La mia domanda è perché esporre i corpi?” disse Ellington. “Questo mi fa pensare che gli omicidi non siano solo una vendetta personale. Lui vuole che le persone vedano quello che ha fatto. Vuole che queste donne siano uno spettacolo, il che indica che è orgoglioso di ciò che fa. Oserei addirittura supporre che crede di fare un favore al mondo.”
Mackenzie avvertì un moto di eccitazione mentre si avvicinavano al distretto. Ellington era l’esatto opposto di Porter e sembrava avere il suo stesso metodo di analisi del criminale. Non ricordava quando era stata l’ultima volta che aveva potuto condividere liberamente i propri pensieri con un collega senza paura di essere ridicolizzata o sminuita. Aveva già capito che era facile parlare con Ellington e che era una persona che rispettava le opinioni degli altri. Inoltre, in tutta onestà, non guastava che fosse anche attraente.
“Sento che sei sulla pista giusta” disse Ellington. “Detto tra noi, credo che possiamo inchiodare questo tizio. Tra le informazioni sui nodi, il fatto che guida un pick-up o un furgone e il fatto che a quanto pare usa ogni volta la stessa arma, c’è un sacco con cui lavorare. Non vedo l’ora che la nostra collaborazione abbia inizio, Detective White.”
“Anch’io” disse lei, sbirciandolo di nuovo con la coda dell’occhio mentre lui continuava diligentemente a leggere email sul cellulare.
La sua eccitazione continuava a crescere; si sentiva motivata nel proprio lavoro, cosa che non provava da molto tempo. Si sentiva ispirata, rinvigorita, sentiva che le cose nella sua vita stavano per cambiare.
*
Poco più di un’ora più tardi, Mackenzie tornò rapidamente alla realtà osservando l’Agente Jared Ellington nella sala conferenze, in piedi davanti a poliziotti che chiaramente non ritenevano necessario il suo aiuto. Un paio di agenti seduti al tavolo prendevano appunti, ma nell’aria c’era una tensione che si leggeva sui volti di tutti. Notò che Nelson, seduto di fianco al posto principale, sembrava nervoso e a disagio. La decisione finale se chiamare o meno L’FBI era spettata a lui e si intuiva che non fosse più sicuro di aver fatto la scelta giusta.
Nel frattempo, Ellington faceva del proprio meglio per tenere la situazione sotto controllo mentre teneva un breve discorso in cui esponeva gli stessi punti di cui aveva discusso con Mackenzie mentre venivano lì dall’aeroporto – che il killer che cercavano aveva probabilmente un’avversione per il sesso e che era orgoglioso degli omicidi. Analizzò anche tutti gli indizi che avevano e ciò che potevano significare. Fu solo quando parlò di far analizzare il legno dei pali che ottenne una reazione di qualche tipo dai poliziotti al tavolo.
“Per quanto riguarda i campioni di legno” disse Nelson, “i risultati dovrebbero arrivare entro un paio d’ore.”
“A cosa dovrebbe servire comunque?” chiese Porter.
Nelson guardò verso Mackenzie e annuì, dandole il permesso di rispondere alla domanda.
“Be’, basandoci sui risultati potremo controllare gli stabilimenti che producono legname per vedere se qualcuno recentemente ha acquistato quel tipo di legno.”
“Sembra un’ipotesi azzardata” disse un vecchio poliziotto dal fondo della sala.
“Lo è” intervenne Ellington, riprendendo rapidamente il controllo della discussione. “Ma un’ipotesi azzardata è meglio di niente. Vi prego inoltre di non fraintendermi: non sono qui per assumere il controllo totale sul caso, sono qui solo come elemento mobile nella sua risoluzione, una persona di riferimento per fare in modo che abbiate pieno accesso a tutte le risorse che l’FBI può fornire. Questo include ricerca, personale e tutto quello che può servire ad arrestare il killer. Sono qui solo temporaneamente, probabilmente per non più di trentasei o quarantotto ore, poi me ne andrò. Il caso è vostro, signori, io sono solo un aiutante.”
“Allora, da dove iniziamo?” chiese un altro poliziotto.
“Dopo questa riunione mi metterò al lavoro con il Capitano Nelson per dividervi in squadre” disse Ellington. “Manderemo alcuni di voi a parlare con le colleghe di Hailey Lizbrook. Da quel che ho capito, avremo presto i risultati completi dell’autopsia e le informazioni sul corpo rinvenuto la notte scorsa. Non appena sapremo l’esatta identità della vittima, alcuni di voi dovranno andare dalla sua famiglia, poi da alcuni miei colleghi per riferire le informazioni. Avremo anche bisogno di qualcuno che vada a controllare gli stabilimenti del posto, non appena avremo i risultati del test sul legname.”
Mackenzie notò di nuovo la postura rigida di quasi tutti i poliziotti che erano al tavolo. Trovava difficile credere che fossero così orgogliosi (o forse, pensò, pigri) da prendere ordini diretti da qualcuno che non conoscevano bene, a prescindere da quale posizione occupasse nella catena alimentare. Era davvero così difficile liberarsi della mentalità di una piccola cittadina? Se l’era chiesto spesso in seguito al modo umiliante in cui la maggior parte degli uomini presenti l’aveva trattata fin dal suo arrivo.
“Questo è tutto per ora” concluse Ellington. “Ci sono domande?”
Ovviamente non ce n’erano. Nelson però si alzò e si affiancò ad Ellington.
“L’Agente Ellington lavorerà con la detective White, perciò se avete bisogno di lui, lo troverete nel suo ufficio. So che non è molto ortodosso, ma prendiamo le cose per come sono e approfittiamo appieno della generosità dell’FBI.”
Nella stanza si levarono diversi borbottii di consenso, mentre i poliziotti si alzavano dal tavolo e se ne andavano. Mentre uscivano dalla stanza, Mackenzie notò che alcuni la guardavano con più rimprovero e rabbia del solito. Distolse lo sguardo e si alzò per raggiungere Nelson ed Ellington.
“C’è qualcosa di cui dovrei essere messa al corrente?” chiese Mackenzie a Nelson.
“Che intendi dire?”
“Oggi sto ricevendo più occhiatacce del solito,” disse.
“Occhiatacce?” si stupì Ellington. “E perché di solito ricevi delle occhiatacce?”
“Perché sono una giovane donna determinata che dice quello che pensa” spiegò Mackenzie. “Agli uomini di qui non piace. Alcuni di loro pensano che dovrei starmene a casa a cucinare.”
Nelson sembrava estremamente in imbarazzo, e anche un po’ irritato. Pensava che avrebbe tentato di dire qualcosa in difesa propria e dei suoi uomini, ma non ne ebbe l’occasione. Porter si unì a loro sbattendo il giornale locale sul tavolo.
“Credo che sia questo il motivo delle occhiatacce” disse.
Guardarono tutti il giornale. Mackenzie si sentì mancare e Nelson si lasciò andare ad un’imprecazione dietro di lei.
Il titolo in prima pagina recitava “KILLER DELLO SPAVENTAPASSERI ANCORA A PIEDE LIBERO.” Il sottotitolo diceva: “La polizia alle strette sembra non avere risposte, intanto un’altra vittima è stata scoperta.”
La foto mostrava Mackenzie che saliva sull’auto con cui lei e Porter si erano recati nel campo il giorno prima. Il fotografo aveva immortalato tutto il lato sinistro del suo viso. La cosa peggiore era che sembrava piuttosto carina nella foto. Che volesse ammetterlo o no, la foto proprio sotto il titolo essenzialmente faceva di lei il volto dell’indagine.
“Non è giusto” si lamentò, detestando il modo in cui le uscì di bocca.
“Gli altri pensano che la cosa ti diverta” disse Porter. “Credono che tu sia determinata a chiudere questo caso per farti pubblicità.”
“È quello che credi anche tu?” gli domandò Nelson.
Porter fece un passo indietro e sospirò. “Personalmente no. La White mi ha colpito in questi ultimi giorni. Vuole catturare quell’uomo, costi quel che costi.”
“Allora perché non la difendi?” chiese Nelson. “Tienili occupati mentre aspettiamo di scoprire l’identità dell’ultima vittima e i risultati delle analisi sul legno.”
Con l’aria di un bambino che era appena stato sgridato per aver detto una bugia, Porter abbassò il capo e disse: “Sì, signore.” Uscì senza voltarsi.
Nelson guardò di nuovo il giornale, poi si rivolse a Mackenzie. “Secondo me dovresti approfittarne. Se i media vogliono associare alle indagini una bella faccia, lasciali fare. Questo ti farà fare ancora più bella figura quando arresterai il bastardo.”
“Sì, signore,”
“Agente Ellington, cosa le serve da me?” chiese Nelson.
“Soltanto il suo detective migliore.”
Nelson sorrise e puntò il pollice verso Mackenzie. “Ce l’hai davanti.”
“Allora credo che siamo a posto così.”
Nelson uscì dalla sala conferenze, lasciando Mackenzie ed Ellington da soli.
Mackenzie iniziò a raccogliere i suoi appunti e il portatile mentre Ellington si guardava attorno. Era chiaro che si sentiva fuori posto e non era sicuro di come affrontare la cosa. Lei stessa si sentiva un po’ fuori posto. Era contenta che gli altri se ne fossero andati tutti. Le piaceva stare da sola con lui, era come avere un confidente, qualcuno che la vedeva come un suo pari.
“Allora” disse lui, “davvero ti disprezzano solo perché sei giovane e sei una donna?”
Lei scrollò le spalle.
“Così sembra. Ho visto nuovi arrivati – uomini, bada bene – presi di mira, ma non vengono trattati come vengo trattata io. Io sono giovane, motivata e, secondo alcuni, di aspetto piacevole. C’è qualcosa in questa combinazione che li confonde. Per loro è più semplice liquidarmi come una bella figa con troppe ambizioni piuttosto che come una donna sotto i trent’anni che ha un’etica lavorativa più integra della loro.”
“È un peccato” commentò lui.
“Ho percepito un leggero cambiamento negli ultimi due giorni” proseguì lei. “Porter in particolare sembra che stia cambiando opinione.”
“Bene, allora chiudiamo questo caso e facciamo cambiare opinione anche a tutti gli altri” propose Ellington. “Riusciresti ad avere tutte le foto dei due omicidi nel tuo ufficio?”
“Certo,” disse lei. “Ci vediamo lì fra dieci minuti.”
“Contaci.”
Mackenzie decise in quel preciso istante che Jared Ellington le piaceva un po’ troppo. Lavorare con lui per i prossimi giorni sarebbe stato stimolane e interessante, ma non solo per ragioni legate al caso.
CAPITOLO DODICI
Quella sera Mackenzie arrivò a casa appena dopo le sette, perfettamente consapevole che potevano richiamarla al lavoro in qualsiasi momento. C’erano così tante piste aperte adesso, così tanti indizi diversi che potevano richiedere la sua attenzione. Sentiva che il suo corpo era stanco. Fin da quando aveva messo piede sulla prima scena del crimine non era riuscita a dormire bene e sapeva che, se non si fosse concessa un po’ di riposo, avrebbe finito col fare stupidi errori sul lavoro.
Quando oltrepassò la soglia, vide Zack seduto sul divano con in mano il joystick della Xbox. Davanti a lui c’era una bottiglia di birra posata sul tavolino, mentre altre due bottiglie vuote erano per terra. Sapeva che aveva avuto la giornata libera e dedusse che l’avesse passata così. Ai suoi occhi questo lo faceva sembrare un ragazzino irresponsabile e non era affatto quello che voleva trovare a casa dopo una giornata come quella appena trascorsa.
“Ehi, piccola” la salutò Zack, quasi senza spostare lo sguardo dallo schermo.
“Ehi” fu la sua asciutta risposta mentre si dirigeva in cucina. Vedere la birra sul tavolino le aveva fatto venire voglia di berne una anche lei ma, dato che si sentiva esausta e nervosa, optò per una tazza di tè alla menta piperita.
Mentre aspettava che l’acqua bollisse, Mackenzie andò in camera da letto a cambiarsi. Aveva saltato la cena e all’improvviso le venne in mente che in casa non c’era un granché da mangiare. Era un po’ che non faceva la spesa e sapeva fin troppo bene che a Zack non era nemmeno venuto in mente di farla lui.
Quando si fu infilata dei pantaloncini e una maglietta, tornò in cucina dove il bollitore fischiava allettante. Mentre versava l’acqua sulla bustina del tè, poteva sentire gli spari del gioco di Zack. Curiosa e volendo almeno affrontare l’argomento per vedere come avrebbe reagito, non riuscì a tenere per sé la sua frustrazione.
“Cos’hai preparato per cena?” gli chiese.
“Non ho ancora mangiato” rispose, senza neanche scomodarsi a guardarla. “Volevi fare qualcosa?”
Lei fulminò la sua nuca e per un momento si chiese cosa stesse facendo Ellington. Dubitava che giocasse ai videogiochi lui, come un perdente prigioniero della propria infanzia. Aspettò un momento che la rabbia scemasse, poi entrò in salotto.
“No, io non preparo niente, Che hai combinato per tutto il pomeriggio?”
Riuscì a sentire il sospiro di lui anche con le esplosioni del gioco. Zack mise il gioco in pausa e infine si voltò a guardarla. “E questo che diavolo vorrebbe dire?”
“Era solo una domanda” disse lei. “Ti ho chiesto cos’hai fatto per tutto il pomeriggio. Se non avessi perso tempo con quello stupido gioco, forse avresti potuto preparare la cena. O almeno avresti potuto ordinare una pizza o altro.”
“Mi dispiace” disse lui sarcastico e alzando la voce. “E come farei a sapere quand’è che arrivi a casa? Non mi comunichi mai questo genere di cose.”
“Allora chiamami e chiedimelo” sbottò lei.
“Perché diavolo dovrei farlo?” chiese Zack, lasciando il joystick e alzandosi in piedi. “Le poche volte che mi prendo la briga di chiamarti al lavoro, risponde sempre la segreteria e tu non mi richiami mai.”
“Perché sto lavorando, Zack,” disse lei.
“Anch’io lavoro,” disse lui. “Mi faccio il culo in quella dannata fabbrica. Non hai idea di quanto sia pesante il mio lavoro.”
“Sì che ce l’ho” disse lei. “Ma dimmi una cosa: quand’è stata l’ultima volta che mi hai vista tirarmi le dita? Quando torno a casa di solito trovo i tuoi vestiti sporchi per terra e i piatti sporchi nel lavandino. E sai una cosa, Zack? Anche il mio è un lavoro pesante. Dannatamente pesante, e devo vedere cose orribili tutti i giorni, cose che ti farebbero crollare. Non ho bisogno di tornare a casa e trovare un bamboccio che gioca ai videogiochi e chiede cosa c’è per cena.”
“Un bamboccio?” chiese lui, quasi gridando.
Mackenzie non intendeva spingersi così oltre, ma ormai era fatta. Era la pura e semplice verità, che aveva tenuto per sé da mesi e, adesso che era venuta fuori, si sentiva sollevata.
“A volte è quello che sembri” gli disse.
“Che stronza.”
Mackenzie scosse la testa e fece un passo indietro. “Hai tre secondi per rimangiarti quello che hai detto,” gli intimò.
“Oh ma va’ al diavolo,” disse Zack, aggirando il divano per avvicinarsi a lei. Capì che avrebbe voluto metterle le mani addosso, ma non era così stupido da farlo. Sapeva che lei lo avrebbe facilmente potuto affrontare in una lotta; era qualcosa che non aveva problemi a rinfacciarle ogni volta che si lamentava delle cose della loro relazione che lo rendevano infelice.
“Come, scusa?” chiese Mackenzie, quasi sperando che lui si facesse aggressivo e l’aggredisse. Quando lo pensò, capì anche qualcos’altro con assoluta chiarezza: la loro relazione era finita.
“Mi hai sentito,” disse lui. “Tu non sei felice, io non sono felice. È così da un po’, Mackenzie. E francamente, sono stufo di sopportare tutto questo. Sono stanco di essere sempre messo in secondo piano e lo so che non posso competere con il tuo lavoro.”
Lei non disse nulla, per non dire altro che lo potesse provocare. Magari era fortunata e la discussione sarebbe finita a breve, per giungere alla conclusione che entrambi volevano senza litigi furibondi.
Alla fine disse soltanto, “Hai ragione. Io non sono felice. In questo momento non ho tempo per convivere con un ragazzo. E di sicuro non ho tempo per litigi come questo.”
“Oh, scusa se ho sprecato il tuo tempo” disse Zack calmo. Prese la bottiglia di birra, ingollò quello che rimaneva e la posò con forza sul tavolino, così forte che Mackenzie temette che il vetro si rompesse.
“Credo che per adesso te ne dovresti andare” disse Mackenzie. Mantenne il contatto visivo con lui, sostenendo il suo sguardo per fargli capire che la cosa non era negoziabile. In passato avevano avuto litigi in cui lui aveva quasi fatto i bagagli per andarsene. Stavolta però, doveva succedere davvero. Stavolta avrebbe fatto in modo che non ci fossero scuse, sesso riparatore, o conversazioni manipolatrici su quanto avessero bisogno l’uno dell’altra.
Zack infine distolse lo sguardo e sembrò furioso. Però si tenne a distanza superandola per andare in camera. Mackenzie restò in ascolto, in piedi in cucina mentre mescolava pigramente il tè.
Questo è quello che sono diventata, pensò. Sola, fredda e priva di emozioni.
Si accigliò, odiando l’inevitabilità di tutto ciò. Una volta aveva avuto un mentore che l’aveva messa in guardia da questo – da come, se avesse intrapreso una carriera nelle forze di polizia puntando in alto, la sua vita sarebbe diventata troppo indaffarata e frenetica per qualcosa che somigliasse minimamente ad una relazione sana.
Dopo qualche minuto, Mackenzie udì Zack brontolare tra sé. Mentre i cassetti in camera si aprivano e chiudevano, sentì imprecazioni tipo stronza del cazzo, malata di lavoro e fottuto robot senza cuore.
Quelle parole facevano male (non fingeva di essere così dura da non esserne scalfita), ma se le lasciò scivolare addosso. Invece di concentrarsi su di loro, iniziò a pulire il caos lasciato da Zack durante la giornata. Tolse delle bottiglie di birra vuote, qualche piatto sporco e un paio di calzini sporchi mentre l’uomo che aveva creato quel caos – un uomo di cui ad un certo punto era innamorata – continuava a inveire contro di lei dalla camera.
*
Per le 20:30 Zack se n’era andato e un’ora dopo Mackenzie era a letto. Controllò le sue email e vide alcuni scambi di informazioni fra Nelson e altri agenti, ma niente che richiedesse il suo intervento. Soddisfatta del fatto che avrebbe potuto farsi qualche ora di sonno ininterrotto, Mackenzie spense la lampada sul comodino e chiuse gli occhi.
Per provare, stese una mano per sentire il lato vuoto del letto. Avere il lato di Zack vuoto non era troppo strano, dato che per i suoi turni di lavoro, spesso non c’era quando lei andava a letto. Adesso che sapeva che se n’era andato per sempre, però, il letto le sembrava molto più grande. Quando si stirò allungandosi sul lato vuoto, si chiese quand’è che avesse smesso di amarlo. Era almeno da un mese, di questo era sicura. Però non aveva detto niente, nella speranza che qualunque sentimento esistesse fra loro riaffiorasse.
Invece le cose erano andate sempre peggio. Spesso pensava che Zack avesse percepito che lei diventava più distante man mano che i sentimenti che provava verso di lui si affievolivano. Zack però non era tipo da ammettere una cosa del genere. Cercava in tutti i modi di evitare lo scontro e, anche se non le faceva piacere ammetterlo, era piuttosto certa che lui sarebbe rimasto con lei il più possibile anche solo perché aveva paura dei cambiamenti ed era troppo pigro per andarsene.
Mentre rifletteva su tutto ciò, il suo cellulare squillò. Fantastico, pensò. Addio bella dormita.
Riaccese la lampada, convinta che avrebbe visto il numero di Nelson o di Porter sullo schermo del cellulare. O magari era Zack che la chiamava per chiederle di tornare insieme. Invece vide un numero che non conosceva.
“Pronto?” disse, facendo del suo meglio per non sembrare stanca.
“Ehi, Detective White,” disse la voce di un umo. “Sono Jared Ellington.”
“Oh, ciao.”
“Ho chiamato troppo tardi?”
“No” disse lei. “Cosa c’è? Hai qualcosa di nuovo?”
“No, ho paura di no. Anzi, ho saputo che i risultati sul legno arriveranno soltanto in mattinata.”
“Bene, almeno sappiamo come inizierà la giornata” commentò lei.
“Proprio così. Però, senti, mi chiedevo se ti andasse di fare colazione insieme” disse lui. “Vorrei discutere i dettagli del caso con te. Voglio accertarmi che la pensiamo allo stesso modo e che non ci lasciamo sfuggire nemmeno il minimo dettaglio.”
“Certo” accettò lei. “A che ora...”
Si interruppe, guardando verso la porta della camera.
Per una frazione di secondo, aveva sentito qualcosa muoversi fuori dalla stanza. Aveva di nuovo sentito la maledetta asse del pavimento scricchiolare. Ma, ancora peggio, aveva sentito un fruscio. Si alzò lentamente dal letto, tenendo ancora il telefono all’orecchio.
“White, sei ancora lì?” chiese Ellington.
“Sì, ci sono” rispose. “Scusa. Dicevo, a che ora vuoi che ci troviamo?”
“Che ne dici delle sette al Carol’s Diner? Lo conosci?”
“Sì” rispose, camminando verso la porta. Si affacciò fuori dalla camera ma vide solo ombre nel buio, contorni sfocati. “Alle sette va bene.”
“Fantastico” disse lui. “A domani, allora.”
Lei lo udì a malapena mentre usciva dalla camera ed entrava nel corridoio che portava in cucina. Riuscì comunque a rispondere “Perfetto” prima di chiudere.
Accese la luce del corridoio, illuminando così la cucina e rendendo il soggiorno meno buio.
Proprio come era successo notti prima, non c’era nessuno. La stanza non offriva nascondigli e l’unica cosa diversa era che mancava la Xbox che Zack si era portato via. Mackenzie si guardò intorno ancora una volta. Non le piaceva il fatto che bastasse così poco a spaventarla. Camminò persino sull’asse per confrontare il cigolio con quello che aveva sentito. Controllò che la porta d’ingresso fosse chiusa a chiave, poi tornò in camera. Prima di spegnere le luci e tornare a letto si girò un’ultima volta. Tirò fuori la pistola di servizio dal cassetto del comodino e la mise sopra di esso, a portata di mano, quindi spense la luce.
Osservando l’arma nell’oscurità della stanza, sapeva che non ne avrebbe avuto bisogno, ma sapere che era lì l’avrebbe fatta sentire più al sicuro.
Cosa le stava succedendo?
CAPITOLO TREDICI
“Papà? Papà, sono io. Svegliati.”
Mackenzie entrò in camera da letto e si preparò, voltandosi dalla vista di suo padre morto.
“Che è successo, papà?”
C’era anche sua sorella nella stanza, in piedi dall’altra parte del letto, che guardava il padre con uno sguardo deluso.
“Steph, che è successo?” chiese Mackenzie.
“Lui ti ha chiamato ma tu non sei venuta. È colpa tua.”
“No!”
Mackenzie si fece avanti e poi, anche se sapeva che era una pazzia, si arrampicò sul letto e si rannicchiò di fianco al padre. Sapeva che presto la sua pelle sarebbe diventata gelida e pallida.
Mackenzie si svegliò di soprassalto per l’incubo alle 3:12 di notte, ricoperta di sudore.
Restò lì seduta, da sola, piangendo in attesa di riaddormentarsi.
Ma sapeva che ci sarebbero volute ore, ammesso che ci fosse riuscita.
Stranamente, non vedeva l’ora di rituffarsi nel caso. Era per qualche ragione meno doloroso.
*
Quando Mackenzie arrivò al Carol’s Diner un paio d’ore più tardi, era sveglia e vigile. Guardando l’Agente Ellington seduto all’altro lato del tavolino, si vergognò di essersi lasciata sconvolgere così dall’incubo e di essersi lasciata spaventare a quel modo la notte prima. Quale accidenti era il suo problema?
Sapeva cos’era. Il caso l’aveva coinvolta troppo, risvegliando antichi ricordi che pensava aver sepolto. Stava influenzando il suo modo di vivere. Aveva sentito che questo poteva succedere ad altri prima, ma finora non l’aveva mai sperimentato su di sé.
Si chiese se ad Ellington fosse mai capitato. Da dove sedeva lei, lui sembrava ordinato e professionale. L’immagine sputata di come Mackenzie si aspettava che fosse un agente dell’FBI. Era robusto senza essere enorme, sicuro senza essere arrogante. Era difficile immaginare che ci fosse qualcosa che potesse spaventarlo.
La sorprese a fissarlo ma, piuttosto che distogliere lo sguardo imbarazzata, lei sostenne il suo sguardo.
“Che c’è?” le chiese.
“No, niente” disse. “Sto solo cercando di immaginare come sia sapere che basta una singola telefonata per far indagare l’FBI su qualcosa, quando a me servirebbero parecchie ore a convincere la polizia del posto.”
“Non è sempre così facile” disse Ellington.
“Bè, per questo caso l’FBI sembra motivato” gli fece notare Mackenzie.
“L’allestimento rituale della scena del crimine praticamente grida serial killer” disse lui. “E a quanto pare, dopo l’ultimo cadavere rinvenuto, è esattamente quello con cui abbiamo a che fare.”
“E Nelson è accomodante?” chiese lei.
Ellington sorrise e sotto il suo aspetto finemente composto si intravidero i segni di un fascino sottile. “Cerca di esserlo. A volte è difficile uscire dalla mentalità ristretta di un paesino di provincia.”
“Non me ne parlare” disse Mackenzie.
La cameriera arrivò a prendere i loro ordini. Mackenzie optò per un’omelette di verdure, mentre Ellington ordinò un enorme vassoio di cibo. Finita quella distrazione, Ellington giunse le mani e si chinò in avanti.
“Allora” esordì. “A che punto siamo?”
Mackenzie sapeva che lui le stava dando l’occasione di mostrargli il suo metodo. Si capiva dal suo tono e dal sorrisino che gli sfiorava appena gli angoli della bocca. Aveva una bellezza rude e Mackenzie si sentiva leggermente a disagio per quante volte i suoi occhi erano attratti dalle sue labbra.
“Per ora dobbiamo aspettare altri indizi e studiarli con attenzione” disse lei. “L’ultima volta che credevamo di avere una pista promettente, ci sbagliavamo di grosso.”
“Però avete scovato un tizio che vendeva pornografia infantile” le fece notare Ellington. “Perciò non è stato un fallimento totale.”
“È vero. Però credo che tu abbia notato la gerarchia che vige nel nostro distretto. Se non risolvo il caso al più presto, resterò bloccata nella mia posizione per molto tempo.”
“Non ne sarei così sicuro. Nelson ha un’alta considerazione di te. Se lo ammetterebbe o no davanti agli altri, be’, questa è un’altra storia. Ecco perché mi ha affiancato a te. Lui sa che puoi farcela.”
Per la prima volta distolse lo sguardo da lui. Non era sicura di come avrebbe fatto a risolvere il caso se non la smetteva di saltare per ogni piccolo rumore in casa sua e di dormire con la pistola sul comodino.
“Direi che possiamo partire dal campione di legno,” riprese lei. “Andremo dal fornitore locale di quel legno, anche alla segheria. Se non porta a niente, allora dovremo iniziare a fare il terzo grado alle donne che lavoravano con Hailey Lizbrook. Potremmo anche essere così disperati da dover guardare i filmati delle telecamere di sicurezza del club dove lavorava.”
“Sono tutte ottime idee” disse lui. “Un’altra idea che ho intenzione di proporre a Nelson è di mandare poliziotti in incognito in alcuni strip club nel raggio di centocinquanta chilometri. Se sarà necessario, potremo anche inviare degli agenti dagli uffici di Omaha. Esaminando vecchi casi – che Nelson mi ha detto hai centrato in pieno in una riunione precedente – l’uomo che cerchiamo potrebbe anche prendere di mira le prostitute. Non possiamo dare per scontato che si tratti solo delle spogliarelliste.”
Mackenzie annuì, anche se stava cominciando a dubitare che il caso di cui si era ricordata degli anni ’80, dove una prostituta era stata legata ad un palo del telefono, fosse collegato a quel caso. Era comunque bello vedere i propri sforzi riconosciuti da qualcuno con molta esperienza.
“D’accordo” disse Ellington. “Te lo devo proprio chiedere.”
“Cos’è che mi devi chiedere?”
“È evidente che qui sei parecchio sottovalutata, ma è anche chiaro che ti fai il mazzo e sai il fatto tuo. Persino Nelson ha ammesso che sei uno dei suoi detective più promettenti. Ho dato un’occhiata alla documentazione su di te, sai? Tutto quello che ho visto era impressionante. Allora perché resti qui dove non sei apprezzata e non ti vengono date chance, quando potresti benissimo lavorare come detective da qualche altra parte?”
Mackenzie scrollò le spalle. Era qualcosa che si era domandata più volte e la risposta era semplice, anche se morbosa. Sospirò, non volendo affrontare l’argomento ma al tempo stesso non volendo lasciarsi scappare l’opportunità. Aveva spiegato i motivi per cui rimaneva sul posto con Zack in un paio di occasioni – quando ancora comunicavano – e anche Nelson conosceva parte della sua storia. Però non ricordava l’ultima volta che qualcuno l’aveva invitata spontaneamente a parlarne.
“Sono cresciuta appena fuori Omaha” iniziò a raccontare. “La mia infanzia... non è stata delle migliori. Mio padre fu ucciso quando avevo sette anni. Fui io a scoprire il corpo, proprio nella sua camera da letto.”
Ellington si accigliò, il volto carico di compassione.
“Mi dispiace” disse sommessamente.
Lei sospirò.
“Era un investigatore privato” aggiunse. “Prima però aveva fatto il poliziotto di quartiere per cinque anni.”
Anche lui sospirò.
“Io ho una teoria: almeno un poliziotto su cinque ha un qualche trauma irrisolto del passato legato ad un crimine” disse lui. “Ed è proprio quel trauma che li ha spinti a scegliere di proteggere e servire.”
“Già” concordò Mackenzie, non sapendo come reagire al fatto che Ellington l’avesse inquadrata in meno di venti secondi. “Sembra plausibile.”
“L’assassino di tuo padre è mai stato trovato?” le chiese Ellington.
“No. Stando ai fascicoli sul caso che ho letto e a quel poco che mi ha detto mia madre su quello che è successo, mio padre stava indagando su un piccolo gruppo che contrabbandava stupefacenti provenienti dal Messico quando fu ucciso. Il caso fu portato avanti per un po’, poi però fu abbandonato meno di tre mesi dopo. E questo è quanto.”
“Mi dispiace tanto” disse Ellington.
“In seguito, quando realizzai che il sistema giudiziario era pieno di negligenza, desiderai fare qualcosa nelle forze dell’ordine, per l’esattezza la detective.”
“Quindi hai realizzato il tuo sogno entro i venticinque anni” commentò Ellington. “Impressionante.”
Prima che lei potesse aggiungere altro, arrivò la cameriera con il cibo che aveva ordinato. Appena distribuì i piatti, Mackenzie fece per fiondarsi sulla sua omelette, ma vide con sorpresa che Ellington aveva chiuso gli occhi in una silenziosa preghiera di ringraziamento per il cibo.
Non riuscì a trattenersi dal fissarlo mentre era con gli occhi chiusi. Non lo faceva un tipo religioso e vederlo ringraziare per il cibo la commosse. Diede una sbirciatina alla sua mano sinistra e vide che non aveva una fede nunziale. Si domandò come fosse la sua vita privata. Aveva un appartamento da scapolo con il frigo pieno di birra, oppure era più il tipo da rastrelliera da vino e libreria dell’Ikea piena di volumi di letteratura classica e moderna?
Era tutto da scoprire. Ancora più interessante sarebbe stato sapere come avesse fatto a diventare un agente dell’FBI. Si chiese come fosse durante un interrogatorio, oppure nella foga del momento, quando le pistole erano puntate e il sospettato era a un passo dall’arrendersi o aprire il fuoco. Non sapeva nessuna di queste cose su Ellington – e questo era eccitante.
Quando lui riaprì gli occhi e cominciò a mangiare, Mackenzie tornò a guardare il cibo nel suo piatto. Dopo poco, non riuscì a trattenersi.
“Okay, e che mi dici di te?” gli chiese. “Cosa ti ha portato a fare carriera nell’FBI?”
“Sono un figlio degli anni ‘80” disse Ellington. “Volevo essere come John McClane e l’Ispettore Callaghan, solo un po’ più raffinato.”
Mackenzie sorrise. “Sono dei modelli di riferimento piuttosto buoni. Pericolosi e azzardati.”
Lui stava per aggiungere qualcosa, quando gli squillò il cellulare.
“Scusami” disse tirando fuori il telefono dalla tasca della giacca.
Mackenzie ascoltò quello che Ellington diceva nella conversazione, che si rivelò breve. Dopo qualche risposta affermativa e un rapido Grazie, terminò la chiamata e guardò il suo piatto con aria sconsolata.
“Tutto a posto?” gli domandò lei.
“Sì” rispose. “Però dovremo farci incartare il resto del cibo. Sono arrivati i risultati sul campione di legno.”
La guardò negli occhi.
“La falegnameria da cui proviene è a meno di mezz’ora di strada.”
CAPITOLO QUATTORDICI
A Mackenzie era sempre piaciuto l’odore della legna appena tagliata. La riportava con la mente alle vacanze di Natale che passava con i nonni dopo la morte del padre. Suo nonno riscaldava la casa con una vecchia stufa a legna e il retro della casa era sempre impregnato del profumo di legno di cedro e dell’odore non proprio gradevole di cenere.
Come mise piede fuori dall’auto sulla ghiaia del parcheggio della Falegnameria Palmer, le tornò in mente quella vecchia stufa a legna. Sulla sua sinistra c’era la segheria, dove un enorme tronco stava scorrendo su un nastro trasportatore verso una sega grande come la macchina da cui era appena scesa. Poco oltre, c’erano parecchi mucchi di tronchi appena abbattuti che aspettavano il proprio turno.
Si prese un momento per osservare il procedimento. Una pala caricatrice, che sembrava un incrocio tra una gru e il braccio di una macchinetta pesca pupazzi, sollevava i tronchi depositandoli su un apparecchio dall’aspetto arcaico, che li spingeva sul nastro trasportatore. Da lì, i tronchi finivano direttamente contro la sega, che lei immaginò essere regolata per ogni tronco con un meccanismo o un pannello di controllo che non si vedeva dalla sua postazione. Quando si voltò, vide un camion uscire dalla falegnameria, sul rimorchio il legname tagliato grossolanamente e impilato in mucchi alti tre metri.
Curiosamente, guardare tutto quello le fece venire in mente Zack. Aveva fatto richiesta per lavorare in un posto del genere dall’altra parte della città proprio nel periodo in cui gli era stato offerto il lavoro allo stabilimento tessile; quando aveva imparato che allo stabilimento c’erano i turni a rotazione, aveva accettato il lavoro, nella speranza di avere più tempo libero. Secondo lei sarebbe stato bravo a lavorare con il legno; aveva talento nel costruire cose.
“Sembra un lavoro duro” osservò Ellington.
“Anche il nostro non scherza” replicò lei, grata di togliersi dalla mente Zack.
“Senza dubbio” concordò Ellington.
Davanti a loro c’era un semplice edificio in cemento contraddistinto solo da lettere nere stampate sopra l’entrata che recitavano UFFICIO. Camminò a fianco di Ellington verso la porta e, ancora una volta, fu colta di sorpresa quando lui le tenne la porta aperta. Non ricordava di aver mai ricevuto una tale dimostrazione di galanteria o rispetto da nessuno al distretto, fin dal primo giorno in cui aveva avuto il distintivo.
Una volta entrati, i rumori dell’esterno si ridussero ad un sordo rombo. L’ufficio era composto da un grande bancone con dietro file di schedari. L’odore di legna tagliata permeava il luogo e pareva esserci polvere ovunque. In piedi dietro al bancone c’era solo un uomo, cha al loro ingresso stava scrivendo qualcosa su un registro. Quando li guardò fu chiaro che era un po’ confuso – probabilmente a causa del contrasto tra il completo di Ellington e la tenuta casual di Mackenzie.
“Salve” disse l’uomo dietro il bancone. “Posso aiutarvi?”
Ellington prese l’iniziativa, e Mackenzie non aveva nulla in contrario. Le aveva già mostrato il massimo rispetto e, inoltre, aveva più esperienza di lei. A un tratto si domandò dove fosse Porter. Nelson lo aveva forse tenuto in ufficio a esaminare le foto? Oppure si stava occupando di interrogare le colleghe di Hailey Lizbrook?
“Sono l’agente Ellington, e questa è la Detective White” disse Ellington. “Vorremmo parlare con lei un momento su un caso che stiamo cercando di risolvere.”
“Ehm, certo” disse l’uomo, chiaramente ancora confuso. “Siete sicuri di essere nel posto giusto?”
“Sì, signore” disse Ellington. “Anche se non possiamo rivelarle i dettagli del caso, quello che posso dirle è che su tutte le scene del crimine è stato trovato un palo. Abbiamo prelevato un campione del legno e la Scientifica ci ha inviati qui.”
“Dei pali?” chiese l’uomo sorpreso. “Vi riferite al Killer dello Spaventapasseri?”
Mackenzie si accigliò, non gradendo che il caso stesse già diventando argomento di chiacchiere. Se un uomo nell’ufficio solitario di una falegnameria ne aveva sentito parlare, con tutta probabilità le notizie sul caso si stavano diffondendo a macchia d’olio. Oltretutto, c’era la sua faccia sui giornali che raccontavano la storia.
Infatti l’uomo la osservò per bene e le sembrò di vedere un accenno di riconoscimento nel suo viso.
“Sì” rispose Ellington. “È venuto qualcuno di diverso dal solito a comprare la legna?”
“Vorrei potervi aiutare” disse l’uomo dietro il bancone. “Ma ho paura di avere solo briciole da offrirvi. Vedete, io ricevo e vendo legna soltanto da aziende o piccole imprese. Tutto quello che esce da qui di solito finisce in un’altra falegnameria oppure in un’azienda.”
“Che tipo di aziende?” chiese Mackenzie.
“Dipende dal tipo di legna” rispose. “La maggior parte della mia legna va a imprese edili, però ho anche dei clienti che lavorano il legno, per esempio per farne dei mobili.”
“Quanti clienti vede in un mese?” domandò Ellington.
“Più o meno settanta, se il mese è buono” disse. “Ma gli ultimi mesi sono stati un po’ fiacchi, quindi forse sarà più semplice trovare quel che cercate.”
“Ancora una cosa” disse Mackenzie. “Applica un qualche tipo di contrassegno alla legna che esce di qui?”
“Se l’ordine è molto grosso, a volte metto un timbro su un pezzo per carico.”
“Un timbro?”
“Esatto. Lo faccio con una piccola pressa che è qui fuori. Imprime sul legno la data e il nome della mia falegnameria.”
“Quindi non è inciso o intagliato?”
“No, niente del genere” rispose l’uomo.
“Saprebbe possibile recuperare dal registro i nomi dei clienti hanno acquistato pali in legno di cedro pretagliati?” chiese Ellington.
“Certo, lo posso fare. Sapete la misura?”
“Un attimo” disse Ellington prendendo il cellulare, probabilmente per recuperare l’informazione.
“Due metri e mezzo” disse Mackenzie, che ricordava la cifra a memoria.
Ellington le rivolse un sorriso.
“Piantato ad una profondità di trenta centimetri” proseguì Mackenzie, “e il resto che spunta dal terreno.”
“Inoltre si tratta di pali piuttosto vecchi” aggiunse Ellington. “La legna non era fresca. Dai test non risulta nemmeno che sia mai stata trattata.”
“Questo rende le cose più semplici” disse l’uomo. “Se davvero i pali se li è procurati da me, io il legno vecchio lo tengo nel mucchi degli avanzi. Datemi qualche minuto che vi cerco l’informazione. Quanto indietro mi devo spingere nella ricerca?”
“Facciamo tre mesi, per stare sul sicuro” disse Ellington.
L’uomo annuì e aprì uno degli schedari dall’aspetto antico che stavano dietro di lui. Mentre aspettavano, il cellulare di Mackenzie si mise a squillare. Rispose col terrore che fosse Zack che le chiedeva di riconciliarsi. Fu sollevata nel vedere che era Porter.
“Pronto?” rispose.
“Mackenzie, dove ti trovi in questo momento?” le chiese Porter.
“Sono con Ellington alla Falegnameria Palmer a verificare i risultati dei test sui campioni che abbiamo preso dal palo.”
“Qualche risultato?”
“Sembra un indizio che porta a tanti altri indizi.”
“Be’, merda” disse Porter. “Mi dispiace dirvelo, ma ho notizie peggiori.” Esitò per un attimo, poi lei sentì un sospiro tremante all’altro capo del telefono, prima che lui aggiungesse:
“Abbiamo un altro cadavere.”
CAPITOLO QUINDICI
Quando, quaranta minuti più tardi, giunsero sulla nuova scena del crimine, Mackenzie era più che leggermente a disagio per il fatto che questo omicidio fosse così vicino a casa. La scena si trovava precisamente a trentacinque minuti da casa sua, sul retro di un’abitazione fatiscente abbandonata da un pezzo. Riusciva praticamente a sentire l’ombra della donna assassinata allungarsi oltre la pianura, oltre le strade cittadine, per arrivare alla sua porta.
Fece del suo meglio per nascondere il nervosismo mentre con Ellington camminava verso il palo. Guardò verso la vecchia casa, nelle finestre vuote. Le parvero come enormi occhi minacciosi, che la scrutavano deridendola.
Intorno al palo c’era un capannello di poliziotti, con Porter al centro. Si girò verso Mackenzie ed Ellington quando si avvicinarono, ma Mackenzie se ne accorse a stento. Era troppo intenta a digerire la vista del corpo, accorgendosi subito di due grosse differenze nella vittima.
Per prima cosa, la donna aveva un seno piccolo, mentre le vittime precedenti erano entrambe prosperose. Inoltre, le frustate che sulle altre vittime erano limitate alla schiena, stavolta erano anche su petto e ventre.
“La cosa ci sta sfuggendo di mano” mormorò Porter con voce tirata.
“Chi ha scoperto il corpo?” volle sapere Mackenzie.
“Il proprietario del terreno. Vive tre chilometri ad est da qui. La stradina privata era chiusa con una catena e aveva notato che era stata tagliata. Dice che nessuno viene qui di solito, tranne l’occasionale cacciatore durante la stagione dei cervi, ma come sapete la stagione dei cervi è fra molti mesi. Inoltre, afferma di conoscere tutti gli uomini che vengono a cacciare qui.”
“Quindi questa è una strada privata?” chiese Mackenzie, girandosi a guardare la strada sterrata che avevano appena percorso per giungere lì.
“Esatto. Quindi chiunque abbia fatto questo” disse accennando al corpo appeso, “ha tranciato la catena. Sapeva dove avrebbe esposto il suo prossimo trofeo. Ha pianificato tutto.”
Mackenzie annuì. “Questo denota uno scopo ben preciso, non un semplice istinto psicopatico.”
“È possibile che sia implicato il proprietario?” chiese Ellington.
“Due dei miei uomini lo stanno interrogando nella sua abitazione proprio adesso” rispose Nelson. “Ma dubito che sia coinvolto. Ha settantotto anni e zoppica. Non ce lo vedo a piantare pali, né tantomeno a convincere le spogliarelliste a salire sul suo furgone.”
Mackenzie si avvicinò al cadavere, subito seguita da Ellington. La donna sembrava molto più giovane delle altre, forse aveva appena vent’anni. La testa era china, rivolta a terra, ma Mackenzie notò il rossetto rosso scuro sbavato sulla guancia e sul mento. Anche il mascara era colato, lasciando strisce scure sul suo viso.
Mackenzie si portò dietro il palo. Le frustate erano identiche a quelle degli altri omicidi. Alcune erano così recenti da essere ancora umide, con il sangue non ancora del tutto secco. Si chinò verso la base del palo, ma Nelson la fermò.
“Ho già controllato” disse. “I numeri ci sono.”
Ellington si unì a lei per guardarli, quindi si rivolse a Mackenzie. “Nessuna idea di cosa rappresentino queste sigle?”
“Nessuna” rispose lei.
“Credo che non ci sia bisogno di dirlo” disse Nelson, “ma questo caso da adesso avrà la massima priorità. Agente Ellington, quanto ci vuole per far arrivare altri agenti?”
“Posso fare una chiamata e probabilmente qualcuno potrebbe arrivare già oggi pomeriggio.”
“Lo faccia, per favore. Com’è andata alla falegnameria?”
“Abbiamo ottenuto sedici nomi” disse Mackenzie. “La maggior parte si riferisce a imprese edili. Dobbiamo controllare i nomi uno ad uno e vedere se qualcuno ha informazioni utili.”
“Manderò alcuni uomini a occuparsene” disse. “Per adesso voglio che tu ed Ellington seguiate gli indizi più promettenti. Voi due siete gli elementi di punta in questo dannato caso, quindi fate tutto quello che dovete per risolverlo. Voglio il figlio di puttana nella stanza degli interrogatori entro stasera.
“Nel frattempo, farò esaminare le mappe della zona per un raggio di centocinquanta chilometri. Le suddivideremo e inizieremo a sorvegliare le aree isolate, come questa, come il campo dell’ultimo omicidio e i campi di granturco con facile accesso.”
“C’è altro?” chiese Ellington.
“Non mi viene in mente altro. Tenetemi aggiornato anche sui più piccoli dettagli che vi capiteranno. Tornerò a parlare con voi tra un istante” disse Nelson. Quindi guardò Mackenzie le fece cenno con la testa di seguirlo. “White, posso parlarti un secondo?”
Mackenzie andò con Nelson sul lato della casa fatiscente, chiedendosi di cosa si trattasse.
“Ti trovi bene a lavorare con Ellington?” le domandò.
“Sì, signore. Quando si tratta di parlare è diretto e incredibilmente disponibile.”
“Bene. Ascolta, non sono un idiota. So che hai del potenziale e so che se c’è qualcuno tra quelli che lavorano per me che potrebbe acciuffare il bastardo, quella sei tu. Che mi venga un accidente se lascerò che i federali ci soffino il caso da sotto il naso. Per questo voglio che sia tu a lavorare con lui. Ne ho già parlato con Porter e gli ho cambiato partner. Lavora ancora sul caso, ma lui si occuperà di andare a interrogare varie persone.
“E lui è d’accordo?”
“Tu non ti devi preoccupare di questo. Per adesso, concentrati sul caso e segui il tuo istinto. So che prenderai le decisioni giuste, non stare a consultarti con me per ogni cosa. Fai tutto quello che serve per farla finita. Puoi farmi questo favore?”
“Sì, signore.”
“Lo speravo” disse Nelson con un sorrisetto. “E adesso tu ed Ellington smammate da qui e andate a concludere qualcosa.”
Le diede una leggera pacca sulla schiena che, tutto sommato, era quasi l’equivalente di Ellington che le teneva la porta aperta. Era un grosso sforzo da parte di Nelson e lei lo apprezzava. Tornarono insieme al cadavere e Mackenzie guardò di nuovo i numeri. Sentiva che c’era qualcosa lì, che la chiave di tutto era in quei maledetti numeri.
Aveva l’impressione che una parte dell’assassino volesse essere catturata. Li stava stuzzicando.
“Tutto bene?” le domandò Ellington, in piedi all’altro lato del palo.
Gli fece cenno di sì, rialzandosi.
“Ti sono mai capitati altri casi come questo?”
“Soltanto due” rispose. “E uno ha portato a otto omicidi prima che lo catturassimo.”
“Credi che sarà così anche con il nostro killer?” gli chiese.
Non le piaceva che la domanda la facesse sembrare insicura o addirittura inesperta, ma doveva saperlo. Per capire quanto quel caso stesse iniziando a influenzarla, le bastava ricordare quanto si era spaventata a casa sua, dopo aver sentito lo scricchiolio dell’asse. Aveva perso il ragazzo, lentamente stava perdendo la calma e non avrebbe lasciato che il caso le facesse perdere altro.
“Non se possiamo evitarlo” rispose Ellington, poi sospirò. “Allora dimmi, cosa vedi di nuovo qui?”
“Intanto, il fatto che l’assassino abbia scelto una stradina in mezzo al nulla sembra strano. La catena non è bastata a fermarlo. Non solo, lui sapeva che c’era. Era attrezzato per tagliarla.”
“E questo cosa significa?”
Sapeva che la stava mettendo alla prova, ma in un modo che non metteva in dubbio la sua intelligenza. La stava sfidando, e a lei piaceva.
“Significa che non sceglie i luoghi a caso. Deve avere un motivo.”
“Quindi non soltanto gli omicidi sono premeditati, ma anche i posti.”
“Così sembra. Secondo me...” iniziò, poi fermandosi.
Aveva visto un movimento alla sua destra, al limitare della piccola foresta.
Per un attimo le sembrò di esserselo immaginato.
Poi però lo notò di nuovo.
Qualcosa si muoveva, addentrandosi nel bosco. Riuscì appena distinguere la sagoma di una persona.
“Ehi!”
Fu tutto ciò che le venne in mente di dire, e le uscì un po’ esaltato. Al suono della sua voce, la sagoma si allontanò ancor più in fretta, non cercando più di passare inosservata mentre spezzava ramoscelli e faceva frusciare le foglie al suo passaggio.
Agendo d’istinto, Mackenzie scattò di corsa verso il bosco. Quando Ellington riuscì a raggiungerla, era già oltre dal campo, tra gli arbusti. Gli alberi intorno a lei sembravano dimenticati e incolori, proprio come la casa che si era lasciata alle spalle, con le finestre nere che ancora la osservavano.
Si fece strada scansando i rami. Sentiva che Ellington era dietro di lei, ma non perse tempo a voltarsi per controllare.
“Fermo!” intimò.
Non si stupì quando la persona continuò a correre. Mackenzie aveva calcolato in pochi secondi che era più veloce del suo obiettivo, e gli si avvicinava con una rapidità di cui era sempre andata fiera. Dei rami la colpirono al volto e si sentì addosso delle ragnatele, ma continuò a sfrecciare nella foresta, imperterrita.
Quando fu più vicina alla sagoma, vide che era un uomo con una felpa nera e un paio di jeans scuri. Non si voltò nemmeno una volta verso di lei, quindi non riuscì a capire quanti anni potesse avere, ma quello che riuscì a capire fu che era un po’ in sovrappeso e a quanto pareva anche fuori forma. Lo sentì ansimare quando gli fu alle calcagna.
“Maledizione” esclamò quando lo raggiunse, protendendo il braccio e afferrandolo per una spalla. “Ho detto fermati!”
Così dicendo lo spintonò, facendolo finire a terra. Rotolò prima di fermarsi.
L’ho preso, pensò Mackenzie.
L’uomo provò a rialzarsi, ma Mackenzie gli rifilò prontamente un calcio dietro il ginocchio che lo mandò di nuovo a terra. Cadendo sbatté la faccia su una radice che spuntava dal terreno.
Mackenzie piantò un ginocchio nella schiena dell’uomo e prese la pistola. Ellington infine la raggiunse e la aiutò ad immobilizzare l’uomo a terra. Mackenzie prese le manette mentre Ellington tirava le braccia dell’uomo indietro facendolo gridare dal dolore. Mackenzie gli schiaffò le manette, poi lo tirò bruscamente in piedi.
“Come ti chiami?” gli domandò.
Gli si mise davanti e lo vide in faccia per la prima volta. Il tizio sembrava inoffensivo, sovrappeso e sembrava aver passato i trenta da un po’.
“Non dovreste chiedermi certe cose prima di aggradirmi?”
Ellington lo scosse leggermente e aumentò la pressione sulla sua spalla. “Ti ha fatto una domanda.”
“Ellis Pope” rispose l’uomo, visibilmente scosso.
“Come mai sei qui?”
Subito non disse niente, e grazie al silenzio Mackenzie sentì del trambusto nella boscaglia. I rumori provenivano da destra e voltandosi in quella direzione, vide Nelson seguito da tre poliziotti che si precipitavano tra gli alberi.
“Che diavolo succede?” gridò Nelson. “Vi ho visti partire a razzo e...”
Si bloccò quando vide che con loro c’era una terza persona, le mani ammanettate dietro la schiena.
“Ha detto di chiamarsi Ellis Pope” spiegò Mackenzie. “Se ne stava ad osservarci dal confine della foresta. Quando l’ho chiamato, se l’è data a gambe.”
Nelson si avvicinò minaccioso a Pope ed era chiaro che si stesse sforzando per non aggredirlo. “Che ci faceva qui, signor Pope?” gli chiese. “È rimasto nelle vicinanze ad ammirare il suo lavoro?”
“No” si difese Pope, più spaventato che mai.
“Allora perché era qui?” insistette Nelson. “È l’ultima volta che glielo chiedo, prima di perdere la pazienza.”
“Sono un giornalista” disse.
“Per quale giornale lavora?” domandò Mackenzie.
“Non un giornale. Per un sito web. The Oblong Journal.”
Mackenzie, Nelson ed Ellington si scambiarono uno sguardo a disagio, poi Mackenzie estrasse il cellulare dalla tasca. Aprì il browser e cercò The Oblong Journal, quindi aprì la pagina. Andò subito alla pagina sullo Staff e non solo trovò il nome Ellis Pope, ma la foto corrispondeva all’uomo che avevano davanti.
Mackenzie raramente diceva parolacce, ma passando il telefono a Nelson si lasciò sfuggire: “Cazzo”.
“E adesso” disse Ellis Pope, realizzando di stare lentamente riacquistando il controllo della situazione. “Con quale sbirro dovrei parlare per sporgere denuncia?”
CAPITOLO SEDICI
Mackenzie si sentiva un po’ fuori dal suo elemento in compagnia di Ellington e, stranamente, la sensazione si accentuò mentre sedevano fianco a fianco in un bar due ore più tardi. Sapeva che entrambi dovevano avere un aspetto esausto, e questo li faceva confondere con il resto dei clienti. Non erano gli unici vestiti abbastanza eleganti; anche i clienti appena smontati dal lavoro erano vestiti in modo leggermente meno casual, seduti al bancone in camicia, cravatta e gli stessi pantaloni che avevano indossato in ufficio. La debole luce del pomeriggio si riversava da due finestre dalla parte opposta del locale, ma erano i neon e i riflessi sulle bottiglie di alcolici che creavano l’atmosfera.
“Hai qualche idea su come abbia fatto Pope a scoprire la scena del crimine così in fretta?” le chiese Ellington.
“No, nessuna. Dev’esserci una talpa tra noi.”
“È quel che penso anch’io” concordò Ellington. “Proprio per questo credo che Nelson non sia stato così duro con te. Non avresti mai potuto immaginare che la persona nel bosco fosse un giornalista. Specialmente dopo che Pope si è dato alla fuga in quel modo.”
“Già, speriamo” commentò lei.
Mackenzie sapeva di essersela cavata con poco. Il suo superiore l’aveva vista atterrare un giornalista indifeso e cicciottello con una presa piuttosto dura. E anche se Pope si era fatto solo un taglietto sulla tempia per aver sbattuto contro una radice, avrebbe potuto incorrere in provvedimenti, anche se l’uomo aveva violato una proprietà privata. Invece aveva ricevuto l’equivalente di un buffetto sulle mani. Aveva visto Nelson perdere il controllo per molto meno. Questo la fece riflettere su quanta fiducia dovesse riporre in lei. Il fatto di averla lasciata allegramente impunita mentre Ellis Pope stava probabilmente contattando un avvocato la diceva lunga su quanto si fidasse di lei.
Ovviamente, le aveva anche intimato di sparire dalla sua vista e andarsene a ritrovare la bussola prima di aggredire il prossimo povero bastardo che le capitava a tiro. Ed era esattamente quello che aveva fatto, approfittando della possibilità di fuga prima che potesse rimangiarsi la decisione di farla partecipare attivamente al caso.
Mentre sorseggiava nel modo più responsabile possibile una birra artigianale, provò a ricordare l’ultima volta che era andata in un locale per sfuggire al mondo. Di solito usava il lavoro per quello, e ora che Zack era fuori di scena, era molto più facile ammetterlo. Così, adesso che doveva allontanarsi dal lavoro per un po’, le pareva surreale essere seduta in un locale.
La cosa ancora più strana, tuttavia, era essere seduta vicino ad un agente dell’FBI che aveva conosciuto soltanto il giorno prima. Nel breve lasso di tempo che aveva trascorso con l’agente Ellington, aveva capito un paio di cose su di lui. Innanzi tutto, era un galantuomo all’antica: le teneva le porte aperte, la interpellava sempre prima di prendere una decisione, parlava formalmente con chi era più anziano di lui e inoltre sembrava protettivo nei suoi confronti. Quando erano entrati nel locale, due uomini non avevano fatto nessuno sforzo per nascondere il fatto che la stessero spogliando con gli occhi. Notandolo, Ellington le si era messo di fianco, nascondendola ai loro sguardi.
“Lo sai perché gli uomini del tuo distretto sono così rancorosi verso di te, vero?” disse Ellington.
“Io immaginavo che fossero semplicemente stati cresciuti così” disse Mackenzie. “Se non indosso un grembiule per servirgli un panino o una birra, a che servo?”
Lui scrollò le spalle. “Potrebbe essere così, in parte, ma direi che sia qualcos’altro. Io credo che sia perché li intimidisci. Anzi, credo proprio che abbiano quasi paura di te. Hanno paura che tu li faccia sembrare stupidi e inetti.”
“Cosa te lo fa pensare?”
Per un attimo, si limitò a sorriderle. Anche se il sorriso non aveva niente di apertamente romantico, era bello essere guardata in quel modo. Non ricordava l’ultima volta che Zack l’aveva guardata a quel modo – come qualcuno da apprezzare, piuttosto che usare o sopportare.
“Allora, prima le cose ovvie: sei giovane e sei una donna, Praticamente sei il computer nuovo che arriva in ufficio e svolge tutti i lavori. Inoltre, a quel che sento, sei un’enciclopedia ambulante per quanto riguarda la medicina legale e le indagini. Aggiungi il modo in cui hai inseguito quel povero giornalista oggi, ed ecco il quadro completo. Tu sei la razza nuova, loro dei vecchi cani. Una cosa del genere.”
“Quindi è paura del progresso?”
“Certo. Dubito che la vedrebbero in questi termini, ma essenzialmente tutto si riduce a quello.”
“Devo supporre che sia un complimento?” domandò lei.
“Certo che lo è. Questa è la terza volta che mi mettono in coppia con un detective così motivato e finora tu sei quella più abile e determinata. Sono contento di lavorare con te.
Lei si limitò ad annuire, non sapendo ancora come gestire i suoi complimenti e le sue valutazioni. Sul lavoro era stato molto professionale, da manuale – non solo nel suo approccio al lavoro, ma anche nel suo approccio verso di lei. Ma adesso che faceva un po’ meno il riservato, Mackenzie aveva difficoltà a capire dove finisse l’Ellington in servizio e dove iniziasse l’Ellington non in servizio.
“Hai mai pensato di entrare nell’FBI?” le chiese Ellington.
La domanda la prese così alla sprovvista da lasciarla senza parole per un po’. Naturalmente ci aveva pensato. Da bambina era il suo sogno. Però, anche se ora era una determinata ventiduenne che puntava a fare carriera nelle forze dell’ordine, l’FBI le pareva un sogno irraggiungibile.
“La risposta è sì, quindi?” le chiese.
“È così evidente?”
“Un po’. Mi sembri in imbarazzo e questo mi fa pensare che tu ci abbia effettivamente pensato, senza mai provarci però.”
“Per un po’ era una specie di sogno che avevo” spiegò lei.
Era imbarazzante ammetterlo, ma c’era qualcosa nel modo in cui riusciva a leggere dentro di lei che non le dispiaceva affatto.
“Le capacità le hai” disse Ellington.
“Grazie, però credo che le mie radici qui siano troppo profonde. Sento che è troppo tardi.”
“Non è mai troppo tardi, sai.”
La guardò con sguardo intenso e professionale.
“Vuoi che metta una buona parola per te, per vedere se ne esce qualcosa?”
La sua offerta la sbalordì. Da un lato lo desiderava più di ogni altra cosa; dall’altro, faceva affiorare tutte le sue vecchie insicurezze. Chi era lei per avere il diritto di lavorare nell’FBI?
Lentamente, fece di no con la testa.
“No, ma ti ringrazio” rispose.
“Perché no?” si stupì lui. “Non voglio parlare troppo male degli uomini con cui lavori, ma ti stanno sfruttando.”
“Cosa farei all’FBI?” chiese lei.
“Saresti un agente operativo fantastico” disse. “Accidenti, forse persino una profiler.”
Mackenzie fissò pensosamente la birra, un po’ spiazzata. Era rimasta di nuovo senza parole per la sorpresa e sentiva di dover riflettere su molte cose. Cosa sarebbe successo se fosse riuscita a diventare un agente? Quanto drasticamente sarebbe cambiata la sua vita? Quanto sarebbe stato gratificante fare un lavoro che amava senza essere ostacolata da uomini come Nelson e Porter?
“Va tutto bene?” le chiese Ellington.
Con lo sguardo ancora fisso sulla sua birra scura, sospirò. Pensò a Zack per un istante, ma non riuscì a ricordare l’ultima che avessero parlato di qualcosa di significativo. Quando era stata l’ultima volta che l’aveva elogiata come stava facendo Ellington in quel momento? Anzi, quando era stata l’ultima volta che un uomo qualsiasi le aveva fatto dei complimenti?
“Sì, sto bene” rispose infine. “Apprezzo davvero tutto quello che hai detto. Mi hai dato molto su cui riflettere.”
“Bene” disse piano Ellington, senza perdere un colpo. “Però lascia che ti chieda una cosa: ti capita spesso di reprimerti?”
“Non credo di essere così” disse. “Penso sia per... non so, forse via per il mio passato?”
“Ti riferisci alla morte di tuo padre?”
Lei annuì.
“In parte è per quello” ammise.
Poi c’è la mia sfilza di relazioni finite male, pensò, ma trovò fosse inappropriato da dire. E mentre ci rimuginava, all’improvviso si domandò se le due cose fossero collegate – la morte di suo padre e le sue relazioni. Forse la fonte di tutto era la morte, dopotutto.
Si sarebbe mai ripresa? Non vedeva come avrebbe potuto. Per quanti uomini malvagi sbattesse in cella, niente sembrava aiutarla.
Lui annuì, come se capisse perfettamente.
“Capisco” disse.
Poi, rivolgendogli un sorriso smagliante per fargli capire di stare scherzando, gli domandò: “Mi stai psicoanalizzando, Agente Ellington?”
“No, sto parlando con te. Ti sto ascoltando. Solo questo.”
Mackenzie terminò la sua birra e fece scivolare il bicchiere sul bancone. Il barista lo riempì prontamente, rimettendoglielo davanti.
“Lo so che è per quello che il caso mi ha scossa così tanto” aggiunse. “Un uomo sta usando delle donne. Magari non per sesso, ma comunque infligge loro dolore e vergogna per dimostrare una sua folle convinzione.”
“E questo è il tuo primo caso del genere?”
“Sì. Voglio dire, sono stata chiamata per litigi domestici dove il marito picchiava la moglie e ho interrogato due donne che erano state stuprate. Ma niente del genere.”
Bevve la birra, realizzando che andava giù troppo facilmente. Non era mai stata una gran bevitrice e la birra – la terza di quella sera – la stava spingendo verso un confine che aveva cercato di non superare fin dai tempi dell’università.
“Non so se ti fidi del mio intuito” disse Ellington, “ma sento che acciufferemo questo tizio in pochi giorni. Ne sono abbastanza sicuro. Sta diventando troppo arrogante e tutti gli indizi che stiamo accumulando alla fine ci ripagheranno. E poi, il fatto che ci sia tu al comando è un grosso vantaggio.”
“Come fai ad esserne così sicuro?” gli chiese. “Intendo, del fatto che io ci riuscirò. E perché sei così gentile?”
La stava riempiendo di fiducia in sé e, allo stesso tempo, stava rafforzando un lato del suo carattere che lei considerava pessimo. Sapeva che tendeva a stare sulla difensiva con gli uomini che le facevano complimenti, principalmente perché era sempre una la cosa che volevano. Guardando Ellington che le sorrideva, pensò che non sarebbe stato male se anche lui volesse quella cosa. In effetti stava iniziando a pensare che le sarebbe piaciuto un sacco. Ma, ovviamente, se ne sarebbe andato via il giorno seguente e con tutta probabilità lei non lo avrebbe rivisto mai più.
Forse è esattamente quello che mi serve, pensò. Una notte. Niente sentimenti, niente aspettative, solo il buio e questo agente dell’FBI troppo bello per essere vero che sembra sapere sempre le cose giuste da dire e...
Troncò quel pensiero perché, francamente, era fin troppo allettante. Poi si accorse che Ellington non aveva ancora risposto alla sua domanda: Perché sei così gentile?
Lui trattenne un sorriso e infine rispose.
“Perché ti meriti un po’ di aiuto. Io ho ottenuto la mia posizione perché conosco un tale che conosce un tale che conosce il vice comandante. E ti posso assicurare che metà dei cavernicoli del tuo commissariato può dire la stessa cosa, o qualcosa di simile.”
Lei si mise a ridere, realizzando così di essere ad un passo dal superare il confine. Mentre cercava di ricordarsi l’ultima volta che si era ubriacata, mandò giù il resto della birra e spinse il bicchiere in avanti. Quando il barista si avvicinò per riempirlo, lei scosse la testa per impedirglielo.
“Puoi guidare tu?” chiese poi a Ellington. “Scusa, ma non reggo molto l’alcol.”
“Certo, va bene.”
Quando il barista portò il conto a tutti e due, Ellington glielo prese prima che lei riuscisse a toccarlo. Guardandolo, decise che aveva intenzione di scoprire come sarebbe stata una notte priva di sentimenti con un uomo che sembrava uscito dai sogni. Dopotutto, ora aveva la casa e il letto tutti per sé. Che male c’era?
Andarono alla macchina e notò che Ellington le camminava vicinissimo. Le aprì la portiera, aumentando il proprio fascino ai suoi occhi. Quando la chiuse fece il giro per entrare dalla parte del guidatore, Mackenzie buttò la testa sul poggiatesta e fece un profondo sospiro. Prima una casa abbandonata con una donna morta appesa a un palo, adesso era a un passo dal proporsi ad un uomo che aveva conosciuto soltanto il giorno prima... Davvero era tutto successo in meno di dodici ore?
“La tua macchina è alla centrale, giusto?” chiese Ellington.
“Sì” rispose lei. Poi, col cuore che batteva forte, aggiunse esitante. “Ma casa mia è di strada... se vuoi, possiamo fermarci lì e basta.”
Lui la guardò perplesso, e gli angoli della sua bocca sembrarono lottare tra un sorriso e una smorfia. Aveva chiaramente colto quello che lei gli stava suggerendo; non dubitava che avesse già ricevuto offerte simili in passato.
“Oh, Gesù” disse massaggiandosi la tempia. “Per dimostrarti ulteriormente la mia forte volontà e il mio carattere, questa è la parte in cui ti dico che sono sposato.”
Mackenzie gli guardò la mano sinistra, la stessa che aveva continuato a sbirciare nel locale per essere sicura. Non indossava la fede.
“Lo so” disse lui. “Non la porto mai sul lavoro. Mi dà fastidio quando devo impugnare la pistola.”
“Oh mio Dio” disse Mackenzie. “Mi...”
“No, non c’è problema” disse. “E credimi, sono davvero lusingato. Le mie parole erano sincere. E, anche se sono sicuro che il maschio primitivo che è in me mi prenderà a calci nel sedere per il resto della vita, amo troppo mia moglie e mia figlia. Penso che...”
“Puoi accompagnarmi alla mia macchina e basta?” tagliò corto Mackenzie in imbarazzo. Guardò fuori dal finestrino ed ebbe voglia di urlare.
“Mi dispiace” disse Ellington.
“Non dispiacerti. È colpa mia. Avrei dovuto saperlo.”
Lui avviò la macchina e uscì dal parcheggio. “Che cosa?” chiese mentre tornavano alla centrale.
“Niente” disse lei, rifiutandosi ancora di guardarlo.
Ma nel silenzio che incombeva pesante sulla via del ritorno, pensò: Avrei dovuto saperlo che non dovevo credere in qualcosa di troppo bello per essere vero.
Mentre guidavano in silenzio, desiderò farsi minuscola e morire, odiandosi, domandandosi se avesse appena gettato all’aria la migliore opportunità che le fosse capitata da molto, molto tempo.
CAPITOLO DICIASSETTE
La mattina seguente Mackenzie fu svegliata alle 6:45 dalla suoneria di un messaggio in arrivo. Era già sveglia, in biancheria intima. Controllò il messaggio e il cuore le sprofondò nel vedere che era da parte di Ellington.
Vado a casa. Ti chiamo più tardi per un aggiornamento.
Pensò di chiamarlo in quello stesso istante. Sapeva benissimo di essersi comportata come un’adolescente che era stata scaricata, il giorno prima. Accidenti, non era nemmeno stata respinta davvero, in realtà. Ellington era solo rimasto fedele al proprio personaggio, aggiungendo marito fedele alla lunga lista di caratteristiche ammirevoli.
Alla fine lascò perdere. Provava ancora vergogna ma, più che altro, si sentiva sconfitta. E non le capitava spesso di sentirsi così. Il killer era ancora a piede libero e loro non erano più vicini alla sua cattura di quanto non lo fossero tre giorni prima. Aveva perso il ragazzo con cui conviveva da tre anni e si era infatuata di un agente dell’FBI meno di ventiquattro ore dopo. A peggiorare le cose, aveva visto come avrebbe potuto essere il suo futuro quando era con Ellington; aveva visto come avrebbe potuto essere il suo lavoro con qualcuno che la rispettava e, in un certo senso, fosse impressionato da lei. E adesso, tutto era sparito.
Le rimanevano solo Porter e Nelson, pronti a riempirla di dubbi nel bel mezzo di un caso che le si stava insinuando sotto pelle.
Infilandosi una camicia, sedette sul bordo del letto e guardò il cellulare. All’improvviso, non era più Ellington che voleva chiamare. Stava pensando a qualcun altro – qualcuno che condivideva gli stessi traumi e lo senso di fallimento che lei conosceva così bene.
Con un’improvvisa stretta allo stomaco, Mackenzie sollevò il cellulare dal comodino e scorse tra i suoi contatti. Quando arrivò al nome Steph, premette il tasto di chiamata, poi fu sul punto di chiudere subito la comunicazione.
Quando il telefono iniziò a squillare, si era già pentita di aver chiamato. Dopo due squilli, qualcuno rispose. La voce di sua sorella all’altro capo del telefono le era familiare, ma non la sentiva certo spesso.
“Mackenzie” rispose Stephanie. “È presto.”
“Tu non dormi mai dopo le cinque” le fece notare Mackenzie.
“Questo è vero, ma ti stavo solo facendo notare che è comunque presto.”
“Scusa” disse. Era una parola che usava spesso quando parlava con Steph. Non davvero le dispiacesse, era solo che Steph aveva un modo di farti sentire in colpa, senza sforzo, per le cose più insignificanti.
“Che ha fatto Zack stavolta?” le chiese Steph.
“Zack non c’entra” rispose Mackenzie “se n’è andato.”
“Bene” disse Steph in tono pratico. “Era uno spreco di spazio.”
Per un momento ci fu silenzio dall’altro capo del telefono. Era chiaro che Steph avrebbe potuto trascorrere il resto della sua vita senza parlare mai più con sua sorella. Era un fatto che le aveva dato a intendere più volte. Non si odiavano, nemmeno lontanamente, ma interagire tra loro riportava a galla il passato. E il passato era qualcosa che Steph aveva trascorso la maggior parte dei suoi trentatré anni a seppellire.
Come sempre, Steph sembrava mezza addormentata quando parlava al telefono.
“Non ha senso scendere nei dettagli. Bollette pagate a malapena. Ho un ragazzo alcolizzato che mi molla terribili ganci destri. Emicranie costanti. Di quale vuoi parlare?"
Mackenzie fece un respiro profondo.
“Be’, che ne dici di partire dal ragazzo che ti picchia?” disse Mackenzie. “Perché non lo denunci per abuso?”
Steph si limitò a ridere. “Troppi casini. No, grazie.”
Mackenzie trattenne il fiume di risposte che aveva per gli altri problemi della sorella, tra cui: Perché non torni all’università per finire di prendere la laurea e abbandoni quel lavoro che non porta da nessuna parte? Ma quello non era il momento per dare consigli. Così, per telefono, si sarebbe parlato dei problemi solo in modo superficiale. Avevano imparato da molto tempo che era meglio così.
“Sputa il rospo” disse Steph. “Ti degni di chiamarmi solo quando le cose ti vanno male. Si tratta solo di Zack? Perché se è così, lascia che ti dica che è la cosa migliore che potesse capitarti.”
“In parte è quello” disse Mackenzie. “Ma c’è anche questo caso che mi sta turbando in un modo che non ho mai sperimentato. Mi fa sentire, non so, inadeguata. Aggiungici che ho invitato un uomo sposato a venire a letto con me ieri e...”
“Hai avuto fortuna?” la interruppe Steph.
“Dio, Steph. Ti fermi solo a quello?”
“Era l’unica parte interessante che ho sentito. Chi era?”
“Un agente dell’FBI inviato per aiutarci nel caso.”
“Oh” fu l’unico commento di Steph, che a quanto pare non aveva più nulla da dire. Ci fu silenzio per circa cinque secondi, prima che le ripeté la domanda: “Quindi, ha accettato?”
“No.”
“Ahia” disse Steph.
“Non ti va di parlare con me?” chiese Mackenzie.
“Raramente. Cioè, siamo praticamente delle estranee, Mackenzie. Cosa vuoi da me?”
Mackenzie sospirò, sopraffatta dalla tristezza.
“Voglio mia sorella” disse Mackenzie, sorprendendo anche se stessa. “Voglio una sorella che posso chiamare e che mi chiami ogni tanto per raccontarmi del pervertito che le fa la mano morta sul lavoro.”
Steph sospirò. Il suono sembrò viaggiare per i milletrecento chilometri che le separavano, uscire dal telefono e schiaffeggiarla.
“Non sono io” disse Steph. “Lo sai che ogni volta che parliamo salta fuori papà. E poi da lì si trascende. Ancora peggio, iniziamo a parlare della mamma.”
La parola mamma la schiaffeggiò di nuovo dal telefono. “Come sta?” chiese Mackenzie.
“Come al solito. Ho parlato con lei il mese scorso. Mi ha chiesto dei soldi.”
“Glieli hai prestati?”
“Mackenzie, non ho soldi da prestare.”
Il telefono fu di nuovo muto. Mackenzie si era offerta di prestare dei soldi a Steph in più occasioni, ma ogni tentativo era stato accolto con disprezzo, rabbia e risentimento. Così, dopo un po’ Mackenzie aveva semplicemente smesso di provarci.
“Tutto qui?” chiese Steph.
“Un’altra cosa, se non ti spiace” disse Mackenzie.
“Che c’è?”
“Quando hai parlato con la mamma, lei mi ha nominata almeno una volta?”
Steph rimase in silenzio per un po’. Quando infine rispose, aveva di nuovo la voce assonnata. “Vuoi davvero farti questo?”
“Ha chiesto di me?” insistette Mackenzie, con voce più alta e severa.
“Sì, mi ha chiesto se secondo me tu le avresti prestato dei soldi. Le ho detto di chiedertelo lei stessa. Tutto qui.”
Mackenzie si sentì sopraffatta dalla tristezza. Quello era tutto ciò che sua madre voleva da lei.
Continuò a tenere il telefono all’orecchio, senza sapere cosa dire, una lacrima che si affacciava sul suo volto.
“Ascolta” disse Steph. “Davvero, ti devo lasciare.”
E il telefono fu muto.
Mackenzie lanciò il telefono sul letto e lo guardò per un momento. La conversazione era durata meno di cinque minuti, ma a lei era parsa una vita. Eppure, stranamente, era andata molto meglio delle loro ultime telefonate, finite in litigi riguardanti le dinamiche della famiglia e di chi fosse la colpa per la decaduta della loro madre dopo la morte del padre. Però in un certo senso, questa telefonata era peggiore.
Pensò agli anni che erano trascorsi tra la notte in cui aveva trovato il corpo del padre alla notte in cui sua madre era stata portata nel reparto psichiatrico dell’ospedale per la prima volta. Mackenzie aveva diciassette anni quando era successo; Steph era all’università, per conseguire una laurea in giornalismo. In seguito, le cose erano andate male a tutte e tre, ma Mackenzie era l’unica che fosse riuscita a tenere duro, e ne era uscita piuttosto bene, date le terribili circostanze.
Pensò alla madre mentre finiva di vestirsi, chiedendosi perché la povera donna avesse scelto di odiarla per tutto il tempo. Era una domanda che teneva riposta negli angoli più reconditi della mente, per tirarla fuori solo quando sentiva di aver toccato il fondo.
Sforzandosi di evitare di pensarci, recuperò cellulare, distintivo e pistola e si recò al lavoro, determinata. Ma cosa avrebbe fatto adesso? Quale sarebbe stato il suo prossimo passo?
Per la prima volta da quando era stata promossa a detective, sentiva di essere in un vicolo cieco.
Vicolo cieco, pensò, le parole che iniziavano a formare un’idea nella sua mente.
Pensò alla strada sterrata lungo la quale era stato trovato il secondo cadavere. Non era anche quello un vicolo cieco che finiva nel campo?
E la casa abbandonata? Il sentiero di ghiaia che conduceva alla casa e alla terza vittima finiva in un vicolo cieco in un piccolo quadrato di polvere davanti alla casa.
“Vicolo cieco” disse ad alta voce mentre usciva di casa.
E all’improvviso, capì cosa doveva fare.
CAPITOLO DICIOTTO
Il suo soggiorno era per lo più al buio, illuminato soltanto dai sottili raggi di sole mattutino che riuscivano a intrufolarsi dalle tapparelle. Sedeva su una poltrona logora fissando il vecchio scrittoio contro la parete più remota della stanza. La serranda era aperta e rivelava gli oggetti che aveva conservato da ogni sacrificio.
C’era una borsetta con dentro un portafoglio. Nel portafoglio, c’era la patente di guida appartenuta a Hailey Lizbrook. Poi c’era una gonna appartenuta alla donna che aveva appeso nel campo; una ciocca di capelli biondo-rame con le punte tinte di nero della donna che aveva messo dietro la casa abbandonata.
C’era ancora spazio per i ricordini che si sarebbe portato a casa dagli altri sacrifici – i ricordini che prendeva per il lavoro che il Signore gli aveva affidato. Anche se era soddisfatto di come le cose fossero andate fino a quel momento, sapeva che c’era ancora molto da fare.
Rimase seduto nella poltrona ad osservare i ricordini – i suoi trofei – aspettando che il sole finisse di sorgere. Solo quando la mattina fosse stata a pieno regime, lui avrebbe potuto ricominciare a lavorare.
Guardando gli oggetti sullo scrittoio, si domandò (non per la prima volta) se era un uomo malvagio. Lui credeva di no. Qualcuno doveva farlo. I lavori più duri erano sempre lasciati a coloro che non temevano di portarli a termine.
Ma a volte, quando sentiva le donne gridare e implorarlo di risparmiare loro la vita, si domandava se in lui ci fosse qualcosa di sbagliato.
Quando i raggi di luce sul pavimento da giallo pallido si fecero bianco accecante, sapeva che il momento era giunto.
Si levò da dove sedeva e andò in cucina. Dalla cucina uscì di casa attraverso una zanzariera che portava sul retro.
Il giardino era piccolo e delimitato da una vecchia recinzione metallica, che sembrava allo stesso tempo fuori luogo ma anche ben amalgamata, nello stato di abbandono in cui versava il quartiere. L’erba era alta e incolta. C’erano api che ronzavano e altri insetti anonimi che si muovevano freneticamente mentre lui si avvicinava facendosi strada tra le erbacce.
In fondo al giardino c’era un vecchio capanno che occupava interamente l’angolo sinistro. Era un pugno nell’occhio sul terreno già orribile. Andò al capanno e aprì la porta dai cardini vecchi e arrugginiti. Aprendosi cigolò, rivelando all’interno un’oscurità umida. Prima di entrare, si guardò intorno verso le case dei vicini. Non c’era nessuno a casa. Conosceva bene i loro orari.
Adesso, nella sicura luce delle nove, entrò nel capanno e si chiuse la porta alle spalle. Il capanno era impregnato di odore di legno e polvere. Quando entrò, un grosso ratto scattò verso il fondo, uscendo attraverso una fessura tra le assi di legno. Non badò al roditore, si diresse subito verso i tre lunghi pali che erano accatastati sulla destra. Erano impilati in una piccola piramide, due alla base e uno in cima. Dieci giorni prima ce n’erano tre in più. Ma lui ne aveva fatto un buon uso per mandare avanti la sua opera.
E adesso doveva prepararne un altro.
Camminò fino ai pali e fece scorrere la mano in modo amorevole lungo la superfice del cedro logoro del palo in cima. Andò in fondo al capanno, dove era sistemato un piccolo tavolo da lavoro. C’erano un seghetto dai denti irregolari e arrugginiti, un martello e uno scalpello. Prese martello e scalpello e tornò ai pali.
Pensò a suo padre sollevando il martello. Suo padre era stato un carpentiere. In molte occasioni, suo padre gli diceva che anche il buon Signore Gesù era stato un carpentiere. Pensare a suo padre gli faceva venire in mente sua madre. Gli faceva ricordare il motivo per cui li aveva abbandonati quando lui aveva solo sette anni.
Pensò all’uomo che viveva lungo la strada e a come venisse da loro quando suo padre non era in casa. Ricordava le molle del letto cigolare e le parole oscene che provenivano dalla camera da letto, unite alle grida di sua madre – grida che sembravano di piacere e dolore al tempo stesso.
“È il nostro segreto” aveva detto sua madre. “È solo un amico e non c’è bisogno che papà lo sappia, d’accordo?”
Lui aveva ubbidito. Anche perché sua madre sembrava davvero felice. Ecco perché fu così confuso quando lei li lasciò.
Mise la mano sul palo più in alto e chiuse gli occhi. Una mosca sul muro avrebbe potuto pensare che stesse pregando sul palo, o persino comunicando con esso.
Quando ebbe finito, aprì gli occhi e si mise all’opera con martello e scalpello.
Nella scarsa luce che entrava dalle fessure nelle assi, iniziò a intagliare.
Prima veniva N511, poi G202.
Poi sarebbe seguito un sacrificio.
E lo avrebbe eseguito quella notte.
CAPITOLO DICIANNOVE
Mackenzie si ritrovò ad entrare nella piccola caffetteria con un piccolissimo barlume di speranza. Dopo l’impacciata telefonata a sua sorella, aveva chiamato un’altra persona con cui non parlava da parecchio tempo. La conversazione era stata breve e concisa, e si era conclusa con un appuntamento per un caffè.
Alzò lo sguardo e vide subito l’uomo che aveva chiamato. Era difficile non notarlo; nella calca di persone che si affrettavano a raggiungere il posto di lavoro, per lo più giovani e vestite in modo elegante, i suoi capelli bianchi e la camicia di flanella spiccavano in modo drastico.
Era voltato dall’altra parte e lei si avvicinò a lui da dietro, posandogli delicatamente una mano sulla spalla.
“James” lo salutò. “Come stai?”
Lui si voltò e le rivolse un ampio sorriso, mentre lei occupava il posto di fronte.
“Mackenzie, giuro che diventi sempre più carina” disse.
“E tu diventi sempre più sdolcinato” replicò lei. “È bello vederti, James.”
“Anche per me” rispose.
James Woerner andava per i settant’anni, ma ne dimostrava ottanta. Era alto e magro, per questo i suoi colleghi poliziotti lo chiamavano Crane, la gru, come Ichabod Crane. Era un soprannome che aveva fatto suo dopo essere andato in pensione e aver passato otto anni a fare il consulente per la polizia locale e, in due occasioni, per la polizia di stato.
“Allora, cosa succede di così terribile da spingerti a contattare un vecchio bacucco come me?” domandò.
La domanda era spiritosa, ma Mackenzie rimase un attimo interdetta, realizzando che James era la seconda persona nel giro di due ore a dare per scontato che lei avesse chiamato perché era nei guai.
“Mi chiedevo se ti fosse mai capitato un caso che ti è entrato dentro” gli disse. “E non intendo qualcosa che ti infastidisce e basta. Parlo di un caso che ti influenza così tanto che diventi paranoico quando sei a casa e senti che ogni indizio che si rivela inutile sia colpa tua.”
“Suppongo parli del caso con quel soprannome infelice, il Killer dello Spaventapasseri?” chiese James.
“Come...” fu sul punto di chiedergli, ma realizzò di conoscere già la risposta, mentre James le rispondeva.
“Ho visto la tua foto sul giornale” disse prima di sorseggiare il caffè. “Sono stato felice per te. Ti serve un caso del genere nel tuo curriculum. Mi pare di ricordare di averti detto che eri destinata a risolvere casi come questo parecchi anni fa.”
“Sì, l’hai fatto.” disse lei.
“Invece sei ancora a zonzo con la polizia locale?”
“Esatto.”
“Nelson ti tratta bene?”
“Fa quello che può, data la squadra che ha al suo servizio. In pratica mi ha messo a capo dell’indagine. Spero che sia il suo modo di lasciare che io dimostri quello che so fare, così che tutte le cazzate da macho degli altri finiranno.”
“Lavori ancora con Porter?”
“Fino a poco fa, ma adesso che è arrivato un agente dell’FBI, gli hanno cambiato partner.”
“Lavori con i federali” disse James sorridendo. “Credo che sia un’altra previsione che avevo fatto su di te. Ma sto divagando.”
Sorrise e si sporse in avanti.
“Dimmi come mai questo caso ti turba tanto. E se hai intenzione di dirmi le cose in modo superficiale, prendo il mio caffè e me ne vado. Ho una giornata molto impegnativa di dolce far niente che mi aspetta.”
Lei sorrise.
“La gloriosa vita da pensionato” commentò.
“Puoi dirlo forte” disse James. “Ma non cercare di cambiare argomento.”
Sapeva che era meglio non girare attorno alle sue richieste dirette. L’aveva imparato quando l’aveva accolta sotto la sua ala protettrice cinque anni prima, insegnandole le basi per fare profiling e come entrare nella mente di un criminale. Quell’uomo era dannatamente testardo e andava sempre dritto al punto – ed era esattamente il motivo per cui Mackenzie andava d’accordo con lui.
“Credo sia perché si tratta di un uomo che a quanto pare uccide solo donne. Inoltre, uccide le donne che usano il proprio corpo per guadagnarsi da vivere.”
“E perché questo ti turba?”
Le piangeva il cuore dirlo, ma lo ammise comunque.
“Mi fa pensare a mia sorella. E quando penso a mia sorella, penso a mio padre. E se penso a lui, mi sento una fallita perché non ho ancora arrestato il colpevole.”
“Tua sorella faceva la spogliarellista?” le chiese James.
Lei annuì.
“Per circa sei mesi. Lo odiava, ma guadagnava abbastanza da rimettersi in piedi dopo un brutto periodo. Mi ha sempre intristito pensare che dovesse fare una cosa del genere per tirare avanti. E, anche se non vedo mia sorella su quei pali di legno quando mi reco sulla scena del crimine, so che ci sono buone probabilità che le donne che questo tizio uccide avessero vite simili a quella di Steph.”
“Senti, Mackenzie, lo sai vero che pensare sempre a tuo padre quando le cose non vanno bene durante un’indagine è una forma masochismo? Non c’è motivo che ti tormenti per quello.”
“Lo so, ma non posso farne a meno.”
“Be’, adesso non pensiamoci. Presumo tu mi abbia chiamato per una specie di consulenza, giusto?”
“Sì.”
“Dunque, la cattiva notizia è che tutto quello che ho letto sui giornali è esattamente quello che avrei detto io. L’uomo che cerchi ha un’avversione per il sesso e probabilmente ha avuto problemi con una moglie, una sorella o sua madre. Però aggiungerei anche che questo tizio non esce molto. La sua inclinazione a disporre le vittime in zone così rurali mi fa pensare che sia cresciuto in una piccola cittadina. Probabilmente vive in una zona fatiscente della città. Se non di questa città, comunque da qualche parte in un raggio al massimo di centocinquanta chilometri. Ma è solo un’ipotesi.”
“Quindi potremmo restringere la ricerca a qualcuno che abbia a disposizione dei pali in cedro nelle parti più squallide della città?”
“Per cominciare. Adesso dimmi, hai notato qualche dettaglio sulle scene che possa essere passato inosservato a causa dell’atrocità delle scene stesse?”
“Soltanto i numeri” rispose lei.
“Sì, mi è capitato di leggere qualcosa sui numeri, ma solo in due occasioni. I media sono troppo fissati sulla professione delle donne per ragionare su qualcosa che non è di immediata comprensione. Proprio come quei numeri. Però ricorda: non dare mai una scena del crimine per scontata. Ogni scena ha una storia da raccontare. Anche se quella storia è nascosta in un dettaglio che all’inizio è apparentemente irrilevante. È compito tuo scoprirla, leggerla e capire cosa significa.”
Ci meditò. Cos’è che aveva trascurato?
“C’è qualcos’altro che devo chiederti” disse lei. “Sto per fare qualcosa che non ho mai fatto prima e non voglio che peggiori la mia situazione. Potrebbe potenzialmente coinvolgermi ancora di più.”
James la fissò per un momento e le rivolse lo stesso sorriso malizioso che a volte l’aveva inquietata quando era suo mentore. Voleva dire che aveva capito qualcosa senza che gli venisse detto, e che adesso la teneva in pugno con quello.
“Vuoi tornare sulle scene del crimine” affermò.
“Sì.”
“Hai intenzione di entrare nella mente dell’assassino” proseguì. “Vuoi provare a vedere le scene attraverso gli occhi di un uomo problematico, che ha in sé un forte odio verso le donne e una paura da folle verso il sesso.”
“Questo è il piano” ammise lei.
“E quand’è che avresti intenzione di farlo?”
“Appena uscirò di qui.”
James parve considerare la cosa per un momento. Prese un altro sorso di caffè e annuì in segno di approvazione.
“So che saresti perfettamente in grado di farlo” disse. “Ma sei mentalmente pronta?”
Mackenzie scrollò le spalle e disse: “Devo esserlo.”
“Può essere pericoloso” la avvertì. “Se inizi a vedere le scene attraverso gli occhi di un assassino, questo può anche distorcere il modo in cui sei stata addestrata a osservare le scene. Devi essere preparata a questo – devi stabilire il confine tra quella sorta di ispirazione oscura e il tuo desiderio di scovare questo tizio e fermarlo.”
“Lo so” disse piano Mackenzie.
James tamburellò con le dita sulla tazza. “Vuoi che venga con te?”
“Ho pensato di chiedertelo” ammise. “Ma credo che sia qualcosa che devo fare da sola.”
“Probabilmente è la decisione giusta” disse James. “Però devo avvertirti: quando cerchi di vedere le cose dal punto di vista di un assassino, non saltare mai alle conclusioni. Cerca di ricominciare daccapo. Non chiudere la mente con supposizioni del tipo “questo tizio odia le donne”. Lascia che sia la scena a parlarti, prima di proiettare te stessa nella scena.”
Mackenzie non poté trattenere un sorrisetto. “Suona tanto New Age” disse. “Hai voltato pagina?”
“No. Dopo la pensione non si volta più pagina. Allora, quanto tempo hai prima di lanciarti in questa missione?”
“Poco” disse. “Vorrei visitare la prima scena del crimine entro mezzogiorno.”
“Bene” disse lui, “Questo vuol dire che un po’ di tempo ce l’hai. Quindi per il momento metti da parte questa merda di Killer dello Spaventapasseri. Prenditi un caffè e fa’ compagnia a un vecchio. Che ne dici?”
Lei lo guardò con uno sguardo che si era sforzata di non fargli scoprire nel il periodo in cui l’aveva guidata. Era lo sguardo di una bambina che guardava suo padre provando il bisogno di compiacerlo e farlo felice. Anche se non si era mai psicoanalizzata per scoprire quella verità, l’aveva capito subito, dalla prima settimana in cui aveva passato con lui due ore al giorno. James Woerner era stata una figura paterna per lei in quel periodo della sua vita ed era qualcosa per cui lei sarebbe sempre stata grata.
Per quello, quando lui le chiese di restare a fargli compagnia e bere una tazza di caffè, fu felice di accettare. Il campo di granoturco, le stradine di ghiaia e quella vecchia casa abbandonata erano rimasti immobili per anni; potevano aspettare ancora qualche ora.
CAPITOLO VENTI
Sotto la breve guida di James Woerner, una delle cose che lui aveva lodato di lei più e più volte era il suo istinto. Il suo istinto, diceva, era più affidabile che leggere la mano o le foglie del tè per sapere come agire. Ecco perché non perse tempo con il campo di grano dove era stato scoperto il corpo di Hailey Lizbrook, né con il campo dove era stato appeso il secondo cadavere.
Invece, si recò direttamente sul retro della casa abbandonata dove era stata esposta l’ultima vittima. Durante la sua prima visita, le era parso che le finestre scure fossero degli occhi che osservavano ogni sua mossa. In cuor suo, l’aveva saputo fin da subito che quella scena del crimine aveva altro da offrire. Ma, con tutto quello che era poi successo con Ellis Pope, era un’intuizione che non era riuscita ad approfondire.
Parcheggiò l’auto e per un momento, prima di uscire, guardò la casa da dietro il parabrezza. Anche dal davanti la casa sembrava tetra, come tutte le case infestate che si trovavano nei film o nei libri. Guardò la casa, provando a vederla attraverso gli occhi di un omicida. Perché scegliere quel luogo? Era la casa in sé, o l’opprimente sensazione di isolamento che lo aveva attratto?
Questo a sua volta la indusse a chiedersi quanto tempo ci avesse messo il killer ad esaminare i luoghi in cui avrebbe esposto le vittime. I rapporti del medico legale sembravano indicare che i corpi erano prima portati lì, poi uccisi – non uccisi prima e poi semplicemente messi in bella mostra. Ma perché? Che senso aveva?
Alla fine Mackenzie scese dall’auto. Prima di incamminarsi verso la veranda decrepita, aggirò la casa per andare nel punto dove la terza vittima era stata immolata. Il cadavere era stato rimosso dal palo: la zona era stata visibilmente alterata, a causa di tutte le persone che l’avevano ispezionata. Mackenzie si portò dov’era stato il palo, il buco ancora visibile nella terra.
Si accovacciò e mise una mano sul foro. Guardò verso la foresta circostante e il retro della casa, tentando di vedere quello che il killer aveva visto nel momento in cui aveva iniziato ad aggredire la donna. Un brivido le corse giù per la schiena quando chiuse gli occhi e provò a visualizzarlo.
La frusta che utilizzava si divideva in più parti all’estremità e, a giudicare dalle ferite che lasciava, doveva avere delle punte. Ad ogni modo, doveva essere maneggiata con grande forza per dilaniare la pelle come faceva. Probabilmente, l’assassino prima girava intorno alla vittima legata al palo, godendosi le sue grida e le sue suppliche. Poi accadeva qualcosa. Qualcosa scattava nella sua testa, oppure le vittima diceva qualcosa che innescava la sua reazione. Era lì che iniziava a frustarle.
Era lì che aveva attaccato con più furia che mai; le sferzate non si limitavano alla schiena come nei casi precedenti, ma si espandevano anche su petto e ventre, e alcune erano anche sui glutei. Poi, ad un certo punto, il killer riteneva il lavoro terminato e si fermava. E poi? Si assicurava che le vittime fossero morte prima di tornarsene al furgone? Quanto tempo restava lì con loro?
Se non uccide semplicemente per il gusto di farlo ma perché prova avversione verso le donne e/o il sesso, allora probabilmente resta lì per un po’, a guardarle sanguinare, a vedere la vita che scivola via dai loro occhi. Mentre muoiono, forse è persino abbastanza coraggioso da guardare i loro corpi e provare a toccare un seno con mano tremante. Si sente sicuro o potente, disgustato o eccitato a vederle sanguinare, a guardare il manto della morte avvolgerle, lasciando i loro corpi seminudi in mostra?
Mackenzie riaprì gli occhi e guardò il buco che la sua mano ancora copriva. I rapporti mostravano che tutti e tre i buchi erano stati scavati a mano con una pala e ad un ritmo rapido, piuttosto che con uno strumento di precisione fatto apposta. Aveva fretta di cominciare, poi infilava il palo e ricopriva il buco con la terra. Dov’erano le donne in quel mentre? Narcotizzate? Svenute?
Mackenzie si rialzò e tornò sul davanti della casa. Anche se non aveva motivo di pensare che il killer fosse dentro casa, il fatto che avesse scelto il cortile per esporre il suo trofeo faceva sembrare la casa colpevole per associazione.
Salì sulla veranda, che subito scricchiolò sotto il suo peso. Anzi, l’intera struttura sembrò assestarsi. Da qualche parte nella foresta, un uccello emise un verso in risposta.
Entrò in casa spingendo una porta di legno molto deteriorata che graffiava il pavimento. Fu subito assalita dal tanfo di polvere, muffa e dal tipico odore di abbandono.
Mettere piede in quella casa fu come entrare in un film in bianco e nero. Una volta dentro, quell’istinto viscerale che James rispettava così tanto le diceva che non c’era niente di anormale lì, nessun indizio che ti facesse esclamare a-ah e che potesse far chiudere il caso.
Però non seppe resistere. Esplorò le stanze vuote e i corridoi. Osservò i muri crepati e lo stucco spellato, provando a immaginare la famiglia che un tempo aveva vissuto in quel luogo ormai in rovina. Infine andò nella parte posteriore della casa, dove sembrava che un tempo si trovasse la cucina. Il vecchio linoleum screpolato sul pavimento si arricciava, rivelando sotto di esso un pavimento marcio. Sulla parete opposta della cucina vide le due finestre che guardavano sul cortile – le stesse due finestre che aveva avuto la sensazione la osservassero la prima volta che era stata lì.
Attraversò la cucina, tenendosi vicina al bancone abbandonato lungo il muro per evitare il pavimento cedevole. Quando si mosse, realizzò quanto fosse assoluto il silenzioso in casa. Quel luogo era per fantasmi e ricordi, non per una disperata detective che tentava alla cieca di trovare un senso ai ragionamenti di un assassino. Si portò comunque sulla parete in fondo e guardò fuori dalla prima finestra, sedendo su un vecchio e malridotto lavandino.
Il luogo dove erano stati il palo e la terza vittima era perfettamente visibile dalla finestra. Da dentro casa non sembrava così spaventoso. Mackenzie provò a visualizzare come erano andate le cose, osservando dal suo posto alla finestra, come se stesse guardando una scena immaginaria alla TV. Vide il killer portare la donna al palo che aveva già piazzato lì. Si chiese se fosse svenuta o intontita in qualche modo, se camminava su piedi instabili e con le mani di lui sotto le braccia o la schiena.
Questo le fece venire in mente una cosa che nessuno si era ancora preso la briga di verificare. Come fa a portarle al palo? Sono svenute? Narcotizzate? Oppure semplicemente si impone con la forza? Forse dovremmo chiedere al medico legale di verificare la presenza di sostanze che causano sonnolenza...
Osservò la scena ancora un po’, iniziando a sentire l’isolamento della foresta lungo il cortile posteriore incombere di lei. Non c’era niente là fuori, solo alberi, animali nascosti e un debolissimo sussurro di vento.
Uscì dalla cucina facendosi strada in quello che una volta era stato il soggiorno. Una vecchia scrivania graffiata poggiava contro il muro. Era visibilmente deformata e i fogli sparsi su di essa sembravano foglie cadute su cui era piovuto per anni. Mackenzie andò alla scrivania e frugò tra le carte.
Vide fatture per mangime per maiali e grano. La più vecchia era datata giugno 1977 e proveniva da un fornitore a Chinook, in Nebraska. C’erano fogli di quaderni con la carta invecchiata così tanto che le linee blu erano completamente svanite tra le righe scritte a mano. Mackenzie osservò la scrittura e vide che sembravano appunti di catechismo. C’erano dei riferimenti a Noè e il diluvio, Davide e Golia, Sansone. Sotto il caos di fogli c’erano due libri: un testo intitolato La Parola Guaritrice di Dio e una Bibbia, che sembrava così vecchia da sbriciolarsi con un semplice tocco.
Scoprì di non riuscire a distogliere lo sguardo dalla Bibbia. Vederla le riportò alla mente visioni delle crocefissioni di cui aveva sentito parlare nelle poche volte che si era avventurata in chiesa con sua madre, quando era piccola. Pensò a Cristo sulla croce e a quello che rappresentava e si ritrovò a prendere il libro.
Pensò alla croce sulla quale era morto Cristo e sovrappose l’immagine con quella delle tre donne sui pali. Avevano escluso un movente religioso, ma lei non riusciva a smettere di rimuginarci.
Aprì la Bibbia e sfogliò le prime pagine, andando subito all’indice dei contenuti. Sapeva ben poco della Bibbia, quindi metà dei nomi non le diceva niente.
Scorse l’indice distrattamente e stava per mettere giù il volume quando improvvisamente notò qualcosa e il cuore prese a batterle più rapidamente. I nomi dei libri. Dei numeri di fianco.
Vedere le abbreviazioni le ricordò qualcos’altro.
Il palo.
I numeri.
N511
G202
Con mani tremanti, partì dall’inizio dell’indice, mettendo il dito su Genesi. Quindi scorse verso il basso, in cerca di un libro che iniziasse con la N.
Dopo pochi secondi, si fermò al libro dei Numeri.
Scorse le pagine polverose, l’odore di marcio che le giungeva a zaffate. Individuò Numeri e andò al capitolo 5. Trovato quello, scorse il dito sulla pagina fino al versetto 11.
N511. Numeri, capitolo 5, versetto 11.
Lesse e il cuore prese ad accelerare ad ogni parola. Le parve che la temperatura nella stanza fosse calata di venti gradi.
E il SIGNORE parlò a Mosè e disse: Parla ai figli di Israele e dì loro che Se un uomo ha una moglie che si è traviata e ha commesso infedeltà verso di lui e un altro uomo ha avuto rapporti carnali con lei, e la cosa è rimasta nascosta agli occhi del marito ed ella si è resa impura in segreto, e non ci sono testimoni contro di lei né stata colta sul fatto, qualora lo spirito di gelosia si impossessi di lui e questi diventi geloso della moglie che si è resa impura, oppure uno spirito di gelosia si impossessi di lui e questi diventi geloso della moglie che non si è resa impura, Allora il marito condurrà la moglie al sacerdote...
Lesse e rilesse più volte, con mani tremanti, provando esaltazione e nausea allo stesso tempo. Il passaggio la riempiva di un senso di presentimento che le faceva rivoltare lo stomaco.
Tornò all’indice dei contenuti. Vide che c’erano molti libri che iniziavano con la G, ma risolvere quel mistero non era la sua specialità. Inoltre, era abbastanza sicura di avere elementi a sufficienza già da quei versi.
Mackenzie chiuse la Bibbia e la rimise tra i fogli dimenticati. Corse fuori dalla casa per tornare in macchina, all’improvviso impaziente.
Doveva tornare alla centrale.
Anzi, doveva parlare con un reverendo.
Questo assassino non agiva così casualmente come tutti pensavano.
Aveva un modus operandi.
E lei stava per decifrarlo.
CAPITOLO VENTUNO
Mackenzie non metteva piede in una chiesa dal matrimonio della sua compagna di stanza all’università. Dopo la morte di suo padre, la madre aveva provato a trascinare lei e Steph in chiesa in numerose occasioni ed era esattamente per quel motivo che Mackenzie faceva di tutto per tenersi alla larga.
Eppure, quando entrò nella Chiesa Metodista della Nuova Vita, dovette ammettere che c’era un certo grado di bellezza lì. Non era solo per i vetri colorati e l’altare decorato. Era per qualcosa di completamente diverso, che onestamente non riusciva ad individuare con precisione.
Avvicinandosi alla parte anteriore della chiesa, vide un uomo seduto su una delle panche in prima fila. A quanto pareva non l’aveva sentita entrare, dato che teneva la testa china sul volume che stava leggendo.
“Reverendo Simms?” lo chiamò. Nell’ambiente cavernoso, la sua voce rimbombò come fosse quella del Padreterno.
L’uomo levò lo sguardo dal libro e si voltò verso di lei. Era un uomo sui cinquant’anni, che indossava una camicia button-down e dei pantaloni kaki. Gli occhiali che portava erano di un modello che lo facevano apparire immediatamente buono.
“Detective White, immagino” disse alzandosi.
“Immagina bene” rispose lei.
Sembrava leggermente scioccato, ma le andò comunque incontro.
“Perdoni la mia sorpresa” si scusò. “Quando il Capitano Nelson mi ha chiamato per chiedermi di dedicare un po’ del mio tempo alla sua indagine, non mi aspettavo una donna. Data la natura efferata dei delitti, trovo alquanto strano che sia proprio una donna a seguire le indagini. Senza offesa, naturalmente.”
“Non si preoccupi.”
“Lo sa, Clark mi parla molto bene di lei.”
Il nome Clark la lasciò interdetta e le ci volle un momento per realizzare che parlava di Nelson – il Capitano della Polizia Clark Nelson.
“Me lo sento dire spesso ultimamente” disse lei.
“Bene, dev’essere bello.”
“E inaspettato” aggiunse lei.
Simms annuì, come se capisse perfettamente. “Nelson sa essere un pallone gonfiato a volte. Ma sa anche essere estremamente gentile. Immagino che sia difficile mostrare questa parte di sé sul lavoro.”
“Così lui frequenta questa chiesa?” domandò Mackenzie.
“Oh sì” confermò l’uomo. “Viene tutte le domeniche. Ma sto divagando. Prego” aggiunse facendole cenno verso la panchina dov’era seduto prima. “Si sieda.”
Mackenzie obbedì e diede un’occhiata al volume che il Reverendo Simms stava leggendo, senza stupirsi di vedere che era la Bibbia.
“Allora, il Capitano Nelson dice che ha delle domande sulle Scritture che potrebbero portare all’arresto dell’uomo che sta uccidendo queste povere donne.”
Mackenzie estrasse il cellulare e aprì la foto che aveva fatto alla vecchia Bibbia nella casa abbandonata. Gli porse il telefono e lui lo prese, sistemandosi gli occhiali per vedere meglio.
“Numeri, capitolo cinque, versi da undici a venti, più o meno. Pensa di potermi dire qual è la sua interpretazione di questi versi?” gli chiese.
Lui diede una rapida occhiata alla foto prima di restituirle il cellulare.
“Be’, si spiega da sé. Non tutti i passaggi della Bibbia devono essere decifrati. Questo parla semplicemente delle donne adultere che vengono obbligate a bere le acque amare. Se sono pure, non succede loro niente. Se però hanno avuto rapporti sessuali con uomini che non siano i mariti, le acque causano loro una maledizione.”
Lei ci rifletté su.
“L’assassino ha inciso N511 su ogni palo a cui ha legato le vittime” disse poi. “Basandoci sulla tipologia di donne che ha preso di mira, l’allegoria sembra calzante.”
“Sì, sono d’accordo” disse Simms.
“L’altra sigla che intaglia è G202. Ci sono troppi libri della Bibbia che iniziano con G perché io possa fare un’ipotesi fondata. Speravo che lei potesse aiutarmi.”
“Dunque, Numeri è un libro dell’Antico Testamento e se questo killer uccide basandosi su quelle che lui ritiene essere le leggi dell’Antico Testamento – per quanto le sue azioni e interpretazioni siano errate – credo sia corretto supporre che anche l’altra sigla sia in riferimento all’Antico Testamento. In tal caso, sono sicuro che si riferisca al libro di Giosuè. Nel capitolo venti, Dio parla delle Città-rifugio. Erano città dove le persone che avevano accidentalmente ucciso qualcuno potevano scappare senza essere condannate.”
Mackenzie rimuginò su quel fatto per un momento, con il cuore a mille, qualcosa che iniziava a smuoversi nella testa. Prese la Bibbia, trovò Giosuè e individuò il passaggio. Quando lo trovò, lo lesse ad alta voce, un po’ inquietata dal suono della sua voce che leggeva le Scritture in quella chiesa vuota.
E il Signore disse a Giosuè: Dì agli Israeliti di scegliere le città-rifugio, come ti avevo ordinato tramite Mosè, così che l'omicida che avrà ucciso qualcuno per errore o per inavvertenza vi si possa rifugiare e trovare riparo dal vendicatore del sangue. Quando qualcuno cerca rifugio in una di queste città, deve fermarsi all'ingresso della porta della città ed esporre il suo caso agli anziani di quella città. Allora gli anziani accoglieranno il fuggitivo dentro la città e gli forniranno una dimora. Se il vendicatore del sangue lo insegue...
Non proseguì oltre nella lettura, sbalordita dal fatto di aver finalmente capito il significato delle sigle. Era al tempo stesso elettrizzante e deprimente. Adesso aveva accesso al modus operandi dell’assassino, eppure era ancora così vago. Niente di quello che aveva scoperto poteva condurla direttamente a lui.
“Non è finito” le fece notare Simms.
“Sì, lo so” disse. “Ma credo che basti. Mi dica, reverendo, sa per caso quante erano queste Città-rifugio?”
“Sei in tutto” rispose.
Prese la Bibbia e andando alle pagine in fondo le mostrò una serie di glossari e mappe. Le presentò una mappa che mostrava Israele a quei tempi e, sistemandosi di nuovo gli occhiali, indicò sei località.
“Naturalmente questi luoghi potrebbero non essere esatti, ma...” stava dicendo.
Il cuore prese a batterle impazzito appena fece un collegamento che sembrava quasi troppo perfetto per essere vero. Strinse la presa sul volume.
“Potrei fare una foto?” domandò.
“Certamente” annuì il reverendo.
Scattò la foto con mani tremanti.
“Detective, che succede?” le chiese, studiandola. “Le sono stato d’aiuto senza essermene accorto?”
“Più di quanto immagina” fu la sua risposta.
CAPITOLO VENTIDUE
Quando Mackenzie entrò nella sala conferenze, il posto era in fermento. Nancy sedeva al suo solito posto in fondo al tavolo, distribuendo i rapporti aggiornati sul caso del Killer dello Spaventapasseri. I poliziotti si stavano accomodando intorno al tavolo, bisbigliando gravemente come se stessero partecipando a un funerale. Quando Mackenzie si fece strada verso la parte anteriore della stanza, dove aveva visto Nelson che parlava ad un altro agente, notò che stava ricevendo molte occhiate dai poliziotti che superava. Alcuni la guardavano ancora in modo truce, proprio come avevano fatto tre giorni prima in quella stessa stanza. Eppure (ma forse era la sua immaginazione) alcuni la guardavano con interesse sincero e, se poteva azzardare, con rispetto.
Nelson troncò la conversazione con l’altro poliziotto appena la vide arrivare. La cinse con un braccio girandola di spalle rispetto alla folla che ancora la fissava nella stanza. “Le notizie che hai” le chiese “ci porteranno a un arresto nelle prossime ore?”
“Non lo so” disse Mackenzie. “Ma di sicuro possono far restringere le nostre ricerche. Ci permetteranno di avvicinarci molto.”
“Allora dirigi tu lo spettacolo” disse. “Puoi farlo?”
“Sì” disse lei, ignorando la fitta di preoccupazione che le attanagliava lo stomaco.
“Perfetto, allora si va in scena” disse. Così dicendo, si voltò verso i presenti e sbatté le mani grassocce sul tavolo. “D’accordo, gente” sbraitò “sedetevi e cucitevi la bocca. Mackenzie ha novità fondamentali sul caso e voi dovrete prestarle la massima attenzione. Tenetevi le domande per la fine.”
Con sorpresa di Mackenzie, Nelson prese posto su una delle sedie libere contro il muro, lontano dal tavolo delle conferenze. La guardò e fu allora che lei capì che era tutto affidato a lei. Forse era una prova, oppure Nelson aveva esaurito le idee. Ad ogni modo, questa era la sua occasione per afferrare il dipartimento per le palle e dimostrare il proprio valore.
Percorrendo i volti del suo pubblico con lo sguardo, notò Porter. Le rivolse un rapido sorriso, quasi come se volesse assicurarsi che nessun altro lo vedesse. Era probabilmente la cosa più dolce che avesse mai fatto per lei, e si ritrovò a pensare che Porter la stesse sorprendendo in ogni occasione.
“Questa mattina sono tornata su una delle scene del crimine” esordì Mackenzie. “Anche se non è stata la visita in sé a svelarmi la svolta, mi ci ha condotta. Come molti di voi sapranno, su tutti i pali a cui il killer ha legato le donne c’erano due serie di lettere e numeri, come un codice: N511 e G202. Poco fa ho parlato con un reverendo, scoprendo che le sigle stanno per Numeri 5:11 e Giosuè 20:2.
“Il passaggio in Numeri parla di come l’Antico Testamento affrontasse l’adulterio. Ogni adultera veniva portata dai preti, che le davano le cosiddette acque amare. Si pensava che l’acqua benedetta avrebbe maledetto le donne adultere e non avrebbe avuto invece alcun effetto sulle donne pure. In sostanza era il modo in cui la Chiesa giudicava e accusava le donne di essere impure.
“Per quanto riguarda il passaggio di Giosuè invece, esso fa riferimento alle Città-rifugio – città dove gli uomini potevano rifugiarsi se avevano accidentalmente commesso un omicidio, per proteggere se stessi, le proprie famiglie o il proprio popolo. In queste città-rifugio gli omicidi non potevano essere condannati. Infatti, il passaggio dice che tutti gli uomini che risiedevano in una città-rifugio sarebbero stati risparmiati dal vendicatore del sangue.
“Secondo il reverendo con cui ho parlato, queste città erano sei. E questo mi porta a pensare che ci saranno almeno altri tre omicidi.”
“Come mai?” domandò Nelson, infrangendo lui stesso l’ordine di riservare le domande per la fine.
“Ritengo che il killer stia uccidendo queste donne per usarle come rappresentazione di ogni città-rifugio. E, uccidendole, crede di assumersi il ruolo di vendicatore del sangue. Se andiamo oltre, in un certo senso sta costruendo una città."
Tutti rimasero in silenzio per un attimo, in attesa di una spiegazione. Lei si voltò verso la parete alle sue spalle, dove la lavagna bianca era stata appena pulita. Prese un pennarello e disegnò una mappa stilizzata a memoria, riproducendo la mappa che il reverendo Simms le aveva mostrato in chiesa.
“Queste sono le posizioni approssimative delle sei città” disse indicando dei cerchietti lungo la mappa. Insieme formavano una sorta di ovale, ogni città quasi alla stessa distanza dalla successiva.
“Se adesso vi mostrassi la mappa dei luoghi dove sono stati rinvenuti i corpi” proseguì “sarebbe quasi identica a questa.”
Immediatamente Nancy iniziò a digitare qualcosa sul suo computer. Senza smettere di guardare lo schermo, disse “Adesso apro una mappa” disse. “Luci, per favore.”
Il poliziotto più vicino all’interruttore accese le luci, mentre un altro accese il proiettore che stava al centro della tavola. Mackenzie si spostò di lato per permettere al fascio di luce di illuminare la lavagna.
Nancy aprì la stessa mappa che c’era sui rapporti che aveva distribuito poco prima. Mostrava ogni strada principale e secondaria e ogni città nel raggio di centocinquanta chilometri. Sulla mappa erano state segnati con tre X i luoghi in cui erano state trovate le vittime.
“Anche se le zone non sono perfettamente allineate” riprese Mackenzie “sono davvero vicinissime. Questo significa che, se non si tratta di una coincidenza – e a questo punto mi sembra chiaro che non lo sia – allora possiamo individuare più o meno quali saranno le prossime scene del crimine.”
“Come facciamo a sapere in che ordine andrà?” chiese uno degli agenti al tavolo. “Se ne rimangono tre, che garanzie abbiamo che andrà in ordine geografico?”
“Non abbiamo garanzie” ammise Mackenzie. “Ma finora ha agito seguendo questo schema.”
“E non siamo ancora sicuri di come sceglie le vittime?” chiese Porter.
“Lo stanno verificando proprio adesso” disse Mackenzie. “Abbiamo già uomini che stanno verificando i tre strip club inclusi in quel raggio di centocinquanta chilometri. Ma non dobbiamo escludere che possa prendere di mira anche le prostitute.”
“E le acque amare?” chiese qualcun altro. “Di che tipo di acqua si tratta?”
“Non lo so per certo” disse Mackenzie. “Ma abbiamo già informato il medico legale di controllare se nello stomaco delle vittime ci sia la presenza di sostanze fuori dal comune: veleni, sostanze chimiche, cose del genere. Personalmente, credo che possa trattarsi anche solo di acqua santa, nel qual caso sarebbe impossibile dimostrare la sua presenza.”
“Come, l’acqua benedetta non brilla magicamente?” chiese un altro poliziotto. Alcuni risero.
“Ehi” intervenne Nelson, tornando davanti a tutti. Andò alla lavagna e prese un pennarello rosso. Fece un cerchio sulla zona della mappa proiettata che sembrava meglio allineata con la quarta città della mappa disegnata da Mackenzie.
“White sarà incaricata di isolare quest’area” disse. “Voglio almeno otto uomini là entro un’ora, per fare un sopralluogo. Fatevi un’idea del terreno, imparate le strade e rimanete di pattuglia fino a mio ordine. Nancy, voglio che chiami la Polizia di Stato e chiedi il permesso di usare un elicottero per perlustrare l’area.”
“Sì, signore” disse Nancy.
“Ancora una cosa” disse Mackenzie. “Usate solo auto civetta. L’ultima cosa che vogliamo è allertare il nostro uomo.”
Nelson ci pensò su e lei intuì che qualcosa lo infastidiva. “Abbiamo solo quattro auto civetta, questo ci limiterà. Perciò potremo usare anche le volanti, ma non da lasciare parcheggiate o per gli appostamenti. E adesso, con tutto quello che sappiamo, non ci sono scuse per non acciuffare questo tizio prima che uccida una quarta donna. Ci sono domande?”
Nessuno disse niente e tutti si alzarono in piedi. Nell’aria si avvertiva un fremito di eccitazione e a Mackenzie sembrò quasi che fosse una presenza fisica. Gli agenti iniziarono a sciamare fuori dalla stanza impazientemente, avvertendo di essere vicini alla fine di quel caso orrendo. Lei conosceva bene quel modo di ragionare: a quel punto, chiunque aveva potenzialmente l’occasione di arrestare il sospettato. Anche se era stato qualcun altro (in questo caso lei) a fare tutti i collegamenti e fornire la soluzione finale, la mossa vincente era alla portata di tutti, ora.
Mentre Mackenzie si dirigeva all’uscita, Nelson la fermò. “Mackenzie, hai fatto davvero un ottimo lavoro. E ti dirò di più: Ellington tesseva le tue lodi quando è tornato a Quantico. Ho ricevuto una telefonata dal suo capo e anche lui ti fa i complimenti.”
“Grazie.”
“Adesso, se solo riuscissi a evitare di inseguire giornalisti sovrappeso spaventandoli a morte, credo che avresti davvero una carriera promettente davanti a te. Quel verme di Pope ha ingaggiato due diversi avvocati contro di te. Non credo che si arrenderà tanto facilmente.”
“Mi dispiace, Capitano.” disse con sincerità.
“Be’, per il momento mettiamo da parte questa cosa” disse Nelson “e concentriamoci ad acciuffare il killer. Anche i giornalisti sono una brutta razza, ma almeno Ellis Pope non se ne va in giro a legare donne ai pali e picchiarle a morte.”
Rabbrividì dentro di sé per il tono leggero con cui Nelson si riferiva alle vittime. Questo le ricordò che, nonostante all’improvviso avesse fiducia in lei e la ricoprisse di complimenti, restava comunque le stessa persona di quando aveva iniziato a lavorare per lui.”
“Se per te va bene, vengo io in macchina con te. Ti ho messo io a capo delle indagini, e vorrei essere il tuo braccio destro.”
“Sicuro” disse lei, detestando l’idea all’istante.
Mentre uscivano dalla sala conferenze, si guardò in giro in cerca di Porter. Era divertente e al tempo stesso ironico quanto avrebbe preferito andare in macchina con Porter adesso che il caso stava per chiudersi. Forse era solo per via dell’abitudine, oppure semplicemente per il fatto che considerava Nelson un po’ troppo maschilista per prenderla seriamente, nonostante le lodi dell’FBI.
Tuttavia, aveva perso Porter nel caos e nell’eccitazione generale. Non c’era il corridoio quando lei aveva fatto un salto in ufficio per prendere pistola e distintivo, e non si vedeva nemmeno nel parcheggio.
Nelson la aspettava alla macchina, e non c’era nemmeno da discutere su chi avrebbe guidato. Si mise subito dietro al volante e sembrava molto impaziente mentre aspettava che lei montasse sul sedile del passeggero e si allacciasse la cintura. Mackenzie fece del proprio meglio per celare l’irritazione, ma pensò che in realtà non importasse. Nelson era così preso dalla prospettiva di arrestare il Killer dello Spaventapasseri che lei era sostanzialmente un’aggiunta – solo l’ingranaggio, del macchinario guidato da uomini, che li aveva condotti lì.
All’improvviso il suggerimento di Ellington di provare a entrare nell’FBI le parve più allettante che mai.
“Pronta ad acciuffare il bastardo?” le domandò Nelson mentre uscivano dal parcheggio e si accodavano ad altre due auto pattuglie.
Mackenzie si morse il labbro inferiore per nascondere un sorriso sarcastico e disse:
“Più di quanto immagina.”
CAPITOLO VENTITRE’
Il cellulare di Mackenzie si mise a squillare appena dieci minuti dopo che lei e Nelson erano partiti. Controllò il numero sul display e, anche se non lo aveva ancora memorizzato, era fresco e familiare nella sua mente. Si era quasi dimenticata che Ellington le aveva mandato un messaggio in cui diceva che l’avrebbe richiamata. Sapeva che l’aveva inviato soltanto quella mattina, ma le pareva un sacco di tempo fa. Controllò l’ora sul cellulare vedendo che erano solo le 15:16. Quella giornata si stava rivelando incredibilmente lunga.
Ignorò la telefonata, non volendo aggiungere complessità a quello che sembrava prospettarsi un pomeriggio già abbastanza complicato. Mentre ignorava la chiamata di Ellington, Nelson era al telefono con Nancy. Parlava in modo conciso e diretto. Era chiaro che fosse teso e oltremodo stressato, e anche Mackenzie iniziava a sentirsi così.
Dopo parecchi secondi, chiuse la telefonata e iniziò a tamburellare nervosamente i pollici sul volante. “Nancy ha appena parlato con quelli della polizia di stato” disse. “Entro un’ora e mezza ci sarà un elicottero a sorvegliare la zona.”
“È una buona notizia” commentò Mackenzie.
“Dimmi” proseguì Nelson. “Secondo te uccide le donne prima di metterle sul palo o le uccide lì?”
“Non abbiamo prove che confermino l’una o l’altra ipotesi” disse Mackenzie. “Però la prima scena del crimine, quella nel campo di granoturco, mi fa pensare che le donne siano ancora vive quando le lega al palo. Sul terreno c’erano segni che giravano intorno al palo, lasciati dalla frusta che strisciava.”
“Quindi?”
“Quindi vuol dire che faceva avanti e indietro. Era ansioso e stava prendendo tempo. Se la donna fosse stata già morta, perché aspettare con la frusta in mano?”
Nelson annuì rivolgendole un sorriso di apprezzamento. “Inchioderemo il bastardo” disse continuando a tamburellare sul volante.
Mackenzie voleva davvero condividere il suo entusiasmo, ma sentiva che c’era ancora qualcosa che non quadrava. Sentiva quasi di aver trascurato qualcosa, ma non riusciva assolutamente a capire cosa fosse. Rimase in silenzio, riflettendo fra sé, mentre Nelson guidava.
Entrarono in quella che Nelson definì l’Area di Interesse venti minuti dopo. Aveva ascoltato parecchie telefonate da parte di Nelson mentre si recavano lì, e aveva capito che Nelson stava allestendo una sorta di perimetro per isolare un’area di circa cinquanta chilometri quadrati. La zona era principalmente formata da boscaglia e strade secondarie. Alcune di quelle strade secondarie erano circondate da campi di granoturco, proprio come quello del primo omicidio, che aveva dato il via a quella pazzia.
Mentre Nelson percorreva una strada del genere, la radio gracchiò. “Detective White, mi sente?” chiese la voce di un uomo.
Mackenzie guardò Nelson, come per chiedere il permesso. Lui fece cenno verso il ricevitore sorridendo. “Fa’ pure” disse. “È il tuo show.”
Mackenzie sganciò il microfono dalla radio e tenne premuto il pulsante di comunicazione. “Qui White. Cosa avete trovato?”
“Sono appena fuori dalla Statale 411 e ho incrociato una strada laterale – in realtà si tratta solo di una strada sterrata. La stradina finisce dritto in un campo di granoturco e non è sulla mappa. È lunga circa un chilometro e termina in uno spiazzo nel campo.”
“Ho capito” disse lei. “Avete trovato qualcosa?”
“Non rende l’idea, detective” disse l’agente all’altro capo. “Credo che debba venire qui più in fretta che può.”
*
Trovò non poco inquietante trovarsi in un altro campo di granoturco. Era come aver compiuto un cerchio completo, però non le sembrava di essere al termine di qualcosa. Anzi, le sembrava di aver ricominciato daccapo.
Era in piedi ai margini dello spiazzo con Nelson e l’agente Lent, l’uomo che l’aveva contattata via radio. I tre stavano in piedi tra le pannocchie rinsecchite e guardavano lo spiazzo.
Al centro era stato eretto un palo. Al contrario degli altri pali che avevano visto e che erano identici a quello, non c’era nessun corpo legato ad esso. Il palo era nudo e sembrava una specie di antico monolite in quello spazio vuoto.
Lentamente, Mackenzie si avvicinò. Era legno di cedro, proprio come gli altri. Si inginocchiò e tastò la terra intorno alla base del palo. Era soffice ed era chiaro che fosse stata smossa di recente.
“Questo palo non si trova qui da molto” disse Mackenzie. “La terra è stata smossa di recente. Oserei dire che è stato preparato in giornata.”
“Quindi prepara il luogo prima di portarci la vittima” concluse Nelson. “Non so se è un genio o è solo arrogante.”
Anche se Mackenzie era disgustata che il termine genio fosse legato al killer in qualunque modo, lo ignorò. Andò dietro al palo e immediatamente individuò le incisioni alla base, a parecchi centimetri dal punto in cui era piantato nel terreno: N511/G202.
“Secondo me nessuna delle due cose” disse Mackenzie. Quello che so è che in pratica ci ha lasciato il suo biglietto da visita. Sappiamo che tornerà e che probabilmente avrà con se la quarta vittima.”
Mentre si rialzava, si sentì pervadere da un senso di vendetta che non aveva mai provato prima. L’uomo dietro quei crimini l’aveva in qualche modo scossa. Era come se fosse diventato uno spettro, un fantasma capace di infestare casa sua, la sua mente e persino la sua fiducia in se stessa. La faceva saltare al suono di un’asse cigolante e l’aveva fatta scendere così in basso da provarci con un inarrivabile agente dell’FBI. L’aveva influenzata così tanto che non aveva avuto né l’energia né il tempo di pensare al fatto che Zack se ne fosse andato.
Come se ciò non bastasse, sceglieva le donne come vittime semplicemente perché usavano il proprio copro per guadagnarsi da vivere. Ma lui chi diavolo era per giudicare?
“Voglio restare qui” disse Mackenzie. “Voglio essere di pattuglia, in appostamento, qualunque cosa per catturarlo. Voglio mettere le manette a quello stronzo.”
Sapeva che suonava egoistico, ma non le importava. In quel momento non le importava un accidenti di niente di cosa Nelson potesse pensare di lei. Non le importava se fosse tornato dagli altri in centrale ridendo della bambola che gli dava ordini. All’improvvisto, acciuffare l’uomo dietro quegli omicidi era più importante di tutto il resto – compresi il suo lavoro e la sua reputazione.
“Me ne occupo io” disse Nelson con un sorriso. “Fa piacere vedere in te un po’ di incazzatura, White. Non sapevo ne fossi capace.”
Trattenne il commento che aveva sulla punta della lingua, limitandosi a pensarlo.
Neanche io.
CAPITOLO VENTIQUATTRO
Mackenzie si sentiva certa che il killer non avrebbe colpito prima di quella notte, e gli altri erano d’accordo con lei. Questo dava loro ancora quattro ore di luce per preparare quella che speravano sarebbe stata un’operazione di successo. E, anche nell’eventualità che succedesse qualcosa prima di sera, c’erano comunque tre volanti lungo la Statale 411 a tener d’occhio tutti i veicoli che accedevano alla stradina sterrata che portava al luogo preparato dal killer. Con l’elicottero della polizia di stato in arrivo, la vittoria sembrava assicurata.
Mackenzie si trovava su una delle auto civetta sulla Statale 411, sollevata di essere sola. Nelson era tornato alla centrale per incontrare un consulente della polizia di stato e le aveva permesso di restare sul posto per avere sott’occhio la scena e mantenere il controllo sulle indagini. La sua auto era parcheggiata a due chilometri di distanza dalla stradina sterrata, ed era in parte nascosta dalla 411 perché si era infilata in retro in una scorciatoia che un tempo usavano i contadini per andare da un campo di granoturco all’altro.
Era seduta lì da quindici minuti, e l’unica macchina che avesse visto passare era una della polizia, che lasciava il luogo per tornare alla centrale. Era sicura che non ci sarebbe stata attività fino a notte inoltrata e sapeva che aveva davanti a sé lunghe ore di attesa. Si domandò se Nelson le avesse affidato quel compito per tenerla fuori dai piedi, oppure se lo vedeva come un modo per darle una posizione che la tenesse in prima linea ad osservare gli eventi.
Con un sospiro e un’occhiata verso quel tratto morto della statale, Mackenzie prese il cellulare e guardò la notifica della chiamata persa da Ellington, un’ora e mezza prima. Fece del suo meglio per non ripensare agli eventi della sera precedente, quando si era resa ridicola davanti a lui. Aprì la barra delle notifiche e, quando venne fuori il suo numero, lo premette subito, prima di avere tempo per ripensamenti.
Quando al terzo squillo rispose, Mackenzie detestò il fatto che fosse così bello sentire la sua voce. “Qui Ellington” disse.
“Sono Mackenzie White” disse lei. “Avevi provato a chiamarmi.”
“Oh, ehilà! Ho sentito che avete una pista promettente.”
“Così sembra, ma vedremo. Abbiamo trovato il prossimo palo, già sistemato e pronto all’uso.”
“Sì, ho sentito. Come ti senti?”
“Bene” disse lei.
“Mi sembri dubbiosa.”
“Mi sembra solo troppo bello per essere vero. Sento che manca qualcosa.”
“Forse è così” disse Ellington. “Il tuo istinto è piuttosto acuto. Io non lo metterei in dubbio.”
“Infatti di solito non lo faccio.”
Un silenzio impacciato calò fra loro e Mackenzie si ritrovò a cercare disperatamente qualcosa di nuovo di cui parlare. Aveva già sentito della svolta nelle indagini, quindi era inutile ripetere le cose. Questo è patetico, Mackenzie, pensò.
“Allora” disse Ellington, rompendo il silenzio. “Mi sono preso la libertà di elaborare un profilo dopo che ho sentito dei legami religiosi. Ci sono buone possibilità che l’uomo che cerchiamo abbia un passato religioso. Magari si tratta addirittura di un prete o un reverendo, anche se la storia indica più che sia stato cresciuto in una casa strettamente religiosa. Forse ha frequentato una scuola religiosa privata. Inoltre, penso che in casa sua non ci fosse una figura materna, oppure sua madre era spesso fuori. Probabilmente si comportava male da piccolo – non nei modi estremi che vediamo oggi, ma tipici episodi da bambino problematico.”
“Su cosa ti stai basando?” chiese lei. “Solo sui casi passati?”
“Sì, principalmente” disse lui. “Non posso prendermi il merito per queste intuizioni. Ma a dire il vero, è una formula che funziona circa il settanta percento delle volte.”
“D’accordo, quindi se questo non ci porta a nulla, vi rimangono solo un migliaio di probabili sospettati.”
“Forse non così tanti. In base al profilo che ho stilato, deduco anche che questo tizio è uno del posto. Se sta creando la sua città, come hai fatto notare tu, direi che sia nel posto dove è cresciuto. Basandomi su quello, ho fatto un paio di chiamate. C’è una scuola elementare cattolica a meno di cento chilometri da Omaha. Ce n’è anche un’altra in regione, ma scommetterei su quella più vicina ad Omaha.”
“È sorprendente” commentò Mackenzie.
“Che cosa?”
“In quattro e quattr’otto, hai ristretto il campo di ricerca e hai persino una potenziale fonte di informazioni.”
“Non per niente la I di FBI sta per Investigazioni.” Rise da solo alla sua battuta, ma smise quando Mackenzie non si unì a lui.
“Grazie, Ellington.”
“Di niente. Un’ultima cosa, prima che tu vada.”
“Cosa?” chiese nervosa, sperando che non tirasse fuori le sue imbarazzanti avance della sera prima.
“Quando ho consegnato il rapporto al mio superiore, gli ho detto che sei incredibile e che ho cercato di portarti dal lato oscuro.”
Si sentì lusingata.
“E con lato oscuro intendi l’FBI?”
“Esatto. Comunque, mi sembrava interessato. Perciò, se ti capiterà di desiderare di venire da noi, ti posso dare il suo recapito. Potrebbe valere la pena parlargli.”
Ci pensò su e, anche se da un lato avrebbe voluto dirgli di più, dirgli quanto lei lo apprezzasse, tutto ciò che riuscì a dire in risposta fu “Grazie.” Anche solo l’idea le sembrava un sogno. Cose così belle non accadevano a lei, di solito.
“Ci sei? Tutto bene?” chiese Ellington.
“Sì, tutto ok. Adesso devo andare. La faccenda si sta per concludere qui e io devo restare concentrata.”
“Sì, lo so. Va’ a prenderlo.”
Non riuscì a trattenere un sorriso. Per quanto lui le sembrasse una figura irraggiungibile, Ellington stava anche dimostrando di saper essere scontato e imperfetto come chiunque altro.
Terminò la chiamata e tornò ad osservare la Statale 411. Iniziava a sentirsi ansiosa, come se, standosene semplicemente lì a sedere, stesse sprecando tempo. Aprì il browser sul suo cellulare e fece una ricerca sulle scuole elementari cattoliche in zona, scoprendo che Ellington aveva fatto centro con le sue osservazioni.
Salvò l’indirizzo sul telefono, poi chiamò Nelson. Rispose al quarto squillo e sembrava infastidito per essere stato interrotto mentre faceva il leccapiedi con quelli della polizia di stato.
“Che c’è, White?”
“Ho un indizio che vorrei verificare, signore” disse. “Dovrei allontanarmi dalla 411 per due o tre ore, però.”
“Non se ne parla” disse Nelson. “Tu sei a capo delle indagini, quindi devi restare lì. È il tuo spettacolo, White. Non pensarci nemmeno di lasciartelo sfuggire. Se entro domani non avremo beccato il nostro uomo, allora ne riparleremo. Se è una pista promettente posso mandare qualcun altro a verificare.”
“No” disse Mackenzie. “È solo un sospetto.”
“Ho capito” disse lui. “Resta lì finché te lo dico io.”
Non ebbe nemmeno il tempo di rispondere che lui aveva già riattaccato.
Tirò fuori l’indirizzo della scuola cattolica sul GPS e lo salvò. Quindi guardò verso destra dove, poco oltre la Statale 411, un palo solitario restava vuoto nel campo di granoturco, in attesa di un sacrificio.
Sapeva che avrebbe dovuto restarsene lì buona a seguire gli ordini senza fare niente per quattro ore.
Eppure, seduta in macchina, qualcosa la torturava. E se lui uccideva le sue vittime prima di portarle lì?
In quel caso, significava che c’era una ragazza prigioniera da qualche parte, in quel momento, che stava subendo delle torture. Una ragazza che sarebbe morta mentre Mackenzie se ne stava a sedere lì, aspettando che comparisse il suo cadavere.
Era un pensiero insopportabile.
E se la scuola cattolica – l’unica nelle vicinanze, quella che calzava il profilo dell’FBI perfettamente – poteva fornirle un nome, un’identità?
Questo li avrebbe potuti portare al killer prima che lui arrivasse lì. Forse avrebbe addirittura potuto salvare la prossima vittima, prima che fosse troppo tardi.
Mackenzie sedeva lì, ad aspettare, bruciando dentro mentre sentiva le grida della prossima vittima nella sua mente. Ogni minuto che passava era un’agonia.
Alla fine, spinse il piede sull’acceleratore e sfrecciò via da lì.
Impostò Holy Cross sul GPS.
Disobbedire a un ordine diretto in quel modo poteva costarle il lavoro, il suo intero futuro.
Ma non aveva scelta.
Sperava solo di farcela ad andare e tornare prima che fosse troppo tardi.
CAPITOLO VENTICINQUE
Stupidi.
La voce gli rimbalzava nella testa mentre superava l’intersezione tra l’Autostrada 32 e la Statale 411.
Stupidi.
Se gli servivano prove che aveva Dio dalla sua parte, erano nella tempistica. Era diretto al luogo del quarto omicidio – quello che sarebbe diventata la sua quarta città – quando aveva visto un’auto della polizia sulla Statale 411. Appena l’aveva vista, aveva proseguito dritto lungo l’Autostrada 32, col cuore che gli martellava i petto.
Forse era solo una coincidenza. Forse gli sbirri erano in un pattugliamento di routine, a caccia di multe per eccesso di velocità.
Oppure avevano trovato il palo. Sapeva che stavano indagando su di lui; aveva visto le storie sul Killer dello Spaventapasseri sui giornali, ma non si era scomodato a leggerle o a guardare i servizi sul suo operato in televisione. Non lo faceva per farsi pubblicità o ricevere attenzioni. Lo faceva per diffondere l’ira di Dio e per insegnare al mondo l’amore, la pietà e la purezza.
Naturalmente la polizia non poteva capire. E se davvero avevano scoperto il luogo che aveva scelto per erigere la sua quarta città, per lui sarebbe stata la fine. Non sarebbe stato in grado di portare a termine il proprio lavoro, e questo a Dio non sarebbe piaciuto.
Avrebbe dovuto modificare il quarto luogo. Forse gli sarebbe stato d’aiuto, alla fine. Forse la polizia sarebbe stata così concentrata a cercare di acciuffarlo nel quarto luogo, che lui avrebbe potuto terminare il suo lavoro altrove, senza rischiare di essere preso.
Arrivò ad un minimarket sull’Autostrada 32 e fece inversione di marcia col suo furgone nel parcheggio. Quindi tornò all’incrocio e attraversò senza degnare la Statale 411 di uno sguardo.
Il suo quarto sacrificio era già selezionato e pronto, poteva ancora costruire la sua quarta città quella notte, come pianificato.
Avrebbe continuato il suo lavoro altrove.
*
Lei aprì gli occhi e il dolore le esplose in testa. Gridò e sentì che la sua voce aveva un suono strano, quasi ovattato. Provò a portarsi una mano alla bocca, ma si accorse di non riuscirci. Si accorse poi di essere imbavagliata, la stoffa annodata strettamente dietro la testa.
Sbatté ripetutamente le palpebre, cercando di far diminuire il mal di testa. Quando i suoi occhi iniziarono a mettere a fuoco e la mente le si snebbiò, iniziò a farsi un’idea di dove si trovasse. Era su un parquet ricoperto di polvere. Le braccia erano legate dietro la schiena, e anche le caviglie erano legate. Qualcuno l’aveva spogliata, lasciandola in biancheria.
Fu quel particolare a far tornarle di colpo tutto in mente. Un uomo era sbucato dal nulla la notte prima, quando era arrivata a casa. Erano le quattro e lei aveva... Dio, che cosa aveva fatto?
Ma il reggiseno rosa brillante che indossava rendeva impossibile dimenticare quello che aveva fatto la scorsa notte. Fece del suo meglio cercando di convincersi che essere una escort era diverso da quello che facevano le altre donne. Era più di classe, una cosa più controllata. Ma, in fin dei conti, aveva fatto la stessa cosa che facevano le altre. L’avevano pagata profumatamente (ehi, millecinquecento dollari per un’ora e mezzo di “lavoro” non era così male) e dopo non si era sentita così male come pensava.
Poi però c’era stato quell’uomo, che era uscito dalle ombre. Aveva solo detto ciao, prima che il suo braccio si stringesse attorno al suo collo. Per un istante aveva sentito un odore e, mentre sprofondava nelle tenebre, lo aveva sentito sussurrarle in un orecchio di sacrifici e acque amare.
E adesso era lì. Aveva ancora indosso le mutandine e non sentiva dolore, quinti era abbastanza sicura di non essere stata violentata. Però era comunque nei guai.
Tentò di mettersi in ginocchio, ma ogni volta che era sul punto di riuscirci, le caviglie legate la facevano cadere, facendole sbattere la spalla per terra. Restò distesa lì, piangendo e provando a ricordare l’ultima cosa che l’uomo le aveva detto prima di metterle sotto al naso qualcosa che l’aveva fatta svenire.
Lentamente si rammentò le sue parole. E, sorprendentemente, la follia di quello che le aveva detto le fece venir voglia di cedere e arrendersi, invece di cercare una via d’uscita.
Non preoccuparti, le aveva sussurrato. Costruirò una città per te.
CAPITOLO VENTISEI
Mackenzie impiegò poco più di un’ora a raggiungere la Holy Cross Catholic School, sfrecciando ai centocinquanta per tutto il tragitto. Quando arrivò, la scuola era già finita e mentre veniva accompagnata in fretta dalla segretaria su per una scalinata, scoprì di aver beccato la preside in un buon momento.
La preside era una signora paffuta che rispecchiava ogni stereotipo che Mackenzie aveva sulle suore. All’inizio calorosa e accogliente, la preside Ruth-Anne Costello fu tutta affari e piuttosto brusca, una volta che Mackenzie fu nel suo ufficio seduta davanti alla sua scrivania.
“Abbiamo sentito voci su questo cosiddetto Killer dello Spaventapasseri” disse la preside Costello. “È per questo che è venuta qui?”
“Esatto” confermò Mackenzie. “Come faceva a saperlo?”
La preside Costello si accigliò, ma era un’espressione che pareva più di rabbia che di disappunto. Mackenzie non si sarebbe stupita se, in una scuola del genere, quella fosse stata l’espressione costante del personale in qualunque momento della giornata.
“Dunque, quelle povere donne sono legate a pali di legno quindi fustigate, giusto? Il simbolismo religioso è inequivocabile. E ogni volta che un assassino opera in nome di principi religiosi terribilmente fuorviati, o seguendo una sua contorta interpretazione religiosa, sono sempre le scuole private religiose che vengono messe sotto la lente d’ingrandimento.”
Mackenzie poté solo annuire. Sapeva che era vero; l’aveva visto un mucchio di volte da quando aveva iniziato la sua carriera all’università. Ma il suo silenzio era anche dovuto al fatto che la preside Costello aveva ragione: le allusioni alla religione nelle azioni del Killer dello Spaventapasseri erano ovvie. Mackenzie le aveva avvertite lei stessa, quando avevano trovato il primo corpo. Allora perché diavolo le aveva ignorate?
Perché avevo paura di esporre le mie teorie a Nelson e Porter, temendo di sbagliarmi e di essere poi messa in ridicolo, pensò.
Ma adesso aveva la possibilità di rimediare, non l’avrebbe sprecata per niente al mondo.
“Be’” disse Mackenzie “abbiamo un profilo molto specifico. Speravo che, parlando con lei o con qualcuno che è qui da molto tempo, avrei potuto trovare un potenziale sospettato. O comunque, se non un sospettato, magari qualcuno che sa qualcosa sulle uccisioni.”
“Ebbene” disse la Costello, “io sono qui da trentacinque anni. Prima come consulente scolastico, poi come preside, ruolo che ricopro da vent’anni.”
Si alzò e andò verso il lato sinistro dello studio, dove una fila di schedari dall’aspetto antico era allineato al muro. “Sa” proseguì la preside “lei non è il primo detective che viene a curiosare quando è commesso un crimine che sembra avere influenze religiose. Nemmeno lontanamente.”
La preside tirò fuori dagli schedari quattro cartelline e le portò alla scrivania. Le sbatté sul ripiano con abbastanza forza da dimostrare di essere chiaramente seccata. Mackenzie allungò una mano per prenderle, ma la preside ne stava già indicando una. Senza guardare Mackenzie, riprese a parlare, picchiettando con l’indice paffuto ogni cartellina.
“Questa” disse indicando la prima, “è su Michael Abner. Quando era qui nei primi anni Settanta, aggredì una ragazza in cortile, e in quinta elementare lo scoprirono a masturbarsi nel bagno delle ragazze. Lui però morì nel 1984, in un terribile incidente automobilistico, mi pare. Perciò, chiaramente, non può essere un sospettato.”
Così dicendo, la Costello tolse la cartellina di Michael Abner dalla scrivania. Quindi ne scartò altre due, una su uno studente che era morto cinque anni prima di cancro ai polmoni, l’altro che era immobilizzato su una sedia a rotelle – ovviamente non il tipo di persona che potesse trascinare grossi pali di legno sulle scene del delitto.
“L’ultima cartellina” proseguì la preside “è su Barry Henderson. Quando frequentava la Holy Cross faceva spesso a botte, e una volta mandò due ragazzi al pronto soccorso. Quando tornò dopo la sospensione, iniziò a inviare alle insegnanti lettere oscene, ma il culmine fu quando tentò di stuprare l’insegnante di arte, mentre cantava l’inno preferito di sua madre. Questo accadde nel 1990. Mi dispiace informarla che nemmeno lui può essere il vostro sospettato. È un residente del manicomio criminale Westhall da dodici anni.”
Mackenzie si annotò mentalmente di verificare quell’informazione, quindi osservò la Costello rimettere a posto le cartelline negli schedari. Quando chiuse lo sportello, gli diede un colpo che risuonò nell’ufficio come una bomba.
“E quelli erano gli unici studenti che ha avuto negli ultimi trentacinque anni che potrebbero essere capaci di crimini come quelli del Killer dello Spaventapasseri?”
“Non abbiamo modo di saperlo” disse la preside. “Con tutto il rispetto, non teniamo un fascicolo su ogni studente che sembra incline a diventare un futuro criminale. Questo comporterebbe tenere un registro su ogni bambino che infrange anche la minima regola. I quattro casi che le ho mostrato erano i più estremi, e da molti anni tengo quei documenti a portata di mano, così risparmio un sacco di tempo quando vengo contattata dalla polizia, soprattutto quando arrivano con quelli che secondo loro sono profili corrispondenti. Vogliono sempre incolpare la religione per crimini che non riescono a risolvere da soli.”
“Io non sto incolpando nessuno” puntualizzò Mackenzie.
“Invece sì” ribatté la preside. “Mi dica, detective, è venuta qui semplicemente per scoprire il nome di un sospettato, oppure per scoprire quale dottrina religiosa lo abbia deformato a tal punto da fargli commettere questi terribili atti?”
“Non mi importa come arriviamo alle informazioni” sbottò Mackenzie. “Devo solo scoprire chi sta uccidendo queste donne. Il perché passa in secondo piano, a questo punto.”
Mackenzie iniziò a sentirsi un’idiota per essere venuta alla Holy Cross. Che cosa si era aspettata? Una soluzione facile e pulita? Un vecchio studente che calzava il profilo elaborato da Ellington alla perfezione?
“Grazie per il suo tempo, signora Costello” disse piano. Si alzò e si diresse alla porta. Quando la mano fu sulla maniglia, la preside Costello la fermò.
“Secondo lei perché, detective White?”
“Perché cosa?”
“Perché le forze dell’ordine vengono a cercare risposte nella religione quando non riescono a risolvere quelli che secondo loro sono crimini basati sulla fede?”
“Il più delle volte, semplicemente perché corrisponde ai profili” disse Mackenzie.
“Davvero?” chiese la Costello. “Oppure è perché gli esseri umani non riescono ad accettare il male per quello che è in realtà? E dato che non possiamo accettarlo, dobbiamo trovare qualcos’altro di tangibile da incolpare?”
Una domanda le sfuggì di bocca prima che riuscisse a fermarla.
“Che cos’è il male, signora Costello? Che aspetto ha?”
La preside Costello fece un sorriso a labbra strette. Era un ghigno inquietante, un’espressione che suggeriva un’oscura comprensione.
“Il male somiglia a lei. Somiglia a me. Viviamo in un mondo in rovina, detective. Il male è ovunque.”
La maniglia sotto la mano di Mackenzie all’improvviso sembrò gelida. Annuì e se ne andò, senza preoccuparsi di voltarsi a salutare la preside Costello.
Mentre percorreva i corridoi labirintici della Holy Cross, sentì il cellulare vibrarle in tasca. Lo prese e vide il nome e il numero di Nelson sullo schermo. Il cuore le sprofondò.
L’assassino, pensò. Si è fatto vivo mentre io non c’ero, e Nelson mi farà il culo.
Rispose con lo stomaco contratto dalla paura. “Ehi, Capitano.”
“White” disse lui. “Dove sei?”
“Alla Holy Cross Catholic School” disse. “Sto indagando sul profilo che mi ha fornito Ellington.”
Nelson restò in silenzio per un po’, riflettendo. “Mi spiegherai dopo perché diamine hai disobbedito ai miei ordini e stai sprecando il tuo tempo laggiù” disse. “Adesso però devi passare alla centrale mentre torni indietro.”
“E la Statale 411?” gli chiese. “Vorrei avviarmi prima dell’ora di punta.”
“Un’altra ragione per cui non avevi tempo da perdere a seguire la pista di Ellington. Vieni qui e basta.”
“Va tutto bene?” chiese.
Ma Nelson aveva già riattaccato, lasciando Mackenzie ad ascoltare soltanto la linea morta.
CAPITOLO VENTISETTE
Il senso di disagio che Mackenzie provava aumentò ancora di più quando arrivò alla centrale e vide Nancy alla reception, che le rivolse solo un rapido cenno, per poi tornare ad abbassare lo sguardo. Questo era estremamente insolito per Nancy, una donna che aveva sempre un sorriso per chiunque entrasse dalle porte del commissariato.
Mackenzie fu sul punto di chiedere a Nancy se sapeva cosa stesse succedendo, ma ci ripensò. L’ultima cosa che voleva era sembrare debole e tagliata fuori proprio mentre cercava di chiudere il caso. Quindi oltrepassò il bancone della reception e andò sul retro, procedendo a passo svelto verso l’ufficio di Nelson.
Aprì la porta ed entrò, cercando di apparire sicura di sé come se avesse tutto sotto controllo. Eppure, mentre si chiudeva la porta alle spalle, capì che aver passato due ore e mezza quel pomeriggio per andare alla Holy Cross era stato uno sbaglio. Aveva inseguito delle ombre nel tentativo di essere perfetta, per accertarsi di sfruttare ogni opportunità, soprattutto se offerta da importanti agenti dell’FBI, per andare in fondo a quel caso.
Nelson alzò lo sguardo su di lei e, per un istante brevissimo, un’espressione di ansia gli attraversò il viso.
“Siediti, White” le disse indicando con un cenno del capo le sedie dall’altra parte della sua scrivania disordinata.
“Che succede?” si informò Mackenzie. La tensione era evidente nella sua voce, ma quello era l’ultimo dei suoi pensieri, mentre Nelson la studiava.
“Abbiamo un problema” disse. “E la soluzione non ti piacerà. Il nostro viscido amico Ellis Pope ha presentato una denuncia formale contro di te. Per adesso non dirà niente, resterà tutto tra noi e il suo avvocato. Ma ha detto che, se non prendo un provvedimento immediato, farà finire la notizia sui giornali. Di solito me ne infischierei di una minaccia del genere, ma i giornali e anche alcune reti televisive ti hanno individuata come persona a capo delle indagini. Se Pope spiffera ai media la sua denuncia, le cose si metteranno molto male.”
“Signore, ho agito d’impulso” si giustificò Mackenzie. “Una figura misteriosa si aggirava ai margini della scena del delitto. Si era introdotto su una proprietà privata ed è fuggito in modo sospetto. Dovevo forse lasciarlo andare? Io l’ho semplicemente fermato, non l’ho aggredito.”
Lui si accigliò.
“White, sono dalla tua parte in questa storia. Al cento per cento. Però c’è un altro elemento che non posso ignorare. Adesso è coinvolta anche la polizia di stato. Anche a loro è giunta voce dello scontro con Pope. Inoltre, questo pomeriggio non eri sulla Statale 411 quando loro sono arrivati. Anch’io sono incazzato per questo. Loro però l’hanno interpretato come una negligenza da parte tua. Non hai fatto una bella impressione.”
Sollevò una mano prima che lei potesse intervenire.
“Come se non bastasse, mezz’ora fa ho ricevuto una telefonata da Ruth-Anne Costello. Si è lamentata di te dicendo che sei stata scortese e aggressiva. Anche lei ha presentato un reclamo.”
“Dice sul serio?”
Nelson annuì con aria abbattuta.
“Sì, sfortunatamente. Metti tutto insieme e siamo nella merda fino al collo.”
“Che si fa per sistemare tutto?” chiese. “Cosa vuole Pope per stare zitto? Come facciamo a placare la polizia di stato e la suora?”
Nelson sospirò, poi guardò verso il soffitto facendo una smorfia, chiaramente non contento di quello che stava per dire.
“Significa che devo sollevarti dal caso del Killer dello Spaventapasseri con effetto immediato.”
Mackenzie si sentì gelare la pelle. Il pensiero che il killer fosse là fuori e continuasse ad uccidere senza che lei potesse far nulla per tentare di impedirlo era davvero troppo per lei.
Non sapeva cosa dire.
Nelson si accigliò ancora di più.
“Ho provato a mettere una buona parola per te, per farli rilassare” disse lui. “Ho anche suggerito di lasciarti chiudere questo caso e poi sospenderti per una settimana, ma Pope e la polizia di stato non hanno sentito ragioni. Ho le mani legate, mi dispiace.”
Mackenzie sentì che la paura che le si agitava nello stomacò lasciava il posto alla rabbia. Il suo primo istinto fu quello di prendersela con Nelson, ma intuì che anche lui era arrabbiato quanto lei per la piega che avevano preso gli eventi. Inoltre, visto il rispetto che le aveva dimostrato negli ultimi giorni, non dubitava di lui quando aveva detto di aver tentato tutto il possibile.
Non era colpa sua. Se c’era da incolpare qualcuno, quello era Ellis Pope. E, molto probabilmente, anche lei stessa. Da quando aveva sentito l’asse del pavimento scricchiolare tre notti prima, non era stata più in sé. E com’erano andate le cose tra lei ed Ellington non aiutava.
Già, la colpa era prevalentemente sua. E quella era forse la cosa peggiore.
“Quindi adesso chi si occuperà del caso?” gli chiese.
“La polizia di stato. Hanno anche l’FBI pronto ad intervenire in loro aiuto. Però, dato che sappiamo il luogo esatto dove il killer colpirà, speriamo sia una cosa semplice.”
“Signore, io non...”
Si interruppe, non sapendo cosa dire. Non era mai stata una dalle lacrime facili, ma era così arrabbiata lì a sedere nell’ufficio di Nelson, che il suo corpo sembrava non avere altro modo di esprimerlo che con le lacrime.
“Lo so” le disse lui. “È uno schifo. Quando tutto sarà finito – quando questo bastardo sarà dietro le sbarre e avremo sbrigato le formalità – farò in modo che il tuo nome sia ben in evidenza e nel migliore dei modi. Hai la mia parola, White.”
Lei si alzò in stato di shock, guardando la porta come se potesse trasportarla in qualche magico mondo dove quella conversazione non era mai accaduta.
“E adesso io che dovrei fare?” chiese.
“Va’ a casa, ubriacati, fa’ quello che devi per scrollarti tutto di dosso. E quando il caso sarà chiuso, ti chiamerò io per informarti. Alla polizia di stato non importerà nulla di questa disavventura, una volta arrestato il killer. Ellis Pope sarà tutto ciò di cui dovremo preoccuparci e una volta che non sarai più sotto i riflettori, sarà una questione semplice.”
Aprì la porta per uscire.
“White, mi dispiace un casino” le disse prima che chiudesse la porta. “Dico sul serio.”
Lei riuscì soltanto ad annuire, chiudendo la porta.
Percorse il corridoio tenendo gli occhi incollati a terra, in modo da non dover guardare nessuno negli occhi. Quando arrivò nella parte anteriore della centrale, alzò lo sguardo su Nancy, la quale, immaginando che adesso Mackenzie fosse stata messa al corrente di tutto, le rivolse uno sguardo preoccupato.
“Va tutto bene?” si informò Nancy.
“Andrà bene” disse Mackenzie, non sapendo se fosse o meno la verità.
CAPITOLO VENTOTTO
Anche se l’idea di ubriacarsi era allettante, le ricordava anche cos’era successo l’ultima volta che l’aveva fatto. Vero, era stato solo il giorno precedente, ma la vergogna per quanto era successo la faceva sembrare una cosa accaduta anni prima e che l’aveva tormentata fino a quel momento. Quindi, piuttosto che farsi passare la rabbia bevendo, Mackenzie fece l’unica altra cosa che sapeva fare.
Andò a casa e mise tutti i documenti riguardanti il Killer dello Spaventapasseri sul tavolino. Si preparò del caffè e riesaminò tutto quello che aveva sul caso. Mentre parte di lei sentiva che circondare il luogo del quarto omicidio era un modo infallibile per arrestare il killer, il suo istinto le diceva che lui sarebbe stato furbo. Gli sarebbe bastato notare anche il più piccolo segno che la polizia era sul posto per cambiare i propri piani. Probabilmente, anche Nelson e la polizia di stato se ne rendevano conto, ma il fatto che fossero così vicini alla risoluzione poteva renderli un po’ troppo sicuri del loro piano.
Fuori era calata la notte. Guardò per un attimo fuori dalle tende, chiedendosi come gli eventi degli ultimi giorni avrebbero influenzato la sua vita futura. Pensò a Zack e realizzò, forse per la prima volta, che era contenta che se ne fosse andato. Se doveva essere sincera, aveva tollerato la loro relazione soltanto perché così non sarebbe stata sola – una cosa che aveva temuto fin da quando era entrata nella camera dei suoi genitori e aveva trovato suo padre morto.
Si chiese anche cosa stesse facendo Ellington. La sua telefonata di prima sul profilo del killer provava che era ancora coinvolto nel caso del Killer dello Spaventapasseri, anche se soltanto sullo sfondo. Pensando a lui, si chiese se avrebbe preso il profilo e la visita alla Holy Cross così seriamente, se l’informazione fosse venuta da chiunque altro. Aveva cercato di fare bella figura con lui o con Nelson?
Quando tornò a guardare i documenti che aveva davanti, un pensiero molto semplice e provocatorio le riempì la testa: Perché fare colpo su qualcuno? Perché non fare solo un buon lavoro e agire al meglio delle mie abilità? Perché dovrebbe importarmi quello che gli altri pensano di me, se si tratta di un ex-ragazzo inutile, un superiore maschilista e un agente dell’FBI sposato?
Come in risposta a quei pensieri, il cellulare squillò. Lo raccolse tra i fogli e le cartelline sparpagliati sul tavolino e vide che era Ellington. Fece un sorrisetto al telefono e fu sul punto di non rispondere. Probabilmente la stava chiamando per ricevere i ringraziamenti per la pista della Holy Cross, oppure aveva altre intuizioni che l’avrebbero portata fuori strada e l’avrebbero fatta rimproverare. Se avesse avuto la testa più lucida in quel momento, avrebbe ignorato la chiamata. Invece, un po’ della rabbia che aveva provato nell’ufficio di Nelson si celava ancora nel suo cuore, e la spinse a rispondere.
“Salve, Agente Ellington” rispose.
“Ehi, White. Non vorrei disturbarti, ma sto per andare a casa e volevo sapere se quel profilo ti è stato utile in qualche modo.”
“No” disse Mackenzie, senza tanti convenevoli. “Anzi, sembra che l’unica cosa a cui ha portato la mia visita in quella scuola sia stato di infastidire la preside.”
Ellington chiaramente non si era aspettato una risposta del genere; all’altro capo del telefono ci furono cinque secondi di silenzio prima che rispondesse.
“Che è successo?” volle sapere.
“Era un buco nell’acqua. E mentre io ero lì a subirmi la predica della preside sulla natura del male, la polizia di stato è arrivata su quella che crediamo sarà la scena del quarto delitto. Dato che io non ero lì, hanno fatto valere la loro autorità.”
“Ah, cazzo.”
“Aspetta, c’è di meglio” sbottò Mackenzie. “Ricordi Ellis Pope?”
“Sì, il giornalista.”
“Proprio lui. Be’, ha deciso oggi di sporgere denuncia, minacciando di andare a spifferare ai media della nostra piccola zuffa. Anche quelli della polizia statale hanno sentito. Si sono rivolti a Nelson e un’ora fa sono stata ufficialmente sollevata dal caso.”
“Mi prendi in giro?” chiese lui.
La sua incredulità accese ancora di più la rabbia in lei e, per fortuna, la aiutò a rendersi conto che si stava comportando da maleducata per nessun motivo. Non era colpa di Ellington se ora si trovava in quella posizione. Lui voleva solo essere aggiornato e le stava offrendo la propria solidarietà.
“No, non ti prendo in giro” disse, cercando di mantenere il controllo. “Mi hanno chiesto di starmene qui a non fare niente, mentre i bravi ragazzi chiudono il caso.”
“Non è giusto.”
“Sono d’accordo” disse. “Ma so che Nelson non aveva scelta.”
“Io cosa posso fare?” chiese Ellington.
“Non molto, temo. Se davvero vuoi aiutarci con il caso, chiama Nelson. Potresti addirittura metterti nei guai se ne parli con me.”
“White, mi dispiace davvero.”
“Ormai è andata così” commentò lei.
La linea restò silenziosa di nuovo, ma stavolta non diede ad Ellington l’occasione di riprendere la conversazione. Se l’avesse fatto, aveva paura che la sua rabbia malriposta sarebbe tornata fuori, e lui non se lo meritava di certo.
“Devo andare” disse quindi. “Stammi bene.”
“Ma tu come stai?” le chiese.
“Bene” rispose lei. “È stato solo uno shock.”
“Allora abbi cura di te.”
“Grazie.”
Terminò la chiamata senza aspettare una risposta. Rimise il telefono sul tavolo, di fianco alle fotocopie dei passaggi della Bibbia che aveva decifrato. Li rilesse ancora, senza scoprire niente di nuovo. Quindi osservò la mappa presa dal retro della Bibbia e la mappa rudimentale che aveva fatto Nancy, con elencati tutti i potenziali luoghi per le uccisioni. Sembrava tutto così organizzato e semplice.
Ed ecco perché Mackenzie si sentiva a disagio. Ecco perché avvertiva il bisogno di continuare a scavare, per dissotterrare qualche verità che non avevano ancora trovato. Bevve il caffè e studiò i documenti come se fosse una giornata qualunque in ufficio, perdendosi nel lavoro anche se non aveva più in mano il caso.
*
Quando il cellulare squillò di nuovo, l’orologio sul display segnava le 19:44. Sbatté gli occhi e si massaggiò la testa, leggermente confusa. Erano passate quasi due ore dalla chiamata di Ellington, ma non le sembrava vero che fosse passato così tanto tempo.
Vide perplessa che il nome sul display era quello di Nelson. Emise una risatina strozzata prendendo il telefono, chiedendosi che altro avesse fatto che richiedesse un’ulteriore punizione.
Rispose, lo sguardo che vagava verso la finestra, oltre la quale si estendeva la notte. L’assassino era là fuori, pronto a immolare la sua prossima vittima? Oppure lo stava già facendo?
“Proprio l’ultima persona che mi aspettavo telefonasse” esordì Mackenzie.
“White, ho bisogno che chiudi la bocca e mi ascolti molto attentamente” disse Nelson. La sua voce era delicata e quasi gentile, un tono che non gli aveva mai sentito prima.
“Va bene” disse, non sapendo bene come reagire.
“Venti minuti fa, l’agente Patrick ha fermato un uomo sulla Statale 411. Guidava un vecchio pick-up Toyota rosso. Sul sedile del passeggero c’era una Bibbia e, sul pianale, delle funi. L’uomo, Glenn Hooks, è un reverendo in una piccola chiesa battista nella città di Bentley. Ed ecco il bello: c’erano otto passaggi evidenziati nella sua Bibbia. Uno di essi parlava selle sei città-rifugio.”
“Oddio” sussurrò lei.
“Patrick non ha ancora arrestato l’uomo, ma ha insistito perché andasse con lui in centrale. L’uomo era decisamente contrariato, ma alla fine è andato con Patrick. Mentre loro vengono qui, ho mandato un’unità a casa dell’uomo per vedere se trovano qualcosa di sospetto.”
“D’accordo” fu tutto quello che Mackenzie riuscì a dire.
“Il dipartimento di stato non sa niente di questo” proseguì Nelson. “Detto fra te e me, è stato un mio ordine. Volevo verificare questo tizio prima di coinvolgere loro. Ho appena parlato con Patrick. Arriveranno qui in centrale tra dieci minuti. Voglio che venga tu a interrogare l’uomo. E devi farlo in fretta, perché non so per quanto riusciremo a nascondere la cosa agli altri. Forse avrai venti o trenta minuti prima che io sia costretto a farti andare via.”
“Dopo tutto quello che mi ha detto in ufficio, pensa davvero che sia una buona idea?”
“No, non è una buona idea” ammise Nelson. “Ma è tutto ciò che ho in questo momento. So che ti ho cacciata meno di cinque ore fa, ma non ti sto chiedendo di farlo, te lo sto dicendo. Ufficialmente, sei ancora fuori dal caso, questo non cambia. L’interrogatorio sarà una cosa sottobanco, ma mi servi tu, White. Capito?”
Non si era mai sentita così umiliata e apprezzata al tempo stesso. Nel suo cuore si accese una scintilla di eccitazione, ma alla base c’era ancora la rabbia che l’aveva spinta per tutto il pomeriggio.
Ricorda, pensò. Qui non si tratta di fare colpo su qualcuno. Non si tratta di avere ragione o torto o di fare bella figura. Si tratta di fare il tuo lavoro e mandare dietro le sbarre un uomo che tortura e uccide le donne.
“White?” sbottò Nelson.
Guardò sul tavolino e vide le foto. Le donne a cui era stata tolta la dignità, che erano state terrorizzate, percosse e uccise. Doveva rendere loro giustizia. Doveva alle loro famiglie una forma di chiusura.
Stringendo la presa sul telefono e con uno sguardo di determinazione ferrea, Mackenzie disse:
“Sarò lì in quindici minuti.”
CAPITOLO VENTINOVE
Quando Mackenzie giunse in centrale, due poliziotti l’attendevano all’ingresso. Fu incredibilmente felice di vedere che uno di loro era Porter. Le rivolse un sorriso d’intesa mentre si avvicinava alle porte e, senza dire una parola, gli uomini le aprirono e la accompagnarono all’interno. Avevano fatto pochi passi all’interno della centrale, quando Mackenzie si accorse che Porter e l’altro agente le facevano da scudo. Camminavano al suo fianco a passo svelto, aiutandola a passare inosservata, per evitare che qualcuno la vedesse e creasse problemi.
Raggiusero rapidamente l’atrio principale, dove vide Nelson in piedi, fuori dalla stanza degli interrogatori. Questi si raddrizzò quando li vide arrivare, e Mackenzie notò che era terribilmente teso – come se da un momento all’altro potesse partire come un razzo.
“Grazie” le disse quando lo raggiunsero.
“Di niente” rispose Mackenzie.
Nelson indirizzò a Porter e l’altro poliziotto un brusco cenno e quelli se ne andarono subito. Porter però fece solo un passo prima di girarsi verso di lei e sussurrarle qualcosa. “Gran bel lavoro” le disse, con lo stesso sorriso che le aveva rivolto poco prima all’ingresso.
Lei si limitò a fare un cenno del capo e ricambiare il sorriso. Con ciò, i poliziotti si avviarono lungo il corridoio, per tornare nell’area frontale dell’edificio.
“D’accordo” esordì Nelson. “Questo Hooks è abbastanza collaborativo. È soltanto spaventato e nervoso. Per ora sta solo parlando a volontà, ma non ha ancora chiesto un avvocato. Quindi ti consiglio di andarci piano con lui, così potremmo cavarcela senza che si intrometta un avvocato a intralciarci.”
“D’accordo.”
“Noi osserveremo dalla stanza adiacente, così se le cose si mettono male possiamo intervenire in meno di dieci secondi. Per te va bene?”
“Sì, va bene.”
Nelson le diede una pacca d’incoraggiamento sulla schiena e le tenne aperta la porta. Mackenzie fu sorpresa di vedere che poi se ne andò, per raggiungere gli altri nell’altra stanza. Mackenzie guardò la porta aperta per un momento prima di entrare.
È lì dentro, pensò. Il Killer dello Spaventapasseri è lì dentro.
Quando entrò nella stanza degli interrogatori, una strana sequenza di emozioni attraversò il volto dell’uomo seduto al tavolo al centro della stanza: prima si irrigidì come legno, poi corrucciò l’espressione, poi si vide confusione e infine un vago senso di sollievo.
Mackenzie provò una serie simile di emozioni nel vedere il killer per la prima volta. Sembrava sui cinquant’anni, con i capelli brizzolati e le rughe che iniziavano a mostrarsi sul volto. Era magrolino ma abbastanza alto. La osservava con profondi occhi marroni molto facili da leggere: era spaventato e profondamente confuso.
“Salve, signor Hooks” lo salutò. “Io sono la detective White. Penso che, se risponderà ad alcune mie domande in modo sincero, sarà fuori di qui in un attimo. Mi dicono che finora si è dimostrato collaborativo, quindi la prego di continuare, d’accordo?”
Lui annuì. “Si tratta di un enorme equivoco” disse Hooks. “Credono che abbia ucciso tre donne. Credono che sia io il Killer dello Spaventapasseri.”
“E non lo è?” chiese lei.
“Certo che no! Sono un reverendo alla chiesa battista di Grace Creek.”
“Così mi dicono” commentò Mackenzie. “C’erano molti passaggi evidenziati nella Bibbia che teneva sul furgone. Uno di quelli è strettamente collegato al caso del Killer dello Spaventapasseri.”
“Lo so, è quello che hanno detto anche gli altri poliziotti. I versi sulle città-rifugio, giusto?”
Mackenzie si prese un momento per riorganizzare le idee. Era infastidita che qualcuno avesse già scoperto la loro mano dicendo a Hooks del collegamento con le città-rifugio. Avrebbe dovuto tentare un approccio diverso. Tutto quello che sapeva era che il suo istinto le diceva tacitamente che Hooks non poteva assolutamente essere il Killer dello Spaventapasseri. La paura nei suoi occhi era sincera e, per quanto la riguardava, diceva tutto quello che c’era da sapere.
“E che mi dice della fune sul pianale del suo furgone?”
“Il centro estivo catechista di Grace Creek inizia fra due settimane” spiegò Hooks. “La corda è avanzata dalle decorazioni di scena che stiamo creando. Quest’anno faremo un tema della giungla e abbiamo usato delle corde come liane e per un ponte sospeso.”
“Dove si trova la chiesa?”
“Sull’Autostrada 33.”
“Che corre in parallelo alla Statale 411, giusto?”
“Esatto.”
Mackenzie dovette dare le spalle a Hooks per un attimo, per nascondere l’espressione sul suo volto. Come avevano potuto Nelson e i suoi tirapiedi essere così ciechi e stupidi? Non avevano fatto nessuna ricerca prima di portare lì quel pover’uomo?”
Quando riuscì a ricomporsi, si voltò di nuovo verso di lui, provando a non fargli capire di essere già convinta che non fosse lui l’assassino. “Per quale motivo ha evidenziato i versi sulle città-rifugio?”
“Volevo parlarne in un sermone fra tre o quattro settimane.”
“Posso chiederle perché?” chiese Mackenzie.
“Vorrei parlare di commettere reati in un modo che non faccia sentire i fedeli in colpa. Tutti commettiamo peccati, sa. Anche io. Anche il più devoto dei fedeli. Ma molte persone crescono con la convinzione che il peccato equivalga alla dannazione eterna, così le città-rifugio sono un ottimo esempio del perdono di Dio. La differenza sta nella gravità del peccato. Le città-rifugio erano principalmente per coloro che avevano commesso un omicidio in modo non intenzionale. Non tutti i peccati sono uguali. E anche chi ha commesso un omicidio, se l’ha fatto non intenzionalmente, può essere perdonato.”
Mackenzie ci rifletté un po’, con la sensazione che qualcosa stesse per scattare nella sua testa. C’era qualcosa, un particolare, ma per il momento non sapeva cosa.
“Un’ultima domanda, signor Hooks” disse. “Il suo pick-up Toyota è piuttosto vecchio. Da quanto ce l’ha?”
Hooks ci pensò su un momento poi rispose con un’alzata di spalle. “Da otto anni, più o meno. L’ho comprato usato da un fedele della Grace Creek.”
“L’ha mai usato per trasportare della legna?”
“Sì. La settimana scorsa ci ho caricato parecchie tavole di compensato che servivano per le decorazioni. Inoltre, di tanto in tanto aiuto la gente a fare scorta di legna per l’inverno, trasportandola a domicilio.”
“Niente di più grande?”
“No, non che io ricordi.”
“La ringrazio molto, signor Hooks. Mi è stato davvero utile. Sono abbastanza sicura che potrà andarsene prestissimo.”
Lui annuì, più confuso di prima. Mackenzie si girò un’ultima volta verso di lui, prima di uscire dalla stanza e chiudersi la porta alle spalle. Appena fu fuori dalla stanza degli interrogatori, Nelson fece capolino dall’altra stanza, un paio di porte più avanti. Mentre si avvicinava sembrava agitato e lei quasi poteva avvertire la tensione fuoriuscire da lui a ondate.
“Hai fatto presto” commentò.
“Non è lui il killer” fece Mackenzie.
“E come accidenti fai ad esserne tanto sicura?” le domandò.
“Con tutto il rispetto, signore, gli avete almeno chiesto a cosa gli servissero quelle funi?”
“Certo” sbottò Nelson. “Lui ha tirato fuori una storia dicendo che gli servivano per il centro estivo di catechismo nella sua chiesa.”
“E qualcuno si è almeno preoccupato di verificarlo?”
“Aspetto la chiamata da un momento all’altro” disse. “Ho inviato là un’auto mezz’ora fa.”
“Signore, la chiesa di quell’uomo si trova a quindici minuti di strada dal luogo di interesse. Ha detto che aveva intenzione di tenere un sermone sulle città rifugio.”
“Mi sembra conveniente, non trovi?”
“Sicuramente” convenne lei. “Ma da quando basta un collegamento tanto debole per arrestare qualcuno?”
Nelson la guardò accigliato e si mise una mano sul fianco. “Sapevo che era uno sbaglio farti venire qui. Sei proprio decisa a tirarla per le lunghe più che puoi? Vuoi che l’attenzione resti puntata su di te per fare notizia?”
Mackenzie non riuscì a trattenersi dal farsi avanti con la rabbia che ribolliva dentro di lei. “La prego, mi dica che è la frustrazione che la spinge a dire queste cose” disse. “Mi piace pensare che abbia una testa migliore sulle spalle, che non pensi davvero certe cose.”
“Modera i toni, Mackenzie” disse lui. “Per adesso ti ho solo tolto il caso. Affrontami di nuovo così e ti sospendo a tempo indefinito.”
Tra loro calò un silenzio carico di tensione, che però durò soltanto tre secondi, interrotto dal cellulare di Nelson che si mise a squillare. Distolse lo sguardo da Mackenzie, le diede le spalle e rispose.
Mackenzie restò lì in piedi e ascoltò quello che diceva Nelson, sperando che qualunque fosse il motivo della telefonata, potesse aiutarli a chiarire le cose e rilasciare il reverendo Hooks.
“Che c’è?” chiese Nelson, ancora voltato dall’altra parte. “Sì? D’accordo...sei sicuro? Cazzo. Sì... ho capito.”
Quando Nelson tornò a voltarsi verso di lei, sembrava sul punto di lanciare il telefono in corridoio. Le guance gli si erano accese di un colore rosso vivace, e sembrava assolutamente sconfitto.
“Che succede?” chiese Mackenzie.
Nelson esitò, guardando il soffitto e rilasciando un sospiro. Era proprio la posizione di qualcuno che stava per farsi un bel bagno di umiltà.
“La corda nel suo furgone corrisponde esattamente a quella usata per creare la scenografia per il centro estivo catechista di Grace Creek. Non solo; c’erano anche fogli stampati e appunti in un piccolo ufficio sul retro della chiesa che confermano che Hooks sta preparando un sermone sulle città-rifugio.”
Dovette fare appello a tutta la sua volontà per non commentare come lui e gli altri poliziotti si fossero sbagliati – di com’erano stati ansiosi di risolvere il caso senza l’aiuto degli statali o dell’FBI, arrestando un uomo che non c’entrava assolutamente niente.
“Quindi può andarsene?” chiese Mackenzie.
“Sì, è libero.”
Si permise un sorriso a labbra strette. “Glielo dice lei o glielo dico io?”
Sembrava che la testa di Nelson potesse esplodere da un momento all’altro. “Fallo tu” disse. “E quando glielo hai detto, porta il tuo culo fuori da qui. È meglio se tu e io non ci parliamo per qualche giorno.”
Con piacere, pensò.
Tornò nella stanza degli interrogatori, felice di sparire dalla vista di Nelson. Quando si chiuse la porta alle spalle, Hooks la guardò con gli occhi marroni colmi di speranza.
“È libero di andarsene.”
Lui annuì riconoscente, fece un profondo sospiro e disse: “Grazie.”
“Le dispiace se le porgo un’ultima domanda prima di andare?” gli chiese.
“Faccia pure.”
“Perché Dio avrebbe creato delle città in cui i peccatori possono rifugiarsi? Il lavoro di Dio non sarebbe di punire i peccatori?”
“Questo è oggetto di dibattito. Io credo che Dio volesse vedere i suoi figli avere successo. Voleva offrire loro una possibilità di sistemare le cose con lui.”
“E questi peccatori credevano di poter trovare Dio in quelle città? Pensavano di poter trovare lì il suo favore?”
“In un certo senso, sì. Però sapevano anche che Dio è al centro di tutto. Stava a loro cercarlo. E quelle città erano i luoghi in cui potevano farlo.”
Mackenzie ci rimuginò su mentre andava alla porta. Aiutò Hooks a sbrigare le formalità del rilascio, ma la sua mente era altrove. Pensava a sei città disposte a cerchio, e a come a volte un Dio adirato ma fondamentalmente incline al perdono sorvegliasse tutto.
Come l’aveva messa Hooks?
Però sapevano anche che Dio è al centro di tutto.
Improvvisamente, Mackenzie si sentì come se le avessero tolto un velo dagli occhi della mente. Quell’ultimo commento che le galleggiava in testa fece scattare il collegamento che era quasi riuscita a cogliere nella stanza degli interrogatori.
Cinque minuti più tardi, stava tornando a casa a tutta velocità, con quel singolo pensiero che occupava ogni angolo della sua mente.
Dio è al centro di tutto.
L’orologio sul cruscotto segnava le 20:46, ma Mackenzie sapeva che la sua serata era appena cominciata. Perché, se aveva ragione, sapeva come scoprire dove abitava il killer.
CAPITOLO TRENTA
Appena fu a casa, Mackenzie andò subito verso il divano, dove sul tavolino aveva lasciato tutti i documenti che stava studiando in disordine. In un certo senso era ironico; aveva creduto che la casa sarebbe stata più ordinata dopo che Zack se n’era andato, invece al posto delle cose di Zack adesso c’erano le sue scartoffie. Solo per un momento, si chiese dove fosse e cosa stesse facendo. Ma quel pensiero durò pochi secondi. Subito fu rimpiazzato dal pensiero che le aveva frullato in testa per tutto il viaggio verso casa, come un refolo di vento nel deserto.
Dio è al centro di tutto.
Setacciò i fogli sul tavolino e trovò le due mappe, quella con le città-rifugio dell’Antico Testamento e quella della zona nel raggio di centocinquanta chilometri. Le sovrappose e le osservò, in contemplazione. Poi si concentrò sulla mappa locale, osservando le X che erano state tracciate con il pennarello nero e seguendole con un dito. Collegò tutte le X, disegnando il cerchio immaginario che formavano.
Quindi spostò l’attenzione sul centro del cerchio. Afferrò una penna e tracciò delle leggere linee da ognuna delle sei “città” che convergevano verso il centro, come i raggi di una ruota.
Dio è al centro di tutto.
Le linee si incrociavano al centro del cerchio. Nel punto in cui si univano tutte, tracciò un altro cerchio più piccolo. Comprendeva una zona del quartiere del centro non troppo lontano da dove avevano fermato Clive Traylor, pochi giorni prima. Lungo i margini del cerchietto, vide una linea serpeggiante che indicava un fiume, il fiume Danvers. Il piccolo corso d’acqua correva attraverso un parco, dietro molte proprietà, e sfociava nel lago Sapphire.
Non era chiaro dalla mappa, ma lei era abbastanza sicura che il nuovo cerchio includesse anche due o tre strade e un piccolo bosco che separava la regione centrale occidentale dalle sponde del lago Sapphire.
Quello era il centro degli omicidi – il punto centrale che esisteva tra i siti scelti dal killer, quelle che lui chiamava città. Se quest’uomo sentiva di essere in un certo senso Dio, oppure qualcuno che agiva per Suo conto, allora probabilmente credeva di essere al centro di tutto. E se Dio era al centro di tutto, con tutta probabilità il punto al centro era casa sua.
Per un momento restò semplicemente seduta lì, con una familiare scintilla di eccitazione che iniziava a scaturirle in petto. Sapeva di dover prendere una decisione che avrebbe potuto determinare il futuro della sua carriera. Poteva chiamare Nelson e dargli quell’informazione, ma era abbastanza sicura che non avrebbe risposto alla sua telefonata. E, anche se l’avesse ascoltata, temeva che la sua idea sarebbe stata relegata in secondo piano.
Il fatto che sul posto che avevano individuato ci fosse già un palo pronto, significava che il killer stava per colpire di nuovo. E se avesse già avuto una donna pronta come prossimo sacrificio? E se avesse dovuto pensare fuori dagli schemi perché gli altri tre luoghi prescelti erano sotto sorveglianza?
Al diavolo, pensò.
Mackenzie balzò in piedi, facendo cadere i fogli dal tavolino nella fretta. Andò in camera per recuperare la pistola di servizio e, mentre la sistemava nella fondina, il cellulare le squillò. Quel suono improvviso e inaspettato la fece sobbalzare, e dovette concedersi un momento per calmarsi prima di rispondere. Guardando il display, vide che si trattava di nuovo di Ellington.
“Pronto?” rispose.
“Oh, ehi” disse Ellington. “Non mi aspettavo che rispondessi. Volevo solo lasciarti un messaggio per dirti di richiamarmi domani per aggiornarmi sull’arresto. Non ci sei ancora andata?”
“Oh, sono andata e sono già tornata. Non era l’assassino.”
Lui non disse niente per un attimo.
“E l’hai capito in meno di mezz’ora?”
“Sì. Era evidente. Nelson e i suoi uomini... Be’, loro non avevano esattamente la situazione sotto controllo.”
“Troppo impazienti di arrestare qualcuno?”
“Qualcosa del genere” disse, finendo di sistemare la pistola.
“È tutto a posto?” chiese Ellington. “Mi sembri di corsa.”
Fu tentata di non dirglielo, di non rivelargli la sua nuova teoria. Se fosse saltato fuori che si sbagliava, le cose potevano mettersi male, specialmente se qualcuno era a conoscenza del suo piano in anticipo. Eppure, lei sentiva che non si sbagliava; glielo diceva il suo cuore, il suo istinto, e se lo sentiva nelle ossa. E se in effetti qualcosa le stava sfuggendo, se stava solo saltando alle conclusioni, Ellington era la persona più logica che conoscesse.
“White?”
“Credo di aver scoperto qualcosa” disse Mackenzie. “A proposito del killer, di dove abita.”
“Che?” Sembrava scioccato. “Come?”
Lei gli raccontò brevemente della conversazione con il reverendo Hooks e di come avesse individuato il centro di tutto sulla mappa. Mentre lo diceva, si convinse ancora di più di aver visto giusto. Quella era finalmente la strada che li avrebbe condotti al killer.
Quando ebbe terminato il racconto, all’altro capo del telefono ci fu solo silenzio per un po’. Lei si preparò, aspettandosi il solito criticismo che riceveva sempre.
“Credi che sia sbagliato?” gli domandò.
“No, Affatto. Credo che sia geniale.”
Era stupita e si sentì motivata.
“Cos’ha detto Nelson?” le chiese.
“Non l’ho chiamato. E non lo farò.”
“Ma devi dirglielo” la esortò.
“No, non devo. Lui non mi vuole sul caso. E, dopo lo scambio che abbiamo avuto in centrale, dubito che risponderebbe alla mia chiamata.”
“Be’ allora lascia che avverta quelli della polizia di stato.”
“È troppo rischioso” disse lei. “Se si rivela essere un vicolo cieco, di chi sarà la colpa? Tua? Mia? In nessuno dei due casi sarebbe una bella situazione.”
“Questo è vero” disse Ellington. “E se invece non fosse un vicolo cieco? Se arresti il killer? Allora dovrai chiamare Nelson in ogni caso.”
“Però almeno avrei dei risultati. E se riesco ad acciuffare il bastardo, non mi interessa quali saranno le conseguenze per me.”
“Stammi a sentire” disse lui con voce frustrata. “Non puoi farlo. Non da sola.”
“Ma devo” replicò lei. “Non abbiamo idea di quando ucciderà di nuovo. Non posso starmene qui seduta ad aspettare che Nelson abbia voglia di parlarmi o che i tuoi decidano che valga la pena venire qui.”
“Potrei esporla come una mia idea” disse Ellington. “Magari così l’FBI si muoverebbe più in fretta.”
“Ci ho pensato” disse Mackenzie. “Ma anche se i vostri agenti venissero qui il prima possibile, quanto dovremmo aspettare?”
Il suo sospiro all’altro capo della linea le confermò di avere ragione.
“Probabilmente cinque o sei ore” rispose lui. “Per essere ottimisti.”
“Adesso capisci dove voglio arrivare?”
“E tu capisci che mi stai mettendo in una posizione difficile?” ribatté lui. “Se te ne vai là fuori e ti succede qualcosa, io dovrò dirlo al mio superiore. Se rimani ferita o uccisa e si scopre che io ero a conoscenza del tuo piano, sono io che rischio il culo.”
“Allora devo solo cercare di non farmi ferire o uccidere.”
“Maledizione, White...”
“Grazie per la tua preoccupazione, Ellington. Ma devo farlo adesso.”
Terminò la chiamata prima che potesse dirle qualcosa che la facesse dubitare della sua decisione. Si domandò comunque se non stesse agendo in modo imprudente. Sarebbe stata sola, ad avventurarsi nel buio, con ordini specifici di non lavorare al caso. Ancora peggio, si sarebbe trovata sul territorio di un assassino del quale sapevano ben poco.
Attraversò il soggiorno e uscì di casa prima di poter cambiare idea. L’aria frizzante della sera sembrò spazzare via ogni suo dubbio. Con la mano sentì la sagoma della pistola nella fondina che teneva in vita, e questo la calmò un po’.
Senza sprecare altro tempo, si precipitò alla macchina e mise in moto. Uscì dal vialetto di casa sua e si diresse a ovest, la notte che si apriva davanti a lei come un sipario nero sul palcoscenico prima dell’inizio dello spettacolo.
CAPITOLO TRENTUNO
Per tutto il giorno l’aveva ascoltato rovistare in casa. A volte si metteva a intonare degli inni, e lei ne aveva riconosciuto uno dai tempi in cui sedeva sulle ginocchia della nonna su una panca in una chiesa battista di campagna. Era abbastanza sicura che si intitolasse “Quanto è grande la Tua Opera”. Ogni volta che lo sentiva canticchiarlo, era investita da un’ondata di nausea e paura, perché pensava a quello che le aveva fatto – a quello che ancora le avrebbe fatto.
Mentre lo ascoltava cantare e spostarsi per casa, aveva tentato di rimettersi in piedi. Sarebbe stato più semplice se avesse avuto addosso dei vestiti. In qualche modo era riuscita a rotolare fino al muro, per poi appoggiarvisi con la schiena e tirarsi lentamente su. Anche se era in piedi, i polpacci le dolevano e bruciavano a causa delle caviglie legate strettissime. E, dato che aveva sudato molto, a quel punto scivolava lungo il muro per finire di nuovo a terra.
Adesso, con i polsi che sanguinavano a causa delle abrasioni delle corde, si puntellò nuovamente contro il muro. Sentiva le gambe come fossero d’argilla e i graffi sulla schiena bruciavano come punture d’ape. Gemendo, ritentò, spingendo contro il muro e contemporaneamente cercando di mettersi in piedi. Quando i polpacci e le caviglie cominciarono a bruciarle, cercò di sopportare il dolore e distese le gambe.
Una volta in piedi, le gambe vacillarono e per poco non cadde. Riuscì però a mantenere l’equilibrio poggiandosi al muro.
Bene, e adesso?
Non sapeva cosa fare. Il sollievo di essere in piedi era troppo. Pensò che, se fosse riuscita a fare i pochi passi che la separavano dalla porta alla sua destra, avrebbe potuto trovare un telefono e chiamare la polizia. L’aveva sentito aprire e chiudere la porta per tutto il giorno. Immaginava che uscisse per un po’ e poi rientrasse. Se solo avesse potuto dare una sbirciata a cosa c’era nel resto della casa, forse avrebbe avuto qualche chance in più di sopravvivere.
Strisciando contro il muro, riuscì ad arrivare alla porta. Dei brividi le corsero lungo la pelle sudata. Il corpo le tremava, e voleva accasciarsi a terra e piangere. Esaminò la stanza alla ricerca di un qualunque oggetto appuntito che potesse usare per tagliare la corda che le legava i polsi.
Non ne trovò.
Pensò di arrendersi. Era troppo, pensò, troppo difficile.
Tenendo la schiena alla porta, cercò di afferrare la maniglia. Quando le mani la trovarono, provò ad abbassarla. Si udì un lieve clic quando la serratura si aprì.
Fece un passo indietro e lasciò che la porta si aprisse lentamente. L’aria fresca che entrava le sembrò la cosa più bella al mondo.
Iniziò a voltarsi lentamente, cercando di fare meno rumore possibile. Avrebbe trovato un telefono per chiamare qualcuno, oppure una finestra aperta. Certo, aveva mani e piedi legati, ma avrebbe tentato il tutto per tutto pur di uscire da lì.
Quando però riuscì a girarsi del tutto verso la porta, lui era lì.
Il suo grido fu soffocato dal bavaglio che aveva sulla bocca. Lui le sorrise ed entrò nella stanza. Le mise una mano sulla spalla, carezzandola. Poi, allargando il sorriso, la spinse. Lei finì a terra, sbattendo con la spalla. Il suo grido di dolore si trasformò in un singhiozzo disperato.
“Molto presto sarai libera” le disse l’uomo.
Si inginocchiò e le mise di nuovo una mano sulla spalla, come a rassicurarla.
“Tutti e due saremo liberi, e sarà glorioso.”
Uscì dalla stanza e, quando chiuse la porta, stavolta sentì che faceva scattare un giro di chiave. Si mise a piangere, temendo di soffocare a causa del bavaglio. Nel frattempo, lui girava per casa al piano di sotto cantando inni dedicati allo stesso Dio che lei stava disperatamente implorando su quel pavimento polveroso.
*
Non gli piaceva lavorare sotto pressione. Inoltre, non gli piacevano i cambiamenti, soprattutto quando aveva già pianificato le cose per bene. E invece, ecco che doveva modificare i suoi piani a metà dell’opera. C’erano ancora tre città da fondare, ancora tre sacrifici. Uno era quasi pronto, ma ancora non aveva idea di come avrebbe portato a termine gli ultimi due.
Per ora doveva limitarsi a compiere un passo alla volta. Per ora doveva preoccuparsi solo della quarta città.
Pensò di essere stato bravo ad adattarsi in luce degli eventi recenti. Era stato grazie a Dio se aveva visto in tempo la polizia mentre si recava sul quarto sito. Gli uomini gli erano addosso e avrebbero fatto di tutto per fermare il suo operato. Invece Dio, sovrano e onnisciente, lo stava proteggendo. Allora aveva pregato, e Dio gli aveva detto che l’importante era il sacrificio, non il luogo in cui questo veniva compiuto.
Quindi aveva agito di conseguenza. E pensava di averlo fatto davvero bene.
Per esempio, la donna non si trovava più nella stanza al piano di sopra, dove l’aveva lasciata un’ora prima. Adesso era nel capanno, in posizione fetale, con le braccia dietro la schiena e le ginocchia raccolte. Le aveva legato caviglie e polsi insieme, lasciando la corda un po’ allentata, così che non rischiasse di slogarsi accidentalmente una spalla. Doveva essere immacolata quando l’avesse issata sul palo. Dio non avrebbe accettato sacrifici imperfetti.
La studiò per un momento, poggiandosi al palo che aveva appena eretto nel capanno. Quella donna era piuttosto carina, di sicuro più delle altre. La sua patente riportava che aveva diciannove anni, e lesse anche che era originaria di Los Angeles. Non sapeva perché la donna fosse venuta lì, ma sapeva che era stato Dio a metterla sul suo cammino. La ragazza non lo sapeva, ma doveva sentirsi onorata. Non si rendeva conto di essere stata prescelta come sacrificio per la gloria del Signore prima ancora di essere nata.
Non si prendeva mai la briga di provare a spiegarlo alle donne. Non l’avrebbero ascoltato.
Stavolta l’aveva spogliata del tutto, lasciandola nuda. Alle altre aveva lasciato addosso reggiseno e mutandine, per non rischiare la tentazione. Ma questa era un sacrificio così perfetto che non era riuscito a trattenersi. Non aveva mai visto dei seni così perfetti, neanche nei film o sulle riviste.
Sapeva di meritare una punizione per il modo in cui guardava la sua carne. Quella notte avrebbe fatto in modo di pentirsi di quel peccato, ferendosi ripetutamente.
Dopo aver sistemato il palo, era andato in una ferramenta a comprare un rotolo di telo di plastica. Aveva passato mezz’ora a metterlo per terra per coprire il pavimento del capanno, e lo aveva fissato con delle puntine invece che con dei chiodi, così sarebbe stato più semplice rimuovere tutto alla fine. Era stato un lavoro faticoso fissare il palo e ricoprire il pavimento del capanno con i teli di plastica, ma a lui piaceva. In un certo senso, gli faceva apprezzare di più il sacrificio. Lavorare sodo per portare a termine un sacrificio lo faceva sentire più degno.
Si fermò e trasse un profondo sospiro, ammirando il proprio lavoro.
Era quasi ora.
Prima doveva pregare, poi avrebbe legato la donna al palo. Avrebbe dovuto imbavagliarla per bene, perché non aveva mai compiuto un sacrificio in una zona così popolata. Un solo passo falso e un vicino avrebbe potuto udire le grida mentre la frustava. Ma si sarebbe occupato di quello dopo averla legata al palo.
Prima venivano le preghiere e il pentimento. Doveva pregare che le sue città – i suoi sacrifici – facessero piacere a Dio, e che il suo lavoro esemplificasse la Sua gloria e amore per l’uomo.
Si mise in ginocchio davanti al palo. Prima di chiudere gli occhi in preghiera, guardò di nuovo la donna. Sul suo viso sembrò diffondersi una tacita comprensione e, vedendo ciò, si mise a pregare con un gran senso di pace.
Era quasi come se la donna sapesse che la aspettava un’enorme ricompensa, era come se sapesse che in meno di un’ora avrebbe ricevuto quella ricompensa e sarebbe stata liberata da quel mondo indecente.
CAPITOLO TRENTADUE
Mackenzie parcheggiò l’auto in fondo all’isolato di quel quartiere fatiscente, e prima di scendere aprì una mappa dettagliata della zona sul cellulare. Sapeva che la sua ricerca si sarebbe svolta nel raggio di un isolato, lungo tre diverse strade: la Harrington, la Colegrove e la Inge.
Sapeva di poter già escludere Inge Street dalla lista poiché le case di quella via erano vuote, dichiarate inagibili parecchi anni prima. Lo sapeva perché era una zona molto popolare tra gli spacciatori e i criminali. Era lì che aveva fatto la sua prima retata antidroga, e poco più avanti aveva sparato il suo primo colpo d’arma da fuoco.
Colegrove Street e Harrison Street, invece, erano abitate e in qualche modo tiravano avanti in quella parte degradata della città. I residenti avevano lavori umili e solitamente sperperavano lo stipendio in alcol, biglietti della lotteria e, se avanzava qualcosa, lo spendevano per mangiare al fast-food quasi ogni sera.
Prima di scendere dall’auto, recuperò il numero di Ellington e gli scrisse per messaggio i nomi delle strade, terminando con: se non hai mie notizie entro un paio d’ore, chiama qualcuno e mandali qui.
Quindi mise il telefono in modalità silenziosa e si fece strada nella notte.
Mackenzie camminava a passo svelto lungo Harrison Street, per non sembrare troppo sospetta a quell’ora tarda, anche se qualsiasi donna camminasse sola per quelle strade dopo il tramonto sarebbe passata per pazza. Con lo sguardo cercava case che avessero parcheggiati sulla proprietà camion o furgoni, e individuò due abitazioni che corrispondevano a quella descrizione.
La prima casa aveva un furgoncino parcheggiato nello stretto vialetto. La scritta sbiadita sul fianco del veicolo diceva Impianti Idraulici Fratelli Smith.
Scivolando tra le ombre più rapidamente che poté, Mackenzie si avvicinò al furgoncino e sbirciò nel finestrino del passeggero. A malapena si vedeva il retro, ma riuscì a individuare una cassetta degli attrezzi. Davanti, infilate tra i sedili e anche tra il cruscotto e il parabrezza, vide diverse fatture. Riuscì a scorgere su alcune lo stesso logo riportato sul fianco del furgoncino, sempre con la scritta Impianti Idraulici Fratelli Smith.
Eliminò quella casa dalla lista e passò alla successiva. Un furgone nero era parcheggiato lungo il marciapiede. Era di un modello recente e sul vetro posteriore c’era un adesivo attaccato con scritto Non Mettermi Sotto e una scritta che indicava che il proprietario era un veterano del Vietnam. Guardò nel retro del furgone in cerca di segni lasciati da grossi pali in legno di cedro, ma non vide niente. Anche se non voleva escludere un veterano di guerra solo per il servizio che aveva reso al Paese, Mackenzie trovava davvero difficile immaginare un uomo sulla settantina piantare quei pali da solo.
Arrivò in fondo all’isolato e svoltò a destra, verso Colegrove Street. Poteva sentire un martellante basso provenire da una casa lì vicino, dove qualcuno ascoltava musica rap a tutto volume. Passando di casa in casa alla ricerca di altri furgoni, intravedeva dietro le case la luna riflettersi sulle torbide acque del fiume Danvers.
Notò un furgone parcheggiato lungo la strada proprio davanti a lei. Anche prima di raggiungerlo, intuì che non era quello che cercava. Le gomme erano a terra e, a giudicare dalle condizioni, pareva abbandonato da anni.
A partire da metà della strada fino in fondo, davanti a lei si estendeva una fila di macchine, alcune sui vialetti, ma per la maggior parte accostate lungo il marciapiede. In tutto erano sei e una sola era nuova, le altre solo vecchie carrette arrugginite.
Stava giusto pensando di aver fatto un altro buco nell’acqua con la sua teoria, quando vide la casa alla sua sinistra. Una Honda Accord vecchio modello era parcheggiata sul marciapiede. Un breve tratto di giardino infestato dalle erbacce conduceva a una rete metallica in pessime condizioni, che lasciava il posto a una staccionata non messa meglio, che separava il giardino dalla proprietà adiacente. Avanzò sulla proprietà e si immobilizzò quando giunse sul lato opposto della casa. La rete metallica spariva dalla vista, a quanto pare terminando nel cortile sul retro. Quello che l’aveva colpita, tuttavia, era una specie di sentiero, costituito solo da erba appiattita e tracce di pneumatici. Seguì la pista con gli occhi e vide che terminava dove era posteggiato un vecchio pick-up Ford. Era parcheggiato in retro, con il radiatore e i fari spenti rivolti verso di lei.
Mackenzie lanciò uno sguardo verso la casa, vedendo che era accesa un’unica luce. La luce era fioca, probabilmente proiettata da una lampada da comodino, oppure dal corridoio.
Muovendosi rapidamente, entrò nel giardino, seguendo l’erba calpestata fino al pick-up. Guardò dentro il veicolo attraverso il finestrino del posto del guidatore e vide vecchi involucri di fast-food e altri rifiuti.
Poggiata al centro del sedile tra la spazzatura, c’era una Bibbia.
Con l’adrenalina che le scorreva furiosa nelle vene, tentò di aprire la portiera dal lato del guidatore. Non si soprese di trovarla chiusa a chiave.
Si portò sul retro del pick-up e vide che il portellone era abbassato. Provò a dare un’occhiata, ma c’era troppo buio e non riuscì a distinguere niente che le facesse capire cosa aveva trasportato di recente.
Si guardò alle spalle, verso il cortile sul retro, e vide che aveva ragione: la rete metallica correva lungo la proprietà, ma si fermava all’altezza di un capanno. Non c’erano finestre, ma vedeva una lama di luce che filtrava da una fessura nella porta.
Avanzò nel cortile sul retro, tenendosi vicina alla rete metallica. Quando fu più vicina al capanno, intuì che la fonte di luce era qualcosa di debole, come una candela. Con la curiosità che si tramutava in prudenza, arrivò al margine della rete. Si accucciò quando fu vicina al bagliore che proveniva dalla porta.
Iniziò a cercare un modo per oltrepassare la rete, temendo che scavalcarla avrebbe causato troppo rumore. Mentre cercava, gli occhi le caddero su un’altra sagoma vicino il capanno. Prima non l’aveva notata, perché era in basso e in ombra. Ma adesso che si trovava a tre metri dal capanno, la sagoma era chiara e definita.
Anzi, le sagome erano due.
Due pali in legno di cedro, tagliati di una lunghezza di circa due metri e mezzo.
Sapeva che avrebbe dovuto aspettare i rinforzi.
Ma sentiva con tutta se stessa che non c’era tempo.
Perciò, con il fuoco che le scorreva nelle vene e i nervi carichi al massimo, afferrò la rete e iniziò ad arrampicarsi.
CAPITOLO TRENTATRE’
La rete era vecchia e arrugginita, come del resto ogni cosa in quella desolata strada. Sentiva la ruggine tagliarle i polpastrelli ma almeno, proprio la ruggine, faceva sì che il metallo quasi non facesse rumore mentre si arrampicava. La rete era alta poco più di due metri, e dopo pochi istanti raggiunse la cima.
Portò una gamba dall’altro lato, si raddrizzò e scavalcò anche con l’altra gamba.
Si spinse via dalla rete balzando nell’erba con un debole tonfo.
Subito estrasse la sua Glock dalla fondina, avvicinandosi al capanno in posizione accucciata. Giunta alla porta, si raddrizzò leggermente, cercando la fessura nel legno che impediva alla porta di restare chiusa del tutto. La trovò un po’ più in alto e sbirciò all’interno.
Vide subito il palo, eretto proprio al centro del capanno. Un’ombra frenetica si allungò, seguita da ciò che la proiettava. Prima vide la donna che scalciava disperata, poi l’uomo che la stringeva da dietro. La donna era nuda e imbavagliata. Tentava di liberarsi, riuscendo però solo ad emettere grida soffocate.
L’uomo stava cercando di trascinarla verso il palo. Dalle sue spalle pendeva una fune, come un serpente floscio.
Mackenzie, con il cuore che le martellava così forte da assordarla, aveva visto abbastanza. Sapeva di dover agire in fretta; doveva aprire la porta e fare irruzione con la pistola puntata prima che il bastardo capisse cosa stava succedendo.
Questa è la parte che sarebbe più semplice con un po’ di aiuto, pensò fra sé, improvvisamente rimpiangendo di essersi avventurata là fuori da sola.
Allungò la mano sulla maniglia arrugginita. Quando l’afferrò, un terribile pensiero si affacciò alla sua mente. E se fosse stata chiusa a chiava dall’interno?
La risposta era semplice. Adesso che era a pochi centimetri dall’assassino, era disposta a correre più rischi. In quel caso, pensò, aprirò questa cazzo di porta a colpi di pistola.
Strinse la maniglia e inspirò profondamente. Trattenne il fiato ed espirò solo quando ebbe aperto la porta.
Balzò in avanti sollevando la Glock.
“Polizia! Mani in alto e...”
Capì di aver commesso uno sbaglio nel momento stesso in cui mise piede nel capanno. I suoi piedi poggiavano su qualcosa di strano, che faceva un rumore che non aveva senso.
Mackenzie abbassò lo sguardo per una frazione di secondo, distogliendolo dall’uomo davanti a sé, e vide che il pavimento era ricoperto da un telo di plastica. E lei ci stava sopra. Le ci vollero meno di dieci secondi per capire cosa stesse per succedere, ma fu comunque troppo.
La figura oscura davanti a lei si abbassò fulminea, afferrò il telo di plastica con le mani e tirò con forza verso di sé.
Mackenzie lo sentì spostarsi sotto i piedi, e poi perse l’equilibrio e finì a terra.
Poi l’uomo spinse verso di lei la donna nuda, che le finì addosso.
Mackenzie, stordita, cercò di spostare la donna, ma quando ci riuscì, l’uomo si era già slanciato verso di lei con il pugno alzato. Mackenzie si era quasi rimessa in piedi quando la colpì in pieno viso, rimandandola al tappeto.
Una volta a terra, Mackenzie riuscì a vedere il killer in faccia. Aveva sui quarant’anni ed era in parte pelato. Gli occhi erano di un azzurro elettrico e aveva lo sguardo di un animale impazzito che era rimasto troppo tempo in gabbia e anelava alla libertà. Era basso e sembrava tarchiato. Mackenzie era dell’idea che sotto la camicia avesse più muscoli di quelli che uno si sarebbe aspettato. Il pugno che le aveva dato ne era un’ulteriore prova.
Adesso stava arrivando da lei, muovendosi con più rapidità di quella che l’angusto capanno sembrava permettere. In mano aveva qualcosa che pareva strisciare nell’oscurità. Quando sollevò il braccio, Mackenzie capì di cosa si trattasse. Vide l’estremità frastagliata sibilare verso di lei.
Mackenzie si scansò appena in tempo.
La frusta colpì ad appena cinque centimetri dal suo orecchio destro. Il suono era assordante.
Il killer la alzò di nuovo, mirando direttamente a Mackenzie.
Stavolta lei sollevò la pistola, irrigidì le braccia e sparò.
Il movimento che lui fece calando la frusta le fece sbagliare mira, e il proiettile lo colpì troppo in alto, sulla spalla invece che al cuore.
Mollò la frusta e barcollò in avanti, guardando Mackenzie come se la sola idea di una pistola fosse per lui assurda.
A parte quello, non si dette per vinto. Si lanciò verso di lei, cercando di strapparle l’arma di mano. Mackenzie fece di nuovo fuoco, stavolta sfiorandogli il braccio destro.
Lui la investì con tutto il peso, e il colpo le provocò una scarica di dolore per il corpo. Le mani si aprirono di riflesso e la Glock finì sul pavimento.
Nell’istante stesso in la pistola toccò terra, l’assassino si rialzò e si preparò a sferrare un altro pugno. Prima di riuscirci, Mackenzie lo colpì duramente allo stomaco. Con la schiena a terra, non era riuscita a sferrare il colpo con tutta la sua forza, però aveva deviato il pugno, che la raggiunse sfiorandole soltanto la spalla. Mackenzie roteò e gli assestò una gomitata sulla mandibola.
Lui si allontanò e lei cercò subito di riprendersi l’arma.
Quando l’afferrò, il killer si mise a correre. Alzò la pistola e la puntò verso la porta proprio mentre lui usciva dal capanno. Stava per sparare, ma tra lei e il killer c’era la donna nuda.
Mackenzie balzò in piedi e guardò la donna, che tremava ed era ancora legata.
“Resta qui” disse Mackenzie. “Tornerò a liberarti.”
La donna annuì e Mackenzie vide nei suoi occhi che qualcosa si era infranto. Gli avvenimenti di quella notte, a prescindere dall’esito, avrebbero traumatizzato quella giovane donna per il resto della vita.
Con quel pensiero che la tormentava, Mackenzie si precipitò fuori dal capanno appena in tempo per vedere la porta sul retro della casa chiudersi. Mackenzie si lanciò subito all’inseguimento, aspettandosi di trovare la porta chiusa a chiave.
Invece, abbassando la maniglia, si aprì subito, rivelando un piccolo ingresso e una cucina buia.
L’ha fatto apposta, pensò. Vuole che lo segua dentro casa.
Rifletté solo per un momento, poi entrò con la pistola sollevata, addentrandosi nell’oscurità.
CAPITOLO TRENTAQUATTRO
Appena Mackenzie mise piede nella cucina, capì che l’uomo viveva in modo trascurato. Da qualche parte proveniva un tanfo di cibo avariato, misto a odore di polvere e sudore. Sentì i palmi delle mani sudati stringere la pistola, il cuore che le martellava in petto, perfettamente consapevole che poteva morire in quella casa. Cercò di tenere le mani più salde.
Mackenzie avanzò lungo la cucina, con l’orecchio teso per cogliere movimenti nella casa. Adesso che erano dentro, sapeva di non poter prevedere le mosse del killer. In quel momento poteva anche aver preso una pistola.
Mackenzie raggiunse l’altro lato della cucina, dove iniziava un buio corridoio. A metà di esso, una rampa di scale di legno conduceva al piano superiore. Il killer era in vantaggio in quel luogo, e lei lo sapeva. Sarebbe stato sciocco avventurarsi lungo il corridoio. Guardò a destra e vide un soggiorno illuminato da una lampada poggiata su un tavolino. Sul tavolino c’era un’altra Bibbia. Dal volume spuntava un segnalibro e, accanto ad esso, c’erano una penna e un bloc-notes.
Dal piano di sopra giunse un lievissimo scricchiolare dalle assi del pavimento, che rivelava la posizione del killer. Mackenzie si mosse in fretta, sperando di sorprenderlo.
Adesso o mai più, si disse.
In meno di tre secondi aveva attraversato il corridoio ed era salita fino a metà delle scale, dove si fermò, scrutando l’oscurità sopra di lei. I suoi occhi stavano iniziando ad abituarsi al buio e, appena si sentì pronta, riprese a salire.
Era ancora sui gradini quando sentì dei passi in cucina. Confusa, Mackenzie si voltò per guardare giù dalle scale, appena in tempo per vedere la potenziale vittima venire verso di lei. Nei suoi occhi c’era una luce quasi folle, e vedere una donna così bella in mutande nel bel mezzo di quella situazione ad alta tensione era così assurdo che Mackenzie si sentì stordita.
“Ti prego” disse la donna. “Devi chiamare la polizia. Io non...”
Ma non riuscì a terminare la frase. Gridò, guardando un punto proprio sopra Mackenzie. Mackenzie si voltò appena in tempo per vedere l’ombra del killer venire verso di lei, precipitandosi giù dalle scale con una tale rapidità che Mackenzie fece a malapena in tempo a sollevare la pistola.
Crac!
Lui la frustò, e un feroce bruciore pungente le esplose sulle nocche della mano destra – seguite da un dolore accecante sulla guancia sinistra quando la sferzò una seconda volta.
Avvertì subito il sangue scorrerle in viso e sulla mano. Vide l’uomo lanciarsi su di lei dal primo gradino, allora sparò alla cieca, consapevole che il dolore alla mano le impediva di mirare bene.
Nonostante questo, lo sentì gridare di dolore quando il proiettile lo colpì alla parte bassa dello stomaco.
Incredibilmente, il colpo lo aveva solo rallentato. Le si buttò di uovo addosso, e lei perse l’equilibrio cadendo all’indietro.
Tentò i trovare un appiglio sul muro, lasciando cadere la pistola, ma non servì. Entrambi rotolarono giù dalle scale e quando Mackenzie colpì di schiena, il dolore esplose dentro di lei e l’aria le uscì di colpo dai polmoni.
Ruzzolarono per gli ultimi gradini in un ammasso di braccia e gambe. Quando infine atterrarono sul pavimento, la schiena di Mackenzie era contratta dal dolore e il sangue che colava dal suo viso le aveva imbrattato il collo e inzuppato la camicia.
Il killer adesso si stava rialzando, e stava preparandosi ad un altro colpo con la frusta. Si voltò di scatto e invece frustò il suo obiettivo originario, la donna con il reggiseno rosa, che era lì immobile con la bocca aperta, congelata dalla paura. La colpì sulla spalla e subito la pelle si lacerò, mandando uno schizzo di sangue contro il muro del corridoio.
La donna cadde a terra gemendo e Mackenzie tentò di contrattaccare, ma la schiena sembrava non collaborare. Si sentiva paralizzata e temette di esseri rotta la colonna vertebrale cadendo dalle scale.
Il killer riportò la sua attenzione su di lei e sollevò la frusta. Il sorriso sul suo volto era pura follia, un sorriso che sembrava uscito da un manicomio o da un incubo.
“Fonderò una città in tuo nome” disse preparandosi ad abbassare la frusta su di lei.
Mackenzie riuscì solo a sussultare, aspettando che la frusta calasse su di lei con quel raccapricciante schiocco e l’estremità pungente che le avrebbe trafitto la carne, sfigurandola per sempre. Si chiese che aspetto avrebbe avuto una volta che lui avesse finito – ammesso che fosse sopravvissuta.
All’improvviso, dalla cucina giunse come un boato. Mackenzie non capì cosa fosse finché non vide una persona apparire nel corridoio. Corse lungo il corridoio e balzò addosso all’assassino.
Il killer fu fermato mentre si voltava, finendo a terra. Fu solo quando i due corpi iniziarono a lottare che Mackenzie riconobbe, scioccata, chi era l’altra persona.
Porter.
Non aveva senso. Una parte di Mackenzie si chiese se avesse sbattuto la testa cadendo dalle scale e adesso avesse le allucinazioni.
Ma quando la schiena si rilassò un po’ e riuscì barcollando a mettersi in ginocchio, vide quello che stava succedendo. Porter l’aveva salvata. Adesso lottava con il killer, stando sopra di lui e colpendolo abilmente in volto con la mano destra.
Con puntini neri che le danzavano davanti agli occhi, Mackenzie cercò la pistola. Le sembrava che il pavimento oscillasse sotto di lei, e adesso riusciva addirittura a sentire l’odore del suo stesso sangue. Le scorreva dalla guancia come un fiume e...
Improvvisamente individuò la pistola. Era a pochi centimetri dalla mano del killer ed era chiaro che lui stesse cercando di agguantarla.
“Porter” chiamò con voce strozzata, non potendo ancora fare affidamento sulle sue gambe tremanti e sulla schiena dolorante.
Tentò di correre, ma la schiena si blocco e finì in ginocchio con una smorfia di dolore. Poté soltanto restare a guardare mentre il killer afferrava la sua Glock.
Porter se ne accorse appena in tempo e impedì all’uomo di mettersi in posizione per sparare.
Porter però perse l’equilibrio e il killer ne approfittò per rotolare via da sotto di lui, facendolo finire a terra, poi prese la pistola.
Il killer si alzò e fece fuoco.
Lo sparo fu assordante e il ruggito di dolore di Porter troppo breve. Il cuore di Mackenzie si fermò, e lei sperò non significasse quello che pensava.
Mackenzie si costrinse a sopportare il dolore lancinante alla schiena e si mosse in avanti. Il killer se ne stava lì in piedi, con il viso insanguinato per la colluttazione con Porter e Mackenzie lo attaccò da dietro, assestandogli una gomitata tra le scapole.
Cadde in avanti, la pistola che volava via dalla sua presa.
Mackenzie gridò di dolore ma non si fermò e lo colpì anche con un ginocchio. Sentì l’aria uscirgli dai polmoni di botto e ne approfittò.
Gli afferrò la testa con le mani, la destra che pareva calzare un guanto di sangue a causa della frustata, e la sollevò da terra di vari centimetri. Poi, con un grido che era una combinazione suprema di dolore, frustrazione e vittoria, gli sbatté la faccia sulle assi di legno del pavimento.
Lui grugnì e rantolò.
Ripeté la mossa, con rapidi movimenti meccanici. Prima su, poi giù.
Stavolta non emise neanche un suono.
Scese dalla schiena dell’uomo e si appoggiò al muro. Strisciò fino a Porter e il cuore le si gonfiò di sollievo nel vedere che si muoveva ancora. Aveva il lato sinistro della testa ricoperto di sangue, e si teneva l’orecchio come un bambino impaurito.
“Porter?”
Non rispose. Invece, si girò e la guardò negli occhi.
“White?”
Sembrava preoccupato mentre cercava di togliersi il sangue dalla faccia.
“Quel dannato proiettile mi ha sfiorato l’orecchio” disse ad alta voce. “Non ci sento più.”
Lei annuì, inarcando la schiena nel tentativo di alleviare il dolore, che invece pareva non volersene andare mai più. Allungò una mano verso il killer e gli tastò il collo. Era difficile distinguerlo tra l’adrenalina che ancora le scorreva nelle vene e il battito furioso del suo cuore, ma era abbastanza sicura che ci fosse ancora battito in lui.
Mackenzie si stese sul pavimento di fianco a Porter e lentamente estrasse il cellulare dalla tasca posteriore dei pantaloni. Mentre scorreva i contatti per trovare il numero di Nelson, lasciò scie insanguinate sullo schermo.
Con il telefono all’orecchio, raggiunse con l’altra mano quella di Porter. La strinse e, nonostante il sangue appiccicoso che le imbrattava le dita, Porter ricambiò la stretta.
CAPITOLO TRENTACINQUE
Tre giorni dopo che il Killer dello Spaventapasseri era stato preso in custodia, Mackenzie ritornò nello stesso ospedale che aveva lasciato appena due giorni prima con quattordici punti di sutura sulla guancia e cinque alla mano. Si recò al terzo piano ed entrò nella stanza dove era ricoverato Porter. Vederlo in un letto d’ospedale le spezzava il cuore, soprattutto se pensava a come era finito lì.
Quando entrò, lui le sorrise. Aveva la parte sinistra della testa piena di cerotti e fasciature, ma vide con sollievo che, rispetto all’ultima volta che lo aveva visitato, gli erano state tolte le flebo.
“Eccoti qui” disse Porter.
Lei ricambiò il sorriso, meravigliandosi di quanto fosse cambiato il loro rapporto.
“Come stai, Porter?”
“Be’, la buona notizia è che riesco a sentirti, cosa che i dottori dubitavano due giorni fa. La cattiva notizia è che non ti sento perfettamente. La notizia ancora peggiore è che il mio orecchio destro non avrà più lo stesso aspetto. A quanto, pare il proiettile mi ha proprio strappato via la parte superiore.”
“Mi dispiace così tanto.”
“Scusa, ma cosa avrei dovuto fare?” chiese Porter in tono un po’ scorbutico. “Il tuo amico dell’FBI mi chiama e mi dice che vuoi scovare il nascondiglio del bastardo tutta sola. Dovevo aiutarti.”
Lei scosse la testa e gli strinse la mano.
“Come hai fatto a trovarmi?”
“Potrei essermi introdotto in casa tua” disse Porter con un sorriso scaltro. “Ho visto la mappa che avevi fatto, dove avevi segnato il centro del cerchio formato dalle città. Poi, quando sono arrivato in quella zona, ho sentito degli spari – immagino sia stato quando eravate nel capanno. Poi ho semplicemente seguito il trambusto per trovarti.”
“Porter, non so come ringraziarti. Sarei morta se...”
Lui scosse la testa, con la mascella tesa.
“Col cavolo” ribatté. “In qualche modo lo avresti battuto.”
Mackenzie annuì, commossa dal complimento, anche se non ne era così certa. Quando chiudeva gli occhi, vedeva ancora il volto del killer mentre sollevava la frusta, pronto ad ucciderla. Nelle ultime due notti si era svegliata con attacchi di panico, sudata, sola nel letto a chiedersi se avrebbe mai smesso di vederlo.
Si ritrovò persa nei propri pensieri e non era sicura di quanto tempo fosse passato quando Porter riprese a parlare.
“Allora, come va la schiena?” si informò, cambiando rapidamente argomento, probabilmente intuendo quello che le passava per la testa.
Lei sorrise, costringendosi a tornare in sé ed essere ottimista. Dopotutto, era lì per offrire conforto a Porter, almeno questo glielo doveva.
“Stamattina ho fatto gli ultimi raggi” disse. “Tutto a posto. Niente lesioni alla colonna vertebrale, solo un brutto strappo. Ho avuto fortuna.”
“A giudicare dai punti che hai in faccia e dal mio orecchio maciullato, non sono sicuro che fortuna sia la parola giusta.”
Mackenzie andò alla sedia per i visitatori vicino alla testa del letto e lo guardò facendo appello a tutta la sua sincerità.
“Sono venuta per ringraziarti” disse. “E per dirti addio.”
Lui si allarmò.
“Addio?”
Lei si fece coraggio.
“Già. Nelson ha dovuto prendere una decisione difficile. Le cose si sono messe davvero male quando si è saputo che avevo preso l’assassino anche se lui mi aveva sollevato dal caso.”
“Lui ti ha licenziata?”
“No, mi ha dato una sospensione di sei mesi. Allora io ho dato le dimissioni.”
Porter si mise a sedere sul letto, facendo una smorfia ma riuscendo comunque a sogghignare.
“Perché accidenti l’hai fatto?”
Lei fissò il pavimento, non sapendo come spiegarglielo.
“Perché” cominciò “ho passato troppo tempo a cercare di dimostrare di non essere soltanto una giovane ragazza ingenua che voleva lavorare di più di tutti gli uomini della squadra. Se poi aggiungi che adesso sono una ribelle che ignora apertamente gli ordini del capitano, è un’altra umiliazione che dovrei sopportare.”
Lui si accigliò, rimanendo in silenzio a lungo.
“E adesso cosa pensi di fare?” le chiese. “Sei troppo brava come detective per cambiare lavoro.”
Lei sorrise e disse: “Sto prendendo in considerazione altre opportunità.”
Lui ghignò per un momento, poi si mise a ridere.
“Te ne andrai all’FBI, non è così?”
Era sicura di non riuscire a nascondere il suo shock. Ricambiò il sorriso quando lui le prese la mano, ricordandole dei loro ultimi momenti nella casa del killer, e si ritrovò a desiderare di confidargli cosa avesse in mente per il proprio futuro. Invece restò zitta. Non era quello il momento giusto.
Lui aveva fatto centro al primo colpo, e questo l’aveva stupita. Era sempre stato così intuitivo? Le aveva sempre nascosto un interesse genuino nei suoi confronti, nascosto da impazienza e commenti sarcastici?
“Allora è così” disse. “Buon per te. Siamo onesti, è quello il tuo posto. Sei sempre stata troppo brava per restare qui. Io lo so bene, e sarà meglio che anche tu te ne renda conto. Ti ho sempre spronata così duramente perché volevo che migliorassi. Volevo che te ne andassi. E sembra che io abbia fatto un ottimo lavoro.”
Si era aspettata un rimprovero, invece fu commossa e sollevata dal suo calore e dalla sincera felicità per lei.
Per la prima volta da molto tempo, sentì affiorare lacrime di gratitudine. Riuscì a ricacciarle indietro però, lasciando che fosse il silenzio a parlare, mentre le loro mani rimanevano strette in un gesto solenne di amicizia, un’amicizia che era sbocciata davvero troppo tardi.
CAPITOLO TRENTASEI
Non ci aveva messo molto a fare i bagagli. Era riuscita a infilare metà dei suoi vestiti in due valigie e l’altra metà l’aveva sistemata in uno scatolone su cui aveva scritto a pennarello OFFERTA LIBERA. Un altro scatolone conteneva oggetti vari, come molti libri tascabili, un vecchio iPad, e un registratore che una volta voleva far aggiustare ma non l’aveva mai fatto. Anche su quello c’era la stessa scritta.
Aveva telefonato a Zack, perfettamente consapevole che era al lavoro e non avrebbe potuto rispondere. Gli aveva lasciato un messaggio di cui adesso si era pentita, mentre spingeva il trolley verso la porta d’ingresso. Era un messaggio breve e anche ora, mentre guardava la casa, innaturalmente vuota e pulita, si chiese se gli avesse dovuto dare una spiegazione migliore.
Ma quello era ridicolo. Se c’era qualcuno a cui doveva delle spiegazioni, quella era lei stessa: avrebbe dovuto spiegarsi perché era rimasta immobilizzata in quella vita così a lungo.
“Me ne vado dalla città per sempre” aveva detto nel messaggio. “L’affitto della casa è pagato fino alla fine del mese prossimo. Se la vuoi è tua. Altrimenti, l’affitto scadrà e tornerà disponibile. Qui c’è ancora roba tua, vieni quando vuoi a riprendertela. Puoi prendere i mobili, la TV e tutto quello che avevamo comprato insieme. Io sto per iniziare un nuovo capitolo nella mia vita, ed è chiaro che tu non sei incluso. Ti prego di rispettare i miei desideri e non chiamarmi. Abbi cura di te, Zack.”
La parte sul nuovo capitolo era molto cliché, però era vera. Era il motivo per cui riusciva così facilmente a lasciare lì mobili e apparecchi che valevano migliaia di dollari. Semplicemente non valeva la pena litigare con Zack per dividerseli. Era lo stesso motivo per cui si era sbarazzata di metà dei suoi abiti. Poteva comprarne di nuovi – poteva comprare vestiti che avrebbe sempre voluto indossare ma che aveva evitato per quello che avrebbe potuto pensare Zack, oppure per come avrebbero potuto reagire Porter o Nelson.
La nuova vita a cui andava incontro le offriva una visione di se stessa che fino a quel momento si era solo sognata. Qual era l’alternativa? Doveva restare lì è sorbirsi in silenzio la sospensione, poi tornare al lavoro con l’ennesimo marchio contro di lei, in un mare di uomini che invecchiavano e la vedevano come una vuota minaccia?
No, grazie.
La casa non era mai stata così silenziosa. Era quasi serena e immobile come le scene del delitto che aveva visto – quasi stoica come il campo di granoturco in cui avevano trovato la prima vittima. Tutto quello di suo che rimaneva in quella casa era morto. Lo avvertì con certezza mentre afferrava la maniglia.
Quando Mackenzie aprì la porta e fece un passo fuori, sentì un peso invisibile sollevarsi da lei. La sensazione aumentò mentre spingeva il trolley nel piccolo vialetto verso la sua auto. Sistemò la valigia nel bagagliaio, lo chiuse e si mise al volante.
Nel fare retromarcia per immettersi in strada, non degnò la casa di un secondo sguardo. Il suo futuro era altrove. Tutto ciò che quella casa rappresentava era un passato che lei già sentiva scivolarle dalle spalle, un fardello che si era accollata per troppo tempo.
*
Alla fine i giornali si erano stancati di quella storia. Mackenzie ne aveva lette cinque versioni diverse e, a prescindere da come veniva raccontata, le sembrava comunque di leggere cose capitate a qualcun altro. Non aveva concesso interviste, lasciando che i giornalisti pigri facessero le loro deduzioni. Era anche andata online a vedere se Ellis Pope avesse scritto qualcosa sul caso nel suo Oblong Journal.
Non la deluse. Raccontava la storia di una giovane donna violenta che si credeva una Punitrice, e sfidava gli ordini dei superiori per acciuffare il cattivo ad ogni costo. Anche se l’articolo era feroce e carico di odio, la sezione dei commenti era contro Pope, e molti descrivevano Mackenzie come una tosta e, alcuni, uno schianto.
Stava leggendo proprio quella versione della storia sul suo iPad all’aeroporto, quando il suo volo fu annunciato. Prese i bagagli e ripensò alla conversazione telefonica che aveva avuto quella mattina con Ellington. Le sembrava ancora di essersi sognata tutto, anche mentre andava al gate.
“Volevo chiamarti per informarti che mi hanno chiesto di presenziare al tuo primo incontro” aveva detto. “Per te va bene?”
“Sì, certo.”
“Sei emozionata?”
“Già, ma più che altro sono nervosa.”
“Non devi. Tutti qui sono elettrizzati per il tuo arrivo. E adesso non sono solo io a tessere le tue lodi. Ultimamente i media sono particolarmente positivi nei tuoi confronti, e il fatto che tu abbia affrontato tutto con modestia la dice lunga.”
“Grazie ancora, a proposito” disse Mackenzie.
Lui aveva riso e poi aveva detto. “Agente Speciale White. Ti suona bene?”
Iniziò a salire la rampa per il suo volo, fermandosi a guardare l’aeroporto un’ultima volta. Si aspettava che avrebbe rivisto tutta la sua vita lì – invece, con suo orrore, rivide il momento in cui aveva sbattuto la testa del killer sul pavimento ripetutamente. Ripensò a quanto si fosse sentita selvaggia, assolutamente indomabile e imprevedibile. Questo l’aveva spaventata per molti giorni, ma adesso sapeva che era una parte di lei – un lato che sapeva era esistito fin da quando aveva trovato il cadavere di suo padre.
Adesso che aveva lasciato che quella parte di sé emergesse e che l’aveva accettata, come sarebbe cambiato il suo modo di lavorare?
Immaginò che il modo migliore per scoprirlo fosse proprio un nuovo lavoro dove nessuno la conosceva. Anche se non era così ingenua da credere che potesse davvero ripartire da zero, per la prima volta si sentiva in grado di farcela.
Scacciò quell’immagine dalla mente e attraversò l’atrio. Un aereo la stava aspettando.
E anche un nuovo futuro.

UNA NUOVA CHANCE
(I Misteri di Mackenzie White—Libro 2)
In UNA NUOVA CHANCE (I Misteri di Mackenzie White—Libro 2), l’agente dell’FBI in addestramento Mackenzie White lotta per lasciare il segno all’Accademia FBI di Quantico, dopo il suo trasferimento dal Nebraska, cercando di affermarsi come donna. Con la speranza di avere la stoffa per diventare un’agente dell’FBI e di lasciarsi definitivamente alle spalle la vita nel Midwest, Mackenzie desidera soltanto fare una buona impressione ai suoi superiori tenendo un profilo basso.
Ma tutto cambia quando il cadavere di una donna è rinvenuto in una discarica. L’omicidio presenta sconvolgenti analogie con il caso del Killer dello Spaventapasseri — il caso che ha reso Mackenzie famosa in Nebraska — e nella corsa frenetica per fermare il nuovo serial killer, l’FBI decide di infrangere il protocollo e dare a Mackenzie l’opportunità di lavorare al caso.
È una grande occasione per Mackenzie di fare bella figura con l’FBI—ma la posta in gioco non è mai stata così alta. Non tutti vogliono che si occupi del caso, e tutto quello che tocca sembra finire male. Mentre la pressione sale e il killer colpisce ancora, Mackenzie si ritrova una voce solitaria circondata da agenti esperti, e presto capisce di essere nei guai. Il suo futuro nell’FBI è a repentaglio.
Mackenzie è tenace e determinata, un genio nella caccia agli assassini. Eppure, stavolta il nuovo caso sembra un enigma senza soluzione, qualcosa fuori dalla sua portata. E forse non ha nemmeno il tempo per svelare il mistero, mentre tutto nella sua vita inizia ad andare a rotoli.
Thriller-noir psicologico dalla suspence mozzafiato, UNA NUOVA CHANCE è il libro #2 in una nuova, avvincente serie—con un nuovo, irresistibile personaggio— che vi terrà incollati alle pagine fino a tarda notte.
Il libro#3 della serie I Misteri di Mackenzie White sarà presto disponibile.

UNA NUOVA CHANCE
(I Misteri di Mackenzie White—Libro 2)
Blake Pierce
Blake Pierce è l’autore della serie di successo I misteri di RILEY PAGE, che include i seguenti gialli thriller: IL KILLER DELLA ROSA (libro #1), IL SUSSURRATORE DELLE CATENE (libro #2), OSCURITA’ PERVERSA (libro #3) e IL KILLER DELL’OROLOGIO (libro #4). Blake Pierce è anche autore della serie I misteri di MACKENZIE WHITE e della serie I misteri di AVERY BLACK.
Avido lettore e appassionato da sempre di gialli e thriller, Blake riceve con piacere i vostri commenti, perciò non esitate a visitare la sua pagina www.blakepierceauthor.com per saperne di più e restare in contatto con l’autore.
LIBRI DI BLAKE PIERCE
I MISTERI DI RILEY PAIGE
IL KILLER DELLA ROSA (Libro #1)
IL SUSSURRATORE DELLE CATENE (Libro #2)
OSCURITA’ PERVERSA (Libro #3)
IL KILLER DELL’OROLOGIO (Libro #4)
I MISTERI DI MACKENZIE WHITE
PRIMA CHE UCCIDA (Libro #1)
UNA NUOVA CHANCE (Libro #2)
I MISTRI DI AVERY BLACK
IL KILLER DI COLLEGIALI (Libro #1)
CORSA CONTRO IL TEMPO (Libro #2)